INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia 2018: vince Carlotta Maggiorana, tra protesi, polemiche e dinosauri

Anche la 79esima edizione di Miss Italia si è conclusa. Tra il sensazionalismo di una concorrente con una protesi, Chiara Bordi (arrivata poi terza), e il tentativo di un programma di cui, forse, non sentiamo più il bisogno, ha vinto Carlotta Maggiorana, 26enne, sposata, di Ascoli Piceno, che non solo riesce ad abbattere il muro del nubilato delle Miss, ma anche quello dell’anonimato. Sì, perché Carlotta, nel suo curriculum artistico, vanta già apparizioni in fiction di prima serata come L’Onore e il Rispetto, programmi televisivi come Avanti un altro, lavori al fianco di Sean Penn e Brad Pitt, e già Miss Grand Prix 2009.

Ma dunque c’era proprio bisogno di vincere anche il titolo di più bella d’Italia?

Chiara Bordi, concorrente di Miss Italia 2018

Per anni il concorso, nato negli anni ’40 come 5000 lire per un Sorriso, con le sue corone, le fasce e la voglia di riscatto sociale che caratterizzava le miss, ha rappresentato un sogno per le ragazze italiane, che dalle spiagge alle passerelle, tappa dopo tappa, vedevano il sogno avvicinarsi. Oggi invece Miss Italia è come un titolo di studio che vale poco, si potrebbero raggiungere gli stessi obiettivi affermandosi sul web, aprendo un profilo instagram o YouTube, partecipando ad un qualsiasi talent. E se fino a qualche anno fa erano proprio questi che molte potenziali concorrenti avevano già sottratto ad un contest ormai logoro, oggi anche i social rappresentano una concreta alternativa a chi vuole affermarsi senza dover sottostare all’altrui giudizio o mettersi necessariamente in bikini.

Colpa anche di un programma che purtroppo non ha saputo difendere nel tempo la propria identità, e ha continuato a trasformarsi in tutti questi anni fino a perdere completamente se stesso: da talent di bellezza a quiz, da game show a becero spettacolo di intrattenimento che culmina senza nemmeno troppo pathos con un’incoronazione.

Sì, perché Miss Italia è cambiato quasi al punto da vergognarsi dell’originaria vocazione da esteta e, anziché ricercare ogni anno nuovi canoni di bellezza nella donna contemporanea, ha preferito ipocritamente fingere valutazioni della personalità, scoperta del talento, ricerca di intelligenza. Come se una reginetta di bellezza dovesse necessariamente dimostrare subito, parafrasando una nota canzone di Jo Squillo, che oltre le gambe c’è di più. E come se queste, per giunta, fossero capacità o doti che è possibile esprimere in meno di un minuto rispondendo a delle stupide domande o superando brevi prove.

Carlotta Maggiorana, Miss Marche, vincitrice di quest’anno.

Quest’anno proverbi italiani e tabelline: erano queste le “materie” in cui sono state interrogate le ragazze durante un dubbio question time, che si alternavano a domande personali sulla preferenza di campeggi o alberghi extralusso per le vacanze, a riprova, in un modo un po’ naif – per fortuna contestato dal giurato Pupo – che la valutazione della serata esulava dal mero aspetto esteriore, in un vortice imbarazzato un po’ imbarazzante.

Ogni conduttore, da Milly Carlucci a Simona Ventura, passando per Carlo Conti e Mike Bongiorno, ha cercato in qualche modo di cambiare regole e formule, di dare la propria impronta autorale oltre che la propria conduzione: e così via i numeri delle ragazze (che puntualmente sono ritornati), prove di talento (che invece sono sparite), titoli come Miss Curvy introdotti e eliminati nel giro di poche edizioni senza lasciare traccia, o che cambiano continuamente nome rinnegando le proprie radici (basti pensare a quello di Prima Miss dell’Anno, titolo tra l’altro vinto anche da Miriam Leone, oggi diventato Miss 365).

Insomma un concorso che si rinnova e non resta fedele neanche a se stesso.

Tutto probabilmente più per racimolare qualche percentuale di share in più, che non per vera convinzione e interesse sociale, mentre la RAI, preso atto dell’esponenziale calo di ascolti, opportunamente ha ritenuto che fosse giunto il momento di rinunciare ad un concorso che, edizione dopo edizione, è difficile persino riconoscere e che sempre più somiglia ad una sagra di Paese.

E se tante cose possiamo attribuirle o giustificarle con “il bello della diretta”, è senza dubbio brutto per il telespettatore a casa vedere il disagio dei conduttori, Francesco Facchinetti (alla sua terza volta) e Diletta Leotta, spesso impacciati, così come non è stato elegante vedere le maestranze della rete, così a lungo invocate nel corso della serata, spazzare in squadra coriandoli caduti sul palco e bouquet di fiori, tra l’altro forniti da uno sponsor, durante una finalissima che ha visto la partecipazione di poco più di 30 ragazze.

Ultimo, solo in ordine cronologico, il tentativo di riagganciarsi ai fasti di un passato con una fascia onoraria dedicata al compianto Fabrizio Frizzi, storico conduttore del programma scomparso lo scorso marzo. Come se bastasse uno pseudo-legame ad un volto amato dalla televisione italiana per riabilitare un programma che continua ad avere il retrogusto di nostalgico ricordo, e che oggi è sostituito da uno spettacolo inadeguato a rievocare quello che fu.

Strana persino la strategia di marketing, che ha promosso Jesolo (sede veneta delle semifinali) e Venezia random, celebrando però questa finalissima a Milano.

Dubbia persino la scelta della scenografia, che a tratti ricordava un programma di approfondimento sportivo da TV privata, o quella delle musiche, con il main theme di Jurassic Park sull’incoronazione, che fa apparire Miss Italia una forzatura anacronistica proprio come lo furono i dinosauri della pellicola di Spielberg, e che forse ci fa capire che sarebbe meglio che, come il T-REX della scena finale del film, sarebbe meglio che oggi Miss Italia si estinguesse.

Se non vuole davvero tramutarsi in un fossile di paleontologia televisiva, nemmeno ricordato dalle teche rai, Miss Italia dovrebbe evolversi, riscoprendo le proprie radici di mero beauty contest, e senza imbarazzo, senza indugio, senza ipocrisia valutare quella bellezza di quando le ragazze speravano di vincere 5000 mila lire con un semplice sorriso.

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CINEMA

C’è molta Napoli nei 21 italiani in corsa agli Oscar 2019. Eccoli:

Mancano ancora cinque mesi alla notte degli Oscar, quando il prossimo 24 febbraio 2019 l’Academy Awards premierà i migliori film, ma nel frattempo in Italia si respira già la magica atmosfera hollywoodiana.

Entro il prossimo 25 settembre infatti l’ANICA, l’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, sarà chiamata a scegliere la pellicola che rappresenterà il nostro Paese come miglior film straniero, ovvero non doppiato.

Sono 21 i film che ambiscono alla statuetta. C’è molta Napoli tra questi, a cominciare da A casa tutti bene di Gabriele Muccino, film corale interamente ambientato sull’isola di Ischia; CAINA, opera prima del regista Stefano Amatucci (manco a dirlo, napoletano) che affronta il delicato tema dell’immigrazione. E poi c’è Dogman, di Matteo Garrone, romano, che di Napoli e a Napoli ha lavorato e ne ha parlato tanto, a cominciare dal film Gomorra.

E poi c’è il regista di Torre del Greco Ciro Formisano, che candida invece L’esodo, pellicola con Daniela Poggi che affronta il tema degli esodati.

E poi c’è Napoli Velata, thriller di Ferzan Ozpetek con l’attrice napoletana Giovanna Mezzogiorno, in cui mistero, esoterismo, arte e vedute notturne di Napoli si mescola per dare vita ad una storia che in qualche modo cattura l’essenza di Napoli. Bellissima, in chiusura, la cover Vaseme di Arisa (inutile dirvi, a questo punto, qual è il film che spero sia candidato nella short list).

C’è anche Toni Servillo, attore feticcio di Paolo Sorrentino e già vincitore di un Oscar con La grande bellezza, nel film di Donato Carrisi che prova adesso a conquistare un posto nella cinquina: La ragazza nella nebbia, tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Carrisi.

Roberto Andò, reduce dal successo di Venezia 75, candida il pluripremiato Sulla mia pelle, con Alessandro Borghi, film duro che indaga gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, morto in seguito a delle lesioni e percosse in carcere.

Paolo Genovese ci prova invece con il suo The Place, che vede tra gli altri anche la partecipazione di Sabrina Ferilli (anche lei nel cast de La grande bellezza), indagando fino a che punto l’uomo è disposto a superare i propri limiti e, talvolta, la propria morale per ottenere ciò che desidera.

C’è molta immigrazione e periferia nei film proposti all’ANICA, da Come un gatto in tangenziale (con Paola Cortellesi e un simpatico cameo di Franca Leosini), a La terra dell’abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Poca commedia e molto dramma, è questo il cinema italiano che corre verso l’Oscar, proponendo, in tempi di scandalo Weinstein, film tosti come Nome di donna, con Cristiana Capotondi, di Marco Tullio Giordana, e Dove non ho mai abitato.

In un periodo storico di difficoltà e grande instabilità, il cinema sembra riflettere la realtà e sulla realtà, proponendo punti di vista, a volte inediti, ma genuinamente in puro stile italiano.

Chi ci rappresenterà? Per saperlo dovremo aspettare ancora qualche giorno.

Qui la lista completa in ordine alfabetico:

A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

CAINA di Stefano Amatucci

COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani

DOGMAN di Matteo Garrone

DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

L’ESODO di Ciro Formisano

L’ETA’ IMPERFETTA di Ulisse Lendaro

IL FIGLIO SOSPESO di Egidio Termine

LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

MANUEL di Dario Albertini

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek

NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana

QUANTO BASTA di Francesco Falaschi

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA di Donato Carrisi

RICCARDO VA ALL’INFERNO di Roberta Torre

SEMBRA MIO FIGLIO di Costanza Quatriglio

UNA STORIA SENZA NOME di Roberto Andò

SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo

THE PLACE di Paolo Genovese

TITO E GLI ALIENI di Paola Randi

INTERNATTUALE

Instagram, un popolo di influencer senza followers

Fino a qualche tempo fa c’era un proliferare di siti di self-publishing, che lusingavano i potenziali scrittori con la promessa di essere indipendenti e trovare la notorietà in questa sorta di piattaforma social. Erano i primordi di myspace e facebook si faceva largo, e non c’era ancora, forse, la consapevolezza che dal web potessero nascere delle vere e proprie star, ma probabilmente già se ne coltivava la possibilità.

La falla di queste piattaforme è che non c’è un pubblico di scrittori, ma, una volta iscritto, sei solo un aspirante-scrittore in un popolo di aspiranti-scrittori, che tenta maldestramente di promuovere il proprio lavoro ad altri che fanno altrettanto, in un reciproco scambio di like, di finti commenti e finte letture.

Io stesso ne ho provati tanti, prima di affidare il mio primo, e finora unico, romanzo, alla piattaforma wattpad, confidando che almeno un lettore nell’etere, scaricata l’app possa leggermi. Ma da qui a sperare di diventare il nuovo Dan Brown della letteratura, ce ne passa. E così riflettevo sul fatto che anche instagram si è trasformato in un popolo di aspiranti webstar, “influencer” si chiamano oggi, con la sola differenza che mentre nelle piattaforme di self-publishing c’è più o meno talento o quantomeno un lavoro (buono o cattivo che sia), sul noto social di fotografia ognuno vuole trovare la notorietà pur non avendo alcuna capacità.

Se in principio tutti volevamo quest’app solo per i “filtri ” e la possibilità di portare indietro i nostri scatti con effetti vintage, oggi la vogliamo per esserci, per sentirci fighi, per condividere le nostre foto al mare, per la notorietà.

Sono milioni i profili business che si bollano come “Blog personale”, fondati sul nulla, che ambiscono o sperano di essere qualcuno solo perché con la tecnica ormai logora del follow/defollow sono riusciti a racimolare qualche migliaio di seguaci, o ne hanno acquistati almeno 10.000 al mercato nero del web per meno di 8 €.

Non c’è più una vera audience della rete, non ci sono più i follower, i “telespettatori” di un tempo che riconoscevano l’altrui professionalità con ammirazione, ma solo un popolo che dal fondo della piramide social(e) tenta di imitare chi occupa il gradino più in alto, in una sequela di “posso farlo anch’io”, soltanto perché internet e le immagini conferiscono l’illusoria sensazione che basti uno smartphone, un filtro e una didascalia per trasformarsi in qualcosa d’altro pur non avendo alcun titolo o capacità per farlo.

Un appiattimento dovuto alla democrazia della tecnologia che consente a tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, dotti e stolti, di fare le medesime cose con altrettanta facilità.

La parte più drammatica è che in molti, soprattutto giovanissimi, credono che basti questo oggi per affermarsi al mondo, complice la perdita di importanza o prestigio di lauree e titoli di studio (visti come qualcosa di polveroso e noioso), e forse anche di premier e ministri della nuova generazione che amministrano l’Italia stringendo tra le mani a malapena un diploma.

Non c’è più preparazione, non c’è più meritocrazia, non c’è più spirito di sacrificio. A che servono ore ed ore di studio quando postando una foto on-line puoi ricevere 3000 like ed essere popolare nella home page per almeno un giorno?

E se il primo decennio degli anni 2000 ha visto proliferare migliaia di blogger (tra cui il sottoscritto) che tentavano con i loro post di mostrare sagacia, intelligenza e capacità di scrittura, lavorandoci, oggi tutti sono convinti che basti un selfie e taggare un brand d’abbigliamento per fare tendenza.

Persino le concorrenti di Miss Italia sono cambiate negli anni:  negli anni ’90-2000 molte studiavano giornalismo e sognavano la fascia come trampolino di lancio, oggi quasi tutte hanno profili instagram affollatissimi e vanno in TV più per aumentare il bacino di seguaci on-line che non per il titolo stesso di più bella del Paese.

Anche il mercato e il marketing stanno cambiando, lo sa bene Daniel Wellington, noto brand di lusso, che sul social fotografico ha trovato fama e prestigio regalando agli esordi i suoi ormai iconici orologi ai cosiddetti micro-influencer, coloro che avevano un seguito di almeno 5000 persone.

Se si è “figli d’arte” o si riceve l’endorsement da parte di qualcuno, allora il gioco è fatto: Chiara Ferragni, ad esempio, di tanto in tanto segnala questa o quella fashion-blogger da seguire, forte dei suoi 15 milioni di seguaci che continuano a crescere in maniera esponenziale, mentre sono tantissimi i figli e parenti dei VIP che si riciclano on-line come influencer e fashion blogger.

Ma non c’è più un vera e propria distinzione tra il pubblico e la webstar, tra chi segue e chi vuole farsi seguire, ma tutto è inglobato in un appiattimento fotografico in cui tutti vogliono porsi sullo stesso livello in base ai numeri, senza una distinzione, né consapevolezza, della qualità dei propri contenuti.

E d’altronde come si potrebbe, se a decidere chi sta sopra e chi sotto è un algoritmo che oggi si tenta di aggirare con il like bombing? Instagram è ormai popolato solo da persone che vogliono mostrare e mostrarsi, lasciando a tutti gli altri il quasi ingrato compito di restarsene in disparte e semplicemente seguire.

Perché forse si sa, parafrasando un vecchio detto, chi sa fa e chi non sa si mette su instagram. Tutti vogliono farlo non perché siano realmente capaci, ma solo perché ne hanno la possibilità.

Insomma Italia popolo di Santi, naviganti, poeti e influencer.

Sono pochi quelli che, come me (lo dico senza falsa modestia), cercano di farsi strada proponendo anche qualcosa di più concreto sul web (come il sito che state leggendo), che vada al di là di una semplice immagine su instagram, e che dia l’idea che oltre la singola foto c’è decisamente di più.

Ragion per cui, se siete giunti alla fine del mio post e vi è piaciuto, se volete seguirmi anche su instagram, questo è il mio profilo @marianocervone, e se volete invece raccontarmi la vostra esperienza, commentate o scrivetemi.

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La Signora della domenica è tornata: bentornata a casa, zia Mara!

La Signora della domenica è ritornata, e non c’è show televisivo che tenga. Dopo quattro anni di assenza, Mara Venier ritorna al timone di quello che forse è il suo programma preferito, Domenica In. E da subito la domenica ha preso una piega decisamente diversa. Avvezzi ormai da troppo tempo a programmi trash, litigi, diete improbabili, contese di denaro e dinastiche, avevamo quasi dimenticato la freschezza di uno spettacolo che divertisse senza becere trovate.

Mara Venier è visibilmente emozionata all’ingresso nello storico studio di raiuno, che l’ha vista tante volte regina degli ascolti, eppure è sicura di sé, una sorridente padrona di casa, che scandisce con precisione e consapevolezza le parentesi di una scaletta in cui si susseguono attualità, cronaca rosa e goliardici momenti di intrattenimento.

Si comincia con il caso Asia Argento, e l’accusa di molestie nei confronti dell’allora diciassettenne Jimmy Bennett, in un salotto dai toni decisi, ma non accesi, in cui intervengono senza latrati mediatici, Vittorio Feltri, Roberta Bruzzone, Vera Gemma in un dibattito in cui si battibecca, ma non si litiga, dove anche il pubblico in studio espone con educazione la propria opinione.

Tanto rumore, forse, per nulla, l’intervento di Romina Power, in cui il pubblico aspettava qualche strascico della “telenovela Carrisi”, nata in altri salotti televisivi di rotocalchi e reality, e che qui trova solo i toni pacati di un racconto di famiglia, del ricordo dell’attore Tyrone Power e dell’attrice Linda Christian, madre della cantante che a Cellino San Marco ha trovato una seconda casa.

E mentre su altre reti si ricerca lo schiamazzo, Mara “starnazza” ballando il ballo del qua qua con Romina Power, rispondendo con ondeggiante eleganza al voyeurismo televisivo che ricerca la polemica a tutti i costi.

Un intervento emozionante, che ha visto protagoniste anche le due figlie della cantante, Cristel Carrisi, intervenuta con un videomessaggio, e Romina Power Jr. in collegamento da New York.

Simpatico il tabellone con la bella Alessia Macari, nelle vesti di simpatica valletta ciociara del programma, e l’intro à la Renzo Arbore con una sigla che rimanda ai tempi di Quelli della notte, e a le edizioni degli anni ’90.

Non mancano gli imprevisti in questa domenica del ritorno, come la mancata partecipazione di Gina Lollobrigida ricoverata per un controllo in ospedale, presentata al pubblico senza clamori, allarmismi o inutili suspence.

Ma non è solo una domenica leggera, quella di Mara Venier, che dà spazio anche a temi importanti, come il cyber-bullismo e la violenza sulle donne, realizzando una bellissima intervista a Teresa Giglio, mamma di Tiziana Cantone, che si è tolta la vita dopo un video diventato virale in rete che la vedeva protagonista.

Immediate le reazioni del popolo della rete e di twitter, che fa subito trendare in vetta l’hashtag #Domenicain, facendo del programma anche un successo social.

Insomma, Mara Venier è ritornata più in forma che mai. Garbata, mai volgare, divertita e divertente, riproponendo una Domenica in che coniuga tradizione e innovazione, con una formula che intrattiene, convince, fa sorridere e emozionare.

Bentornata a casa, zia Mara!

TELEVISIONE

Napoli protagonista di Sereno Variabile, oggi alle 18.00 su raidue. Ecco cosa vedremo:

La stagione televisiva sta lentamente ricominciando. Manca ancora una settimana all’inizio ufficiale dell’autunno, ma tra i programmi che ritornano con qualche giorno d’anticipo, c’è Sereno Variabile, striscia settimanale con cui Osvaldo Bevilacqua gira la nostra penisola a caccia di tesori, tradizioni e bellezza.

È con un pizzico di orgoglio che oggi vi dico che la prima puntata che parte oggi, sabato 15 settembre 2018, è dedicata a Napoli.

Ed è un doppio orgoglio il mio, soprattutto perché questa puntata sarà dedicata non soltanto alla mia città, ma anche ad uno dei suoi musei più belli, il Museo di Capodimonte.

Salone delle Feste, Reggia di Capodimonte (Napoli)

Tra le meraviglie che il giornalista ci mostrerà c’è il Salottino di Porcellana della Reggia di Capodimonte, il sontuoso Salone delle Feste e gli affreschi.

Ma non ci sarà soltanto questo straordinario museo che prende il nome dall’omonima collina su cui sorge, ma anche il Palazzo Reale di Napoli, reggia della città e dimora del re e regine che sta proprio di fronte alla grandiosa Piazza del Plebiscito, e la Sala Diplomatica, con la volta decorata e le pareti rivestite di lampasso rosso.

Parte del Palazzo è oggi sede della prestigiosa Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, che vanta quasi un milione e mezzo di volumi, tra cui 20.000 manoscritti, piazzandosi di diritto al terzo posto, dopo Roma e Firenze, delle biblioteche italiane.

Nel corso della puntata non mancherà uno spazio dedicato al folklore di Napoli, alle superstizioni e alla spiritualità della città: Bevilacqua infatti percorrerà le strade di Spaccanapoli, tra arte, tradizione e storia napoletana, proponendo ai suoi telespettatori un suggestivo caleidoscopio di sapori e sensazioni.

L’appuntamento dunque è per oggi alle ore 18.00 su raidue.

Non mancate e, se vi va, scrivetemi cosa ne pensate.

CINEMA

Sulla mia pelle: Alessandro Borghi rivive gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi

Sulla mia pelle, film di Alessio Cremonini presentato nella sezione Orizzonti all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, è la minuziosa cronaca del caso di Stefano Cucchi, arrestato nella notte con le accuse di detenzione e spaccio di stupefacenti, e che muore in circostanze sospette nel carcere di Regina Coeli. La sua morte assurge alle cronache nazionali per la diffusione delle sue foto post-mortem in cui sul volto e sul corpo sono presenti gravissimi ematomi, che gli sarebbero stati causati da lesioni e percosse opera di un gruppo di carabinieri al momento dell’arresto.

Una giustizia fredda, quella mostrata in questo film, che ha Venezia 75 ha ricevuto il Premio Pasinetti speciale al film e ai migliori attori e il Premio Brian UAAR. Una vicenda, questa, che mostra un corpo dell’arma con evidenti conflitti irrisolti e frustrazioni, che spesso sfociano in atti di violenza gratuita, taciuta dagli stessi indagati e detenuti per paura.

Un pregiudizio e una sete di giustizia che si trasformano in giustizialismo.

Sì, perché Stefano, era sì colpevole, ma di scelte sbagliate che si sono accatastate come tessere di un domino che è crollato con un fermo notturno, e che ha finito coll’arrestare quella voglia di riscatto e quel cammino che Stefano a fasi alterne stava tentando di intraprendere.

Stefano Cucchi muore dopo una settimana di atroci dolori, senza la possibilità di vedere il suo avvocato o la sua famiglia, chiusa fuori dal carcere in un labirinto di burocrazia che sa più di interdizione che di iter.

Una regia asciutta, quella di Cremonini, che racconta una vicenda che ancora riempie le pagine di cronaca e dei rotocalchi televisivi, e lo fa senza pietismi o giudizi, ma raccontando una logica cronaca di fatti, che lascia all’intelletto di chi guarda la possibilità di trarre le proprie conclusioni. Un film intellettualmente onesto, che non si avvale di colonne sonore o inquadrature per convincere lo spettatore ad entrare in sintonia, ma di una voce narrante che racconta “un caso”. Perché non c’è bisogno di convincere: Stefano Cucci siamo tutti noi quando subiamo un sopruso e ci sentiamo inermi dinanzi ad una giustizia o una amministrazione pubblica complessa e approssimativa, fatta di passaggi spesso spiegati con poca chiarezza e di campi e rapporti compilati con troppa fretta.

Stefano Cucchi era proprio lì, davanti a tutti, con il suo volto tumefatto, le vertebre lesionate, gli ematomi sul corpo. Davanti a giudici, forze dell’ordine, personale medico, volontari. Lì, con la sofferenza sul volto e la solitudine nel cuore. Lì, con i suoi sensi di colpa e la paura di non uscirne più. Eppure nessuno lo ha visto, ognuno ha preferito tacere o voltarsi dall’altra parte.

Jasmine Trinca and Alessandro Borghi in Sulla mia pelle (2018)

Un cast che ha saputo rendere la tensione emotiva. Bravo Max Tortora, che messi provvisoriamente da parte i ruoli brillanti si cala nei panni del papà preoccupato, brava Jasmine Trinca in quello della sorella di Cucchi, Ilaria.

Immenso Alessandro Borghi, che con questo ruolo complesso, ha dato corpo, anima, volto e voce a Stefano, il cui nome oggi è al 148esimo posto dei 172 casi di morti in carcere nel solo 2009.

In chiusura la vera voce di Cucchi, che conferma non soltanto il suo stato di salute dopo le botte, ma quanto Borghi abbia lavorato per renderlo fedelmente e portare in questa pellicola l’umana sofferenza di u ragazzo ingiustamente vessato.

Un plauso a Netflix e LuckyRed per aver distribuito il film di un caso che speriamo non si ripeta mai più.

ART NEWS

Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Starbucks Milano: caffè, design e tradizione italiana. Ecco perché vale la pena andarci

Una nuova multinazionale fa il suo ingresso nel mercato italiano, e tutti a puntare il dito sulla nostra perdita di identità. Starbucks ha aperto ufficialmente le sue porte al pubblico a Milano, diventando così il primo store nel nostro Paese e, pare, secondo i bene informati non sarà l’ultimo.

Da sempre paradiso di frappuccini e muffin, da quando nel lontano 1971 Howard Schultz diede il nome del primo ufficiale di coperta di Moby Dick al primo store di Seattle, in origine fondato da tre studenti universitari.

Da allora Starbucks si è trasformato in un marchio di successo esportato in tutto il mondo: da New York a Parigi, dall’Inghilterra all’India, rivoluzionando il modo di bere caffè e creando un vero e proprio standard.

Bibitoni da sorseggiare lentamente durante la mattinata, stringendo tra le mani bicchieroni di carta, è questo nell’immaginario di noi europei, e probabilmente di tutto il resto del mondo, un’immagine simbolo del sogno americano.

Ultimi Paesi in cui la bella sirena del caffè tostato approda sono proprio l’Italia e l’Uruguay. Ma attenzione: a differenza di altre catene giunte nel nostro Paese da anni che con i loro prodotti hanno esportato anche il proprio stile, basti pensare a McDonald’s o Burger King, in cui ogni punto vendita è uguale all’altro, la storica catena di caffè americana qui arriva con una Starbucks Reserve Roastery, come a Seattle e a Shangai, una vera e propria sede di torrefazione del caffè lasciata a vista dei clienti, che vuole contribuire a rendere quello del caffè un momento esperienziale.

Sede deputata a questo importante debutto milanese è Palazzo Broggi, meglio noto come il Palazzo delle Poste in Piazza Cordusio 3. L’edificio fu costruito in occasione del rifacimento della piazza alla fine del XIX secolo, e faceva parte di un piano regolatore con cui si riorganizzava e ristrutturava la zona tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco.

A progettare il palazzo l’architetto che gli diede il nome, Luigi Broggi, e fu inaugurato nel 1901. La facciata è in stile umbertino, declinazione italiana del neo-barocco, corrente eclettica che mette insieme elementi gotici e barocchi originari del Rinascimento. Un’architettura che ben potrebbe ricordare i palazzi ottocenteschi newyorkesi. Tuttavia gli architetti non hanno ceduto al fascino di fare di questa sede un’omologa statunitense, bensì hanno deciso di rendere omaggio alla città e alla nazione che li ospita. A cominciare dal design, che non poteva che essere stiloso nella capitale del design italiano, con influenze anni ’70, marmi che richiamano i colori del Duomo di Milano e luci che vogliono ricordare invece il Castello Sforzesco.

Qui tutto ruota intorno ad un bancone bakery che sforna prodotti del panificio Princi di Milano.

The “clacker board” is shown at the Starbucks Reserve Roastery in Milan, Italy on Sunday, August 02, 2018. (Joshua Trujillo, Starbucks)

Ma non è bastato questo omaggio all’Italia, e alla sua tradizione, ai benpensanti che hanno commentato la diretta facebook di Corriere che mostrava i locali per la prima volta. Spiriti patriottici che inneggiano al caffè italiano (e alcuni al caffè napoletano addirittura, benché siamo in terra lumbard), mostrando un alto senso civico e nazionalista.

Molti hanno invocato il “bar sotto casa”, gridando al caro vecchio espresso.

Eppure è lecito chiedersi se tutte queste persone abbiano sempre preferito il pescato italiano al sushi, i mobili di Cantù all’IKEA, le Geox alle Nike.

La verità, che ci piaccia o no, è che le multinazionali e i franchising esistono, e spesso generano nel nostro Paese più lavoro di quanto imprenditori e aziende italiane non facciano: questa sede infatti offre lavoro a 300 persone.

Qui non si vuole insegnare a noi italiani a bere, né tantomeno fare, il caffè. Questa è una catena che viene nel nostro Paese in punta di piedi, con umiltà, senza imporre né esportare frappuccini e muffin per i quali è diventato famoso, ma ha deciso di presentarsi con un concept unico nel suo genere, ambendo quasi a diventare sede divulgativa, mostrando il processo di tostatura di quei chicchi che danno origine a quella miracolosa miscela nera, fondamentale per i nostri momenti di pausa, unendo il design e quel senso di lusso squisitamente italiano e milanese in particolare (qui un caffè costa 1.80 € mentre uno americano 3.5 €).

E nella patria dell’Happy Hour il bar del piano alto non poteva che essere dedicato all’aperitivo. Perché qui non c’è ostentazione del marchio o dei cappuccini giganti. Starbucks Milano si fa momento esperienziale, per scoprire che oltre il nero bollente di una tazza di caffè c’è tutto un mondo, genuinamente italiano.

CINEMA, TELEVISIONE

L’Amica Geniale, l’attesa serie di Saverio Costanzo al cinema in anteprima esclusiva

Dal set napoletano a Venezia 75. L’Amica Geniale, fiction in otto puntate tratta dall’omonima saga letteraria di Elena Ferrante, da 10 milioni di lettori, è sbarcata con grande successo al lido di Venezia. Molto soddisfatto il regista, Saverio Costanzo che, insieme alle protagoniste dello sceneggiato prodotto dalla RAI, HBO e TimVision, ha presentato la sua opera ai cineasti del festival.

Per vederla però dovremo aspettare, pare, almeno fino a novembre, quando Raiuno la trasmetterà in prima serata. Nel frattempo però, per chi proprio non ce la fa ad aspettare, i primi due episodi dello sceneggiato si trasformano in un evento speciale al cinema, grazie alla distribuzione di Nexo Digital, il prossimo 1, 2 e 3 ottobre.

Una produzione che ha del kolossal, quella che porterà questa serie in tutto il mondo con il titolo internazionale di The Neapolitan Novel, il romanzo napoletano. Grande protagonista silenziosa di questa saga popolare è una Napoli pericolosa ed affascinante degli anni ’50, dalla quale parte un racconto lungo sessant’anni che ripercorre la vita e l’amicizia di Raffaella detta Lila e della sua migliore amica Elena chiamata Lenuccia.

150 attori, 5000 comparse, un casting durato otto mesi che ha provinato 8000 bambini e 500 adulti e la ricostruzione di un intero quartiere, il Rione, ambientazione principale della troupe, con 20.000 metri quadrati di set realizzati in appena 100 giorni di lavoro, che hanno visto la costruzione di 14 palazzine, 5 set d’interni, una chiesa e un tunnel, e il dispiego di 1500 costumi tra le creazioni originali e quelle di repertorio.

La serie di Costanzo si preannuncia come la prima di quattro stagioni, ognuna da otto episodi, che si propone di trasporre in 32 puntate tutti e quattro i romanzi della quadrilogia della Ferrante: L’Amica Geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.

La storia inizia nell’era contemporanea, con la scomparsa di un’anziana Lila, per poi trasformarsi in un grande flashback raccontato in prima persona da Elena.

Prodotta dal regista premio Oscar Paolo Sorrentino e dalla sceneggiatrice e produttrice americana Jennifer Schuur, la serie è sceneggiata da Saverio Costanzo e dalla stessa Elena Ferrante, e vede la voce narrante dell’attrice Alba Rohrwacher, mentre sono affidati a quattro sconosciute i volti delle protagoniste bambine e delle adulte: Margherita Mazzucco e Gaia Girace saranno rispettivamente Elena e Raffaella adolescenti, mentre Elisa Del Genio e Ludovica Nasti sono le piccole Lila e Lenu’.

L’appuntamento è a novembre sulle reti rai e TimVision e, se proprio non ce la fate ad aspettare, qui la lista dei cinema che trasmetteranno in anteprima esclusiva l’evento.

 

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ART NEWS

Viaggio sul treno storico verso il suggestivo Museo di Pietrarsa a Napoli

La mia visita a Pietrarsa, il Museo Ferroviario di Napoli, è iniziata con un viaggio su di un treno storico, il Pietrarsa Express, che per due domeniche al mese ci fa rivivere le suggestive atmosfere d’inizio secolo.

E non c’è modo migliore per avvicinarsi a questo affascinante museo ferroviario, che vanta nel suo percorso vagoni e locomotive dei primi dell’800, e vede nel salone principale sfilare i più importanti modelli che dal XIX secolo fino agli anni ’70 hanno percorso i nostri binari e le nostre stazioni, portando orgoglio e innovazione al nostro Paese.

locomotiva del treno storico in partenza dalla Stazione Garibaldi

Alcuni dei modelli esposti all’interno del museo, infatti, sono stati dismessi poco più di trent’anni fa, dopo quasi un secolo di onorato servizio, portando viaggiatori su e giù per il nostro Paese.

Distinguo chiaramente il profilo del treno, più tozzo rispetto ai nostri affusolati frecciarossa, che si caratterizza anche per un colore marrone, tipico delle locomotive di metà secolo.

È forte l’odore del legno sulle carrozze degli anni ’30, ed è suggestivo immaginare, durante il breve tratto che da Napoli mi conduce a Portici (dove si trova il museo) come devono aver viaggiato i nostri nonni e bisnonni, alla volta di sogni e nuove vite o, più semplicemente, per far ritorno a casa.

Sì, perché raramente ci si spostava per turismo, e solo le classi più abbienti potevano vantare un viaggio di piacere. Ai tempi spostarsi era più oneroso rispetto alle tariffe talvolta low cost che con un po’ di anticipo riusciamo a rimediare on-line.

Sento il dondolio del treno, le rotaie che girano, l’ebbrezza di abbassare i finestrini e salutare, osservando la stazione che si avvicina mentre sento il vento sulla pelle.

Padiglione delle Locomotive

È cambiato il nostro modo di viaggiare, l’etica del viaggio. Lo percepisci osservando i posaceneri alle pareti, per consentire a chi fumava (a bordo!) di gettarvi le cicche; te ne accorgi dallo spazio dei portabagagli, per le valigie di cartone, quelle che contenevano tutto e niente, i sogni di un’intera vita, i pochi effetti personali per provare a cambiarla.

vagoni del treno storico

Il viaggio dura poco, nonostante l’andatura più lenta del treno, e quasi mi dispiace dover scendere dopo venti minuti alla scoperta di questa pagina di storia italiana e non solo.

All’interno del Padiglione delle Locomotive a Vapore, infatti, sono molte le locomotive di matrice straniera, come quella tedesca, più tozze e sgraziate rispetto agli affusolati chassis italiani, che sin dall’inizio si sono distinti per lo stile.

Bellissimi i vagoni degli anni ’50 e ’60, con quello stile, anche nel logo delle ferrovie dello stato, che quasi voleva imitare quello statunitense. Con linee morbide, sedili in pelle, e quell’ottimistico sguardo al futuro attraverso ampie vetrate e aree dedicate al ristoro.

Cambia il modo di viaggiare, si allungano le percorrenze, si accorciano le distanze. La velocità dei treni aumenta, e le loro forme si fanno stilose.

Bellissimo il Padiglione delle Carrozze e delle Littorine, all’interno del quale si può scorgere la Carrozza Reale S10, con stucchi e decorazioni sul soffitto come in un salone delle feste, ed un lungo tavolo da pranzo per i ricevimenti.

Nel 1929 i treni erano prodotti dalla FIAT e l’architetto di queste meraviglie su ruote, anzi rotaie, era Giulio Casanova, e poi le locomotive Diesel nel loro caratteristico colore castano, ma anche una particolare carrozza con piccole celle per il trasporto dei detenuti.

Un viaggio, quello di Pietrarsa, in cui lo spaccato della nostra Italia continua a correre sui binari della nostra memoria.

Per maggiori informazioni vi rimando ai contatti ufficiali:

www.museopietrarsa.it

Per altre foto sul racconto del mio viaggio, andate sul mio profilo instagram @marianocervone