INTERNATTUALE

L’estinzione della punteggiatura nella comunicazione scritta

In un’epoca in cui i primi approcci e le relazioni umane sono sempre più virtuali, la prima impressione di sé arriva spesso dalla scrittura. Non è più l’abito a fare il monaco, ma una buona conoscenza della lingua, e se la maggior parte è spesso intransigente con l’ortografia, in tanti invece sono più indulgenti verso la punteggiatura.

In meno di un lustro siamo passati dal canonico limite di 140 caratteri del vecchio SMS, alla totale libertà della messaggistica istantanea di WhatsApp, e se alcuni hanno riscoperto la gioia del “CH”, al posto dell’odiosa K, senza risparmiare sugli spazi, molti altri invece proseguono imperterriti, in barba alla grammatica, a parlare il “messaggese”.

Vittima sacrificale la lingua italiana che, tra congiuntivi sbagliati, abuso di punti di sospensione o la totale assenza di qualsiasi segno di interpunzione, diventa di non facile comprensione nella contemporanea forma scritta, costringendoci spesso a rileggere più volte lo stesso testo prima di rispondere.

Colpa, a volte, di un tono colloquiale o, addirittura, dialettale, diventato di uso comune, che sta influenzando l’italiano e la nostra percezione dello stesso e dei suoi toni, dati, appunto, da una punteggiatura sempre più liquida. Punti sospensivi per esprimere impropriamente pause tra un periodo e l’altro, successioni di punti esclamativi per manifestare generalmente rabbia o entusiasmo al punto che, non farne uso, è quasi percepito come poco coinvolgimento da parte del telematico interlocutore.

La punteggiatura ha origine nella tradizione oratoria antica, quando i segni di interpunzione sono diventati d’uso nei discorsi scritti, per far comprendere all’oratore quando fare una pausa. Un periodo infatti è una parte del discorso che ha un inizio e una fine, nel quale la virgola è il segno che indica la pausa più breve e il punto quella più lunga.

Assente invece nella comunicazione digitale, che dovrebbe essere ben distinta da pronuncia orale e pertanto anche i periodi più brevi i buchi tonali vanno colmati con la (corretta) punteggiatura.

Uno studio recente ha rivelato che soltanto il 39% degli studenti universitari e il 45% di chi utilizza software di messaggistica istantanea punteggia alla fine del testo.

Il linguista e direttore esecutivo di vocabulary.com, Ben Zimmer, in merito ha detto: «La punteggiatura digitale può avere più peso di quella tradizionale, perché si finisce col trasmettere innanzitutto il tono, il ritmo, l’atteggiamento, più che la struttura grammaticale vera e propria».

Secondo il linguista non c’è bisogno di periodi articolati, e frasi con artifizi grammaticali: «Si può scrivere anche un periodo breve ma pregno di significato».

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