CINEMA, INTERNATTUALE

The Danish Girl, delicata storia una donna prigioniera nel corpo di un uomo

È provvidenziale l’uscita di The Danish Girl nei cinema italiani, che arriva a ridosso della votazione del disegno di legge sulle unioni civili nel nostro paese. Candidato a quattro premi Oscar, tra cui quello di miglior attore protagonista per Eddie Redmayne, il film, diretto un altro premio Oscar, il regista Tom Hooper, è tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff (2000), incentrato sulla biografia del paesaggista Einar Wegener, primo transessuale della storia a sottoporsi a un intervento chirurgico per diventare donna, “musa” ispiratrice della moglie, la pittrice Gerda Wegener, con il nome di Lili Elbe.

Iniziato come un gioco, travestendosi da donna per sostituire una modella in ritardo, Einar, a contatto con quegli abiti, con quelle calzature, con quel mondo di merletti, trucchi e parrucche riscopre sensazioni della sua infanzia sedate per timore o convenzione sociale, recitando un ruolo, quello di uomo e marito che, a contatto col suo vero io, inizia a stargli stretto.

Paradossalmente, infatti, il protagonista è molto più se stesso quando veste gli abiti femminili di Lili che non i suoi, di Einar, che lascia scivolare sul fondo della propria anima come il ricordo di una vita che non gli appartiene.

È un film delicato, intimo, che indaga l’animo del giovane Einar senza sensazionalismi o provocazioni, ma con la stessa voglia di comprendere del protagonista che s’interroga su se stesso, sulla propria sessualità, sulla propria vita di donna imprigionata nel corpo di un uomo.

Raffinato, elegante come gli stessi costumi nominati agli Academy Awards, The Danish Girl mostra il disagio di scorgere un riflesso allo specchio che non corrisponde all’idea che si ha di sé, e a quel genere sessuale cui si appartiene sin dalla nascita.

Considerata una vera e propria malattia, l’omosessualità era classificata tra i disturbi mentali che rientravano nella sfera della schizofrenia. In questo particolare momento storico e politico, la vita di Einar Wegener è manifesto di una generazione e di una comunità, quella LGBT, che rivendica, come il pittore agli inizi del Novecento, il diritto di essere esattamente uguali al riflesso del proprio cuore e non a quello dello specchio.

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