INTERNATTUALE

Referendum trivelle: il fallimento di chi (non) ci è andato

In quella che doveva essere la domenica del cambiamento, ieri 17 aprile 2016, in cui il popolo era stato chiamato, sovrano, a votare per decidere le sorti del proprio mare, ancora una volta a vincere è stata una silente indifferenza. La chiara dimostrazione di cittadini che, come arrendevoli mandrie al macello, ascoltano soltanto ciò che passa attraverso la televisione. A nulla sono valse le campagne nelle piazze e su internet, sui social in particolare, per sensibilizzare al voto: il referendum sulla prosecuzione delle trivellazioni nei mari italiani per l’estrazione di materie prime è passato del tutto inosservato. A dimostrarlo l’assenza dei seggi di chi ha preferito “non esprimersi”, o meglio di quanti hanno completamente ignorato la delicata tematica ambientale.

Gli italiani sembrano molto più compatti quando si tratta di cacciare Simona Ventura dalle acque di Cayo Paloma, piuttosto che estirpare le trivelle dai mari nostri.

Colpa, forse, di una propaganda televisiva blanda, che se negli ultimi giorni ha pressato maggiormente, con i classici spot esplicativi sulle modalità di votazione, nei mesi precedenti ha del tutto bypassato l’argomento, lasciando eventuali approfondimenti in merito a servizi poco sponsorizzati in seconda serata.

Poca informazione, poca sensibilizzazione e poca sensibilità, per un popolo che vanta oltre 7000 chilometri di costa, e che, anziché svenderlo alle nazioni limitrofe, dovrebbe fare del mare la sua principale attrazione per un rilancio del turismo non soltanto culturale.

Sono lontani i tempi in cui gli italiani, interpellati ad esprimersi sul destino del paese, accorrevano a frotte alle urne credendo nel cambiamento: furono oltre 30 i milioni di persone che nel 1974 si dissero la loro in merito al divorzio, con un’affluenza alle urne di oltre l’87%, più di quando nel 1946 23 milioni di persone accorsero per scegliere tra Repubblica e Monarchia.

Poco più del 30% gli italiani che hanno votato: 15 invece i milioni di “Sì”, contro le trivelle, ma non abbastanza da raggiungere il quorum richiesto affinché questo quesito referendario fosse valido.

Due mondi che non riescono ad incontrarsi. La politica è percepita come un mondo altro, di raccomandazioni, tangenti, mazzette, di amici di amici e figli degli amici, di governi che si riproducono per cooptazione. Un mondo in cui chi sta al potere pensa soltanto al proprio benestare, all’aria da primo della classe dinanzi ad una Commissione Europea spesso pronta a bacchettare l’Italia come un allievo indisciplinato.

Ma la sconfitta non è solo di chi ha preferito ignorate, piuttosto che andare barrare la scheda in bianco, esprimendo comunque il proprio dissenso.

Un fallimento. La vittoria, tutta italiana, dell’ignoranza civica e di quelle cariche di Stato che anziché incitare i propri cittadini ad andare alle urne, hanno suggerito di non farlo, asserendo implicitamente di rinunciare a quell’unico diritto che consente al popolo di smettere di essere sudditi, per ritornare cittadini.

Insomma erano più numerosi quelli in fila ieri ad Arese per un po’ di pollo fritto gratis. Ma la parte peggiore è che chi ci è andato, a votare, non ha fatto una figura migliore. Tante infatti le schede elettorali e foto in cabina postate su facebook per mostrare la propria sensibilità e solerzia, facendo, anche di un voto, un fenomeno social più che questione sociale. Più che salvare il mare con un “Sì” sembrava che gli elettori fossero interessati a salvare la faccia con un selfie. E il peggio è che l’Italia ha dimostrato un’ignoranza maggiore: nemmeno il richiamo social della foto “trendy” su facebook è bastato a far raggiungere il quorum a questo referendum già insitamente lercio.

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