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Museo Archeologico di Napoli: tutte le sezioni inaccessibili al pubblico

Fondato nel 1777 per volontà di Ferdinando IV, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli nasce originariamente come cavallerizza, per poi trasformarsi, nel corso dei secoli, in Palazzo dei Regi Studi prima e in Real Museo Borbonico poi, vero e proprio spazio espositivo per in cui trovavano posto i reperti di quello che era il Museo Hercolanese e quello del Museo Farnesiano dalla Reggia di Capodimonte, diventando Museo Nazionale con l’unità d’Italia nel 1860.

Con i suoi oltre 12.600 metri quadri, oggi il MANN è uno dei musei archeologici più importanti al mondo, vantando collezioni che vanno dalla Preistoria all’Antica Roma. Ma se gli anni ’90 sono stati l’ultima decade di splendore per l’edificio ristrutturato, tra gli altri, dall’architetto Ferdinando Fuga, il primo decennio degli anni 2000 è senza dubbio quello degli “buio”. Nulla o poco resta oggi di quel museo che per importanza e prestigio attirava orde di visitatori, e che adesso non sembra neanche più lo stesso. Tante infatti le sezioni completamente escluse dal tradizionale percorso di visita, se non per rare eccezioni, da quella di Numismatica, al piano ammezzato del museo, che raccoglie monete che vanno dalla Magna Grecia al Regno delle Due Sicilie, alla sezione delle Gemme, un piccolo ambiente ovattato, in cui predominano i colori del bianco e le antiche teche in legno, nel quale si accede attraverso una piccola porticina alle spalle della colossale statua dell’Ercole Farnese, al piano terra, che conta oltre 2000 pezzi, tra pietre e camei, tra i quali spicca la straordinaria Tazza Farnese.

I visitatori più attenti, o almeno quelli più fedeli, ricorderanno l’ampia sezione Topografica, all’interno della quale vi erano i piani ammezzati della sezione dedicata alla Preistoria e Protostoria fino all’Età del Bronzo e del Ferro, in quelli che erano gli spazi espositivi più recenti.

Alla destra dello scalone monumentale, attraverso il corridoio che ospita le sculture e ritratti romani della collezione Farnese, si accedeva ai sotterranei dove trovava posto l’ampia sezione egizia, seconda, per importanza, soltanto al Museo Egizio di Torino, dove un tempo era esposta la mummia della cosiddetta Dama di Napoli, funzionario della III dinastia (tra il 2700 – 2640 a.C.), con reperti che coprono un arco temporale di tre mila anni, con vasi canopi, statue e, addirittura, la mummia di un coccodrillo. Oggi la sezione è relegata nei sotterranei della parte anteriore del museo, appena sotto il guardaroba, entrando sulla destra, e poco o nulla è esposto di quella che era una sezione, letteralmente, faraonica. Ma se per la sezione egizia, secondo il sito napolilike c’è la data di apertura dei nuovi e più ampi spazi espositivi che apriranno al pubblico il prossimo 7 ottobre 2016, così invece non può dirsi delle sale della collezione Farnese, straordinaria raccolta di un ampio gruppo scultoreo, le cui sale sono state di recente oggetto di un riallestimento e il cui accesso è spesso impedito al pubblico, con luci spente e transenne, o il grande Salone della Meridiana, per lo più aperto solo durante mostre ed eventi.

Inaccessibile anche la sezione epigrafica, nel piano seminterrato dell’edificio, una delle principali nel suo genere, sia per la mole di documenti che raccoglie, sia per l’importanza che ha avuto nella storia degli studi dell’epigrafia, con oltre duemila documenti in lingua latina, greca e dialetti dei popoli italici.

Chiusa al pubblico anche la sala del Plastico di Pompei, mastodontica ricostruzione in sughero dell’Antica città distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si presenta ai suoi visitatori italiani, e stranieri soprattutto, come un museo ad apertura ridotta, ma il cui biglietto è a prezzo intero (8 € senza riduzione alcuna), mostrandosi da anni come uno spazio trascurato, sfruttato male, con sezioni completamente chiuse o addirittura escluse dai percorsi di visita da anni, e aree dell’edificio inaccessibili al pubblico anche durante orari e giorni di apertura ordinari che esulano da aperture straordinarie o domeniche gratuite, dove l’afflusso di visitatori è senza dubbio maggiore.

Il personale del museo si concentra soltanto all’ingresso, con inutili hostess che obliterano il biglietto al posto dei visitatori, e la totale assenza nel resto delle sale, lasciando tesori inestimabili alla potenziale pazzia di chi potrebbe danneggiarli.

I visitatori non seguono un ideale percorso di visita, ma girovagano per sale e allestimenti dal sapore precario, porte chiuse e sezioni mutilate, il che è inconcepibile se si considera quell’ampia fetta di pubblico per lo più straniera che in questo museo vi entra per la prima e, forse, unica volta nella vita, ed è ancora più ridicolo che i visitatori siano costretti a pagare un biglietto intero per un museo decisamente ridotto.

E se la carenza di personale può essere addotta ai continui tagli alla cultura, sono due le osservazioni da fare: si potrebbe sopperire a tale problema incrementando la sinergia con le università, e trovando soluzioni lavorative che esulano dal semplice tirocinio, e potrebbero rappresentare per gli studenti una vera e propria esperienza professionale nel settore museale che vada oltre l’obliterare un biglietto o sorvegliare stancamente una sala su di una sedia.

La seconda riflessione è di carattere etico: non sarebbe più corretto optare per un ingresso ridotto per tutti o avvisare con maggiore onestà i visitatori che quanto possono attualmente vedere sul sito indicato come percorso di visita in realtà è prevalentemente chiuso al pubblico?

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