INTERNATTUALE

Cosa dovrebbe insegnarci la strage di Orlando al Pulse Club

Sabato notte a Orlando, in Florida, un uomo americano di origini afghane ha aperto il fuoco con un fucile R15 e ha fatto 50 morti e altrettanti feriti in un noto locale gay della zona, il Pulse.

Un massacro violento, irrazionale, a metà tra sequestro con ostaggi e mattanza barbara. Alle origini di questo folle gesto si pensa possa esserci il fondamentalismo islamico, ma non si esclude la pista più evidente, quella dell’omofobia, o di un islamismo radicato interno.

L’attentato, dopo l’11 settembre, più grave nella storia degli Stati Uniti con armi da fuoco.

Una comunità straziata, e tante domande cui i politici tentano adesso di dare una risposta: no alla sconsiderata vendita delle armi, no all’immigrazione clandestina, no alla sottomissione ad una mentalità bigotta e retrograda, quella dell’islam, che tanti morti ha fatto nel corso degli anni.

Una storia che riporta alla cronaca tante tematiche: immigrazione e tolleranza per i gay, jihadismo e vendita facile delle armi.

Una notte, quella del Pulse, in qualche modo epocale, che le future generazioni ricorderanno come noi oggi ricordiamo Stonewall, altro storico locale gay statunitense, il cui ricordo delle persecuzioni della polizia negli anni ’70 ha dato origine ai Gay Pride nel mondo.

E dopo la carneficina si cerca ora il responsabile, non solo Omar Mateen, il killer, che ha materialmente ucciso cinquanta persone, ma ciò che ha originato un gesto di (stra)ordinaria follia, cui la società contemporanea si sta tristemente abituando. A far scattare la molla nella mente del serial killer sarebbe stato un bacio tra due omosessuali mesi prima. Da lì una lenta meditazione, l’acquisto delle armi, fino alla furia della scorsa notte.

Omar Mateen siamo tutti noi, e le nostre armi non sono fucili e pistole, ma pregiudizio e intolleranza. Quando guardiamo con diffidenza e schifo due ragazzi tenersi per mano, quando deridiamo persone omosessuali, quando ci mostriamo chiusi e violenti verso una community che di fatto c’è, esiste, non soltanto nel mondo occidentale, ma ovunque. In ogni Paese, in ogni razza, in ogni religione esistono persone omosessuali. E non si tratta di una degenerazione moderna della rivoluzione sessuale, né di un “vizio”, ma di una caratteristica congenita che ritroviamo talvolta anche in natura, in specie animali come Bisonti, scimmie, persino Leoni della savana. Animali che istintivamente si accoppiano con esemplari del proprio sesso non soltanto per una naturale riproduzione sessuale, ma per quella voglia tenera e fisica di condividere semplicemente un momento di piacere insieme.

“Mamma, ti voglio bene. Sono intrappolato nel bagno. Sto per morire”. È questo il messaggio che Eddie, un ragazzo ferito rinchiuso nel bagno delle donne, invia alla madre pochi terribili istanti prima di morire. Parole che gelano il sangue e ci fanno riflettere sulla caducità della vita.

Pray for Orlando 2016 - internettualeE a chi grida che la “colpa” sia di quei ragazzi che mesi prima si baciavano in strada dinanzi alla mente malata di Omar, bisognerebbe ricordare che questo grido di aiuto, questo messaggino di WhatsApp dovrebbe insegnare che siamo tutti gay di quel locale. Siamo tutti esposti al pericolo di chi mal sopporta il nostro stile di vita, troppo libero e libertino per alcuni orientali.

È questo nostro silente preconcetto, gli sguardi circospetti, l’odio del diverso che ha armato la mano di Omar fino a fargli sparare, quasi come un rito sacrificale, il tentativo di purificare l’umanità da quelli che sono considerati gli “impuri”, i “peccatori”, rei del degrado sociale con la loro libertà.

“Mamma, sto per morire”. Il grido del giovane Eddie Justice dovrebbe insegnarci non soltanto la tolleranza, ma ai genitori di omosessuali dovrebbe insegnare ad accettare e accogliere il coming out dei propri figli. Perché la vita può imprevedibilmente e incredibilmente essere breve, violenta, feroce e cambiare in pochi terribili attimi. E qualsiasi individuo dovrebbe vivere, o morire, con la consapevolezza che gli altri sanno chi sia, chi fosse, realmente, e non avere una vita clandestina come quella di Omar, il killer, non vivere all’ombra dell’incubazione di un pregiudizio che porta alla nascita di mostri come questo.

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