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Il primo e l’ultimo Tiziano alla pinacoteca di Ancona fino al 30 novembre

Il primo e l’ultimo Tiziano a confronto. Due opere che consentiranno idealmente di seguire l’intera produzione artistica del maestro pievano, vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo.

Dal prossimo 30 giugno fino al 30 novembre infatti alla Pinacoteca comunale Podesti di Ancona sarà allestita la mostra Tiziano & Tiziano, due capolavori a confronto, che vede l’una di fronte all’altra due grandi pale d’altare del maestro del rinascimento italiano, dipinte in due diversi momenti della sua vita.

Tiziano – Pala Gozzi, 1520

La prima, conosciuta come Pala Gozzi, datata 1520, è stata firmata dall’artista negli anni giovanili, in pieno fermento rinascimentale. Il dipinto fa parte della collezione permanente del museo civico.

Tiziano – Crocefissione, 1559

La seconda è una imponente Crocefissione, anno 1559, è stata realizzata dal Vecellio quarant’anni dopo. Un’opera di piena maturità dunque, senza dubbio arricchita dalle esperienze di vita di un maestro che quasi anticipa il barocco: i colori diventano meno brillanti, i toni si fanno più cupi e concitati, distaccandosi completamente da tutto ciò che c’è stato prima, e dall’atmosfera ieratica della Pala Gozzi, in cui la Maria appare su di una nuvola col bambino in braccio, in una rarefatta atmosfera a metà tra sogno e apparizione mistica. Un’opera che tanto deve alla Madonna di Foligno di Raffaello.

Ai lati la figura di San Francesco D’Assisi che mostra le stimmate e San Biagio vescovo, protettore di Ragusa, chiaro riferimento ad Alvise Gozzi mercante di Ragusa, committente dell’opera per la Chiesa Francescana di Ancona. L’opera infatti è sempre stata all’interno della Chiesa di San Domenico, attualmente oggetto di verifiche strutturali sulla statica del complesso.

Sullo sfondo, in lontananza, la città di Venezia, la cui sagoma di Palazzo Ducale si staglia chiaramente su di un cielo dorato insieme alle caratteristiche cupole e il campanile di San Marco.

Le opere sono messe a confronto per la prima volta. Con esse tutta una serie di opere coeve quali Lorenzo Lotto e Sebastiano del Piombo, mostrando così l’influenza di Tiziano su tutta una generazione di artisti contemporanei e successivi.

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Caravaggio e i suoi doppi, a Palazzo Barberini a Roma fino al 16 luglio

Il 2017 sarà ricordato come l’anno di Caravaggio. Sono tante infatti le mostre dedicate all’artista milanese, da quelle virtuali ai prestiti museali, passando per le collezioni private, ogni museo in Italia vuole accaparrarsi un pezzo del genio. E se a Napoli la mostra i Tesori Nascosti di Vittorio Sgarbi è stata prorogata fino al 20 luglio e a Milano attendono l’imponente Dentro Caravaggio con 18 capolavori dai più importanti musei del mondo dal prossimo settembre, a Roma si organizza un confronto tra originali e copie coeve di Michelangelo Merisi.

Succede da oggi, giovedì 22, per Caravaggio nel Patrimonio del Fec. Il doppio e la copia, rassegna a cura di Giulia Silvia Ghia, alle Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini a Roma dal 22 giugno al 16 luglio.

Per questa occasione sono ben due i Caravaggio originali che dovranno confrontarsi con le rispettive copie: San Francesco in meditazione e La flagellazione di Cristo arrivata nella capitale direttamente dal Museo di Capodimonte a Napoli. Le copie, che si presume contemporanee, sono quasi identiche alle originali e sono, ancora oggi, oggetto di indagine e di attività diagnostiche ai fini di attribuirne la paternità o una precisa datazione.

Le opere fanno parte di un percorso storico-artistico che vuole celebrare i i 30 anni del Fondo Edifici di Culto: «È un’operazione scientifica molto intelligente – ha detto il Ministro die Beni CulturaliDario Franceschini dalle pagine dell’ANSA – è stata possibile grazie al Fondo Edifici di Culto, che ha la proprietà di moltissime chiese e di uno straordinario patrimonio di opere d’arte».

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È iniziata la #MuseumWeek, ecco tutti gli hashtag per partecipare

La Museum Week è per un amante dell’Arte il corrispettivo che la Fashion Week è per un appassionato di moda. È partita ieri la Settimana dei Musei, campagna social nata su twitter con il compito di divulgare e promuovere la cultura e l’arte dei musei di tutto il mondo. Artisti, opere, luoghi da scoprire e che si fanno a portata di chiunque grazie alla condivisione con un tweet usando l’hashtag ufficiale, #MuseumWeek.

Dal 19 al 25 giugno si potrà rendere la propria esperienza di visita più social, provando a stupire il mondo attraverso i propri occhi.

Tema di quest’anno sarà la donna. Attraverso l’hashtag #WomenMW si potranno celebrare le artiste femminili, le opere che ritraggono le donne, ma, più in generale, tutte quelle donne che nella storia si sono distinte negli ambiti e nelle discipline più disparate: dalla musica alla letteratura, dallo sport all’arte.

Le donne quindi saranno le protagoniste assolute di tutti i luoghi d’arte e dei musei statali in particolare, custodi di secoli di bellezza femminile.

Da Pompei alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli al MARTA di Taranto, dalle Gallerie degli Uffizi a Capodimonte, passando per il Museo Nazionale Archeologico di Cagliari, i Musei Reali di Torino, le Scuderie del Quirinale a Roma fino al Palazzo Ducale di Mantova, per un racconto di archeologia e di storia dell’arte che si fa social, delle donne s’intreccia con l’hashtag ufficiale della manifestazione, #MuseumWeek.

Sette focus giornalieri che inviteranno i visitatori a concentrarsi su altrettanti temi, che vanno dal  #foodMW di lunedì, allo #sportMW di oggi, passando per il #musicMW di domani, le #storiesMW di giovedì, i #booksMW di venerdì, e i #travelsMW di sabato. La settimana si concluderà con #heritageMW domenica 25.

Attraverso questi hashtag musei e visitatori possono promuovere le loro collezioni, e porre l’accento su quelle poco note da (ri)scoprire, invitando il proprio pubblico ad interagire come una sorta di gioco culturale.

L’invito dunque è per tutti coloro che desiderano partecipare, postando contenuti e opere d’arte, seguendo la scia delle tematiche proposte.

La Museum Week è un’occasione per condividere la propria passione per l’arte, la cultura e, al tempo stesso, guardarla attraverso gli occhi di altri appassionati visitatori.

Per maggiori informazioni:

http://musei.beniculturali.it/notizie/notifiche/museumweek-2017

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Quell’enigma scritto sulla facciata del Gesù Nuovo a Napoli

Nell’area dove oggi c’è la nota Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli sorgeva Palazzo Sanseverino. Progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sue sale affrescate, lo splendido giardino.

In breve tempo si era trasformato in un vero e proprio punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca.

Nel 1584 il palazzo e annessi giardini furono venduti ai gesuiti, i quali, riadattarono gli spazi tra il 1584 e il 1601 per farne la chiesa che oggi tutti conosciamo, e che prende l’appellativo di “nuovo” per distinguerla dalla chiesa che poi è diventata del Gesù Vecchio.

Oggi il Gesù Nuovo è uno dei monumenti imprescindibili per il visitatore che viene per la prima volta a Napoli. Caratteristica la sua facciata, un tempo facciata del palazzo, costituita da bugne, piccole piramidi, in piperno, aggettanti verso l’esterno molto diffuse nell’architettura del rinascimento del centro e nord Italia.

Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli – instagram @marianocervone

Intorno a questo bugnato aleggia una delle leggende che fa di Napoli una città esoterica.

Si credeva infatti che i maestri della pietra napoletana, pipernieri, fossero in grado di caricare di energia positiva la pietra che lavoravano, tenendo così lontani gli influssi negativi.

Le bugne, “a punta di diamante”, recano sopra degli strani segni ai lati, e sono proprio questi che hanno dato luogo alla leggenda, secondo la quale potessero avere una chiave di lettura misterica, occulta.

La leggenda infatti narra che i maestri tramandassero delle conoscenze esoteriche ai loro apprendisti, soltanto oralmente, per far sì che questa pietra fosse caricata di energia positiva, e che dunque tali segni sarebbero il risultato di questo sapere, legati ad arti magiche o comunque alchemico-esoteriche.

Notoriamente la punta, nella tradizione e superstizione napoletana, ha la capacità di “tagliare” il male. La facciata funge dunque da “schermo”, una sorta di protezione, e aveva il compito di convogliare tutte le energie positive e benevole verso l’interno, mantenendo fuori quelle negative.

Ma i maestri costruttori non sarebbero stati così virtuosi e, le pietre segnate non sarebbero state poste correttamente, così da ottenere l’effetto esattamente contrario: il magnetismo dell’edificio avrebbe attirato le negatività, riflettendo le energie positive verso la piazza. Il che sarebbe causa, e in un certo senso spiegherebbe, le sventure del Principe Sanseverino, dalla confisca dei suoi beni alla conseguente vendita del palazzo ai gesuiti, agli incendi subiti dalla chiesa e i ripetuti crolli della cupola, passando per le diverse cacciate dei gesuiti dalla stessa.

Secondo lo storico dell’arte Vincenzo De Pasquale, che ha fatto uno studio nel 2010 insieme ai  i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz, i segni sulle bugne sarebbero simboli dell’alfabeto aramaico, identificando note di uno spartito scritto sulla facciata della chiesa, la cui composizione durerebbe all’incirca tre quarti d’ora. Si tratterebbe di un componimento musicale per strumenti a plettro, cui gli studiosi hanno (naturalmente) dato il titolo di Enigma.

Questa interpretazione, tra l’altro molto affascinante, è stata sconfessata da Stanislao Scognamiglio, esperto di ermetismo e simbologia esoterica, che ritiene che i simboli non siano caratteri dell’alfabeto aramaico, bensì possano coincidere la simbologia operativa che i laboratori alchemici hanno utilizzato fino al Settecento.

 

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Dentro Caravaggio, mostra epocale a Palazzo Reale a Milano dal 29 settembre

Si intitola Dentro Caravaggio, e non sarà una semplice mostra, ma un evento unico e irripetibile che metterà insieme, per la prima volta, ben 18 opere del maestro milanese provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo. Tra gli enti che impreziosiranno la mostra con i loro prestigiosi prestiti, sono ben due le gallerie napoletane: il Palazzo Zevallos-Stigliano, con quello che è considerato l’ultimo quadro del maestro, Il Martirio di Sant’Orsola, e il Museo di Capodimonte, che custodisce invece la Flagellazione di Cristo, dipinta da Caravaggio per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli.Queste due opere, insieme a quelle di Galleria degli UffiziPalazzo Pitti e Fondazione Longhi a Firenze, e a quelle della Galleria Doria PamphiljMusei CapitoliniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo CorsiniGalleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Barberini di Roma e molti altri, adorneranno le sale di Palazzo Reale a Milano.

Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola, Palazzo Zevallos-Stigliano. Napoli

Dal Metropolitan Museum of Art di New York, che in Italia ha già portato i Musici (a Napoli fino a luglio), arriverà invece la Sacra famiglia con San Giovannino, la National Gallery di Londra presterà la sua Salomé con la testa del Battista, mentre il Museo Montserrat di Barcellona sarà presente con il suo San Girolamo.

Ma sarebbe prolisso, e forse un po’ noioso, fare uno sterile elenco completo dei tanti musei che prendono parte a questa rassegna, che aprirà le sue porte al pubblico il prossimo 29 settembre, giorno in cui cade anche il 446esimo compleanno del maestro italiano, e che farà di Milano, casa natale dell’artista, capitale dell’arte rinascimentale fino al 28 gennaio 2018.

La mostra è interessante perché insieme alle opere, saranno esposte anche le rispettive immagini radiografiche, che consentiranno al pubblico di seguire di ogni opera la concezione iniziale che ne ha avuto Caravaggio fino alla realizzazione finale: «Sono emerse così – afferma in merito la curatrice Rossella Vodret – alcune costanti nelle modalità esecutive di Caravaggio, ma sono venuti anche alla luce elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti: dagli strati di pittura sono affiorate una serie di immagini nascoste. Inoltre è stato sfatato il mito che Caravaggio non abbia mai disegnato, dacché sono apparsi tratti di disegno sulla preparazione chiara utilizzata nelle opere giovanili».

Grazie a una serie di riflettografie e radiografie, che penetrano in diversa misura sotto la superficie pittorica, si è potuto seguire il procedimento creativo di Caravaggio, quelli che sono stati pentimenti, rifacimenti, aggiustamenti nell’elaborazione della composizione dell’immagine.

Emblematico è il San Giovannino di Palazzo Corsini, dove le analisi della tela hanno mostrato la presenza del simbolo iconografico dell’agnello che successivamente è stato eliminato.

Dal 2009 infatti il MiBACT, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, promuove una approfondita ricerca sulla tecnica pittorica di Caravaggio.

Organizzata e prodotta da Comune di Milano-CulturaPalazzo Reale e MondoMostre Skira, la mostra vede la collaborazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che trova gli allestimenti dello Studio Cerri & Associati.

Per quanto concerne le attività diagnostiche e l’esposizione partner è il Gruppo Bracco.

A corredare ulteriormente le sale di Palazzo Reale, alcuni preziosi documenti dall’Archivio di Stato di Roma e di Siena, che andranno meglio a raccontare l’esperienza umana e artistica di Caravaggio.

Curata dalla Vodret, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen, la mostra ruota essenzialmente intorno a due cardini: le indagini diagnostiche e le nuove documentazioni critiche fatte sulle opere di Caravaggio, e le nuove ricerche documentarie che hanno  riscritto la cronologia giovanile dell’artista..

Un evento che idealmente si propone di riprodurre la prima epocale mostra sull’opera di Caravaggio del Novecento, a cura di Roberto Longhi, che nel 1951, proprio a Palazzo Reale a Milano, consentì all’Italia e al mondo di riscoprire l’immortale arte di Caravaggio.

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Zeus in Trono, dal Getty Museum al Museo Archeologico di Napoli

Zeus ritorna in Italia. Succederà venerdì 16 giugno. La notizia arriva dal Paul Getty Museum di Los Angeles, che ha annunciato il desiderio della restituzione volontaria di una piccola statua fittile del 430 a.C. Alta poco più di 74 cm, la statua era stata acquisita dal museo americano negli anni ’90.

La statua è la riproduzione della colossale statua crisoelefantina di Zeus scolpita dallo scultore Fidia per l’omonimo tempio a Olimpia, uno dei santuari religiosi più importanti del mondo greco.

Più tardi la maestosità della statua di Fidia fece sì che fosse considerata una delle Sette Meraviglie del mondo antico.

Anche lo scultore di questa piccola statua è fortemente influenzato dalla famosa immagine del Tempio di Zeus, ritraendo il padre degli dei seduto su di un elaborato e molto decorato schienale, con i piedi poggiati su di uno sgabello.

Un mantello avvolge il corpo della divinità, lasciando scoperte il possente petto virile.

La mano destra di Zeus è sollevata. Forse in mano reggeva un fulmine o uno scettro.

Tra le ipotesi sull’utilizzo della piccola statuetta, quello di ornamento di culto in una ricca dimora greca o romana.

Dal colore, dalle evidenti incrostazioni marine sulla superficie del materiale, è facile comprendere che questo piccolo oggetto ha trascorso molto tempo sommerso in mare prima del suo rinvenimento. Più protetta invece la parte sinistra che, con molta probabilità, è rimasta coperta dalla sabbia: «La decisione di restituire questo oggetto rientra nella nostra politica di collaborazione con il ministero dei Beni Culturali per il superamento delle controversie e di questioni relative alla provenienza e proprietà di oggetti facenti parte delle nostre collezioni» ha detto Timothy Potts, direttore del J.P. Getty Museum.

La scultura era stata ritrovata in un’area archeologica della costa campana, e andrà adesso ad arricchire le sale e le collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

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Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

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“Amori Divini”, nelle sale mai viste del MANN fino al 16 ottobre a Napoli

Peliki e crateri a figure rosse, V sec. a.C.

È un momento di grande vivacità questo per il Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, a pochi giorni dall’inaugurazione della nuova Sezione Epigrafica, è già pronto a riaprire altre sale finora rimaste chiuse. È successo in occasione di Amori Divini, la nuova mostra che da oggi, 7 giugno, fino al prossimo 16 ottobre animerà il museo napoletano.

Fil rouge di questa esposizione è il tema della seduzione e trasformazione, proponendo un percorso che analizza e attraversa il mito greco nella fortuna di quelle storie vedono miti amorosi accomunati da un episodio fondamentale: almeno uno dei due protagonisti, uomo o dio, muta forma trasformandosi in un animale, in una pianta, in un oggetto o in un fenomeno atmosferico.

Una narrazione cronologica che muove i primi passi dalla letteratura e dall’arte greca, attraversando via via il poema delle “forme in mutamento” di Ovidio, fino alle contemporanee interpretazioni della psicologia: dal mito di Danae a quello di Leda, da Dafne a Narciso arrivando al complesso racconto di Ermafrodito. Storie note, ormai entrate nell’immaginario collettivo.

Curata da Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con l’organizzazione di Electa.

al centro Symplegma di Satiro ed Ermafrodito, dal Parco Archeologico di Pompei

Un percorso espositivo che ha raccolto e messo insieme circa 80 opere che provengono dalla Magna Grecia, dai siti vesuviani, da alcuni dei più importanti musei italiani e stranieri, tra cui il Louvre e l’Hermitage di San Pietroburgo, fino al Getty Museum di Los Angeles.

Manufatti antichi di soggetto mitologico: pitture vascolari e parietali, sculture in marmo e in bronzo, gemme preziose e suppellettili. Ogni opera dialoga con una selezione di venti altre opere tra dipinti e sculture più recenti, risalenti al sedicesimo e diciassettesimo secolo, mostrando le fasi salienti nella storia dell’arte della ricezione del mito: Baccio Bandinelli, Bartolomeo Ammannati, Nicolas Poussin, Giambattista Tiepolo sono soltanto alcuni degli artisti che il visitatore ritroverà lungo il percorso.

pavimento policromo nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Salgo verso il Salone della Meridiana. Conosco bene gli ambienti, così ignoro, benché per me sia sempre un delitto, tutto quanto per addentrarmi verso questa nuova esposizione temporanea. Amori Divini, è così che c’è scritto a caratteri cubitali all’ingresso di sale che sono rimaste chiuse per anni e di cui persino io, che del MANN sono un habitué, ne ignoro l’aspetto. Dinanzi a me un bellissimo pavimento policromo, caratterizzato da pregiati “sectilia” a motivi geometrici messi in opera all’interno del museo nella prima metà dell’800, adattando alla dimensione degli spazi. Queste preziose testimonianze della ricchezza del passato sono state rinvenute durante le campagne di scavo del XVIII secolo in area vesuviana, ma anche a Capri e in altri territori dell’allora regno. Certa è la provenienza del “belvedere” della Villa dei Papiri di Ercolano.

La mia voglia di entrare e vedere è così forte che quasi dimentico dove mi trovo. Mi ci vuole la voce della hostess che, leggendomi in faccia stupore, mi chiede se sono italiano, invitandomi ad indossare dei copri-scarpe monouso in t.n.t. di polipropilene bianca o a toglierle. Indosso la protezione, che serve a preservare questa straordinaria testimonianza dalle suole sporche di modernità, e mentre entro nelle sale scorgo una turista dall’aspetto teutonico passeggiare candidamente a piedi nudi. Probabilmente non ha resistito all’idea di calpestare e sentire sotto la pelle una vera opera di duemila anni.

Ganimede che abbevera l’aquila, Bertel Thorvaldsen 1817

L’allestimento, le luci e lo stesso pavimento pompeiano sono così belli che quasi tolgono la scena alla mostra e ai suoi straordinari reperti, che quasi mi sembra di trovarmi in un luogo altro. È qui che comprendo l’alta qualità e il potenziale dei nostri musei che non hanno nulla da invidiare ai più blasonati stranieri, anzi…

Amori Divini si articola in due parti, due capitoli che suddividono queste narrazioni amorose in amori rubati, come quello di Danae, Leda, Ganimede, in cui la trasformazione si fa espediente di conquista; amori negati, come quello di Dafne e Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, dove la trasformazione è quasi un rifugio, frutto di sentimenti contrastanti, che rifiutano le lusinghe dell’amore.

Ma per la gioia di appassionati e studiosi, e di chi come me in questo museo lascia ogni volta un pezzo di cuore, la mostra è soltanto il preludio di una campionatura della vasta collezione vascolare del MANN che nel 2018 sarà nuovamente visibile grazie ad un nuovo allestimento, che darà nuovo risalto alle opere provenienti dalla Magna Grecia, per un progetto scientifico a cura di Enzo Lippolis, che, insieme ai vasi, collocherà anche bronzi, terrecotte, ori e lastre tombali dipinte.

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Intervista all’artista napoletana Roxy in the Box: «L’arte deve far ragionare»

In un mondo in cui sembra sia stato detto e fatto tutto, è sempre più difficile affermarsi sulla scena dell’arte contemporanea. Sono pochi gli artisti che con originalità e voglia di comunicare portano con successo la loro arte tra la gente. Tra questi c’è sicuramente Roxy in the Box, al secolo Rosaria Bosso, artista napoletana che quasi vent’anni anni è riuscita a imporsi ed esporre in alcuni dei musei più importanti della sua città e non solo, trasformando le sue opere in vere e proprie icone dell’arte contemporanea.

Da Madonna a Sophia Loren, da Maria Callas a Anna Magnani sono tanti i volti dei miti cui si è ispirata per il suo progetto Chatting: coloratissimi stencil sui muri, che felicemente ha portato e rielaborato in giro per i vicoli di Napoli.

Il suo ultimo progetto è The other side of the T-Pop, linea di T-SHIRT per il brand napoletano Silvian Heach, in cui parla di donne e di se stessa.

Come nasce l’idea di collaborare con il brand Silvian Heach?

«L’idea di collaborare con Silvian Heach è partita da loro. Un giorno mi hanno contattata e chiesto un progetto, gliel’ho presentato ed è piaciuto molto, quindi realizzato!».

Cosa raccontano le t-shirt e perché?

«”The other side of the T-Pop“, questo è il nome del progetto, parla di 7 donne dal 1300 ad oggi inclusa me. Questo è un progetto narrativo: 7 donne – 7 biografie. Per ognuna di esse all’interno delle magliette c’è stampata una loro biografia, tutte scritte dalla storica dell’arte Anita Pepe. La mia idea è che chiunque si trovi a stirare o stendere le T-shirts alla rovescia si trova qualcosa da leggere, qualcosa da imparare in un momento inaspettato».

Anche Gucci ha deciso di creare una linea di magliette in edizione limitata in collaborazione con l’artista Angelica Hicks: come mai la moda sta guardando all’arte di strada secondo lei?

«La moda guarda alla street art in quanto la strada è il migliore social su cui comunicare».

In che modo pensa stia cambiando la concezione che la moda ha della street-art?

«Ma la moda prende tutto quello che le serve, non si tratta di concezione, dove conviene là va. La moda è tendenza, oggi la street-art è tendenza, ed ecco fatta l’accoppiata! Poi per fortuna c’è chi oltre alla tendenza vuole raccontare altro».

Quanto è difficile oggi fare arte a Napoli?

«Ma perché si deve sempre pensare ad un aspetto difficile solo perché sono un’artista di Napoli? È difficile essere artista in tutto il mondo, perché combatti tutti i giorni con te stessa. Se poi decidi che oltre ad essere artista vuoi anche fare arte, allora devi imparare tante cose, e queste tante cose non riguardano solo la città di Napoli, ma ogni città del mondo».

Non era facile rimanere. Come mai ha deciso di restare?

«Decidere di restare nella mia città per me non è stata una scelta difficile. Si sta tra la propria gente, resti con i tuoi amici di una vita, che spesso rappresentano una protezione importante, e poi c’è la famiglia sempre in soccorso per ogni necessità o guaio che combino! Quindi più che difficile a me è sembrata una scelta facile».

Tante esposizioni in passato, che hanno portato la tua opera dalla Cappella Sansevero al PAN: c’è un luogo dove Roxy vorrebbe portare la sua arte?

«Mi piacerebbe esporre un giorno nei grandi musei. Inutile nascondersi: il museo è il tempio assoluto dell’arte, ma penso che prima di avvicinarvici bisogna percorrere tanti altri luoghi, altrimenti diventa soltanto una scatola da riempire».

Intanto la tua arte trova una naturale galleria nelle strade: in che modo i personaggi che racconti ti ispirano?

«La strada è pop, in quanto popolare. Se decidi di mettere qualcosa su strada ci vogliono elementi familiari, dal colore all’immagine, dalla scritta al messaggio che vuoi lanciare o lasciare. La pop art è un’immediata relazione su cui creare qualcosa».

Quanto è importante per un artista diventare popolare e quanto invece semplicemente esprimere se stesso?

«Allora se volevo solo esprimere me stessa, restavo chiusa in casa, invitavo parenti ed amici a mostrare le mie creazioni insieme magari a dei babà e caffè. Ma non è stato così!».

Molti street-artist, si pensi a Banksy, utilizzano la loro arte per lanciare messaggi contro la guerra o la violenza…

«Banksy è uno giusto, a me piace tantissimo, l’arte deve far ragionare e lui le racconta tutte a tutti!»

Come sta evolvendo e che direzione prenderà la sua arte?

«Non lo so che direzione prenderà il mio lavoro. Tutto dipende anche da cosa si vive, e oggi è tutto così talmente veloce che è difficile fare una previsione».

Può anticiparci qualche progetto per il futuro?

«Tutta l’estate lavorerò a un progetto sperimentale che ho scritto per un museo d’arte contemporaneo tedesco e più precisamente nella cittadina di Osnabruck. Vediamo cosa succede…».

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Il Museo Archeologico di Napoli riapre la Sezione Epigrafica

Lo scorso 30 maggio il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha inaugurato la Sezione Epigrafica, frutto di una attenta selezione, punta dell’iceberg di un patrimonio museale ben più ricco, ha ritrovato finalmente nuova dignità espositiva.

Una sezione non facile, questa, se si considera che i reperti qui esposti sono spesso appannaggio dei soli studiosi, citati già tradotti in volumi e ricerche scientifiche.

Dal marmo al tufo, dalla pietra al bronzo, le epigrafi esposte, antiche iscrizioni in latino e greco, osco, raccontano di leggi o di una quotidianità che qui si fa curiosità postuma.Scenografico l’allestimento che unisce ai faretti, supporti in ferro e acciaio, che colmano il vuoto dei frammenti, riproponendone altezze e misure così come dovevano apparire in origine.

Leggerle tutte sarebbe impossibile, così come leggerne le approfondite didascalie a corredo che talvolta traducono altre invece spiegano più ampiamente il significato.

Fregi di templi, iscrizioni funerarie, ma anche affreschi provenienti da Pompei. La storia, ma anche tante storie, scorrono davanti ai miei occhi nella sala sotterranea, estensione naturale della bellissima sezione egizia inaugurata lo scorso anno, cui è collegata attraverso una passerella.

Dalla lingua greca ai popoli italici, passando per Roma e la romanizzazione. Un percorso lungo secoli, che arriva fino a Pompei e che va ad arricchire e completare la già preziosa offerta del noto museo napoletano.

Continua dunque il processo di trasformazione che sta portando il museo nel nuovo millennio, mutandolo in agguerrito competitor dei più grandi e blasonati musei europei, e che ne fa un punto di riferimento su scala globale per il mondo greco-romano.

Un allestimento che si propone di avvicinare cittadini e visitatori a questo patrimonio unico al mondo, che trova la sua carta vincente nei preziosi reperti provenienti dall’antica cittadina romana all’ombra del Vesuvio.

Un percorso che – come ricorda Carmela Capaldi, docente dell’Università Federico II che ha collaborato alla realizzazione di questa nuova sezione – era già stato inaugurato nel 1994, completato in parte nel 2000 e che trova oggi il suo ideale e più ragionato compimento.Ordinata cronologicamente, la sezione parte dall’arrivo dei greci sulle coste campane, dal loro alfabeto mutuato dai fenici fino alle popolazioni italiche.

All’ingresso della sala una moderna carta geografica che ripercorre questo percorso, mostrando visivamente il processo di colonizzazione che ha portato alla nascita della scrittura, di queste testimonianze senza tempo, della storia stessa della nostra civiltà.