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Dan Brown ritorna con “Origin”, thriller tra arte moderna, scienza e tecnologia

copertina di Origin

Chi siamo? Da dove veniamo? È questa l’annosa domanda che affligge l’uomo sin dalla notte dei tempi, cui prova a rispondere Dan Brown con Origin. Dopo Roma, Parigi e Firenze, lo scrittore americano porta il suo professore-investigatore Robert Langdon, protagonista di una fortunatissima serie di libri, in Spagna, a Siviglia, dove è interamente ambientato questo nuovo attesissimo romanzo.

Per leggerlo però i fan dovranno aspettare fino al prossimo 3 ottobre, data di uscita ufficiale del libro, che sarà pubblicato in contemporanea in tutto il mondo: dall’Italia, dove il volume è pubblicato da Mondadori, agli Stati Uniti, passando per Gran Bretagna, Canada, Spagna.

Giunto al Museo Guggenheim di Bilbao per la presentazione di un importante evento durante il quale sarà annunciata una scoperta che “cambierà per sempre il volto della scienza”, il professore di simbologia e iconologia ad Hardvard, Robert Langdon, in compagnia della bella  Ambra Vidal, direttrice del museo, sarà chiamato a risolvere un nuovo enigma.

Kirsch, studente del professore vent’anni prima, sta per fare una rivelazione che potrebbe dare una risposta alla domanda sull’esistenza umana, annunciando al mondo una rivoluzionaria scoperta. L’ex studente lo fa nel modo più sensazionalistico e suggestivo possibile, con una presentazione che lascia tutti i presenti senza parole, e che anima una grande serata organizzata sin nei minimi dettagli. Tutto sembra procedere per il meglio, quando improvvisamente nel caos la preziosissima scoperta di Kirsch rischia di andare perduta per sempre.

Robert Langdon è così costretto a fuggire a Barcellona, con la missione di trovare una password criptata che possa sbloccare la scoperta di Kirsch. Aiutato dalla Vidal, Langdon percorrerà storia e religione della penisola iberica, scontrandosi con un nemico che potrebbe trovarsi all’interno delle alte mura del Palazzo Reale di Spagna.

Tra arte moderna e simbologia, Langdon e Vidal si troveranno faccia a faccia con la sconcertante scoperta di Edmond Kirsch.

Con una formula ormai consolidata negli anni, e uno schema a tratti un po’, è proprio il caso di dirlo, già “letto”, Brown mixerà ancora arte e scienza con la tecnologia più avanzata, come già successo per Angeli e Demoni e Il Codice Da Vinci, capostipiti letterari della fortunata serie di romanzi su Robert Langdon di cui anche questo nuovo volume fa parte, o come i primi thriller d’esordio quali La verità del Ghiaccio e Crypto, ci avevano lasciato presagire sin dalle prime pagine, confermando una formula che, benché stantia, continua a vincere e non cambia. Dan Brown infatti è stato tradotto in ben 56 lingue e con i suoi romanzi ha venduto oltre 200 milioni di copie.

CINEMA, LIBRI

10 cose che (forse) non sapete su Harry Potter

Era il 1997 quando una giovane sconosciuta, J.K. Rowling, firmava il suo primo romanzo fantasy con le sole iniziali per nascondere il fatto che fosse una donna a scrivere un genere letterario che tradizionalmente è, o meglio era, appannaggio di soli uomini.

Oggi, vent’anni dopo, quella donna è una delle autrici più apprezzate nella scrittura per giovani adulti, e la sua saga, quella del mago Harry Potter (il primo volume era Harry Potter e la Pietra Filosofale), ha appassionato milioni di ragazzi in tutto il mondo, con trasposizioni cinematografiche di altrettanto successo che hanno lanciato e rilanciato giovanissimi attori e veri cavalli di razza come la pluripremiata Maggie Smith, che nei film ha interpretato Minerva McGranitt.

Ambientati nell’Inghilterra degli anni ’90, i volumi della Rowling narrano le avventure de giovane mago occhialuto Harry Potter e dei suoi migliori amici, Ron Weasley e Hermione Granger. L’ambientazione principale è la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, dove i ragazzi vengono educati i maghi del Regno Unito.

Per celebrare i vent’anni di questo romanzo ecco venti curiosità che (forse) non conoscete:

IL FANTASTICO MONDO DI HARRY POTTER:

Il 18 giugno del 2010 è stato inaugurato un parco a tema ad Orlando, in Florida, all’interno del parco di divertimenti Island of Adventures. La sezione si chiama The Wizarding World of Harry Potter, Il Magico Mondo di Harry Potter, e al suo interno è possibile vedere gli scenari più caratteristici della saga, tra cui Hogwarts, il villaggio Hogsmeade e la via Diago Alley.

GLI INCASSI RECORD:

Dai sette romanzi dell’autrice sono stati tratti ben otto film, l’ultimo volume della saga infatti è stato cinematograficamente suddiviso in due parti. L’incasso complessivo di tutte le pellicole è di oltre 7 miliardi di dollari, superando così i ben 24 film della saga di James Bond e i 7 film di Star Wars, diventando la saga più produttiva della storia.

IL VAMPIRO EDWARD

L’attore Robert Pattinson, che qualche anno più tardi diventerà famoso per l’interpretazione del vampiro Edward in un’altra saga letteraria tratta dagli omonimi romanzi della Mayer, Twilight, debutta recitando proprio in Harry Potter. Nel 2005 infatti ha dato il volto a Cedric Diggory, uno dei magi della scuola di Hogwarts in Harry Potter e il Calice di Fuoco.

IL SEGUITO CINESE:

Nel 2002 venne pubblicato un sequel del libro in lingua cinese, intitolato Harry Potter and Leopard-Walk-Up-to-Dragon, pubblicato nella Repubblica Popolare Cinese da un autore anonimo. All’interno del romanzo compaiono in realtà personaggi della Rowling e anche alcuni di Tolkien, autore del Signore degli Anelli. Gli avvocati dell’autrice però riuscirono a far pagare una penale per danni agli editori del libro.

OCCHI VERDI DI DANIEL:

L’attore Daniel Radcliffe, che nella saga era il protagonista Harry, ha dovuto indossare delle lentine verdi, come gli occhi del maghetto, e non blu come il vero colore dei suoi occhi. Quando l’attore era impossibilitato ad indossarle i suoi occhi sono stati digitalmente modificati col computer.

IL RUOLO DI HARRY:

Chris Columbus, regista dei primi due capitoli della saga, ha fortemente voluto Daniel Radcliffe come protagonista, dopo averlo visto in una produzione della BBC di David Copperfield. Per il ruolo però fu provinato anche l’attore William Moseley, oggi famoso per essere il principe Liam nella serie The Royals, e che a sua volta trovò la fama per un’altra saga letteraria fantasy approdata sul grande schermo, Le Cronache di Narnia.

SPIELBERG REGISTA MANCATO:

Dietro la macchina da presa avrebbe potuto esserci l’acclamato e pluripremiato regista Steven Spielberg, che stava negoziando. Alla fine però declinò per dedicarsi al film A.I. – Intelligenza Artificiale. Alla fine fu scelto Chris Columbus, noto per pellicole come Mamma ho perso l’aereo! e Mrs. Doubtfire.

HARRY ARCOBALENO:

In seguito alla pubblicazione dell’ultimo volume, J.K. Rowling fa una dichiarazione in merito al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di Harry, il quale secondo l’autrice sarebbe omosessuale, e il motivo per cui non si accorge immediatamente della malvagità di uno dei nemici è perché ne sarebbe stato innamorato.

I COLORI DI HARRY:

In molti avranno notato che anche la tavolozza dei colori utilizzata dai vari registi cambia con l’avanzare dei film, passando dai colori brillanti e vivaci dei primi due a quelli via via sempre più cupi e freddi, fino ad arrivare alle tinte quasi dark degli ultimi due. La spiegazione è data dal fatto che i colori ricreano gli stati d’animi e le sensazioni dei protagonisti seguendo l’andamento della storia dei volumi.

LA PIETRA FILOSOFALE:

E infine una curiosità che riguarda il primo film della serie. A causa della differenza tra il titolo inglese (Harry Potter and the Philosopher’s Stone) e quello americano dell’opera (Harry Potter and the Sorcerer’s Stone) gli attori hanno dovuto girare due volte le scene in cui veniva menzionata la pietra.

ART NEWS

Il primo e l’ultimo Tiziano alla pinacoteca di Ancona fino al 30 novembre

Il primo e l’ultimo Tiziano a confronto. Due opere che consentiranno idealmente di seguire l’intera produzione artistica del maestro pievano, vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo.

Dal prossimo 30 giugno fino al 30 novembre infatti alla Pinacoteca comunale Podesti di Ancona sarà allestita la mostra Tiziano & Tiziano, due capolavori a confronto, che vede l’una di fronte all’altra due grandi pale d’altare del maestro del rinascimento italiano, dipinte in due diversi momenti della sua vita.

Tiziano – Pala Gozzi, 1520

La prima, conosciuta come Pala Gozzi, datata 1520, è stata firmata dall’artista negli anni giovanili, in pieno fermento rinascimentale. Il dipinto fa parte della collezione permanente del museo civico.

Tiziano – Crocefissione, 1559

La seconda è una imponente Crocefissione, anno 1559, è stata realizzata dal Vecellio quarant’anni dopo. Un’opera di piena maturità dunque, senza dubbio arricchita dalle esperienze di vita di un maestro che quasi anticipa il barocco: i colori diventano meno brillanti, i toni si fanno più cupi e concitati, distaccandosi completamente da tutto ciò che c’è stato prima, e dall’atmosfera ieratica della Pala Gozzi, in cui la Maria appare su di una nuvola col bambino in braccio, in una rarefatta atmosfera a metà tra sogno e apparizione mistica. Un’opera che tanto deve alla Madonna di Foligno di Raffaello.

Ai lati la figura di San Francesco D’Assisi che mostra le stimmate e San Biagio vescovo, protettore di Ragusa, chiaro riferimento ad Alvise Gozzi mercante di Ragusa, committente dell’opera per la Chiesa Francescana di Ancona. L’opera infatti è sempre stata all’interno della Chiesa di San Domenico, attualmente oggetto di verifiche strutturali sulla statica del complesso.

Sullo sfondo, in lontananza, la città di Venezia, la cui sagoma di Palazzo Ducale si staglia chiaramente su di un cielo dorato insieme alle caratteristiche cupole e il campanile di San Marco.

Le opere sono messe a confronto per la prima volta. Con esse tutta una serie di opere coeve quali Lorenzo Lotto e Sebastiano del Piombo, mostrando così l’influenza di Tiziano su tutta una generazione di artisti contemporanei e successivi.

ART NEWS

Caravaggio e i suoi doppi, a Palazzo Barberini a Roma fino al 16 luglio

Il 2017 sarà ricordato come l’anno di Caravaggio. Sono tante infatti le mostre dedicate all’artista milanese, da quelle virtuali ai prestiti museali, passando per le collezioni private, ogni museo in Italia vuole accaparrarsi un pezzo del genio. E se a Napoli la mostra i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi è stata prorogata fino al 20 luglio e a Milano attendono l’imponente Dentro Caravaggio con 18 capolavori dai più importanti musei del mondo dal prossimo settembre, a Roma si organizza un confronto tra originali e copie coeve di Michelangelo Merisi.

Succede da oggi, giovedì 22, per Caravaggio nel Patrimonio del Fec. Il doppio e la copia, rassegna a cura di Giulia Silvia Ghia, alle Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini a Roma dal 22 giugno al 16 luglio.

Per questa occasione sono ben due i Caravaggio originali che dovranno confrontarsi con le rispettive copie: San Francesco in meditazione e La flagellazione di Cristo arrivata nella capitale direttamente dal Museo di Capodimonte a Napoli. Le copie, che si presume contemporanee, sono quasi identiche alle originali e sono, ancora oggi, oggetto di indagine e di attività diagnostiche ai fini di attribuirne la paternità o una precisa datazione.

Le opere fanno parte di un percorso storico-artistico che vuole celebrare i i 30 anni del Fondo Edifici di Culto: «È un’operazione scientifica molto intelligente – ha detto il Ministro die Beni CulturaliDario Franceschini dalle pagine dell’ANSA – è stata possibile grazie al Fondo Edifici di Culto, che ha la proprietà di moltissime chiese e di uno straordinario patrimonio di opere d’arte».

ART NEWS

È iniziata la #MuseumWeek, ecco tutti gli hashtag per partecipare

La Museum Week è per un amante dell’Arte il corrispettivo che la Fashion Week è per un appassionato di moda. È partita ieri la Settimana dei Musei, campagna social nata su twitter con il compito di divulgare e promuovere la cultura e l’arte dei musei di tutto il mondo. Artisti, opere, luoghi da scoprire e che si fanno a portata di chiunque grazie alla condivisione con un tweet usando l’hashtag ufficiale, #MuseumWeek.

Dal 19 al 25 giugno si potrà rendere la propria esperienza di visita più social, provando a stupire il mondo attraverso i propri occhi.

Tema di quest’anno sarà la donna. Attraverso l’hashtag #WomenMW si potranno celebrare le artiste femminili, le opere che ritraggono le donne, ma, più in generale, tutte quelle donne che nella storia si sono distinte negli ambiti e nelle discipline più disparate: dalla musica alla letteratura, dallo sport all’arte.

Le donne quindi saranno le protagoniste assolute di tutti i luoghi d’arte e dei musei statali in particolare, custodi di secoli di bellezza femminile.

Da Pompei alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli al MARTA di Taranto, dalle Gallerie degli Uffizi a Capodimonte, passando per il Museo Nazionale Archeologico di Cagliari, i Musei Reali di Torino, le Scuderie del Quirinale a Roma fino al Palazzo Ducale di Mantova, per un racconto di archeologia e di storia dell’arte che si fa social, delle donne s’intreccia con l’hashtag ufficiale della manifestazione, #MuseumWeek.

Sette focus giornalieri che inviteranno i visitatori a concentrarsi su altrettanti temi, che vanno dal  #foodMW di lunedì, allo #sportMW di oggi, passando per il #musicMW di domani, le #storiesMW di giovedì, i #booksMW di venerdì, e i #travelsMW di sabato. La settimana si concluderà con #heritageMW domenica 25.

Attraverso questi hashtag musei e visitatori possono promuovere le loro collezioni, e porre l’accento su quelle poco note da (ri)scoprire, invitando il proprio pubblico ad interagire come una sorta di gioco culturale.

L’invito dunque è per tutti coloro che desiderano partecipare, postando contenuti e opere d’arte, seguendo la scia delle tematiche proposte.

La Museum Week è un’occasione per condividere la propria passione per l’arte, la cultura e, al tempo stesso, guardarla attraverso gli occhi di altri appassionati visitatori.

Per maggiori informazioni:

http://musei.beniculturali.it/notizie/notifiche/museumweek-2017

INTERNATTUALE

Le alternative gratuite e non al Corno sul lungomare di Napoli per Natale 2017

Se pensavate che N’ALBERO fosse la cosa più brutta che potesse essere installata sul lungomare di Napoli per le festività, sappiate che al peggio non c’è mai fine. Per il Natale 2017, infatti, a raccogliere il testimone di una architettura già brutta, che voleva riprodurre un abete e invece sembrava la versione sgraziata di una pagoda cinese, arriverà quest’anno un corno rosso gigante alto circa 60 metri.

N’Albero, lungomare di Napoli (Natale 2016)

A creare questo nuovo (per fortuna temporaneo) orrore architettonico, sarà la stessa azienda che ha già partorito l’albero lo scorso anno, la Società Italstage, la quale ha risposto ad un bando pubblico del comune di Napoli, per arricchire l’offerta cultura ed artistica di Napoli (ce n’era proprio bisogno?), seguendo il tema “Napoli e la Scaramanzia”.

Un corno che dovrebbe essere largo circa 30 metri e la cui altezza garantirà una visibilità persino dall’isola di Capri (un vero enigma per i visitatori, dover scegliere tra la vista dei faraglioni al tramonto e un fallo che si erge verso il cielo di Napoli).

Il corno avrà una base rossa e, come per la precedente installazione lo scorso anno, sarà percorribile a piedi o in ascensore, con locali, ristoranti, spazi per eventi e, immancabili, le terrazze panoramiche da cui godere della vista del golfo.

Augurandoci che non ci sia un ritardo, come successe lo scorso anno per N’Albero, la cui inaugurazione era prevista per l’8 dicembre, l’Immacolata, e si protrasse di qualche giorno, il Corno dovrebbe vedere la luce tra ottobre (2017, s’intende) e restare fino a gennaio 2018, sperando che non venga di nuovo a qualche buontempone la “brillante” quanto inutile idea di farlo permanere fino alla festa della donna o, peggio, Pasqua 2018 che il prossimo anno cadrà il 1 aprile.

Già da settembre cittadini e visitatori potranno invece apprezzare (?) il posizionamento di 12 corni in giro per le strade della città, alti quasi tre metri ciascuno. I corni saranno di vetroresina e avranno l’apotropaico scopo di augurare la buona sorte a chiunque durante le feste.

Un progetto che non ha soltanto il beneplacito del Comune di Napoli, ma intorno al quale potrebbe ruotare tutto un programma di appuntamenti ed eventi sempre a tema scaramanzia.

Da premettere che, come lo scorso anno, la mia posizione in merito a simili manifestazioni non cambia. Credo che cittadini e visitatori beneficerebbero molto di più di un trasporto pubblico decente, piuttosto che dell’ennesima festosa (e fastosa soprattutto) inutile iniziativa per arricchire un’offerta che, di per sé, è già abbastanza ricca. Napoli infatti conta oltre 600 chiese, di cui oltre 400 chiuse al pubblico. La città è già animata da (importantissimi) musei che vanno dall’Archeologia (il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è tra i più prestigiosi al mondo) all’arte contemporanea (il MADRE, ma anche il Palazzo delle Arti a Napoli, il PAN), passando per il Museo di Capodimonte, vera e propria reggia e museo nel museo. Le collezioni napoletane vanno da Caravaggio, possiamo contarne ben tre in città (il Martirio di Sant’Orsola alle Gallerie d’Italia, la Flagellazione di Cristo a Capodimonte, le Sette Opere di Misericordia, tra i più bei dipinti del maestro, al Pio Monte della Misericordia) fino ad arrivare ad Andy Warhol. Contiamo opere uniche al mondo, come il Cristo Velato della Cappella Sansevero, mentre il centro storico della città è già stato riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO.

Il Comune di Napoli, nella persona del nostro amato sindaco Luigi De Magistris, potrebbe dunque valorizzare e trovare fondi per tutta quella parte di “patrimonio sommerso” che la sua città già possiede, e di cui la parte visibile è soltanto la punta di un iceberg ben più grosso, anziché lanciarsi ogni anno (questo è il secondo) in iniziative per cercare solo di riempire gli occhi del pubblico e degli abitanti della città.

I napoletani avrebbero bisogno di sviluppare per la propria arte, l’architettura e la storia della città quello stesso senso civico, e di vera e propria devozione, che hanno per il Napoli e San Gennaro, riscoprendo il vero valore e significato di sentirsi napoletani tutto l’anno e non soltanto durante una partita o un miracolo, senza allontanarsi ulteriormente da un patrimonio unico al mondo con una iniziativa che tra l’altro li distanzia anche fisicamente da tutto ciò che Napoli può offrire.

Inoltre, prendendo come mero esempio la tariffazione di N’Albero, che aveva un biglietto standard di 8€, e immaginando che presumibilmente ci sarà un costo d’accesso anche per il Corno, ecco quali potrebbero essere le alternative (a pagamento e gratuite) che a Napoli già esistono da secoli e consentono di far godere i propri cittadini e i turisti di altrettanta magia e suggestione con panorami unici:

Il Castel dell’Ovo. Nel periodo invernale, che coincide generalmente con la disattivazione dell’ora legale, è aperto al pubblico dalle ore 9.00 alle ore 18.30 con ultimo accesso all’interno alle ore 17.45. Considerando che dal mese di novembre il sole tramonta intorno alle ore 17.00, sarà possibile godere di un fresco tramonto sul golfo di Napoli e, con una buona visibilità, anche della vista delle isole e di tutto il promontorio posillipino. Il prezzo? GRATIS.

Al Vomero invece c’è la Villa Floridiana, parco cittadino che costituiva i giardini della dimora del Duca di Martina, oggi prestigioso museo della ceramica. Anche qui l’ingresso al parco è gratuito, e l’affaccio consente di vedere una vista nella medesima direzione di quella che fu di N’Albero e che sarà invece del Corno. Orario di apertura al pubblico dalle 9.00 alle 18.30.

Se invece volete una vista a strapiombo sulla città, seguendo con lo sguardo la suggestiva Spaccanapoli, strada che tradizionalmente divide la città in due metà esatte, allora la vostra scelta sarà Castel Sant’Elmo. Situato su di una altura del Vomero, è aperto dalle ore 8.30 alle 19.30 e con un biglietto d’accesso di 5€, consente non soltanto la visita all’interno di una delle fortezze che domina dall’alto l’intera città, ma anche la vista di un panorama unico, facendo la gioia di chi vuole vedere il sole tramontare sulle Cupole di Napoli (in lontananza impossibile non notare quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta) e di chi ama i selfie con viste mozzafiato che, alle luci kitsch di un evento chiassoso, preferisce la silenziosa luce d’ambra del tramonto su una delle città più belle del mondo.

ART NEWS

Quell’enigma scritto sulla facciata del Gesù Nuovo a Napoli

Nell’area dove oggi c’è la nota Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli sorgeva Palazzo Sanseverino. Progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sue sale affrescate, lo splendido giardino.

In breve tempo si era trasformato in un vero e proprio punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca.

Nel 1584 il palazzo e annessi giardini furono venduti ai gesuiti, i quali, riadattarono gli spazi tra il 1584 e il 1601 per farne la chiesa che oggi tutti conosciamo, e che prende l’appellativo di “nuovo” per distinguerla dalla chiesa che poi è diventata del Gesù Vecchio.

Oggi il Gesù Nuovo è uno dei monumenti imprescindibili per il visitatore che viene per la prima volta a Napoli. Caratteristica la sua facciata, un tempo facciata del palazzo, costituita da bugne, piccole piramidi, in piperno, aggettanti verso l’esterno molto diffuse nell’architettura del rinascimento del centro e nord Italia.

Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli – instagram @marianocervone

Intorno a questo bugnato aleggia una delle leggende che fa di Napoli una città esoterica.

Si credeva infatti che i maestri della pietra napoletana, pipernieri, fossero in grado di caricare di energia positiva la pietra che lavoravano, tenendo così lontani gli influssi negativi.

Le bugne, “a punta di diamante”, recano sopra degli strani segni ai lati, e sono proprio questi che hanno dato luogo alla leggenda, secondo la quale potessero avere una chiave di lettura misterica, occulta.

La leggenda infatti narra che i maestri tramandassero delle conoscenze esoteriche ai loro apprendisti, soltanto oralmente, per far sì che questa pietra fosse caricata di energia positiva, e che dunque tali segni sarebbero il risultato di questo sapere, legati ad arti magiche o comunque alchemico-esoteriche.

Notoriamente la punta, nella tradizione e superstizione napoletana, ha la capacità di “tagliare” il male. La facciata funge dunque da “schermo”, una sorta di protezione, e aveva il compito di convogliare tutte le energie positive e benevole verso l’interno, mantenendo fuori quelle negative.

Ma i maestri costruttori non sarebbero stati così virtuosi e, le pietre segnate non sarebbero state poste correttamente, così da ottenere l’effetto esattamente contrario: il magnetismo dell’edificio avrebbe attirato le negatività, riflettendo le energie positive verso la piazza. Il che sarebbe causa, e in un certo senso spiegherebbe, le sventure del Principe Sanseverino, dalla confisca dei suoi beni alla conseguente vendita del palazzo ai gesuiti, agli incendi subiti dalla chiesa e i ripetuti crolli della cupola, passando per le diverse cacciate dei gesuiti dalla stessa.

Secondo lo storico dell’arte Vincenzo De Pasquale, che ha fatto uno studio nel 2010 insieme ai  i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz, i segni sulle bugne sarebbero simboli dell’alfabeto aramaico, identificando note di uno spartito scritto sulla facciata della chiesa, la cui composizione durerebbe all’incirca tre quarti d’ora. Si tratterebbe di un componimento musicale per strumenti a plettro, cui gli studiosi hanno (naturalmente) dato il titolo di Enigma.

Questa interpretazione, tra l’altro molto affascinante, è stata sconfessata da Stanislao Scognamiglio, esperto di ermetismo e simbologia esoterica, che ritiene che i simboli non siano caratteri dell’alfabeto aramaico, bensì possano coincidere la simbologia operativa che i laboratori alchemici hanno utilizzato fino al Settecento.

 

ART NEWS

Dentro Caravaggio, mostra epocale a Palazzo Reale a Milano dal 29 settembre

Si intitola Dentro Caravaggio, e non sarà una semplice mostra, ma un evento unico e irripetibile che metterà insieme, per la prima volta, ben 18 opere del maestro milanese provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo. Tra gli enti che impreziosiranno la mostra con i loro prestigiosi prestiti, sono ben due le gallerie napoletane: il Palazzo Zevallos-Stigliano, con quello che è considerato l’ultimo quadro del maestro, Il Martirio di Sant’Orsola, e il Museo di Capodimonte, che custodisce invece la Flagellazione di Cristo, dipinta da Caravaggio per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli.Queste due opere, insieme a quelle di Galleria degli UffiziPalazzo Pitti e Fondazione Longhi a Firenze, e a quelle della Galleria Doria PamphiljMusei CapitoliniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo CorsiniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Barberini di Roma e molti altri, adorneranno le sale di Palazzo Reale a Milano.

Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola, Palazzo Zevallos-Stigliano. Napoli

Dal Metropolitan Museum of Art di New York, che in Italia ha già portato i Musici (a Napoli fino a luglio), arriverà invece la Sacra famiglia con San Giovannino, la National Gallery di Londra presterà la sua Salomé con la testa del Battista, mentre il Museo Montserrat di Barcellona sarà presente con il suo San Girolamo.

Ma sarebbe prolisso, e forse un po’ noioso, fare uno sterile elenco completo dei tanti musei che prendono parte a questa rassegna, che aprirà le sue porte al pubblico il prossimo 29 settembre, giorno in cui cade anche il 446esimo compleanno del maestro italiano, e che farà di Milano, casa natale dell’artista, capitale dell’arte rinascimentale fino al 28 gennaio 2018.

La mostra è interessante perché insieme alle opere, saranno esposte anche le rispettive immagini radiografiche, che consentiranno al pubblico di seguire di ogni opera la concezione iniziale che ne ha avuto Caravaggio fino alla realizzazione finale: «Sono emerse così – afferma in merito la curatrice Rossella Vodret – alcune costanti nelle modalità esecutive di Caravaggio, ma sono venuti anche alla luce elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti: dagli strati di pittura sono affiorate una serie di immagini nascoste. Inoltre è stato sfatato il mito che Caravaggio non abbia mai disegnato, dacché sono apparsi tratti di disegno sulla preparazione chiara utilizzata nelle opere giovanili».

Grazie a una serie di riflettografie e radiografie, che penetrano in diversa misura sotto la superficie pittorica, si è potuto seguire il procedimento creativo di Caravaggio, quelli che sono stati pentimenti, rifacimenti, aggiustamenti nell’elaborazione della composizione dell’immagine.

Emblematico è il San Giovannino di Palazzo Corsini, dove le analisi della tela hanno mostrato la presenza del simbolo iconografico dell’agnello che successivamente è stato eliminato.

Dal 2009 infatti il MiBACT, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, promuove una approfondita ricerca sulla tecnica pittorica di Caravaggio.

Organizzata e prodotta da Comune di Milano-CulturaPalazzo Reale e MondoMostre Skira, la mostra vede la collaborazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che trova gli allestimenti dello Studio Cerri & Associati.

Per quanto concerne le attività diagnostiche e l’esposizione partner è il Gruppo Bracco.

A corredare ulteriormente le sale di Palazzo Reale, alcuni preziosi documenti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena, che andranno meglio a raccontare l’esperienza umana e artistica di Caravaggio.

Curata dalla Vodret, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen, la mostra ruota essenzialmente intorno a due cardini: le indagini diagnostiche e le nuove documentazioni critiche fatte sulle opere di Caravaggio, e le nuove ricerche documentarie che hanno  riscritto la cronologia giovanile dell’artista..

Un evento che idealmente si propone di riprodurre la prima epocale mostra sull’opera di Caravaggio del Novecento, a cura di Roberto Longhi, che nel 1951, proprio a Palazzo Reale a Milano, consentì all’Italia e al mondo di riscoprire l’immortale arte di Caravaggio.

ART NEWS

Zeus in Trono, dal Getty Museum al Museo Archeologico di Napoli

Zeus ritorna in Italia. Succederà venerdì 16 giugno. La notizia arriva dal Paul Getty Museum di Los Angeles, che ha annunciato il desiderio della restituzione volontaria di una piccola statua fittile del 430 a.C. Alta poco più di 74 cm, la statua era stata acquisita dal museo americano negli anni ’90.

La statua è la riproduzione della colossale statua crisoelefantina di Zeus scolpita dallo scultore Fidia per l’omonimo tempio a Olimpia, uno dei santuari religiosi più importanti del mondo greco.

Più tardi la maestosità della statua di Fidia fece sì che fosse considerata una delle Sette Meraviglie del mondo antico.

Anche lo scultore di questa piccola statua è fortemente influenzato dalla famosa immagine del Tempio di Zeus, ritraendo il padre degli dei seduto su di un elaborato e molto decorato schienale, con i piedi poggiati su di uno sgabello.

Un mantello avvolge il corpo della divinità, lasciando scoperte il possente petto virile.

La mano destra di Zeus è sollevata. Forse in mano reggeva un fulmine o uno scettro.

Tra le ipotesi sull’utilizzo della piccola statuetta, quello di ornamento di culto in una ricca dimora greca o romana.

Dal colore, dalle evidenti incrostazioni marine sulla superficie del materiale, è facile comprendere che questo piccolo oggetto ha trascorso molto tempo sommerso in mare prima del suo rinvenimento. Più protetta invece la parte sinistra che, con molta probabilità, è rimasta coperta dalla sabbia: «La decisione di restituire questo oggetto rientra nella nostra politica di collaborazione con il ministero dei Beni Culturali per il superamento delle controversie e di questioni relative alla provenienza e proprietà di oggetti facenti parte delle nostre collezioni» ha detto Timothy Potts, direttore del J.P. Getty Museum.

La scultura era stata ritrovata in un’area archeologica della costa campana, e andrà adesso ad arricchire le sale e le collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.