INTERNATTUALE

L’indottrinamento islamico: come l’ISIS ci sta conquistando davvero

In questo momento mi trovo a Milano, a due passi dalle terribili esplosioni avvenute questa mattina a Bruxelles, e subito il mio pensiero è andato a lei, a Oriana Fallaci, la giornalista, la donna che aveva già profetizzato tutto anni fa come una novella Cassandra.

Un attacco terroristico. Un altro. All’aeroporto di Zaventem e alla metro di Maalbeek, nei pressi della sede della Commissione europea. I morti ormai li consideriamo come doppioni di figurine di un album che non si completerà mai. 34 questa volta. Trentaquattro vite spezzate dalla furia dei kamikaze.

I feriti invece preferiamo quasi non contarli perché sono molti di più. Ne sussurriamo piano il numero, considerandoli “i fortunati” scampati alla morte di questa lotteria del terrore che ci fa vivere con una sola domanda: “Chi sarà il prossimo?”.

Sembra la trama dell’ennesimo film d’azione di Bruce Willis, ma questa volta le bombe non sono effetti speciali da sequel di “Attacco al potere”, è tutto vero. Tra lo sgomento di chi pensa che si trovava lì appena qualche giorno fa e la paura di chi invece vive un viaggio come una roulette russa con la paura che gli sia riservato il prossimo proiettile.

Madrid, Londra, Parigi, di nuovo Parigi, adesso Bruxelles. Attacchi multipli, perché i nuovi attentati terroristici vanno in coppia come gli orecchini, ti devono far sentire braccato, e fugare da subito l’ipotesi che si tratta di un’esplosione colposa. Due, come gli aerei sparati alle Torri Gemelle nel 2001 come colpi di mitraglia. Sì, perché a questo “nuovo terrorismo”, quello post-Osama, non basta seminare panico e paura, ma ci deve far sentire braccati in casa, presi da più parti, in trappola come topi senza vie di fuga.

Il cuore dell’Europa è di nuovo sotto attacco, e a nulla valgono le precauzioni, l’esibizione dei biglietti al varco dei treni, il rinforzo dei controlli ai check-in in aeroporto o l’esercito nelle strade. Loro sono ovunque, e possono mattarci quando vogliono. È questo il messaggio che vogliono darci, mentre orde di migranti perdono la vita e fuggono da quei paesi già conquistati e martorizzati dalla guerra.

Xenofobia e cultura dell’accoglienza, due facce della stessa medaglia, che tra timore e tolleranza ci fa innalzare allo stesso tempo nel nostro paese muri e moschee. Stiamo tendendo una mano o, tra minacce e misericordia, ci stiamo facendo lentamente conquistare?

E mentre ci diciamo che è senza dubbio sbagliato questo vago senso neo-nazionalista che ci pervade, siamo forse inconsciamente vittime di un indottrinamento islamico.

Copriamo statue nei musei, togliamo crocifissi e presepi dalle scuole, chiamiamo “Festa d’Inverno” la celebrazione del Natale e professiamo la laicità di uno stato che ricorda la sua fede, proprio come in un califfato, soltanto per negare diritti di uguaglianza al prossimo. Stiamo evolvendo o, come diceva Oriana, stiamo soltanto entrando a far parte di una prima fase di cultura islamica moderata?

Se è vero che non dobbiamo lasciar sfociare le nostre paure nel razzismo e nella paura del diverso, è altrettanto vero che, come suggeriscono gli antichi, in medio stat virtus, la virtù è nel mezzo, e pertanto bisogna sì accogliere chi fugge da realtà per fortuna ancora lontane dalla nostra, ma non dimenticare le nostre origini, la nostra storia, la religione, la cultura.

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