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Andy Warhol, il maestro dell’eccesso debutta in Europa con “Shadows”

Si intitola Shadows, ombre, ed è la monumentale serie di serigrafie fatta da Andy Warhol tra il 1978 e il 1979. 102 opere che arrivano per la prima volta al gran completo in Europa. È quello che accade al MAM, Museo di arte moderna della città di Parigi che fino al 7 febbraio 2016 ospiterà la collezione dell’artista americano. Ombre supera i 130 metri di lunghezza, ed è frutto di una riflessione da parte dell’artista a seguito di un tentato omicidio ad opera della femminista Valerie Solanas, riflettendo in tal modo sulla caducità della vita e sulla morte. Warhol parte da una serie di opere fotografate all’interno del celebre laboratorio newyorkese in cui operava, la Factory, ingrandendole e ripetendole decine di volte. Il nero si fa intenso, in contrasto con colori vividi, da risultare quasi l’effetto distorto di un acido. Colore e ombre si rincorrono così in indefinite forme sulle pareti, per un’installazione non convenzionale che andava oltre anche le regole della già trasgressiva pop art degli anni ’70.

Lo stesso artista, che alla prima presentazione del suo lavoro volle musica disco, provocatoriamente definisce questa sua creazione un “fondale da discoteca”. Noti per lo più i ritratti delle icone del tempo, da Marilyn Monroe a Elizabeth Taylor, questa serie invece è ancora poco conosciuta al grande pubblico europeo, che avrà modo di poterla conoscere nell’ampia retrospettiva tributata dal museo parigino: 200 opere che mostrano la passione dell’artista per la serialità. Una delle grandi rivoluzioni del pensiero artistico di Warhol infatti, fu quella di allontanarsi dal concetto di unicità dell’opera: al pari di una lattina di CocaCola o qualsiasi altro prodotto di largo consumo, anche le opere, secondo l’artista, dovevano e potevano essere riprodotte su ampia scala, senza per questo perdere la loro forza e il loro significato.

Lungo il percorso di visita ritroviamo così la sua serie di fiori alla “carta da parati con mucche”, dalle sedie elettriche ai grandi ritratti del leader cinese Mao Tse Tung, oltre a tutta una serie di autoritratti realizzati nel corso della sua carriera tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, poco prima della sua morte.

«Trascendendo la sua immagine superficiale di “re della pop art” – scrivono i curatori della rassegna, Sébastien Gokalp e Hervé Vanel – reinventava continuamente la correlazione tra opera e spettatore. In una costante rottura dei codici, desiderava riconoscimento in quanto maestro dell’eccesso».

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