ART NEWS

Che fine ha fatto il Salvator Mundi? La misteriosa sparizione dopo l’asta record

C’è un mistero che aleggia intorno al Salvator Mundi, il dipinto più costoso della storia, acquistato da Christie’s lo scorso anno per la cifra record di 450 milioni di euro.

Opera del maestro Leonardo Da Vinci, il dipinto rappresenta Gesù a mezzo busto, che regge un globo, simbolo del potere universale, mentre tiene alzata la mano destra in atto benedicente. L’opera è datata tra il 1490 e il 1519 circa, sarebbe stata realizzata da Da Vinci a Milano subito dopo la caduta degli Sforza.

Il dipinto era stato acquistato da un privato per il Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi. Il quadro avrebbe dovuto essere esposto, a partire dal 18 settembre di quest’anno, all’interno del Museo Louvre Abu Dhabi, ma così finora non è stato.

Ad oggi non ne conosciamo il motivo, ma tra le ipotesi più accreditate c’era quella di una possibile esposizione in occasione del primo anniversario del museo degli Emirati. Tuttavia sul sito ufficiale del Louvre arabo compaiono notizie inerenti alle celebrazioni, ma nessuna sull’esposizione del dipinto.

Un’opera di Leonardo è già di per sé un evento, se a questo si aggiunge una cifra da guinness, ne fa forse il secondo quadro più famoso al mondo dopo la Gioconda, dello stesso Da Vinci.

A questo punto è lecito domandarsi come mai, ad un anno dall’asta, il museo non abbia ancora predisposto una sua esposizione all’interno della sua collezione.

Tra le altre ipotesi quelle del restauro. Secondo alcuni rumors interni al museo, a destare un po’ di perplessità negli esperti sarebbe l’ultimo restauro effettuato, che dovrebbe risalire al 2011, in occasione di una monografica sull’artista tenutasi alla National Gallery di Londra nel novembre dello stesso anno.

Nel frattempo però il dipinto è atteso al Louvre, quello di Parigi, dove inizieranno le celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo, avvenuta il 2 maggio del 1519.

In quella occasione, presumibilmente, i visitatori del museo parigino potrebbero ammirare il Salvator Mundi fianco a fianco della più nota Gioconda.

Nel frattempo attendiamo fiduciosi che il mistero venga presto risolto, e di poter ammirare ancora la straordinaria opera di Leonardo.

P.S. io mi mangio ancora le mani per non averlo visto al Museo Diocesano a Napoli!

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ART NEWS

Perché Escher è la mostra dell’anno. A Napoli fino al prossimo 22 aprile

Colori, giochi, interazione. La mostra di Escher, al Palazzo delle Arti di Napoli fino al prossimo 22 aprile, è una full-immersion nell’arte e nella psiche del visionario artista olandese. Prodotta dal gruppo Arthemisia, che con questo evento fa il suo debutto napoletano, è una retrospettiva moderna sull’opera e la poetica di Maurits Cornelis Escher, che ha dedicato tutta la sua vita a prospettive, effetti sorprendenti, studi diventati una pietra miliare della storia dell’arte contemporanea.

Sono oltre 200 le opere presenti in questa colossale antologica, che rappresentano la summa perfetta di tutto ciò che ha prodotto l’artista.

Dalle sue metamorfosi, alle architetture impossibili, passando per prospettive oniriche e disegni che anticipano la terza dimensione.

Acqueforti, disegni, schizzi opere in “bianco e nero” in cui dominano, a volte, pochi colori primari come il rosso, il blu, il verde che s’introducono nella complicata texture di forme arabeggianti, in motivi che si ripetono illudendo lo sguardo, in animali che si ripetono e si trasformano a vista d’occhio.

Opere che, come mostra l’ultima sezione sono state e sono tuttora fonte di grande ispirazione per il mondo del cinema, per la pubblicità, per la moda, persino per la musica.

Una genialità trasversale, quella dell’artista, che all’interno del PAN si fa anche interazione ed immedesimazione con quelle opere la cui fama supera il nome dello stesso autore. Bellissimi i punti in cui il visitatore è invitato a prendere lo smartphone alla mano e scattarsi una foto dentro uno dei quadri dell’artista o a sentirsi parte di moti infiniti e gouache psichedeliche, capaci di alterare persino la percezione di grande e piccolo.

È una mostra “contemporanea” quella che Arthemisia porta a Napoli, che non ha paura di sfidare i nuovi colossi delle futuristiche experience, che alterna felicemente opere vere a momenti interattivi, disegni e schizzi a proiezioni che rendono più viva e vicina la figura dell’artista scomparso negli anni ’70, proprio mentre il mondo Hippy lo scopriva e in qualche modo lo faceva proprio dando ai suoi disegni colori acidi.

Straordinario l’allestimento, al primo piano di Palazzo Carafa di Roccella, le cui sale dai colori a contrasto, ben enfatizzano le opere di Escher.

E non stupisce se nel solo primo giorno di apertura al pubblico ha già superato i mille ingressi. Grazie a questa imponente retrospettiva finalmente anche Napoli potrà conoscere la genialità di un artista il cui nome resterà impresso nella nostra mente come le sue opere immortali.

Per una più ampia spiegazione sull’opera dell’artista, il mio post qui.

Per tutte le altre informazioni il sito ufficiale della mostra:

www.mostraescher.it

TELEVISIONE

Ad Halloween tremate: le streghe son tornate!

Ti accorgi che stai davvero invecchiando quando iniziano a fare remake e reboot di serie che guardavi da ragazzino. Quest’anno, giusto in tempo per Halloween, sono due i serial che si rifanno a vecchie serie televisive degli anni ’90. Su Netflix infatti è arrivata la prima stagione di Sabrina, vita da strega che per l’occasione diventa Le terrificanti avventure di Sabrina, mentre sul network americano CW ha fatto il suo debutto Charmed. Ma dimenticate gatti parlanti e zie pasticcione o il Potere del Trio.

Le due serie infatti ritornano con protagoniste e toni decisamente diversi rispetto al passato, indagando storie che qui si fanno a tinte fosche. Sabrina Spellman, che tutti ricorderanno per Melissa Joan Hart, è qui interpretata dalla giovane Kiernan Shipka, vive ancora con le sue zie Ilda e Zelda, che hanno però un’agenzia di pompe funebri proprio sul retro della loro casa di famiglia.

Kiernan Shipka in Le Terrificanti avventure di Sabrina

Qui la giovane streghetta deve compiere 16 anni, e ricevere il suo “battesimo oscuro”, rinunciando per sempre alla sua metà umana scrivendo il suo nome nel libro oscuro della Bestia. Ma farlo per la ragazza non è facile, perché significherebbe rinunciare all’amore di Harvey, suo coetaneo umano e compagno di liceo, il quale, dichiarandole il suo amore, le ha appena reso questa terribile decisione più difficile.

È da qui che parte la storia, tratta in origine dal fumetto di Roberto Aguirre-Sacasa, e che noi ricordavamo grazie alla sit-com che ebbe ben sette stagioni.

E se la serie Netflix mantiene almeno i (nomi dei) personaggi, i millennials dovranno dimenticare le iconiche sorelle Halliwell, ricordato dai più come quello che fu il ritorno televisivo post-Beverly Hills 90210 di Shannen Doherty e il quasi debutto di Holly Marie Combs e Alyssa Milano che con questa produzione trovarono la fama internazionale.

Streghe, in originale Chamred, mantiene intatto quel mix di ironia, magia e azione, ritrovando però tre protagoniste completamente diverse per storia e, persino, per etnia. Se molti, alla notizia di questo reboot, speravano in un coinvolgimento delle tre interpreti originali, così non è stato, e la storia, anche se per molti aspetti simile, è completamente diversa. Qui infatti le sorelle… Vera, alla morte della loro mamma, vedono bussare alla porta Macy, che dice di essere una loro sorella, anzi, sorellastra. Scenario, questo, che riporta alla quarta stagione della serie originale, con l’ingresso di Rose McGowan al posto della Doherty. E se persino la casa è sulla falsariga dell’iconica architettura originale, anche la città è cambiata, da San Francisco all’immaginaria Hilltown.

Anche la caratterizzazione dei personaggi è molto diversa: la sorella di mezzo è dichiaratamente omosessuale e con tanto di compagna, la sorella più piccola ha il potere della telepatia e non della premonizione, mentre due sorelle sono ispaniche, una afro-caraibica.

Simile il pilot, che vede la scoperta casuale dei propri poteri e il combattimento con il primo demone.

Melonie Diaz, Sarah Jeffery e Madeleine Mantock sono le tre streghe che hanno l’arduo compito di farci dimenticare delle originali sorelle Halliwell, raccogliendo l’eredità non facile di una serie che, insieme a Desperate Housewives, vanta il primato del più alto numero di stagioni, ben otto, con un cast di protagoniste completamente

Alyssa Milano, Holly Marie Combs, and Shannen Doherty in Charmed (1998)

femminile. Per farsi un’idea basti pensare che persino l’iconico cult degli anni ’70, Charlie’s Angels, si fermò a quota cinque.

Ma se Sabrina, prodotta da Netflix, riesce a convincere nonostante i toni più dark, e può contare su di una seconda stagione già confermata, per Charmed (per la quale noi italiani dobbiamo aspettare raidue la prossima estate) è difficile immaginare un lungo futuro pari a quello del suo predecessore.

In entrambi i casi una sola cosa è certa: per questo Halloween, tremate. Le streghe son tornate!

LIFESTYLE

L’arte fa bene alla nostra salute. Lo dice la medicina

Sì, di primo acchito può sembrare uno di quei titoli per fare condivisioni. Ma è tutto assolutamente vero.

A Montreal, Sud del Canada, i medici hanno cominciato a prescrivere ai propri pazienti delle visite nei musei gratuiti. Secondo questa nuova concezione della medicina, se è vero che riso fa buon sangue, ed è la migliore cura, anche l’arte avrebbe degli effetti terapeutici e dunque benefici sul corpo e sulla mente. I medici canadesi pare che stiano iniziando a prescrivere visite nei musei per le patologie più disparate, dal diabete alle malattie croniche passando per la depressione.

«Nel XXI secolo – dice Nathalie Bondil, direttore generale del Museo delle Belle Arti di Montreal – la cultura sarà ciò che l’attività fisica è stata per la salute nel ventesimo secolo».

I visitatori potranno così creare un programma personalizzato per promuovere il benessere attraverso l’arte, e prestarsi volontariamente per creare delle collaborazioni di ricerca con i medici per studiare gli effettivi benefici sulla salute delle visite museali.

Pare infatti che l’associazione dei medici di Montreal abbia unito le proprie forze affinché sia possibile “prescrivere arte”: «Ci sono sempre più prove scientifiche sull’arte come terapia – ha spiegato Hélène Boyer, vice presidente dell’associazione medica».

Ogni prescrizione consentirà ad un massimo di due adulti e due bambini di età non superiore ai 17 anni, di entrare gratuitamente in un museo fino a 50 volte l’anno. In molti credono, sbagliando, che queste possano essere cure per i soli problemi mentali, in realtà sono tanti i benefici che la visita in un museo può apportare: «L’arte infatti – continua la Boyer – aumenta il nostro livello di cortisolo e il nostro livello di serotonina. Noi secerniamo ormoni quando visitiamo un museo e questi ormoni sono responsabili del nostro benessere».

Chissà se presto anche in Italia avremo prescrizione a base di musei e non più di psicofarmaci. Nel frattempo però siamo paghi del fatto che entrare in un museo è un vero toccasana non solo per l’anima, ma anche per il benessere di tutto il nostro corpo.

LIFESTYLE

Cotonella, l’intimo di qualità che rispetta l’ambiente

Siamo ormai in autunno inoltrato, le foglie cadono, i viali si colorano d’arancio, e i primi venti autunnali rinfrescano le nostre giornate. La maggior parte di noi, rientrati da tempo a lavoro, è proiettata verso i colori caldi di questo periodo dell’anno, mentre l’aria più frizzantina del mattino sui mezzi pubblici o rientrando la sera a casa, ci fa capire che è tempo del cambio di stagione.

Se, come me, vivete questi sbalzi climatici, e volete essere preparati a questa mezza stagione (eh già, a quanto pare, esistono ancora!), allora la vostra scelta deve essere Cotonella.

Chi non ricorda questo marchio come ambasciatore di bellezza nel nostro Paese?! Nato in Italia, a Edolo per la precisione, agli inizi degli anni ’70, con la sua linea underwear si è ben presto imposto come leader nel settore dell’intimo, diventando subito portabandiera di quel made in Italy che vuole essere soprattutto sinonimo di alta qualità.

Il brand bresciano ben presto si è evoluto, espandendo lo spettro di prodotti che oggi vanno dall’intimo alla maglieria, offrendo così ai suoi clienti una vasta gamma di articoli tra cui scegliere, di diverse forme, colori, modelli e tessuti.

40 anni di esperienza che hanno portato Cotonella a sviluppare e produrre articoli per uomo, donna e bambino che vanno dall’underwear alla corsetteria, dalla maglieria ai pigiami. Una capacità produttiva tale che ha portato l’azienda a toccare le 50.000 unità giornaliere, e la cifra record di 12 milioni di pezzi nel 2011.

Un marchio di valore e di valori, quello di Cotonella, da sempre attento a combattere lo sfruttamento della manodopera minorile, e selezionando un personale maggiorenne altamente qualificato.

Tra i fiori all’occhiello dell’azienda, un laboratorio qualità interno che, attraverso test e strumentazioni sofisticate, è attento alla selezione e alla qualità delle materie prime. Ma Cotonella vanta anche tanti altri primati, tra cui l’utilizzo di cotone biologico, test in laboratorio e il riconoscimento Certificazione Oeko-Tex (fiducia nel tessile), che attesta un riconoscimento che sancisce l’osservanza di tutte le normative igieniche ed ecologiche.

Un motivo in più per scegliere prodotti Cotonella, per chi vuole il pieno rispetto dell’ambiente e della persona. Ma il brand dell’arco di Brescia farà soprattutto la gioia delle Signore, da sempre più attente al mondo del fashion e alle nuove tendenze, con un’ampia selezione di maglie e di abiti Cotonella, che coniugano moda, stile e, soprattutto convenienza, rappresentando un ampio ventaglio di capi per trovare quello che meglio si addice alla propria personalità ed esprimere completamente se stesse.

ART NEWS

I Racconti dell’Arte. Sergio Gaddi racconta (in anteprima) la mostra di Escher a Napoli

Non potevo perdere un grande appuntamento con l’arte. Se poi si tratta dell’anteprima di una delle mostre più attese a Napoli, si trasforma in un vero e proprio dovere morale per un amante dell’arte che vuole andare oltre quadri e raffigurazioni. L’occasione è I Racconti dell’Arte, che nella Sala Di Stefano al terzo piano del PAN ha dato un assaggio ai presenti di cosa sarà Escher, la grande retrospettiva che il gruppo Arthemisia porta al Palazzo delle Arti di Napoli dal 1 novembre fino al prossimo 22 aprile 2019.

il curatore Sergio Gaddi

A narrare con maestria, passione ed entusiasmo Sergio Gaddi, curatore di mostre, che attraverso video, animazioni, ricostruzioni 3D e tante immagini ci ha proiettati nell’illogico mondo dell’artista olandese.

Suddiviso in cinque macro-sezioni, il percorso non può che partire dagli inizi e l’Italia, paese che Escher scopre e ama al punto da trasferirvici e viverci ben 12 anni. Ma non è l’arte rinascimentale, nota nel mondo, ad attrarlo. L’incisore olandese è particolarmente attratto dai paesaggi italiani e dalla bellezza del suo territorio, dai panorami senesi, da quella Magna Grecia che cercherà di catturare attraverso i templi di Segesta. E lo fa con quella precisione quasi fotografica delle sue incisioni e con quello straordinario talento.

Sebbene il suo maestro, Samuel Jessurun de Mesquita, tenterà di iniziarlo a quell’Art Nouveau tanto in voga agli inizi del ‘900, Escher ben presto troverà una sua strada e una sua espressione artistica che lo porterà via via ad allontanarsi dalle linee morbide di quello stile, indagando forme, immagini, prospettive e sovvertendone ogni regola al limite dell’illogico e della follia.

Non a caso le sue immagini saranno tanto di moda negli anni ’70 e tanto amate dagli hippy, che le declineranno in colori psichedelici osannando il maestro come un poeta vate la cui ispirazione doveva, a loro dire, essere frutto di sostanze oppiacee e stupefacenti.

Ma quello di Escher è talento puro, e genialità, e quell’andare oltre proiettandosi senza paura nella creatività più pura.

Non manca la sezione dedicata all’amore e alla Campania, non perché la mostra faccia adesso tappa a Napoli, ma perché nella nostra regione, e a Ravello per la precisione, il talentuoso grafico conobbe Jetta Umiker, grande amore della sua vita.

Siamo negli anni ’30, gli anni in cui l’artista comincerà a sperimentare con la geometria, creando immagini speculari come Exlibris, in cui il Vesuvio e la lava non sono altro che due figure simmetriche, o il colossale dipinto (che sarà presente in mostra) Metamorfosi 2, in cui Escher passa da una semplice raffigurazione a complesse evoluzioni di figura che si tramutano, tra l’altro, anche nel panorama di Atrani, a lui molto caro.

Affascinato dai paesaggi, si possono percepire persino echi di Van Gogh nelle sue opere, non perché volessero rappresentare un omaggio, ma perché ciò era la prova che Escher conosceva la storia dell’arte e, inevitabilmente, ne era influenzato, così come doveva averlo influenzato il Duomo di Siena, vero capolavoro dell’architettura rinascimentale italiana, nel disegno delle sue di architetture impossibili, che non potevano che ricordarmi un altro grande incisore fantasioso (di cui vi ho già parlato), Piranesi.

a sinistra un’opera di Piranesi, a destra un’architettura impossibile di Escher

Un’ampia sezione è dedicata alla tassellatura, e a quelle raffigurazioni con un senso di horror vacui che non lasciavano nemmeno uno spazio vuoto, e che tramutavano persino delle forme orientaleggianti ispirate ad Istanbul in pattern dalle più strane forme riempitive. Riempitivi a contrasto, forme e figure che, con demoni e altri indefiniti mostri e animali, citano addirittura un altro olandese, Bosch.

cover dell’album On the run dei Pink Floyd

Durante quella che è una vera e propria lectio magistralis, Gaddi non risparmia aneddoti e riferimenti musicali: Rolling Stones, i Pink Floyd, Simon & Garfunkel. Ma non sono solo citazioni di un gusto raffinato, ma artisti che in qualche modo si sono confrontati con il grande genio. E così scopriamo che ad un irriverente Mick Jagger, che aveva osato dargli del “tu” in una lettera, era stata rifiutata la proposta di usare una sua immagine per un album della sua band, che i Pink Floyd invece utilizzarono una sua immagine per il disco On the run del 1973, o che il testo di Simon&Garfunkel, the sound of silence, a detta del curatore comasco, è la perfetta sintesi e essenza del lavoro dell’artista.

Ma Escher è stato anche un artista che ha dato una forma visiva alle leggi scientifiche, ha studiato a lungo gli aspetti della rifrazione, il riflesso di una sfera, strutture, geometrie, mentre le sue opere attingevano da artisti come il fiammingo Jan van Eyck o il Parmigianino.

Bellissimi i suoi incroci tra la realtà bidimensionale e il 3D, che indagano dimensioni e spazialità.

Escher, vincolo d’unione

Ultima sezione non poteva che essere Escher-mania, e tutto ciò che il suo lavoro ha rappresentato e rappresenta per noi contemporanei che continuiamo ad ispirarci alle sue opere: da Magritte, che tanto mutua dal suo Vincolo d’Unione, agli spot in televisione, passando per i Simpson, tutti almeno una volta lo hanno (in)consapevolmente citato.

Quello di Escher è uno di quei casi in cui quella delle opere precede la sua fama, ma dopo questa mostra al PAN nessuno a Napoli dimenticherà il suo nome.

Grazie a Sergio Gaddi per questo affascinante racconto.

ART NEWS

L’eruzione di Pompei non fu il 24 agosto. Un’iscrizione oggi rivela la vera data

Che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., quella che distrusse l’antica città di Pompei, non fosse avvenuta in agosto, ne avevamo avuto la percezione quando gli scavi hanno restituito frutta di stagione e altri indizi che non facevano pensare ad un mese caldo. Ma che gli stessi scavi potessero restituire concretamente la data esatta dell’accaduto, fugando ogni dubbio, questo proprio non lo immaginavamo.

Il ministro Alberto Bonisoli con il sovrintendente Massimo Osanna mostrano la scritta su un muro degli scavi di Pompei (foto ANSA/Ciro Fusco)

È stato annunciato questa mattina, da direttore del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, insieme all’attuale Ministro della Cultura Alberto Bonisoli.

Un’iscrizione a carboncino avalla la tesi che l’eruzione fosse avvenuta ad ottobre. La scoperta riguarda la Regio V di Pompei, mentre l’iscrizione fa riferimento al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, che corrisponde dunque al 17 ottobre.

L’iscrizione a carboncino, trovata a Pompei, a supporto della teoria che la data dell’eruzione fosse ad ottobre e non ad agosto del 79 d.c., ANSA/ Ciro Fusco

A scriverlo un operaio bontempone che ha lo ha probabilmente scritto sul muro di una stanza che doveva essere in ristrutturazione proprio in quel momento, scrivendo la data all’interno di una frase scherzosa.

Già nel XIX secolo era stato il caldo di un ramo di bacche, che fa generalmente frutti in autunno, aveva destato qualche perplessità in merito alla datazione della famigerata eruzione che distrusse la cittadina pompeiana. Ma anche il rinvenimento di melograni e alcuni bracieri facevano presagire che gli ultimi giorni della cittadina romana non fossero proprio estivi o quantomeno caldi.

La Villa del Giardino portata alla luce durante i lavori di scavo al siro archeologico di Pompei dove e’ stata ritrovata anche l’ iscrizione a carboncino, trovata a Pompei, a supporto della teoria che la data dell’eruzione fosse ad ottobre e non ad agosto del 79 d.c., ANSA/ Ciro Fusco

Dopo tante speculazioni e ipotesi in merito oggi arriva finalmente la conferma, che sposta la data dal 24 agosto, convenzionalmente accettato dagli studiosi, al 17 ottobre del 79 d.C.

Una scoperta “straordinaria” la definisce il Ministro dei Beni Culturali, Bonisoli, che in una nota sottolinea che questi nuovi scavi rappresentano l’eccezionale competenza del nostro Paese.

ART NEWS

Nell’Antica Pompei emerge il prezioso altare del culto dei Lari

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta Vesuvio

Continua a riservare grandi sorprese Pompei, la città sommersa dal Vesuvio, protagonista qualche settimana fa dell’ultimo speciale di Alberto Angela su raiuno. Sommersa dalla furia del vulcano campano nel 79 d.C., la città cominciò a riemergere solo nel XIX secolo grazie alle prime campagne di scavo borboniche.

Da allora sono emersi negli anni affreschi, mosaici e sculture che ci hanno restituito un’immagine più nitida che mai, facendone “la più viva delle città morte”.

Ultimo grande regalo che il Parco Archeologico di Pompei ci ha fatto è un altare per il culto dei Lari. Si tratta di spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo la tradizione romana, vegliavano sulla famiglia.

Ce ne parla in anteprima esclusiva l’ANSA, dove è possibile vedere le prime immagini dello straordinario rinvenimento. Sull’altare è raffigurata anche una coppia di serpenti, un pavone e degli animali in lotta con un cinghiale.

La scoperta è stata fatta nella Regio V di Pompei, e rappresenta un vero e proprio “giardino incantato”, e si inserisce nel consolidamento dei lavori del Grande progetto Pompei: «Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta

fronti di scavo – ha detto Massimo Osanna, direttore degli scavi – che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l’area non scavata di Pompei».

In linea con il gusto del tempo, interno ed esterno si confondono in una raffigurazione che porta la natura all’interno dell’antica domus, dove scorgiamo uccelli che volano, un pozzo, una grande vasca colorata e il ritratto di un uomo con la testa di cane, che ai più potrebbe ricordare il culto egizio di anubi: «Una stanza meravigliosa ed enigmatica – commenta Osanna – che ora dovrà essere studiata a fondo».

Il rinvenimento rappresenta ad oggi il più grande Larario del mondo romano, e presenta ancora i resti carbonizzati delle offerte fatte a queste divinità.

Nulla però è dato sapere su chi fosse il proprietario della opulenta domus romana, ma rappresenta senza dubbio un affascinante enigma per gli studiosi.

Le foto sono dell’ANSA, scattate per l’occasione da Ciro Fusco.

Qui il link per la gallery completa.

ART NEWS

Siamo tutti parte della “performance art” di Banksy

“L’arte non si vende. L’arte si distrugge!” gridava Riccardo Pazzaglia nel film Il Mistero di Bellavista a metà degli anni ’80, impersonando un pittore pazzo che accoltellava i suoi dipinti subito dopo averli completati.

E sono tante le opere nella storia dell’arte distrutte o andate perdute, la cui iconica forza però è rimasta indelebile come un’impronta nella mente e nelle pagine di storia dell’arte. Da Caravaggio a Leonardo Da Vinci, solo per citare i più noti. A loro si aggiungerà anche quello di Banksy, che, provocatoriamente s’intende, ha compiuto un’azione destinata a far discutere ancora.

Da qualche giorno infatti il mondo dell’arte non parla d’altro. Me ne accorgo dagli stati di facebook di amici e appassionati, che continuano a commentare con ammirato stupore la sua impresa. Venerdì 5 ottobre, il misterioso streetartist, la cui identità è ancora ben nascosta dietro al noto pseudonimo, ha venduto da Sotheby’s a Londra una delle sue opere più famose, Girl With Balloon, battuta all’asta per 1,04 milioni di sterline, pari a 1,18 milioni di euro. L’opera però si è autodistrutta in pochi secondi, davanti agli occhi esterrefatti di banditori e presenti in sala, subito dopo l’aggiudicazione. All’interno della cornice infatti pare ci fosse un distruggi-documenti che ha fatto scivolare la raffigurazione a brandelli.

Subito dopo l’artista ha postato un’immagine dell’accaduto su instagram con scritto “Going, going, gone…”: «Sembra che siamo appena stati Banksy-zzati» ha detto il direttore di Sotheby’s Alex Branczik.

E mentre il mondo si chiede se questo gesto aumenterà o meno il valore dell’opera, mi chiedo se questo non possa essere considerata una nuova tipologia di performance artistica, al pari di Marina Abramović, dove tutti siamo stati chiamati a partecipare con la nostra sorpresa social(e), interrogandoci ancora una volta sul concetto stesso di arte oggi, in un mondo dove la digitalizzazione e la riproduzione in altissima definizione ha reso immortale l’immagine, permettendo persino la ricostruzione di un Caravaggio rubato a Palermo nel 1969.

Se è proprio negli anni ’60 che nasce e si sviluppa la performance art, l’azionismo, con artisti del calibro di Yōko Ono, Philippe Petit, Hermann Nitsch, facendo dell’interazione con il pubblico parte integrante del proprio messaggio artistico, Banksy ci ha trasformati tutti in quella sua bambina con il braccio teso che tenta invano di afferrare un palloncino rosso, simbolo di un desiderio che sfugge proprio come il suo stesso dipinto tagliato a strisce, che si fa rimpianto suo e nostro.

Una rivoluzione persino per la performance art, in una presenza-assenza dell’artista che si fa beffe del suo pubblico, e se la ride interagendo attraverso i social.

Un gioco (d’arte) di scatole cinesi, in cui l’opera è forse il nostro rammarico, la nostra ammirazione, il nostro stupore dinanzi a quell’auto-distruzione davanti ai nostri occhi impotenti.

Se per Andy Warhol poteva essere una riproduzione in serie e per Piero Manzoni addirittura merda (ma d’artista), tramutandosi via via in un percorso esperienziale unico ed irripetibile per lo spettatore e lo stesso artista, c’è da chiedersi se non ricorderemo anche di quella di Banksy come della più grande performance art della storia, di cui abbiamo inconsciamente fatto parte. Di sicuro per adesso è la più costosa.