INTERNATTUALE

Sii (im)perfetta come Venere

Le riviste patinate degli anni ’90 ci hanno abituato a top model perfette dalle gambe chilometriche: Claudia, Cindy, Eva sono diventate, nell’immaginario collettivo, simbolo della perfezione femminile, portabandiera di quelle forme prorompenti e visi delicati. Con la diffusione dei software di fotoritocco, Photoshop in primis, ci siamo avvicinati sempre più ad una bellezza ideale quanto irreale, mentre i primi anni del 2000, con Miss Italia, vedono l’affermarsi di una figura longilinea e filiforme, con reginette di bellezza così magre da far scalpore.

“Bella come una Venere” è questo il termine di paragone che le donne da millenni idealmente inseguono, facendo la fortuna di case cosmetiche, nutrizionisti e chirurghi plastici. Tutte vogliono avvicinarsi a quella dea di amore e bellezza per antonomasia, venerata (è proprio il caso di dirlo) dagli antichi greci con il nome di Afrodite, consacrata dai romani e celebrata anche da scultori e pittori di tutto il mondo.

E dire però che Venere non era così perfetta come tradizione popolare suggerisce da millenni. Le prime veneri scolpite nella storia dell’arte erano statuine di piccole dimensioni, plasmate dall’uomo per celebrare la Grande madre, ipotetica divinità femminile primordiale, le cui forme, come dimostra la celebre Venere di Willendorf del XXII millennio a.C., erano più che generose: ventre grosso, gambe grassocce, così come i seni e la vulva rigonfi. Che sia una idealizzazione o un ritratto, non è dato saperlo, quel che è certo è che quelle forme, che dovevano propiziare la fertilità, rappresentavano un ideale di bellezza sconosciuto a noi contemporanei.

Aveva le cosce grosse e braccia tarchiate anche la Venere nascente di un affresco di Pompei, mentre risale invece a Prassitele la figura di Afrodite cnidia e l’omonima scultura di marmo del 360 a.C., che ritrae la dea nel rituale del bagno. Vita ampia, fianchi larghi, gambe morbide e burrose, seno piccolo. È straordinariamente imperfetta la figura dello scultore greco, la cui copia romana è custodita nei Musei Vaticani, e dire che quel nudo molle, non erotico, ma non per questo meno attraente, continua silenziosamente ad affascinarci. E deve aver affascinato anche il maestro del Rinascimento italiano, Sandro Botticelli, che la ritrasse nel 1485 nella celeberrima Nascita di Venere in quella stessa posa morbida, pudica, intenta a coprirsi appena con i suoi capelli biondi, lunghissimi, tra i quali soffia Zefiro, dio del vento, mentre abbraccia una donna in un atto d’amore, simbolo stesso della dea nascente. Delicata, fianchi larghi, seno piccolo, piuttosto tozza rispetto alle filiformi modelle odierne da copertina.

Emerge dalle acque anche la Venere Anadiomene di Tiziano, risalente al 1520 (oggi alla National Gallery of Scotland di Edimburgo), la quale, incurante della sua figura appesantita, se ne sta nuda, languida e fiera nel mare da cui è nata, strizzandosi con le mani i lunghi capelli.

Lontani dagli artifizi della fotografia digitale, con le loro opere immortali, i grandi maestri d’arte ci insegnano a cogliere nella straordinarietà dell’imperfezione la vera bellezza.

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