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Strage di Orlando in un locale gay: l’odio che vince sulla libertà di essere

È un sabato sera qualsiasi per i ragazzi del PULSE, noto locale gay a Orlando, in Florida, dove i ragazzi, quelli omosessuali, vanno a cercare l’avventura di una notte o l’amore della vita, lì, sotto le luci psichedeliche, tra la musica, il caos, la gente, l’allegria di un’estate alle porte e la voglia di condividersi, per pochi attimi o per tutta la vita, con qualcun altro e sui social. Sì, perché ormai è così che va di moda, postarlo su facebook, dire di esserci stati per esserci davvero.

Un sabato sera come tanti altri, ad ascoltare Lady Gaga e Madonna, tra un alcolico e un ballo sudato, quando sulla pagina facebook del locale compare l’inquietante stato: “Uscite dal locale e mettetevi a correre”. È l’inizio di un’apocalisse. Colpi che feriscono persone e spezzano vite. Saranno almeno 50 i morti e altrettanti quelli feriti, per una notte di divertimento che si è trasformata in tragedia.

La mano armata era quella di Omar Mateen, classe 1986, statunitense di origini afghane, originario di Port St.Lucie in Florida, alla fine braccato e poi ucciso dalla polizia intervenuta a fermare il massacro.

Un inspiegabile atto di follia che non sarebbe determinato da un’omofobia radicale, ma troverebbe spaventosamente una spiegazione nel terrorismo islamico, ricordando la terribile strage del Bataclan di Parigi dello scorso 13 novembre.

I colpi infatti, secondo una prima conferenza stampa delle autorità americane, sarebbero stati esplosi da un’“arma da guerra”, una pistola e anche un fucile, puntando di nuovo l’attenzione sulla facilità di acquisto delle armi in America.

E non sarebbe un caso dunque che quella che di fatto è la più grande strage di massa degli Stati Uniti sarebbe avvenuta in uno dei locali più in vista della scena LGBT di Orlando.

Sul corpo del ventinovenne, che avrebbe avuto una bomba anche nell’automobile, sarebbe stato rinvenuto un secondo congegno esplosivo.

Una mattanza che la polizia e le autorità locali starebbero, il condizionale è d’obbligo, trattando come un atto di terrorismo, forse interno, slegato all’ISIS, ma dettato da quella cultura dell’odio, di matrice islamica, deviata e violenta.

Aberrante i primi commenti del padre del killer che, raggiunto dai media, ha escluso l’islamismo estremo, dicendo che a far scattare il ragazzo sarebbe semplicemente l’odio contro i gay, scaturito a seguito di un bacio tra due ragazzi che avrebbe visto mesi prima.

Corpi, sangue, foto di ambulanze, stati, tweet. La strage si fa virale e passa immediatamente anche dai social network di chi alla furia è scampato e sopravvissuto e ha la fortuna di poterlo raccontare, o meglio, postare on-line. La rete, sfogatoio o palcoscenico, fonte di notizie per curiosi e giornalisti. Sui social si diffondono messaggi di solidarietà e bandiere arcobaleno, simbolo della pace e, paradossalmente anche di quella comunità gay, gaia, chiassosa ma mai violenta. E mentre gli jihadisti esultano sul web, definendolo “il miglior regalo per il Ramadan”, il pensiero è uno e uno soltanto: finché l’uomo farà vincere l’odio sull’altrui libertà di essere, non c’è religione che tenga, noi non potremo mai definirci una società civile.

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