INTERNATTUALE

Missione: LAVORO. L’epopea, tutta italiana, di chi cerca lavoro oggi

Curricula che si sottopongono soltanto via web, siti che spesso funzionano male, mail che nemmeno vengono lette. Al danno di faticare a trovare un posto, per i giovani si aggiunge la beffa di essere completamente ignorati dalle aziende, in un mondo in cui il passaparola e la raccomandazione sembrano ancora le vie preferenziali per impiegarsi.

Persino per fare il commesso in un negozio 40 ore alla settimana su turni sei giorni su sette si è trasformata in un’impresa, non soltanto meridionale.

Inviare un curriculum in formato PDF con tanto di lettera di presentazione, oggi equivale a lanciare una sonda nello spazio, dove la mission impossible non è più ottenere il “posto di lavoro”, ma riuscire quanto meno ad essere presi in considerazione.

Dopo il fallimento del curriculum europeo, considerato da molti troppo dispersivo e prolisso, i candidati brancolano nel buio, cercando di mediare tra un elenco di esperienze breve ma al tempo stesso efficace, divisi nell’eterna incognita se inviarlo soltanto on-line o presentarlo anche in formato cartaceo con la quasi certezza che venga rifiutato o successivamente cestinato.

Se aziende quali Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e molte altre utilizzano la piattaforma unica inditexcareers.com, agevolando, con un’unica iscrizione, l’invio della propria domanda di lavoro, è altrettanto vero che, soprattutto gli over 30, sono sistematicamente tagliati fuori dal mercato. Colpa di una job act che funziona nell’immediato, ma falcia il futuro di chi vuole stabilità.

Fiere dell’incoerenza, ricerca di personale rigorosamente “under 30” ma con savoire-faire e problem solving, neo-laureati ma con esperienza, studenti universitari ma laureandi. Per nuove formule lavorative che si fanno (sempre più) originali, rasentando uno stato servile non retribuito: dal tirocinio all’apprendistato, passando per la “collaborazione” e, addirittura, lo “spirito associativo” in onlus che promettono di crescere ed evolversi, finendo con l’assorbire nuovi adepti del lavoro gratuito fino al prossimo ricambio generazionale che vive nella vana speranza di farsi notare, passando da un progetto all’altro, da un lavoro all’altro, sperando di conoscere persone che contano, in attesa di una possibilità che probabilmente non arriverà mai.

Si finisce col danneggiare l’intera piramide del lavoro: dal professionista scartato perché costa troppo, ritrovando nell’improvvisazione del sottopagato di turno il compromesso con un prezzo, certo, ma non per questo della qualità, troppo spesso messa in secondo piano, al dilettante che prova impropriamente a fare qualsiasi cosa con un rapporto delle ore di lavoro inversamente proporzionale al guadagno percepito.

Ma prima di raggiungere un agognato contratto (in)decente, ci sono tanti messaggi automatici cui non seguirà mai una chiamata, colloqui andati male per le motivazioni più disparate e bizzarre (la residenza, ad esempio), e i messaggi cestinati senza nemmeno la (coscienza di una) presa visione. Sì, come quelli dei franchising di cose nuove di casa, che vengono direttamente eliminati senza nemmeno aprire il messaggio di posta elettronica.

In soccorso di chi vuole davvero un determinato lavoro ci sono gli “ALERT”, avvisi automatici via web, che inviano una mail all’aspirante dipendente qualora dovesse aprirsi una posizione con i requisiti richiesti, che una volta attivati equivale alla vana speranza che si liberi un posto in catene in cui nemmeno la maternità, una breve sostituzione per malattia o la morte sembrano non essere mai contemplate: come se tutti i dipendenti fossero automi à la “Uomo Bicentenario” che non si assentano perché non in grado di ammalarsi, procreare, morire. Nessun ricambio dunque, nessun “alert”, nessun annuncio che, su tutto il territorio nazionale, indichi una posizione, seppur temporanea, aperta. Senza alcun controllo dalle autorità di garanzia competenti.

Sono quasi mille, su tutto il territorio nazionale, le librerie appartenenti ai grandi colossi dell’editoria, ma, ad oggi, cliccando sulle rispettive sezioni “lavora con noi” dai siti ufficiali, la risposta è sempre la stessa: “Al momento non ci sono posizioni aperte”/“Al momento non esistono offerte d’impiego”.

Crisi economica latente o ingranaggio difettoso che blocca tutto il sistema?

A disciplinare un po’ il settore e pre-selezionare il personale da un po’ di anni sono arrivate loro, le agenzie interinali, veri e propri uffici di collocamento privati che, presa visione del curriculum, trovano il lavoro che meglio si addice alle attitudini e preferenze del candidato. Ma da qualche tempo esse non sono più mediatrici tra l’azienda e l’aspirante-lavoratore. Il candidato, ad esempio, per entrare a far parte di un’azienda leader nella produzione di mobili e arredo di design a basso costo, stipulerà un contratto (al massimo trimestrale) direttamente con l’agenzia, la quale via via lo convocherà comunicandogli turni e orari di lavoro e mansioni a seconda delle richieste dell’azienda, con il minor costo e la massima resa, senza di fatto essere mai stati assunti dal brand per la quale si sta lavorando, con grande disagio, anche psicologico, poiché non si è nemmeno più padroni del proprio tempo col timore di una chiamata in qualsiasi momento.

Spulciare e iscriversi ai tanti motori di ricerca di lavoro, si trasforma col tempo in un lavoro, portando via tempo, speranze, lettere di presentazione e curricula, che finiscono nel dimenticatoio, con la beffa di una casella di posta elettronica invasa da spam e promesse di richieste fittizie atte solo ad incrementare introiti di banner pubblicitari e newsletter promozionali.

In tanti oggi richiedono un profilo LinkedIn, il social network professionale, che metterebbe in contatto aziende e lavoratori, o professionisti dei settori più disparati facilitandone comunicazione e selezione. In realtà i profili on-line sanno un po’ di corteo autoreferenziale, dove ognuno cerca di promuovere se stesso, la propria immagine e il proprio lavoro, disinteressandosi di quello degli altri, mentre i soli messaggi che si ricevono, sono i classici copia/incolla dai social media manager che cercano di proporre costosi quanto inutili corsi professionali a prezzi “scontati”, senza nemmeno aver scorto realmente il profilo della testa che si vuole arruolare per riempire la propria aula di studio.

Insomma in un mondo, quello lavorativo, dove l’interesse di assumere in base ad una reale meritocrazia sarebbe innanzitutto del datore di lavoro/azienda, l’unico modo per essere assunti sono ancora spintarelle e nepotismo, a discapito non soltanto di chi meriterebbe onestamente quantomeno una chance, ma anche, e forse soprattutto, ai danni di chi assume ritrovandosi dipendenti impreparati e inadeguati alle mansioni da svolgere.

Da qui forse la pratica ormai diffusa di “abbellire” il proprio curriculum, inventando esperienze e capacità in realtà inesistenti, poiché se non si hanno santi in paradiso, l’unico modo di sperare almeno in un colloquio è senza dubbio quello di mentire.

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