INTERNATTUALE

11 settembre 2001, quel giorno di quindici anni fa

Era il martedì pomeriggio di quello che credevamo un qualsiasi giorno di settembre. L’11, giorno che negli anni a venire avremmo imparato a ricordare come la data di una commemorazione che ha cambiato il volto dell’umanità. Una data, quella del 2001, che quasi spacca la storia in due parti. C’è un prima e c’è un dopo le Torri Gemelle, quelle mastodontiche costruzioni statunitensi, simbolo di una New York che a metà degli anni ’70 voleva dimostrare al mondo la sua grandezza, tristemente crollate nell’attentato di Al-Qaida.

Erano da poco passate le quindici del pomeriggio, Italia1 trasmetteva l’episodio di Sabrina Vita da Strega, quello con Melissa Joan Hart e il gatto parlante Salem.

Faceva caldo. Era uno di quei giorni di fine estate di un caldo afoso. Uno di quelli che, a quindici anni, ti fa desiderare che la bella stagione ricominci, anziché cedere il posto alla scuola e ai primi impegni settembrini.

Avevo da poco compiuto diciotto anni, e guardavo la televisione con la consapevolezza di chi sa che quelli sono gli ultimi giorni buoni in cui puoi sentirti ancora un adolescente che si affaccia con spensieratezza alla vita, quando il programma viene interrotto da un’edizione straordinaria di Studio Aperto. Un aereo si schianta contro una delle torri gemelle.

Un incidente. Un terribile incidente. Un guasto tecnico, forse un malore del pilota. Le ipotesi erano quelle di un mondo addormentato, non avvezzo alla violenza. Le guerre, quella del Golfo, quella del Vietnam erano così lontane da noi che sembravano reportage di guerra di epoche lontane, ancora legate a quella arcaica società post-bellica che tanto aveva faticato a trovare la pace.

La breaking news durò poco. Qualche minuto, il tempo necessario di informare i telespettatori. Ai tempi non c’erano le maratone di Enrico Mentana, e i canali all-news non erano ancora così diffusi. Internet era una realtà giovane, composta per lo più da qualche milione di pagine in HTML. Non c’era lo streaming, né YouTube o i canali del digitale terrestre o gli solidali hashtag #PrayFor. Ai tempi una notizia dovevi attenderla solo dalla televisione.

La sequenza dei due attacchi terroristici, provocato da due aerei di linea dirottati dai kamikaze contro le Torri Gemelle, l'11 settembre 2001,al World Trade Center di New York. ARCHIVIO ANSA
La sequenza dei due attacchi terroristici, provocato da due aerei di linea dirottati dai kamikaze contro le Torri Gemelle, l’11 settembre 2001,al World Trade Center di New York.
ARCHIVIO ANSA

Il programma riprese, insieme al fiaccare estivo. Dieci minuti più tardi circa, una nuova interruzione. Un secondo aereo aveva colpito la torre superstite.

Un attacco.

Le torri bruciarono per qualche ora come torce sulla città sgomenta, prima di crollare su sé stesse come monconi di candele che si sciolgono.

L’Occidente conobbe così l’Oriente. Era la prima volta che sentivamo pronunciare le parole Al-Qaida, terrorismo, noi che il regime del terrore lo avevamo soltanto studiato dai libri di storia. E poi Osama bin Laden, il crudele sceicco che si divertiva a spaventarci inviando videomessaggi da una desolata grotta dell’Afghanistan.

Le vittime furono 2.974. 90 i paesi che persero i propri connazionali negli attacchi al World Trade Center.

Eppure nonostante l’orrore, nonostante il voyerismo di osservare dallo schermo spaventati quelli che preferirono lanciarsi di sotto piuttosto che bruciare in quei palazzi d’acciaio e di fuoco, la vita sembrava fosse ritornata uguale a sé stessa.

Certo, adesso i controlli per salire su di un volo internazionale sarebbero stati molto più meticolosi, con metal detector ai check-in e vivisezioni dei bagagli all’imbarco, ma per noi, poco più che adolescenti che trascorrevamo le giornate ad aspettare nuovi episodi di Dawson’s Creek ascoltando le Destiny’s Child su MTV cambiava decisamente poco. Non avevamo la percezione del terrorismo, non ne comprendevamo il senso, giustificando quella tragedia come una scusa politica per attaccare il Medioriente.

Ci sarebbero voluti molti altri attentati e altrettante vittime, per capire che quello era soltanto l’inizio. L’attacco di Madrid nel 2004, Londra nel 2005, Parigi nel 2015, e Nizza e Monaco e Orlando. Al-Qaida ha oggi un nuovo nome, ISIS. Si è fusa con un costituente stato islamico che vuole imporre la sua religione e quella legge della sharia uccidendo civili, decapitando soldati e bruciando vive vittime innocenti. Le notizie corrono via web. Twitter, poi facebook, giungendo spesso solo dopo alle testate e redazioni giornalistiche. Non si contano solo i morti, ma i milioni di visualizzazioni di quelli che li guardano morire spaventati da una guerra che non è più lettere dal fronte, ma strage del quotidiano, in un escalation di controversi e incoerenti metodi che seminano indiscriminatamente morte e distruzione.

Le torri gemelle, quella sagoma che continua a stagliarsi contro il cielo di New York in vecchie cartoline e foto turistiche, e che bruciano nei reportage e video on-line, dopo quindici anni sono l’indelebile ricordo di un mondo altro ormai lontano, e la chiara consapevolezza che il terrore è qui, tra noi, e solo restando uniti nell’amore reciproco possiamo realmente sconfiggerlo. Perché, come diceva Oriana Fallaci: «Se lo chiedi, ognuno di noi si ricorda perfettamente dov’era e cosa stava facendo in quel momento. E tutto è avvenuto, o m’è parso, in un silenzio di tomba».

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