INTERNATTUALE

Caro Saviano, Scampia non è solo “Gomorra”

Caro Roberto Saviano,

sono uno dei tanti cittadini di Scampia, quella che tu hai raccontato dieci anni orsono nel tuo saggio Gomorra, diventato poi film e adesso serie televisiva. Se già nell’ormai lontano 2006 ho riconosciuto al tuo libro il solo merito di aver riempito una lacuna bibliografica sugli scaffali italiani in tema di camorra, e in particolare sulla guerra tra clan di cui entrambi conosciamo bene i nomi, non ho trovato che fosse di per sé una vera innovazione, non solo perché quanto hai riportato nelle tue pagine lo abbiamo a suo tempo letto sui quotidiani locali e visto ai notiziari in TV, ma soprattutto perché non aggiungeva molto altro ad una cronaca trita e ritrita in ogni salsa da media locali e nazionali.

Certo, ho apprezzato il fatto che il tuo scritto ha catalizzato l’attenzione su di una realtà difficile come lo è stata Scampia, con i suoi boss, la criminalità organizzata, lo spaccio di droga, ma credo che tu, forse inconsapevolmente, ne abbia solo accresciuto il nome facendone esempio negativo per antonomasia, deputandola a periferia ai margini per eccellenza, quasi come se fosse l’unica realtà malfamata a Napoli o in Italia.

Per fortuna a Scampia, a Secondigliano, zone che tu continui a raccontare come sceneggiatore della serie prodotta da Sky, tante cose sono cambiate in dieci anni, tanti gli arresti che hanno contribuito a rendere questa periferia un posto migliore in cui vivere. Con questo non voglio avere la pretesa, o l’illusione, di dirti che oggi qui è il “Paese delle Meraviglie”, no, non di certo. Non sono una imbambolata Alice e qui non ci sono fiori canterini o gatti parlanti, se non sotto l’effetto di quegli stupefacenti che tu hai tante volte raccontato. Ma di certo questa non è più, o non è solo, la Scampia dei tuoi “Savastano”.

E ciò che mi fa più rabbia del tuo saggio, del film che ne è stato tratto nel 2008 e della serie divenuta un vero è proprio cult, è che si continua a raccontare un solo aspetto di questa realtà, quasi il tuo e quello dei produttori, si sia trasformato in un macabro accanimento terapeutico per cercare di tenere in vita un mito, quello di camorristi violenti e sanguinari, che tu stesso hai contribuito a smascherare e distruggere anni fa. E ciò che mi riesce più difficile da comprendere, è come possa adesso uno scrittore, che nei suoi interventi televisivi ha in qualche modo anche “deriso”, ridicolizzato la camorra, in qualche modo “osannarla” firmando uno sceneggiato che non fa altro che trasformare quegli stessi camorristi in eroi. E se io e te sappiamo che in realtà eroi non sono, che quelli che tu racconti sono degli antieroi contemporanei degli esempi su cui riflettere e allontanarsi, è altrettanto vero invece che essi sono percepiti dal pubblico a casa come personaggi da amare e, in qualche modo, emulare anche. Se non nella criminalità, almeno per fortuna non sempre, in quei modi di fare e dire divenuti oggi veri e propri intercalari verbali, sdoganando l’allure camorristico come una sorta di fascino della divisa, fino ad esautorarsi in caricaturali imitazioni amate persino da quei bambini che invece dovrebbero prenderne le distanze.

Certo, va riconosciuto il fatto che tu non sia l’unico, e che le fiction Mediaset, tra l’altro con minor plauso di critica, hanno esse stesse negli anni portato in auge la figura del boss fascinoso incarnato da Gabriel Garko. Ma se la televisione commerciale ha dalla sua la scusante di dover pensare all’audience per gli introiti pubblicitari, non trovo in te una motivazione abbastanza valida che ti spinga a fossilizzarti su di un solo aspetto di Scampia, impoverendo tra l’altro la tua creatività che si svilisce da oltre dieci anni sempre sullo stesso argomento che, giocoforza, è finito col farsi mera opera di fantasia solo lontanamente ispirata ad una realtà ormai ben lontana.

Se con la pubblicazione del tuo libro la tua vita è cambiata, diventando uno dei cento scrittori consigliati persino dal New Yori Times, anche quella di noi cittadini di questa periferia lo è: come fenomeni da baraccone, dobbiamo di volta in volta rispondere all’annosa domanda “Come vivi a Scampia?” guardando ogni volta lo sgomento negli occhi di chi chiede, quasi fossimo reduci della guerra in Iraq. Persino persone che abitano ad appena qualche chilometro da qui, ne sono terrorizzati al solo pensiero. Prendono per buono quanto viene mostrato nel serial televisivo di Sky Atlantic, credendo, dopo averlo visto, di essere depositari di una verità assoluta, senza considerare che, sebbene l’efferatezza e gli eventi ricalchino verosimilmente storie e fatti veri, qui possa esserci anche un’altra faccia della medaglia.

Certo non è l’Hilton. Qui non siamo a Beverly Hills, le nostre palme non sono icona del lusso nel mondo, né abbiamo una Via Montenapoleone come le zone in. Ma per fortuna Scampia non è solo droga e armi, non ci sono soltanto boss e delinquenti di quartiere, né prepotenti donne della mala.

Scampia è anche tanta onestà. È il quartiere in cui sono cresciuti tanti e tanti studenti universitari e laureati come me, di chi studia e lavora sodo per difendere i propri sogni, il quartiere dei campioni olimpionici e delle reginette di bellezza, e di tante persone che ci credono ogni giorno. È il quartiere di chi si alza presto al mattino per sopperire alle necessità delle proprie famiglie. Qui non tutti ascoltano musica neomelodica, e anche se lo fanno non per questo delinquono. L’ignoranza non è sempre sinonimo di malvivenza.

Certo abbiamo ancora tanta strada da fare, dobbiamo ancora crescere come persone, uomini, cittadini. Imparare a rispettare le regole di quel vivere civile che contraddistinguono un quartiere notoriamente malfamato come il nostro da uno “bene”, ma in questi anni ho conosciuto così tanta bontà, così tanta gente perbene, così tanta allegria, così tanta gioia di vivere e vincere nonostante tutto, troppo spesso ignorate, perché probabilmente è più facile, e forse fa più share, raccontare solo le brutture di un posto come questo.

E allora, mio caro Saviano, smetti di perpetuare solo il mito di “Scampia” cui tanto hai dato, ma tanto ha anche saputo restituirti, e parla anche dell’altra faccia di questo sobborgo su cui splende anche il sole, di tutto il buono che c’è, di questa silenziosa piccola “Sodoma”, come il frutto dell’omonima pianta, che secondo la leggenda era il solo per volere divino a crescere in una regione totalmente sterile.

Chissà che non ne giovi anche la tua creatività.

Mariano, abitante di Scampia

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