CINEMA

Più “Piccoli Principi” e meno “Checchi Zalone”: ecco un film che meriterebbe un record d’incassi

Se c’è un film al cinema in questo momento che dovrebbe fare record d’incassi in Italia, questo è senza dubbio Il Piccolo Principe. A metà strada tra trasposizione della fiaba di Antoine de Saint-Exupéry, interpretazione della stessa e storia originale, il cartone mostra cosa succede quando una bambina, la cui madre autoritaria ne ha programmato gli studi e la vita, s’imbatte in un vecchio signore che quella vita, invece, gliela insegna attraverso le pagine di un classico senza tempo. Il risultato è un film originale, atipico, che ripropone le autentiche illustrazioni dell’autore francese in stop-motion, lasciando alla più moderna computer graphic la vita vera, quella asettica e squadrata degli adulti, fatta soltanto di lavoro, numeri, burocrazia e rigide tabelle di marcia da seguire.

Suggestive le musiche di Hans Zimmer che, nell’edizione italiana, incorniciano perfettamente le voci di Paola Cortellesi, Toni Servillo, Stefano Accorsi e Micaela Ramazzotti.

Diretto da Mark Osborne, già regista di King Fu Panda (2008), il film alterna sapientemente le pagine del romanzo al racconto che ne fa lo stesso Aviatore (Servillo), tra lo stupore e lo scetticismo di una bambina che si domanda come mai un Piccolo Principe riesca a vivere su di un asteroide e come faccia a sopravvivere da solo in un deserto, comprendendo, parola dopo parola, pagina dopo pagina, che non sono nient’altro che metafore astratte di lezioni per giovani-adulti, lasciandosi sedurre da una favola inverosimile che racchiude in sé molta più verità di quanta non ci si aspetti da una storia per bambini.

Cita un po’ Tim Burton Osborne, quando la giovane protagonista, alla ricerca del Piccolo Principe, che si fa ricerca del sé, viene catapultata in una catena di montaggio per costruire adulti, che, come un lavaggio del cervello, getta nell’oblio la fantasia per dare importanza a ciò che è “essenziale”. Ma cos’è l’essenziale, se non ciò che si vede col cuore ed è invisibile agli occhi?

E in un momento storico come il nostro, privo di valori, spesso fatto di immagine, di superficialità diffusa, di crudeltà gratuita, di guerra, violenza, benché ci sia bisogno di ridere e ritrovare il sorriso, sarebbe senza dubbio più costruttivo che fosse un’opera come questa a fare un record d’incassi nel week-end di uscita, anziché un idiot-movie italiano che storpia il titolo di un kolossal americano come Quo vado? di Checco Zalone. Perché è di questo che avrebbe bisogno l’Italia adesso, di alzare gli occhi e riflettere guardando le stelle, quel filosofico cielo stellato citato da Kant, di più introspezione, di più consapevolezza di sé stessi e del mondo, di più “Piccoli Principi” e meno “Checchi Zalone”.

La pellicola, come il romanzo originale del 1943 dello scrittore francese, infatti, è una lezione sulla vita, sull’amore, sull’attesa, sul ritorno e su tutti quei valori che dovremmo continuare a custodire anche da vecchi, per mantenere vivo quel fanciullino di pascoliana memoria, poiché, come dice lo stesso autore nell’incipit del libro, “Tutti gli adulti sono stati prima di tutto dei bambini. (Ma pochi di loro se lo ricordano)”.

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