MUSICA, TELEVISIONE

Heidi, e quella sigla famosissima di cui tutti sbagliamo le parole

Heidi, ti sorridono i monti”. Quante volte abbiamo cantato il ritornello della sigla del famoso anime del 1975? Si tratta di un errore molto comune, dovuto probabilmente all’assonanza delle parole, ma in realtà il ritornello originale recita “Il tuo nido è sui monti”.

Lo so, è sconvolgente, ed io stesso, che l’ho scoperto ad un aperitivo tra amici qualche giorno fa, stentavo a crederci.

In realtà questo non è il solo luogo comune. Probabilmente penserete che a cantare la sigla sia Cristina D’Avena, regina incontrastata delle canzoni d’apertura dei cartoni animati. In realtà a cantarla è Elisabetta Viviani.

Il brano è una cover dell’originale tedesca, composta da Christian Bruhn, scritta in Italia da Franco Migliacci.

Se l’anime è giapponese, l’adattamento italiano si è rifatta invece alla versione teutonica, riprendendo la colonna sonora di Gert Wilden anziché quella originale di Takeo Watanabe.

i protagonisti del cartone Heidi (da sinistra): il nonno, Clara, Peter, la capretta Fiocco e la piccola Heidi

Tratto dal romanzo della svizzera Johanna Spyri, parla di una ragazzina orfana di padre e di madre che va a vivere sulle alpi con il burbero nonno e poi sarà portata a Francoforte presso una famiglia dove sarà la piccola dama di compagnia di Clara, bambina disabile che grazie all’entusiasmo e la travolgente allegria della piccola amica ritroverà anche l’uso delle gambe. Ma sono tante le differenze con le pagine del libro da cui ne è tratto. Heidi resterà sui monti per circa tre anni, dall’età di 5 agli 8. Nel cartone di Isao Takahata invece dura appena qualche episodio.

Lo stesso Peter lo ritroviamo soltanto nei capitoli finali, presentato come personaggio un po’ ostile alla piccola Clara, alla quale distrugge la carrozzina, mentre nel cartone è un bambino simpatico e affabile che cerca di aiutarla.

Contrariamente agli episodi TV la Signorina Rottenmeier non seguirà mai Clara e Heidi per recarsi sulle montagne con la nonna.

Nel libro della Spyri, c’è una forte presenza della fede, e più volte i suoi personaggi si rivolgono a Dio in preghiera. Nel cartone invece questa spiritualità manca.

Nel romanzo, il nonno di Heidi, che viveva da eremita nella sua casa, si reinserisce nella vita quotidiana del piccolo paese alpino. Nel cartone invece questo avvicinamento manca.

E infine un colpo di scena: nelle pagine della Spyri il cane Nebbia non c’è!

Qui la sigla originale:

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4 pensieri riguardo “Heidi, e quella sigla famosissima di cui tutti sbagliamo le parole”

  1. Certo, se le tue fonti sono gli aperitivi degli amici… Non capisco perché la gente non si documenta. Con i mezzi che abbiamo ci vuole un attimo. Basta che cerchi le parole online oppure guardi la sigla (intera) su Youtube. La cosa un po’ triste è che nemmeno prima di scrivere un articolo chi scrive ha l’accortezza di verificare, di mettere in dubbio quello che pensa di sapere. Qui se ti interessa un articolo come si deve, dove trovi vita, morte e miracoli della sigla, del cartone e delle musiche (compreso il successo incredibile del 45 giri di Elisabetta Viviani, nessuno ha mai pensato a Cristina D’Avena, che aveva 14 anni quando è uscito Heidi in Italia) http://www.ilpost.it/pierotrellini/2018/02/07/la-storia-della-musica-introvabile-heidi/ Poi potrai dire ai tuoi amici che sì, ad Heidi i monti le sorridevano proprio.

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    1. Cara Maria,
      chi ha scritto il pezzo sono io: mi chiamo Mariano Cervone, e ti ringrazio per aver letto (anche) il mio articolo, a dispetto del Post che, a quanto pare, per quanto a tuo dire “come si deve” deve averti lasciata comunque insoddisfatta, se sei finita sul mio blog per indagare ulteriormente la storia della sigla di Heidi. Il mio post, credevo fosse evidente dal tono colloquiale, voleva essere innanzitutto la condivisione della spontaneità di un momento, di una consapevolezza che è avvenuta esattamente lì dove hai letto, ad un aperitivo con gli amici. Perché vedi, ciò che invece io trovo un po’ triste è che passiamo molto più tempo a contatto con gli schermi dei nostri computer, degli smartphone, a googlare curiosità e vedere video su YouTube, perdendo totalmente l’attitudine di guardare le persone negli occhi, ascoltare ciò che hanno da dirci, di sentire quel contatto con la vita vera, fuori dall’isolamento dei social o dallo streaming on-line. Se avessi fatto attenzione al mio articolo, avresti avuto modo di notare che quello della sigla è in realtà un pretesto per parlare delle differenze del cartone animato tra la versione italiana e quella teutonica, senza alcuna ambizione di sostituirmi a fonti ben più autorevoli ed esperte di quanto io non sia. Non che avessi trascorso tutto l’happy hour a parlare di un vecchio cartone degli anni ’70, naturale (anche se non ci crederai) che anche io mi sia documentato in merito prima di scrivere. Ma ti ringrazio per il tuo suggerimento, che posto comunque con piacere, augurandoti invece che anche tu possa fare presto un aperitivo con i tuoi amici e, chissà, parlare magari del mio blog o di altre curiosità. Ma da vicino, senza la necessità di andare a cercare le parole on-line.

      Mariano

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      1. Sono d’accordo con te Mariano e apprezzo molto la tua filosofia “off-line”, la vita vera è quella che facciamo intorno a un tavolo. Quindi su questo la pensiamo allo stesso modo. Resto però della mia idea sulle fonti (che oggi sono prevalentemente online e prima erano solo cartacee).
        Un articolo informativo deve basarsi sulle fonti. Quello che ho letto sul post era un articolo più che completo, direi definitivo, come è solito fare quell’autore. Sono capitata sul tuo da Google cercando la sigla e il titolo mi aveva già fatto capire che era basato sull’equivoco di chi ascolta solo il primo verso della prima strofa senza verificare (ascoltando anche la seconda o semplicemente vedendo il testo completo online) se quello che si sta per scrivere sia confermato o meno dai fatti. E quindi,anche qui, dalla realtà. Perché altrimenti parliamo del nulla. Ed è un’occasione sprecata. Trovo che sia un peccato fare un post con un titolo incentrato su una falsità. Perché è l’insieme di azioni come questa che rendono tutto così, cito Boris, “a cazzo di cane”. Mentre un articolo può cambiare, in grande o in piccolo, la vita di una persona. Poi per carità qui stiamo parlando di un cartone. Ma dipende sempre da come ne parli. E da cosa dici. Perché poi ci possiamo pure guardare negli occhi ma se mi dici una cosa campata per aria è un peccato. Chiudo qui. Ti sorridano i monti caro Mariano!

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      2. Gentilissima Maria,
        non è mia intenzione farne un affare di stato, ognuno credo sia libero di leggere, o come nel mio caso di scrivere, ciò che desidera e nel modo che vuole.
        Ma, lungi da me fare lezioni di giornalismo spicciolo, saprai bene che sono tanti i siti come fanpage, ma talvolta anche l’Huffington e molti altri, a giocare sul “sensazionalismo” del titolo. Il mio è, come avrai notato, un piccolo blog, che deve difendersi in un mare di concorrenza spiegato, e talvolta bisogna anche un po’ giocare e stimolare il lettore affinché apra un link e legga ciò che hai da dire e, consentimi, se tu oggi sei qui, vuol dire che ha funzionato, e per me, al di là di qualsiasi giudizio o considerazione, è già una vittoria.
        Il sapere didascalico, l’artificioso sapere “da Google”, quello lasciamolo alle Treccani e enciclopedie online. Sul mio blog preferisco parlare di emozioni e di momenti.
        Grazie mille. Spero che tu sarai ancora tra i miei lettori.

        Mariano

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