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Le chiese di Napoli che non vedrai mai

Sono circa mezzo migliaio le chiese costruite a Napoli dal periodo paleocristiano fino al XIX secolo. Edifici che hanno proliferato dall’editto di Costantino in poi, con la liberalizzazione del culto cristiano nel 313 d.C., e che si sono trasformati via via in veri e propri manifesti in pietra del potere per le famiglie nobiliari del capoluogo partenopeo. Un patrimonio, questo, storico e artistico di grande rilevanza, se si considera soprattutto gli stili, gli architetti, le maestranze e le opere d’arte che lo costituiscono.

Molti edifici sono dei veri e propri gioielli dell’architettura, che proiettano Napoli, quando era capitale del Mezzogiorno, tra le grandi città europee dal medioevo fino al rinascimento. Alcuni sono stati gravemente danneggiati nella prima metà del ‘900, tra i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e il violento terremoto del 1980.

Per alcune oggi nulla o poco sembra cambiato, se non qualche ponteggio per la sola messa in sicurezza, altre invece versano in stati di totale degrado e abbandono.

Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004
Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004

Seguendo il percorso tracciato da Vincenzo Regina nel suo libro Le Chiese di Napoli, sono ben due le Chiese chiuse in Via Costantinopoli, via dell’arte e degli antiquari napoletani, come la Chiesa di Santa Maria della Sapienza.

L’edificio risale alla prima metà del XVII secolo, su di un progetto di Francesco Grimaldi prima, Giacomo Di Conforto dopo, ma sono tanti gli architetti che si susseguono nei dieci anni di lavori, tra cui Cosimo Fanzago, al quale è attribuita la facciata con portico e ampie arcate a tutto sesto, e Dionisio Lazzari che l’avrebbe poi abbellita aggiungendovi i marmi bianchi all’interno.

La Chiesa aveva annesso anche il chiostro, demolito alla fine del XIX secolo per lasciar posto all’adiacente Policlinico vecchio, alle spalle della chiesa.

La Sapienza è chiusa da oltre cinquant’anni, e in questo mezzo secolo annovera una sola apertura straordinaria, quella del 2005, in occasione della rassegna Maggio dei Monumenti, che ne evidenziò soltanto i gravi danni artistici e architettonici a causa di gravi infiltrazioni d’acqua che interessano la struttura.

Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Santa Maria della Sapienza, scale
Santa Maria della Sapienza, scale

Le scale d’accesso, protette dai cancelli, sono oggi coperte da un tappeto di rifiuti composto per lo più da bottiglie e cartacce, trasformate in una vera discarica, e non sembra al momento che ci sia alcun interesse di lavori di restauro o quantomeno manutenzione.

Di fronte alla Sapienza c’è un altro complesso il cui accesso è proibito al pubblico, quello di San Giovanni delle Monache.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache - internettualeCostruita verso la fine del XVI secolo da Francesco Antonio Picchiatti, vede il completamento della facciata soltanto il secolo successivo ad opera di Giovan Battista Nauclerio. L’importanza di questo luogo fu tale da estendersi su una vasta area della città, entro le mura, comprendendo addirittura sei chiostri, tra cui quello superstite, il Chiostro di San Giovanniello, sei belvedere e altrettanti luoghi di svago.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata
Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata

Nel corso del XIX secolo il chiostro superstite diventa sede dell’Accademia di Belle Arti ad opera di Errico Alvino, mentre altre parti retrostanti la chiesa vengono demolite per far spazio alle nuove costruzioni del tempo, come il Teatro Bellini, che prende il posto del Bastione Vasto.

Negli anni ’70 tutti i beni artistici e preziosi sono spostati nei depositi della Soprintendenza, mentre in seguito al terremoto, crolla la volta e la cupola, completamente ricostruita.

La facciata di Nauclerio è in perfetto stile neoclassico, con due ordini di colonne, il primo composito e il secondo corinzio, con un portico in piperno, probabilmente per uniformarsi alla Sapienza di fronte.

Tanti gli artisti che avevano apportato le loro opere, da Luca Giordano, Francesco Di Maria, Bernardo Cavallino, Giovanni Balducci, Nicola Fumo, Andrea Vaccaro. Ma anche questo gioiello, come la Sapienza di fronte, è chiuso.

Chiesa di San Gaudioso Napoli - internettuale
Complesso di San Gaudioso, facciata

Lungo questo ideale decumano, il terzo complesso attualmente chiuso è quello di San Gaudioso, collocato nel vico omonimo. Un monastero dedicato a Settimio Celio Gaudioso da cui prende il nome.

Complesso San Gaudioso Napoli Cosimo Fanzago - internettuale
Complesso di San Gaudioso, scala

Se il nucleo originario risale al V secolo, è tra il XVI e il XVII che si verifica la sua espansione. Il chiostro è opera di Giovanni Francesco di Palma, ma nei lavori di restauro ritroviamo ancora una volta Cosimo Fanzago, autore dell’armoniosa scala di marmo che dava l’accesso al sito. Anche questo monastero, come la Sapienza, è stato negli anni completamente distrutto per far spazio alle vicine strutture ospedaliere che sono sorte negli anni a venire.

Oggi tutto ciò che resta è proprio quella scala disegnata dal Fanzago e parte dell’arco sovrastante, che costituivano le mura di cinta del chiostro di cui restano pochissime tracce. Tuttavia, dal punto di vista architettonico, questi resti diroccati sono comunque di grande interesse storico artistico, ma, come gli altri, completamente inibiti al pubblico.

Si stima che siano oltre 200 le chiese attualmente chiuse nella città di Napoli, alcune delle quali versano in condizioni in pessime condizioni strutturali ed artistiche.

Da qualche anno la Chiesa di Napoli sta dando a imprenditori, associazioni, enti e privati queste strutture in comodato d’uso, a patto però che esse vengano completamente restaurate e riportate all’originario splendore.

A leggere le direttive del bando però, sembra che sia riservato però ai soli imprenditori o a chi comunque ha già un’attività e, soprattutto, una rendita. Così facendo dunque si vanno ad alimentare gli introiti dei soli imprenditori, associazioni e privati che un rendiconto economico ce l’hanno già, impedendo a tutti gli altri di poter recuperare, magari con la sola fatica, cultura e passione, questi gioielli dimenticati. È pur vero che la Curia deve tutelare questi capolavori dell’arte assicurando loro una manutenzione e un restauro che solo qualcuno “con portafoglio” può garantire, ma non sarebbe più semplice, almeno per le strutture più piccole, offrire questi edifici anche a semplici studenti di storia dell’arte o beni culturali sviluppando altresì la libera imprenditoria e un lavoro per chi un lavoro non ce l’ha?

In questo modo, anche nella remota ipotesi in cui il restauro non sarebbe consentito in tempi celeri come quelli consentiti dall’investimento di un imprenditore, si garantirebbe comunque l’accesso alle strutture, magari con visite guidate da parte di chi le amministrerebbe e, attraverso attività culturali, riuscire a raccogliere il denaro per sopperire via via ai lavori di restauro e ristrutturazione necessari.

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