ART NEWS

Picasso, intimo e segreto dal 10 novembre a Palazzo Ducale a Genova

È un Picasso intimo, diverso dai dipinti che abbiamo visto finora esposti nei musei e nelle mostre del nostro paese e del mondo. Se le ultime mostre dell’artista spagnolo hanno visto l’esposizione delle sue opere più o meno celebri, Picasso. Capolavori dal Museo Picasso di Parigi mette insieme oltre 50 opere selezionate, appunto, dal Museo Picasso di Parigi.

Paul dessinant (1923)
Olio su tela, 130 x 97 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Opere dalle quali Picasso non si era mai voluto separare, e che aveva dipinto per suo diletto, da custodire e condividere con una ristretta élite di conoscenti e parenti.

Les Baigneuses (estate 1918)
Olio su tela, 27 x 22 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Proseguono per i musei italiani i festeggiamenti del centenario del viaggio dell’artista nel nostro Paese. Giunto in Italia nel 1917, Picasso ne rimase particolarmente colpito. La commedia dell’arte e la pittura italiana maturarono nell’artista di Malaga un momento di svolta, che lo avvicineranno a quello che è convenzionalmente chiamato “periodo neoclassico”. Influenze di questo soggiorno che sarà indelebile per la vita e la carriera del pittore, si possono riscontrare nelle sue opere dei primi anni ’20. Opere, queste, che prendono le distanze dall’astrattismo che caratterizza la sua prima produzione, e lo avvicinano ad un nuovo senso dell’immagine più asciutto, con volumi monumentali e composizioni molto più equilibrate.

Allestita a Palazzo Ducale a Genova, dal prossimo 10 novembre fino al 6 maggio 2018, la mostra porterà idealmente il pubblico italiano all’interno delle case-atelier che si sono succedute nella vita di Picasso, e che lo ispireranno ognuna nel suo personalissimo modo.

Per restituire un’immagine degli ambienti in cui si muoveva il pittore, le opere

Autoportrait (autunno 1906)
Olio su tela, 65 x 54 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

a lui più care e i luoghi che le hanno ispirate, la rassegna raccoglie anche numerose fotografie, conducendo il pittore lungo il percorso dell’artista catalano, percorrendo le fasi dei vari stili reinventati dal pittore e che dal ‘900 agli anni ’70 caratterizzeranno le fasi salienti della sua intera carriera.

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MUSICA, TELEVISIONE

Niente eliminazioni e cover. Ecco come sarà il Sanremo di Claudio Baglioni

Sanremo e prime indiscrezioni. Come ogni anno, nell’ultimo quadrimestre si pensa già al prossimo Festival della Canzone Italiana. Finita l’era Carlo Conti, con due fortunate edizioni all’attivo, la scelta è caduta quest’anno sul cantautore Claudio Baglioni, inizialmente solo direttore artistico della kermesse e poi confermato anche nel ruolo di conduttore, anzi, “conducente” come egli stesso ironicamente si è definito.

Raggiunto dalle telecamere del TG1, il cantante di Questo piccolo grande amore parla delle prime novità che investiranno la nuova edizione della popolare gara di musica, tra queste l’innalzamento di 4 minuti, dai precedenti 3.15, dell’esibizione sul palco e l’eliminazione della serata dedicata alle cover: «Penso che in maniera coerente, chi lavora da tanto tempo a un progetto, a una canzone, abbia dignità e diritto di riproporre quel suo brano, questa volta con altri artisti, con musicisti o con altri cantanti, in forma di duetto, di trio, in forma di performance aggiuntiva. Quindi sarà di nuovo quel brano, ma magari arrangiato in maniera diversa». Non proprio una novità, se si considera che uno dei primi ad introdurla fu Paolo Bonolis nel 2005, che consentì agli artisti di eseguire le canzoni in gara con arrangiamenti inediti, sia solo visivi che canori, portando duetti e collaborazioni.

Ma la novità che più di tutte avvicina Sanremo ad un festival del cinema è, perdonate il gioco di parole, l’eliminazione dell’eliminazione. Sì, perché da quest’anno sparirà la fantomatica eliminazione diretta, cruccio di molti big e giovani, preoccupati di non riuscire ad esibirsi fino alla serata finale: «Quella pratica un po’ violenta del dover mandare a casa qualcuno – ha commentato Baglioni ai microfoni di Vincenzo Mollica – chiunque degli invitati al Festival, dei proponenti, siano essi giovani o campioni, cominceranno il Festival e lo finiranno. Nessuno andrà via, nessuno dovrà fare le valigie. Ci sarà comunque un concorso, ma questo renderà Sanremo simile a un festival del cinema o a un festival letterario».

Tuttavia ciò che Claudio Baglioni forse non ha voluto o non ha potuto considerare, è che i festival sono spesso manifestazioni fatte più per gli addetti ai lavori che non per una reale promozione al pubblico del film, proponendo anteprime dei film o dei libri in gara a giurie di giornalisti e critici, che poi avranno l’arduo compito di decretare il successo o il fallimento di un lavoro con un’ovazione o un pollice verso. Pareri che inevitabilmente andranno poi a scontrarsi con botteghini e classifiche, che talvolta possono anche sovversivamente capovolgere l’idea di un film o di un libro.

Il Festival di Sanremo è invece una gara, o almeno dovrebbe, e dovrebbe rappresentare per un artista un momento di crescita e confronto, che può in alcuni casi significare anche essere eliminati.

Se non vogliamo considerare questo come il mero atto, da parte di Baglioni, di “firmare” in qualche modo il Festival, abolirne il meccanismo dell’eliminazione, senza tuttavia l’introduzione di una sola commissione tecnica, con presidente e giurati, toglie soltanto mordente televisivo a chi da casa segue innanzitutto una gara, e spesso vota più per simpatia che per reale obiettività verso la qualità di un brano. Serve a poco provare ad equilibrare il voto della sala stampa soppesandolo con il voto popolare da casa, spesso frutto di manipolazioni di pacchetti di voti acquistati dai call-center.

E come ogni anno ecco il ritornello de “la musica al centro”, come se le passate edizioni fossero state mute.

Baglioni si ripropone quest’anno di far tornare la musica al centro della manifestazione, ma sono sicuro che polemiche, glamour e scandali non mancheranno e renderanno questo Sanremo senza dubbio più interessante di quanto al momento non sembri.

MUSICA

Romina Falconi: «Troppa prudenza impedisce le emozioni. Evitate la paura, pure della felicità»

Quando contatto Romina Falconi la prima volta, lo faccio su twitter. Le invio un messaggio diretto e la risposta arriva dopo qualche ora. Non ha bisogno di social media manager, Romina, non ha bisogno di quel filtro perfetto che fa apparire tutto un po’ finto on-line, messo lì, in posa. I croissant al mattino con le peonie, l’abito griffato, le foto truccata in accappatoio, il tweet giusto. Oggi tutte giocano a fare le fashion blogger, persino le cantanti o le attrici, ma Romina no, è diversa dalle altre. I fan lo avevano capito già quando, dopo la partecipazione a X Factor, in controtendenza, rifiutò un contratto con la SonyMusic: «Più che un rifiuto ad un contratto Sony è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”» precisa.

Oggi Romina ritorna a due anni dal suo primo album, Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, compendio di un lavoro in tre parti pubblicato in altrettanti momenti nel 2014 come EP.

Ma in questi due anni la Falconi non se n’è stata in panciolle o soltanto rinchiusa nello studio di registrazione a preparare questo lavoro, ma ha inciso il brano Who Is Afraid of Gender? con il cantante Immanuel Casto, che è diventato l’inno del Gay Pride 2016.

Romina Falconi sulla copertina del singolo “Cadono Saponette”

Il suo nuovo lavoro si intitola Cadono saponette, come il primo brano da cui è tratto, e che in un mix di suoni elettronici e internazionali, presenta in modo moderno, e forse un po’ alternativo, l’eterno dilemma dell’amore.

Qual è lo spirito con cui presenti “Cadono saponette”?

«Sicuramente molto maturo. In Cadono Saponette affronto un male comune e lo faccio usando una figura retorica in modo ironico. Il “bicchiere mezzo vuoto” promette un futuro meno scioccante (quando ti aspetti il peggio e arriva una bella notizia non puoi che goderne) ​​ ​ma la troppa prudenza impedisce di vivere davvero ogni benedetta emozione. In questa canzone c’è molto di me: le mie origini popolari, il mio modo di rendere tutto leggero anche se c’è un fondo di amaro… il grottesco è il vestito che mi calza meglio. Bisogna evitare di avere paura, pure della felicità».

Questo brano è un po’ la prosecuzione ideale di “Il mio prossimo amore”, un amore bello, ma di cui diffidi: com’è cambiato il tuo rapporto con l’amore e quanto di questo brano riflettete la tua vita amorosa?

«Sono un’ottima amica ma una pessima amante. Mi salva la complicità che instauro con il partner: io non sono brava a fare la mogliettina, diciamo che il mio partner si ritrova a convivere con il suO migliore amicO. Ho la fortuna di essere stata molto amata e di aver amato tanto. ​ La cosa che mi interessa di più quando scrivo è immortalare un momento. Non mi importa chi ha ragione e chi torto: amo trattare situazioni difficili e dare voce ai sentimenti taciuti. Nei miei brani non sto a fare morali o a chiedere la pace nel mondo; a me importa solo il preludio delle situazioni, spiegare che l’incazzatura è umana quanto l’innamoramento. Nessuno deve sentirsi solo; facile dire: amo l’amore (semo boni tutti), preferisco più dire che l’amore, quando è Amore, può essere bellissimo ma può anche devastarti.

Col senno di poi siamo bravi tutti a dire “cosa è meglio fare”, è “il prima” che non viene molto raccontato nella musica pop. Tutto quello che scrivo ha qualcosa di me, è molto più facile parlare di qualcosa che ho vissuto, anche solo per un momento»

Pur cantando canzoni d’amore, non sei mai stata una cantante da rima “cuore amore”, ma hai sempre usato immagini forti, proprio come in questo caso, “cadono saponette” come in un carcere…

«​Sono nata a Torpignattara, quartiere malfamato ma estremamente affascinante. Vedi di tutto dalle mie parti, ma guai a far sentire solo qualcuno. Il senso di fratellanza che ho visto nella mia “Piccola Parigi”, poche volte l’ho visto in giro. Le immagini forti danno un senso preciso, non puoi chiedere ad una come me di censurare quella cruda naturalezza nell’esporre le cose, perché perderei l’ottanta per cento della mia essenza. Ho fatto una scelta tempo fa: mi sono promessa di cantare solo quello che mi rappresenta sul serio ed è bellissimo sapere che molte persone, lì fuori, mi amino esattamente per come sono. La libertà è un valore immenso per quelli come me, costa cara ma vale la pena rischiare. Non è mai la retorica a salvarci, al massimo ci salva Nietzsche, Henry Miller, Pasolini e Troisi…».

Nella carriera c’è il rifiuto di un contratto con la SonyMusic…

«Più che un rifiuto, è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”. Loro, bravissimi, mi hanno lasciata andare. Fare tutto di corsa, cavalcare l’onda dell’esposizione mediatica mi fa un po’ paura. Ho voluto partire da zero, dallo studio, canzoni da arrangiare e un concept da curare piano piano. Ho sempre stimato artisti che hanno creato fondamenta solide grazie ad un lavoro certosino, fatto di sacrifici e studi».

“Il pessimismo in amore è una fortuna”: un’arma di difesa?

«Ci sono tre tipi di persone: quelle che non fanno molti sforzi, ma ottengono il massimo dalla vita; quelle che “a volte va male e a volte va bene”, la maggioranza; e quelli che dicono “ecco qui: ora cade la saponetta e la devo raccogliere”. Io, neanche a dirlo, sono in questa categoria, di quelli che devono sudarsi tutto, grati per le piccole gioie che arrivano, piano piano sia chiaro. Non è sfortuna, è proprio una vita da film di Tarantino, una vita “viva”. Quando ti aspetti il bicchiere mezzo vuoto, difficilmente resti deluso. Sicuramente è una difesa, ma in quel testo esorto principalente me stessa a lasciarmi andare di più».

Spesso nei tuoi brani parli diversità, lo scorso anno con Who is afraid of gener? hai cantato con Immanuel Casto l’Inno del Gay Pride 2016: quanto ha ancora bisogno l’Italia di trattare questi argomenti?

«L’Italia ha fatto grandi passi avanti, ma se penso a quello che volevamo davvero… c’è ancora tanta strada da fare. Un po’ è la mentalità e un po’ il fatto che se internet è “sul pezzo”, la tv generalista non è così avanti come sembra. Come ho cantato insieme a Casto: “vogliono farci vivere nell’oscurità, chi è il vero mostro?”. Penso che sia fondamentale nelle canzoni, nei film e nell’arte in generale, insistere. Il minimo che possiamo fare è rendere questo paese migliore per le future generazioni».

Sulla copertina del tuo album Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, ti sei fatta fotografare con una mannaia: in tempi di violenza sulle donne, quanto è importante un’immagine del genere e quanto ancora deve battersi una donna per i suoi diritti?

«Quella copertina è il mio orgoglio. Il senso era: “ci saranno robe crude, la copertina già dice tutto. Femmina fuori, muratore dentro: eccomi. Ho conosciuto e vissuto con donne succubi dei loro uomini. Non ho avuto un’infanzia facile, ma grazie a mia madre sono diventata una leonessa e se vedo l’accenno di un maltrattamento per strada sono capace di diventare un coccodrillo. Lo scenario, a mio parere, è il seguente: riviste femminili che molto spesso ci fanno sentire dei cessi orrendi. “Parità… parità…” e poi ancora ci sono donne che crescono con la consapevolezza che è l’uomo a portare i pantaloni, donne che insegnano alle loro figlie che lo scopo della vita è assecondare i mariti, i quali hanno il potere e il diritto di fare tutto. Su facebook uomini insulsi si permettono di dire frasi come “la donna lo stupro all’inizio lo vive male, poi durante l’atto si abitua…”. Parliamo di musica? Una casa discografica famosa, di cui preferisco non fare il nome, non mi ha accettato perché “Romina, si vede troppo che hai un sesso”. Non ne capivo il senso, poi ho capito che in quell’etichetta, gli artisti sembrano abbastanza asessuati. Pariamo di quanta libertà aveva una cantante negli anni ’80 e quanta invece ne ha adesso. Non voglio annoiarti, ma stiamo messi maluccio… da PornHub alla clausura, trovi di tutto su internet, ma nella musica non è possibile avere una via di mezzo. Alle giovanissime consiglio: amate, studiate, fare le casalinghe coi figli, le donne in carriera, le puttane, le caste, purché sia una scelta vostra. Io sono diventata l’ometto che avrei voluto sposare, ma mi va bene così».

Sei mai stata vittima di un abuso, nell’accezione più ampia del termine, pensiamo anche allo stalking…

«Assolutamente sì, e il problema è che dopo una violenza pensi di stare tu nel torto. Non basta solo dire “donne, ragazze, ragazzi, denunciate!” perché in certi momenti so per certo che a malapena hai la forza di tirare avanti. È importante dire anche alla famiglia, agli amici più stretti di tenere gli occhi aperti perché le violenze sono più frequenti di quanto possiamo credere. La violenza psicologica è ancora più subdola quindi occhi stra-aperti. Lo stalking? Così com’è, questa legge non è abbastanza secondo me».

Il tuo è un sound british, americano, ma i testi riflettono un vissuto importante: quanto è difficile esporsi e perché senti l’esigenza di farlo?

«Quando scrivo non penso mai al livello di esposizione. Non penso mai neanche se un brano è pubblicabile o meno, perché se avessi quel pensiero costante non riuscirei a scrivere neanche una sola parola. Sapere che mi sto esponendo troppo mi bloccherebbe. Invece la scrivo, la canto, la pre-produco, faccio sentire la canzone alle persone più fidate e chiedo il loro parere. Dalle reazioni capisco cosa fare. Scrivo continuamente sono una pessima coinquilina perché mi isolo in cucina o in camera e se non fosse per gli altri mi dimenticherei pure di mangiare. Faccio questa vita da quando ho 15 anni, se oggi facessi un altro lavoro comunque leggerei tantissimo per poi scrivere canzoni. Una volta è stato esilarante: il giorno dell’uscita dell’EP mi chiama il mio manager e mi dice: “con Stupida Pazza si nota molto il disprezzo che hai per te stessa a volte…” e ho risposto: “Cazzo, è vero!”. Non ci avevo pensato, capisci? Sono stata mesi a cambiarla, a scegliere il suono delle parole e solo poche ore prima del lancio mi sono accorta di tutto quel mea culpa. Che voi fa’, sono un macello…».

Quali sono i prossimi progetti e le sorprese che ci riservi entro l’anno e quali le date per vederti di persona?

«Spero di cantare a Lucca uno di questi giorni del Lucca Comics and Games, dovremmo riuscire ad organizzare tutto per bene. Sto preparando un disco, la cui uscita è prevista per il 2018, con dei musicisti pazzeschi: Gary Novak e Reggie Hamilton e con i miei meravigliosi produttori: Maximilian Rio, pronto a tutto, ormai mi sopporta ore e ore, e Marco Zangirolami che è una delle persone più concrete e geniali che abbia mai conosciuto. La Freak & Chic (etichetta della cantante, ndr), oltre ad essere la factory creativa che ogni artista meriterebbe, è diventata da un anno anche la mia società (mi hanno fatto socia!!!) e mi accompagna passo passo facendomi sentire al sicuro».

Un sogno nel cassetto che ancora vuoi realizzare…

«Sentire una mia canzone in un film, nel disco nuovo ci sono due canzoni lente, con archi e timpani, sarebbe un’esperienza incredibile».

Qui il link per ascoltare il nuovo brano su Spotify.

ART NEWS

Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

LIFESTYLE

Le fragranze ispirate dai profumi della costiera amalfitana

Un momento magico per la costiera amalfitana, fucina di set cinematografici internazionali, e fonte di ispirazione per stilisti italiani e non. Se Dolce&Gabbana si concentrano sul folclore napoletano, Tom Ford si sposta un po’ più a sud, e sceglie i sentori fruttati della costiera per la sua nuova fragranza, Mandarino di Amalfi. La nuova fragranza si propone di catturare l’essenza delle ville imbiancate che caratterizzano la costa. Gli agrumi riproducono i profumi che durante il giorno inebriano i visitatori di Amalfi, con un retrogusto che ricorda invece le fragranze delle fioriture notturne, che si uniscono ad un fresco mix di menta e timo e fiori di campo.

Ma l’elegante Tom Ford non è il solo stilista che si è ispirato alla Costiera Amalfitana. Nel 2010 anche Giorgio Armani decise di lanciare Acqua di Gioia, corrispettivo femminile della sua famosa Acqua di Giò, vede tra i suoi sentori predominanti proprio il limone di Amalfi e la menta, che qui vengono ad amalgamarsi con le note di gelsomino, pepe rosa e peonia. Base di questo profumo il Labdano Francese, Cedro della Virginia e Zucchero.

Se preferite la linea italiana Acqua di Parma, la vostra scelta allora ricadrà su Blu Mediterraneo Arancia di Capri, una fragranza caratterizzata da note fresche e frizzanti dell’arancio e del mandarino, con i sentori freschi dei limoni di Sorrento e del pompelmo. Un profumo che si fa tropicale nell’aroma delle foglie di matè e del profumo fresco e deciso del cardamomo. Un’altra base dolce, composta dal caramello che qui trova le note più sensuali del muschio.

Li ho citati in apertura del mio post e non posso non menzionare, in questa breve lista di profumi ispirati alla mia terra, il noto Light Blue di Dolce & Gabbana. Il duo italiano della moda, infatti, non ha solo scelto i faraglioni dell’isola azzurra quale ambientazione del noto spot televisivo, ma ad essa si è ispirata per questo profumo che mescola sapientemente l’Arancio amaro alla buccia del cedro e al bergamotto, che inebriano l’olfatto insieme al profumo dolce del Neroli e l’Accordo Marino. Ma, a differenza degli altri, qui non abbiamo una base dolce. Ad accompagnare questi ingredienti c’è il legno di cedro e il vetiver, che fanno di questa fragranza maschile un classico intramontabile, che racchiude nell’ormai iconica tondeggiante bottiglia l’essenza di Capri.

Ma non si può parlare dei profumi ispirati alla nostra terra e ai suoi profumi, senza menzionare ancora Carthusia, oggi noto brand partenopeo, le cui radici affondano nel 1380. Secondo la leggenda infatti il padre priore della Certosa di San Giacomo, colto alla sprovvista dalla notizia dell’arrivo sull’isola di Capri di Giovanna D’Angiò, preparò dei fiori che rimasero in acqua per tre giorni. L’acqua era profumata, e il priore allora si rivolse al religioso erudito alchemico che individuò quel profumo nel garofilium silvestre caprese. Fu il primo, forse involontario, dei profumi che ebbero una prima produzione a cominciare dal 1948, quando nella stessa certosa furono rinvenute delle antiche formule di profumi che, su licenza del Papa, furono svelate ad un chimico di origine piemontese, che diede vita al piccolo laboratorio denominato Carthusia, ovvero Certosa.

Oggi sono tantissimi i profumi di questa linea, che qui voglio rappresentare parlando di Aria di Capri, che ho avuto il piacere di annusare, essendo una fragranza femminile, durante uno dei miei soggiorni sull’isola.

Una fragranza che vuole racchiudere l’essenza della fresca brezza marina dell’isola, e che trova il profumo un po’ aspro della mimosa al giaggiolo, che si uniscono, anch’essi come gli altri profumi, al limone e l’arancio, che si addolciscono nel profumo della pesca.

Fragranze che sono particolarmente adatte per le vacanze o per l’estate o per chi, anche d’inverno, vuole ricordarsi della bella stagione, come una griffata madeleine di proustiana memoria.

CINEMA, INTERNATTUALE

Michael Hoffman e Kevin Spacey a Napoli per il biopic su Gore Vidal

Napoli, la fiction e il cinema. Un connubio sempre più indissolubile da qualche anno, per la città che ogni giorno dimostra che oltre Gomorra, per fortuna, c’è di più. Sarà per questo motivo che non mi stanco mai di sponsorizzare abbastanza e segnalarvi i set cinematografici disseminati in giro per la mia città, perché credo che il capoluogo partenopeo non sia soltanto droga, Savastano e Saviano, ma abbia un patrimonio culturale e naturalistico che va ben oltre ciò che la serie Sky mostra con esasperazione.

il regista Michael Hoffman nella sala dei tirannicidi del MANN

Ultimo ad accorgersi delle bellezze partenopee Michael Hoffman. Il regista e sceneggiatore statunitense, che al suo attivo annovera film cult come Un giorno… per caso, Sogno di una notte di mezza estate e Il Club degli Imperatori (bellissimo, che vi consiglio vivamente), è sbarcato a Napoli per girare alcune scene del film Gore, biopic sulla vita dello scrittore americano Gore Vidal, che ha vissuto a Ravello oltre vent’anni.

Ravello, al centro la modella e attrice scozzese Freya Mavor

Hoffman ha girato alcune scene all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove ha portato la bella Freya Mavor all’interno della sala della collezione Farnese. L’attrice ha girato tra la statuaria antica del museo napoletana con un abito bianco della costumista premio Oscar Gabriella Pescucci.

Location delle riprese la sala dei Tirannicidi e il gabinetto segreto, così chiamato per l’ampia collezione di oggetti erotici provenienti da Pompei, tra cui un’ampia sezione di affreschi che riproducono diverse tipologie di atto sessuale degli antichi lupanare: «Adoro questo museo – ha detto il regista – è tra i più belli al mondo. Abbiamo avuto una grande accoglienza e lavorato benissimo».

Protagonista della pellicola, che sarà prevalentemente girata nella Costiera Amalfitana, è l’attore Premio Oscar Kevin Spacey.

Co-sceneggiatore di questa produzione Netflix, che arriverà sui nostri schermi nel 2018, è Jay Parini, amico di vecchia data di Gore Vidal, e prese parte anche al documentario Gore Vidal: The United States of Amnesia.

Per ricordare questa giornata di riprese partenopee al regista è stato donato una pubblicazione con immagini del museo napoletano nell’800.

INTERNATTUALE, LIBRI

Le opere del premio nobel Kazuo Ishiguro che probabilmente conoscete già

Premio Nobel per la Letteratura quest’anno è il giapponese naturalizzato inglese Kazuo Ishiguro, e già immagino Feltrinelli & Co. ordinare pile di libri in bella vista dello scrittore del momento. Tutti i romanzi, le opere critiche sull’autore e i film tratti dai suoi libri. Ma prima di correre nei bookshop per non sentirvi tagliati fuori dal mondo, ecco tre lavori dell’artista che, senza scavare troppo, forse conoscevate già.

Se Ishiguro, classe 1954, è stato attivo sin da giovanissimo, la sua prima pubblicazione infatti risale agli inizi degli anni ’80, nella sua trentennale carriera non ha pubblicato molte opere. La sua bibliografia infatti è composta soltanto di sette romanzi, ma sono tantissimi i premi e i riconoscimenti che la sua scrittura delicata e intensa gli hanno fatto conquistare.

L’opera più famosa ad oggi è probabilmente Quel che resta del giorno, vincitore del Premio Booker nel 1989. Un diario scritto dal maggiordomo inglese Mr. Stevens, che parlerà dell’intera sua vita e carriera iniziata a cominciare dai primi anni ’20 fino a quasi gli anni ’60, attraversando gli l’epoca della guerra e del nazismo tedesco.

Del libro ne è stato tratto un film con un cast stellare, che va da Anthony Hopkins, protagonista della pellicola, a Emma Thompson, passando per Hugh Grant. Il film si aggiudica ben otto nomination agli Oscar, rientrando nella rosa dei miglior film e miglior regia, e valendo la nomination anche per la scenografa e costumista italiana Luciana Arrighi, per la migliore scenografia.

Nel 2005 è la volta di Non lasciarmi, eletto dal TIME miglior romanzo dell’anno e incluso in una lista dei 100 migliori romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2005. Nel 2010 Mark Romanek ne ha tratto un film con Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley. Il film è una toccante storia ambientata in una immaginaria scuola della campagna inglese, dove gli allievi vengono educati con uno scopo ben preciso. I tre sono protagonisti di uno strano triangolo amoroso, tra storie non corrisposte e amori segreti e una grande riflessione sul senso della vita.

Nel romanzo Ishiguro fa riferimento ad una immaginaria canzone, Never let me go (letteralmente non lasciarmi andare mai) che colpisce la protagonista, e che nel film è stata realmente composta da Rachel Portman.

Sempre nel 2005 Ishiguro prende parte in prima persona questa volta alla scrittura della sceneggiatura di La Contessa Bianca. Tratto questa volta dal romanzo del collega nipponico Junichiro Tanizaki, Diario di un vecchio pazzo, è un film ambientato nella Shangai del 1936, incentrato sulla storia d’amore tra l’ex diplomatico americano non-vedente Todd Jackson, sullo schermo interpretato da Ralph Fiennes, e la contessa rifugiata russa Sofia, costretta a lavorare come entraineuse in un night club, interpretata da una compianta Natasha Richardson.

Questa invece la lista completa dei romanzi, tutti tradotti e pubblicati in Italia, dello scrittore per recuperare la sua letteratura e un contatto diretto con i suoi romanzi:

Un pallido orizzonte di colline (A Pale View of Hills, 1982)

Un artista del mondo fluttuante (An Artist of the Floating World, 1986)

Quel che resta del giorno (The Remains of the Day, 1989)

Gli inconsolabili (The Unconsolable, 1995)

Quando eravamo orfani (When We Were Orphans, 2000)

Non lasciarmi (Never Let Me Go, 2005)

Il gigante sepolto (The Buried Giant, 2015)

INTERNATTUALE

Ecco perché Katia Ghirardi non è un “caso Cantone” e meriterebbe una promozione

Da twitter a fecbook, passando per instagram, impazza sul web il nome di Katia Ghirardi. E c’è già chi grida alla nuova Tiziana Cantone. Ma chi è Katia Ghirardi e cos’è che ha fatto di preciso?

Tutto è iniziato qualche tempo fa, quando la Banca Intesa San Paolo ha lanciato un contest interno per i soli dipendenti: registrare un video che mostrasse un ambiente di lavoro sano, vitale, allegro. Non bisognava essere dei maestri del cinema, ma avere uno smartphone ed essere spontanei, e caricare il video sul sito.

Fin qui tutto normale, fin quando non comincia ad impazzare sul web il video-spot della direttrice di filiale di Castiglione delle Stiviere, Katia Ghirardi, che sorridendo insieme ad altri colleghi, alla fine di una video-presentazione di un minuto dice: «Io cisto, ci metto la faccia, ci metto la testa e ci metto il mio cuore».

Uno video di circa due minuti che è stato più volte ripreso su radio ed internet.

Un nuovo caso di bullismo telematico gettato superficialmente nel tritacarne virtuale della rete, che lo cannibalizza e ne restituisce brandelli di parodie e sfottò.

Ma credo sia azzardato, e forse un po’ populistico, paragonare il caso alla triste vicenda di Tiziana Cantone, la trentenne napoletana, suicida a seguito di un video amatoriale che la vedeva protagonista, diventato virale.

Non è soltanto una questione di contenuti ovviamente, ma per la diversa finalità dei due video: il primo, quello della Cantone, fatto inconsciamente e di certo per un uso privato; il secondo, quello della Ghirardi, registrato in piena consapevolezza affinché competesse ad un concorso.

Che si trattasse di un contest interno alla banca, credo cambi poco, poiché la Ghirardi, tra l’altro molto simpatica e comunicativa, era conscia che altri lo avrebbero visto. Impiegati, dipendenti, colleghi, addetti ai lavori? Certo, forse, ma quando si sottoscrive un concorso si accettano implicitamente tutta una sequela di clausole microscopiche che dal fondo di un regolamento concedono pieni diritti di riutilizzo agli ideatori e promotori di un concorso, e dunque si finisce coll’accettare tacitamente l’evenienza che il video caricato on-line possa, per vie traverse, essere diffuso.

Il video di Tiziana Cantone ha impiegato settimane prima di assurgere all’onore delle cronache nazionali, volando di telefono in telefono, di messenger in messenger attecchendo sui canali porno amatoriali, che l’hanno trasformato in fenomeno virale.

Quello della Signora Katia invece è una clip balzata di colpo nei trend di YouTube e twitter, mentre altri sul web arrancano per trovare sul web la genialata in grado di scalare trend e dare visibilità e fama.

Un nuovo un caso di cyber bullismo sfuggito al controllo della rete o semplicemente una mossa commerciale studiata a tavolino? Che il mondo della pubblicità stesse cambiando, lo avevamo capito lo scorso anno quando la Norwegian, all’indomani della notizia di divorzio Jolie-Pitt, aveva pubblicato sui giornali un paginone con lo slogan “Brad is single” con le principali offerte per volare a Los Angeles.

Credo dunque si tratti più di una “furbata” dei pubblicitari, che hanno così pensato di fare del sorridente volto della signora, l’inconsapevole, quanto peraltro anche molto positivo, testimonial della banca, dimostrando quanto all’interno dell’ambiente lavorativo ci sia spontaneità, allegria, mentalità del fare, e ricollegandosi ad una serie di spot ufficiali che qualche anno fa in televisione mostravano proprio il lato umano dei dipendenti Intesa San Paolo, sulla falsariga de “la mia banca è differente”.

Una pratica, quella del leak, molto diffusa, soprattutto nel campo della discografia statunitense, dove spesso sono testati singoli o interi album con l’endorsement spontaneo dei fan che continuano a condividerli in rete.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso, degradante o sconveniente né per la Signora Katia, né tantomeno per l’immagine della Banca Intesa, e non trovo nemmeno scorretto sorridere o parodiare uno slogan che è emerso dalla massa e funziona e, come tutto ciò che diventa popolare, è diventato oggetto di scherno. Sì, perché la Signora Katia Ghirardi, al pari dei pubblicitari di Buondì Motta, ha saputo catturare con ironia, intelligenza e un gran sorriso, l’attenzione di migliaia che continuano a guardare la sua clip.

Trovo invece molto più vergognoso che sia la stessa Banca Intesa a prenderne le distanze, e a definire questi video “fantozziani”, autorizzando quasi la stampa e i media a parlane in modo dispregiativo, come qualcosa di naif o buffo al punto da imbarazzarsi.

Ci lamentiamo di quanto le nostre istituzioni siano vecchie, antiquate, polverose, ma diventiamo leoni da tastiera insultando e offendendo persone che, con professionalità, dimostrano di essere anche vitali e gioiose. Non bisogna confondere il sentirsi vivi e felici del proprio lavoro con la poca professionalità o la scarsa voglia di rendimento, soprattutto se a farlo sono i dipendenti di una filiale virtuosa che ha dimostrato e dimostra di lavorare bene.

È facile parlare dietro un nickname, più difficile farlo quando una persona come Katia “ci mette la faccia”.

Se la mission del contest era quella di mostrare questa energia positiva, allora senza dubbio la Ghirardi l’ha vinto a piene mani. Francamente darei alla signora non soltanto una promozione, ma le offrirei un contratto come volto di Intesa San Paolo e, per tanto entusiasmo e brio, un posto all’interno dell’ufficio della comunicazione.

LIFESTYLE

Phone-Case in legno, elegante accessorio di tendenza e di qualità

Chi ama la moda lo sa bene, il mondo del fashion non è fatto soltanto di stili, fantasie e colori, ma anche di materiali, e uno dei trend maggiori degli ultimi anni è sicuramente il legno. Occhiali da sole, orologi, bracciali, ma anche cover per telefoni. Sì, ci fanno letteralmente di tutto, ed anche io mi sono fatto prendere da questa wood-mania che sta spopolando.

Ho scelto così una cover per il mio iPhone, fedele compagno di viaggio e strumento indispensabile per i miei racconti sul web.

Mi piaceva l’idea del legno perché credo sia un materiale resistente, raffinato, che rappresentasse una elegante protezione per il mio telefono.

Ho navigato per un’ora circa il sito woodnstuffonline.com, letteralmente ammaliato dalle diverse tipologie di scocca per il mobile, e dai tanti accessori glamour del loro catalogo virtuale.

Alla fine la mia scelta è ricaduta su di una cover TITIKATA in legno di palissandro. Una basic, non particolarmente lavorata o rifinita come altre, che dà soprattutto risalto alle venature nerastre di questo prezioso legno di origine brasiliana.


Perfettamente integra nel suo involucro di polistirolo, la cover è arrivata dopo appena qualche giorno con un pacco ordinario da firmare, una vera garanzia per chi come me è sempre in giro e non ha il portiere, perché rappresenta la certezza di ricevere o rintracciare comunque il proprio pacco e, a limite, andare a ritirarlo.

È stato il perfetto regalo di bentornato dopo il mio viaggio a Milano. Chi mi segue su instagram lo sa già, sono stato nella capitale lombarda per qualche giorno, alla scoperta delle ultime tendenze culturali e non solo, e dopo aver visto tendenze e stravaganze post-fashion-week sono felice di pubblicare un post su di un accessorio come questo phone-case, che è assolutamente bello da vedere, al punto che la mia nuova tentazione è quella di poggiare al contrario il telefono sulla mia scrivania, ma è anche molto piacevole al tatto. Liscio, resistente, che si adatta perfettamente alle forme del mio smartphone, e che non ostruisce in alcun modo i tasti laterali di funzionamento, quello di accensione o fori vitali come quelli di carica e cuffia, spesso ostacolati o parzialmente coperti da cover di scarsa qualità o farlocche.

Alta qualità e basso costo, è soprattutto questo il binomio di woodnstuffonline.com che presenta una grande varietà di modelli, per gli amanti di Samsung o della mela di Cupertino, ma anche per tutti coloro che non rinunciano a seguire la moda senza per questo dover spendere tanto o troppo.

ART NEWS

Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it