INTERNATTUALE

“Je Suis Emmanuel”: l’omertà social(e) di una morte cui dovremmo ribellarci

Non ci sono “Je Suis Emmanuel” su internet, né bandiere o drappi di lutto sulle bacheche facebook della gente. Il trentaseienne nigeriano Emmanuel Chidi Namdi è morto per difendere sua moglie Chimiary da insulti razzisti. No, non siamo ad Orlando, né in nessun altro supermercato della Florida. Siamo a Fermo, nelle Marche, e questa è una storia tutta italiana di ordinario razzismo.

Emmanuel e Chimiary erano fuggiti dall’orrore della Nigeria, dal terrore di Boko Haram, per cercare asilo in Italia, confidando in quella rinascita che molti, oltrepassata l’incuria del mare su affollati barconi, si augurano di trovare toccando le coste italiane.

Stavano camminando tranquillamente verso il centro della città. È questo che ha raccontato Don Vinicio, parroco della cittadina marchigiana, che collega l’episodio razzista alle bombe poste nei mesi scorsi dinanzi alle chiese e a luoghi di culto di Fermo.

Emmanuel e Chimiary si imbattono in due ultrà che cominciano ad insultare pesantemente la donna: «Tua moglie è una scimmia africana» le dicono, suscitando la reazione dell’uomo che aveva promesso alla sua compagna di amarla, e difenderla in quella (nuova) vita che voleva costruire nel nostro paese.

La polizia ha già individuato un ultrà, già noto alle forze dell’ordine. Il secondo aggressore, per ora, resta solo come testimone.

Emmanuel e Chimiary erano ospiti della sede arcivescovile di Fermo, in attesa della domanda di asilo in Italia.

Emmanuel è stato picchiato a sangue con un palo divelto, sì, quelli della segnaletica stradale, che i due hanno preso scagliandosi contro l’uomo che alla fine ha avuto la peggio: portato in ospedale già in coma, Emmanuel è morto nella sera di mercoledì.

E allora perché nessuna bandiera? Perché nessun gesto di cordoglio o scritta di protesta? Siamo così abituati alla tragedia, all’orrore del terrorismo, alle decine di morti e centinaia di feriti, che probabilmente ci sembra poco la morte di un uomo. Ci sembra poco l’orrore del razzismo cui dovremmo ribellarci. Emanuel è il “diverso”, Emmanuel è tutti noi. Ognuno. Nella propria diversità religiosa, nel diverso orientamento sessuale, nel diverso colore della pelle.

Anche sua moglie, la sua compagna di vita, Chimiary è stata malmenata con una prognosi di cinque giorni. È salva lei, nonostante le ecchimosi e i colpi, e può continuare a sognare quella nuova vita che voleva insieme al suo compagno. Ma come? Come fai a guardare con gli stessi occhi di speranza un paese che ti usa così tanto odio gratuito?

Persino gli orrori della fame e della guerra ti devono sembrare meno brutali in quel “mezzo gaudio” comune a tutta la Nigeria. Ma un attacco così feroce, inaspettato, gratuito è una percossa del corpo e una ferita dell’anima che impiegherà ben più di cinque giorni di prognosi ospedaliera.

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