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Picasso, intimo e segreto dal 10 novembre a Palazzo Ducale a Genova

È un Picasso intimo, diverso dai dipinti che abbiamo visto finora esposti nei musei e nelle mostre del nostro paese e del mondo. Se le ultime mostre dell’artista spagnolo hanno visto l’esposizione delle sue opere più o meno celebri, Picasso. Capolavori dal Museo Picasso di Parigi mette insieme oltre 50 opere selezionate, appunto, dal Museo Picasso di Parigi.

Paul dessinant (1923)
Olio su tela, 130 x 97 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Opere dalle quali Picasso non si era mai voluto separare, e che aveva dipinto per suo diletto, da custodire e condividere con una ristretta élite di conoscenti e parenti.

Les Baigneuses (estate 1918)
Olio su tela, 27 x 22 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

Proseguono per i musei italiani i festeggiamenti del centenario del viaggio dell’artista nel nostro Paese. Giunto in Italia nel 1917, Picasso ne rimase particolarmente colpito. La commedia dell’arte e la pittura italiana maturarono nell’artista di Malaga un momento di svolta, che lo avvicineranno a quello che è convenzionalmente chiamato “periodo neoclassico”. Influenze di questo soggiorno che sarà indelebile per la vita e la carriera del pittore, si possono riscontrare nelle sue opere dei primi anni ’20. Opere, queste, che prendono le distanze dall’astrattismo che caratterizza la sua prima produzione, e lo avvicinano ad un nuovo senso dell’immagine più asciutto, con volumi monumentali e composizioni molto più equilibrate.

Allestita a Palazzo Ducale a Genova, dal prossimo 10 novembre fino al 6 maggio 2018, la mostra porterà idealmente il pubblico italiano all’interno delle case-atelier che si sono succedute nella vita di Picasso, e che lo ispireranno ognuna nel suo personalissimo modo.

Per restituire un’immagine degli ambienti in cui si muoveva il pittore, le opere

Autoportrait (autunno 1906)
Olio su tela, 65 x 54 cm
Musée National Picasso-Paris, Parigi
© Succession Picasso, by SIAE 2017

a lui più care e i luoghi che le hanno ispirate, la rassegna raccoglie anche numerose fotografie, conducendo il pittore lungo il percorso dell’artista catalano, percorrendo le fasi dei vari stili reinventati dal pittore e che dal ‘900 agli anni ’70 caratterizzeranno le fasi salienti della sua intera carriera.

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Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

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Dentro Caravaggio, a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio

Iniziata lo scorso 29 settembre, Dentro Caravaggio è un’antologica che si propone di ripercorrere la carriera del noto pittore lombardo in maniera inedita. A Palazzo Reale a Milano fino al prossimo 28 gennaio, la mostra ha messo insieme ben venti delle opere maggiori dell’artista provenienti dai più importanti musei italiani e del mondo, mostrandone al contempo, e per la prima volta, gli esami diagnostici ai raggi X.

Non potevo esimermi dal seguire il flusso degli oltre 70.000 visitatori che, ad oggi, hanno già prenotato il biglietto d’ingresso per quello che è un vero e proprio evento d’Arte e di cultura del capoluogo lombardo.

Un’audioguida, inclusa nel biglietto, si concentra soprattutto sulla tecnica con la quale Caravaggio ha realizzato ogni singola opera: preparazioni bianche, scure o rosse diventano parte delle tele realizzate per lo più a risparmio, dove un Caravaggio povero, ma già famoso, dipinge, anzi, illumina soltanto ciò che desidera mostrare all’osservatore, incidendo con la spatola dettagli che talvolta non realizzerà mai, mentre alle parti in penombra e alle zone scure l’arduo compito di rappresentare un’indefinita quanto immaginifica scena come in un teatro-libro di ronconiana memoria.

I dipinti raccontano tacitamente la vita di un artista talentuoso e bellicoso, irascibile, che ai salotti mondani preferisce sbronzarsi in osteria tra prostitute e delinquenti, e coinvolto spesso in risse e duelli che lo porteranno a fuggire a Napoli prima e in Sicilia poi, fino a Malta trovando la morte lungo il cammino di ritorno a casa, come un tragico eroe omerico a soli trentanove anni.

La devozione per le figure, per lo più religiose, si sovrappone a volte ad una iconografia pagana, come dimostrano i torsi atletici e possenti dei due San Giovanni Battista, l’uno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, ritratto in meditazione come un novello Galata morente, con tutta la dignità e il vigore di un eroe epico che trova la salvezza nella fede, l’altro, oggi al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, più cupo, immerso in una natura oscura e simbolica.

Tratti, rimaneggiamenti, che mostrano un Caravaggio spesso in conflitto con sé stesso e con ciò che voleva rappresentare davvero, e che trova la consacrazione quando riuscirà a spogliarsi di quei timori che i sotto-strati di pittura celano e conservano: come dimostra la figura dominante dell’angelo di spalle che campeggia al centro della scena del Riposo durante la fuga in Egitto, ingrandito fino a diventare il vero protagonista del dipinto, o l’uomo di spalle nell’Incoronazione di spine di Prato.

Personaggi secondari, spesso di spalle, chinati, addirittura proni, che sovversivamente diventano i silenziosi protagonisti di una naturale quotidianità che Merisi cattura anticipando la fotografia. Lo conferma il famoso (auto)ritratto del Ragazzo morso da un ramarro, dove il soggetto pronto per mettersi in posa per farsi ritrarre è invece paradossalmente catturato in un improvviso momento di disequilibrio compositivo, di paura per quel morso che gli porta a ritrarre la mano e aggrottare le sopracciglia in un’espressione buffa, che strappa quasi un sorriso allo spettatore che vede il quadro. Un momento concitato, come quel cambio di rotta della mano sinistra, prima dipinta accanto al viso del ragazzo e poi lasciata così come oggi noi tutti la vediamo, sospesa in secondo piano.

Le opere sfilano una ad una al centro delle grandi sale di Palazzo Reale che quasi scompare nella penombra delle luci soffuse e dagli ampi pannelli che ospitano i quadri, dietro i quali, proprio come un gioco in negativo, si nascondono degli LCD che mostrano video-installazioni degli esami ai raggi X cui sono state sottoposte, rivelando piccole modifiche in corso d’opera o ripensamenti, censure o vere e proprie sostituzioni dei personaggi ritratti, giungendo persino a svelare opere precedenti, come una Madonna orante nascosta sotto la Buona Ventura Capitolina, destinate a rimanere nascoste sotto gli strati di pittura che altrimenti l’occhio umano non vedrebbe mai.

A chiudere un percorso straordinario sono ben due i dipinti napoletani che prendono parte a questa rassegna: la flagellazione di Cristo del Museo di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola delle Gallerie d’Italia, che dal 30 novembre diventerà protagonista assoluto di L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, alle omologhe Gallerie d’Italia milanesi fino all’8 aprile.

Una mostra, questa, che getta nuove basi per gli studi caravaggeschi, e di cui comprendi l’importanza solo quando ti ritrovi faccia a faccia con la Madonna di Loreto (o dei Pellegrini), portata nelle sale direttamente dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma; dinanzi al volto di una delle tante prostitute che Michelangelo Merisi ha reso immortali nelle fattezze delle maddalene, di eroine e di Vergini oggi note in tutto il mondo, osservi una realtà fatta di imperfezioni, di unghie sporche, di persone di spalle e pose sbagliate, una realtà fatta di le luci e di ombre, le stesse che Caravaggio ha saputo cogliere nelle sue opere senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.caravaggiomilano.it

ART NEWS, CINEMA

Loving Vincent, primo film dipinto su tela per raccontare la vita di Van Gogh

A metà tra film d’animazione e opera pittorica vera e propria, la pellicola Loving Vincent ripercorre la vita di Van Gogh, famosissimo artista del XIX secolo, noto per le sue tele impressioniste e la lucida follia che le ha generate. Tante e contrastanti le leggende che ruotano intorno alla sua figura, da satiro lussurioso a genio, a fannullone.

Una pellicola interamente dipinta su tela, che fonde arte e tecnologia e che forse sarà destinata ad aprire la strada ad un nuovo genere cinematografico e senza dubbio un nuovo ed innovativo modo di raccontare i grandi artisti sul grande schermo.

Night Cafè, Arles Lt Milliet (Robin Hodges) and Armand Roulin (Douglas Booth)

Riproducendo infatti ben 94 dipinti dell’artista, con la stessa tecnica e il suo stesso stile, il film racconta la vita di Van Gogh, immergendo letteralmente all’interno delle sue opere lo spettatore, che potrà così riconoscere il Caffè di notte, il Campo di grano con volo di corvi, la famosa notte stellata e i suoi tanti ritratti e autoritratti.

Le immagini sono state ricreate da un team di 125 artisti, che hanno lavorato per anni per riprodurre migliaia di immagini per questo progetto senza dubbio originale e di grandissimo impatto. E il frutto di questo duro lavoro è un film che coniuga poesia, arte, tecnologia e pittura ed è riuscito a catturare il Premio del Pubblico all’ultimo Festival d’Annecy.

Il film arriva a seguito del grandissimo successo della mostra multimediale Van Gogh Experience, altro grande esempio di come oggi la tecnologia può aiutare a diffondere l’arte attraverso un linguaggio contemporaneo, che si avvicini maggiormente a giovani e giovanissimi, poco avvezzi ai musei e, ahimè, molto ai touch screen.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con Adler, vede media partner d’eccezione come Radio DEEJAY, Sky Arte HD e MYmovies.it, nell’ambito del progetto La Grande Arte al Cinema.

Marguerite Gachet (Saoirse Ronan) at the piano

La pellicola uscirà solo il 16, 17 e 18 ottobre. Per un elenco completo delle sale in cui sarà possibile vederla bisogna consultare il sito www.nexodigital.it

Non si tratta di uno sterile documentario, ma di una vera narrazione che parte dall’estate del 1891 in Francia, passando per Amsterdam, New York, Londra, Mosca, Parigi e Dallas.

Ispirata alle Lettere a Theo, la più corposa raccolta epistolare scritta dall’artista ad un caro amico, vede le parole dello stesso artista raccontare la sua vita.

Tanti i volti noti del piccolo e del grande schermo che hanno preso parte a questo interessante quanto eccezionale film: da Jerome Flynn de Il Trono di Spade a Saorise Ronan (nominata all’Oscar per Brooklyn e Espiazione), passando per Aidan Turner di Lo Hobbit e Helen McCrory di Harry Potter. A vestire i panni del protagonista, l’attore di teatro Robert Gulaczyk.

La loro partecipazione dimostra quanto un’opera del genere sia significativa e trascenda la mera passione per il mondo dell’arte e l’importanza della sua divulgazione, rendendo sempre meno netti i contorni del documentario dalla cinematografia.

ART NEWS

Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, a Novara fino al 14 gennaio

Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, da oggi, 21 settembre, fino al prossimo 14 gennaio 2018 al Castello Sforzesco di Novara. Dal Rinascimento al Neoclassico, questo il sottotitolo della mostra, che seleziona 120 opere dalla vasta Collezione Cavallini-Sgarbi di proprietà del noto critico d’arte Vittorio e di sua madre Rina Cavallini. Un’antologica, come ormai di consueto per Sgarbi che, dopo i Tesori Nascosti cui ho avuto il privilegio di partecipare, ritorna a divulgare arte in Italia. Niccolò dell’Arca, Lorenzo Lotto, Guercino, Guido Cagnacci, Artemisia Gentileschi, Francesco Hayez e Gaetano Previati sono soltanto alcuni degli artisti che animano queste ideali stanze segrete.

Una collezione che racconta di una grande passione, quella per la bellezza, di Vittorio Sgarbi e di sua madre, che hanno accumulato opere prendendo parte alle più prestigiose aste di tutto il mondo.

Non c’è una logica in questa collezione, che mette insieme indistintamente dipinti e sculture, e artisti di ogni secolo e genere pittorico, accomunate soltanto dal grande amore del critico d’arte.

Per la realizzazione di questa importante rassegna, alcune opere sono state sottratte ad alcuni musei statunitensi e orgogliosamente riportate in Italia, come il Ritratto di Francesco Righetti di Guercino dal Kimbell Art Museum di Forth Worth.

Realizzata con il patrocinio del Comune di Novara e naturalmente quello della Fondazione Cavallini Sgarbi, la mostra vede la direzione artistica di Giovanni C. Lettini, Sara Pallavicini e Stefano Morelli, ed è promossa dalla Fondazione Castello per valorizzare il sito visconteo, che viene finalmente riaperto al pubblico e restituito alla sua città.

Fino agli anni ’70 il castello ha avuto funzione di carcere, dove è stata rinchiusa anche Claretta Petacci, amante di Benito Mussolini.

Oggi invece quelle stesse stanze, un tempo prigioni, si fanno custodi di cotanta arte, e rendono più suggestiva la visita stessa del castello: «Da settembre a gennaio – ha detto Alessandro Canelli, sindaco della città di Novara – i visitatori avranno la possibilità di vivere una esperienza unica di bellezza e meraviglia, un primo tassello importante perché Novara possa diventare un punto di riferimento e di attrazione culturale anche fuori dai propri confini».

Opere che non seguono nemmeno una linea di appartenenza, bensì una geografia del cuore. Molto belle le parole con cui Vittorio ricorda sua madre Rina, definita il suo “miglior uomo”, la persona più fidata non solo negli affetti ma anche nei suoi interessi: «Si fece prolungamento del mio pensiero e della mia vita. Io indicavo il nome di un artista, il luogo, la casa d’aste. E lei puntuale prendeva la mira e colpiva».

Questa collezione ha saputo mettere insieme nel tempo, tra i tanti, artisti italiani di scuole diverse: dalla lombarda alla marchigiana, dalla veneta all’emiliana, passando per la romagnola, la toscana, la romana, con il solo intento di raccontare importanti pagine di storia dell’arte del nostro paese, e di quelle regioni che, come un colorato puzzle, ne compongono l’immagine e la grandezza agli occhi del mondo.

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La Cattedrale di Pozzuoli, avveniristico Tempio di Augusto sopravvissuto alle fiamme

La Cattedrale di Pozzuoli è oggi un amalgama di fede, arte e, sì, anche tecnologia. Distrutto da un disastroso incendio nel 1964, questo luogo di culto è risorto letteralmente dalle sue ceneri come l’Araba Fenice.

Chi mi segue sui miei canali social, e instagram in particolare, se ne sarà già accorto: questa estate sono stato a Pozzuoli, e non potevo non fare un salto nello storico Rione Terra, per vedere questo avveniristico luogo, a metà strada tra una chiesa e un tempio.

Sì, perché se c’è un lato “positivo” in un incendio che ha divorato parte della originaria struttura barocca, è quello di aver riportato alla luce l’antico Tempio di Augusto, su cui è stata costruita in epoca successiva la cattedrale.

La cattedrale sorge oggi sulla sommità del Rione Terra, e con molta probabilità rappresentava la parte più alta dell’antica Puteoli, che portò i greci a costruirvi un Capitolium della città, tempio dedicato alla Triade Capitolina Giove, Giunone, Minerva più volte rimaneggiato e riedificato fino all’età Augustea.

Il tempio fu costruito per volere di Lucio Calpurnio che volle dedicarlo all’Imperatore Augusto, come si evince da una iscrizione, che incaricò l’architetto Lucio Cocceio Aucto, probabilmente nel 194 a.C.

In età augustea i puteolani decisero di dedicare il tempio al patrono, Procolo, tra la fine del V e gli inizi del VI secolo.

È nel XVII secolo che la cattedrale comincia ad assumere le connotazioni architettoniche che ancora si intravedono. Durante l’età della controriforma il vescovo Martín de León y Cárdenas volle adeguarlo ai nuovi dettami, incaricando l’architetto Bartolomeo Picchiatti con la consulenza artistica di Cosimo Fanzago. Un intervento che si concluse nel 1647.

Artemisia Gentileschi, San Gennaro nell’Anfiteatro di Pozzuoli

Il duomo, secondo il nascente gusto barocco, fu arricchito di tele che narravano la vita della città, tra cui gli episodi della vita di San Gennaro che qui trovò la morte, ad opera della pittrice Artemisia Gentileschi, che lo ritrae proprio nell’Anfiteatro di Pozzuoli mentre doma le bestie che avrebbero invece dovuto divorarlo. Ma sono tanti i pittori degni di nota che fanno di questo luogo un vero e proprio museo e scrigno di opere d’arte.

Un grande incendio si sviluppò dal tetto in legno in incannucciato durante la notte tra il 16 e il 17 maggio del 1964, generando un calore tale che calcinò persino i muri.

Le tele ivi custodite furono portate per sicurezza nel Museo di Capodimonte e nel Museo di San Martino a Napoli. Ma se l’incendio rappresentò una pagina triste della storia dell’arte, esso consentì di vedere e scoprire la struttura originaria del tempio, che si pensava demolita per far spazio all’odierna cattedrale.

Oggi grazie ad una futuristica visione architettonica antico, moderno e contemporaneo convivono in un edificio che accosta grandi vetrate, che provano a restituire l’idea dell’antico tempio augusteo, e le colonne corinzie in parte stuccate che fuoriescono dalle pareti della cattedrale.

In parte musealizzata, oggi è rappresenta uno dei restauri più suggestivi e meglio riusciti al mondo, con passerelle in vetro che consentono di scorgere l’originaria struttura augusea, in parte ancora coperta, e la magnificenza di una cattedrale che, come San Gennaro con le belve nell’anfiteatro, sopravvive ancora a dispetto delle fiamme che lo divorarono più di mezzo secolo fa.

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La maison FENDI adotta la Galleria Borghese, tra Caravaggio e mostre internazionali

Prosegue il binomio pubblico e privato, e in particolare quello di moda e arte. Dopo il Palazzo della Civiltà e la Fontana di Trevi, prosegue la scalata di FENDI alla conquista di Roma, e al consistente contributo per un completo recupero e valorizzazione, che ha portato finora all’investimento di 10 milioni di euro.

La maison italiana ha deciso ora di adottare per tre anni la Galleria Borghese.

Merito della riforma museale attuata dal ministro Dario Franceschini, che ha avvicinato l’Italia agli standard europei, incentivando le cooperazioni tra le grandi aziende e le grandi realtà museali.

Una strategia vincente che, in tempi di crisi, ha portato i 38 milioni di visitatori nei musei italiani del 2013 a 45,5 cui vanno sommati i +12 dell’anno in corso. Cifre di tutto rispetto, che fanno dell’Italia il cardine per la cultura nel mondo, e dell’arte il principale attrattore che porta qui a frotte i turisti.

Ma cosa succederà adesso?

Grazie a questa nuova collaborazione tra la casa di moda italiana e il museo romano, sarà istituito un Centro di Ricerca su Caravaggio e una piattaforma digitale.

Il Caravaggio Reserch Institute, che si propone di essere il più completo corpus scientifico sull’artista, e vero paradigma per lo studio di tutta la sua carriera pittorica: «Il piano prevede la costituzione nella Galleria Borghese di un centro di studi, diagnostica e ricerca storica su Caravaggio e sulle sue opere – spiega l’ideatrice Anna Coliva – che sia il più completo esistente così da proporsi come riferimento per la ricerca sull’artista a livello mondiale. Il progetto si completa con la creazione di una piattaforma digitale che rappresenti la più esaustiva banca dati online relativa a Caravaggio. Per divulgare tale progetto di ricerca, la Galleria Borghese e Fendi hanno concepito un programma espositivo sull’artista che approderà in tre anni dagli Stati Uniti all’Oriente asiatico».

L’ambizioso progetto infatti prevede una serie di mostre di cui la prima tappa sarà novembre 2017 al Getty Museum di Los Angeles, dove approderanno ben tre opere dell’artista provenienti dalla galleria borghese: il San Girolamo, il Giovane con canestro di frutta e il David con la testa di Golia.

Se tra il XVIII e il XX secolo le opere di Caravaggio furono per lo più snobbate, a partire dagli anni ’50 vi fu un vero e proprio boom sulla figura dell’artista e sulla sua arte, che diffuse la sua fama e l’eccezionalità delle sue opere in tutto il mondo. Grazie allo storico dell’arte Roberto Longhi, che dimostrò la forte influenza di Caravaggio su tutta la produzione artistica nella pittura barocca, stile che emerse dal manierismo successivo alla morte dell’artista.

Caravaggio dunque come biglietto da visita e azioni dal valore in ascesa, in un mercato, quello dell’arte, in cui i musei diventano aziende in cui investire.

La prima mostra in partnership con FENDI alla Galleria Borghese invece partirà il 31 ottobre fino al prossimo 4 febbraio 2018. Dedicata a Gian Lorenzo Bernini vedrà importanti prestiti da prestigiosi musei europei, tra cui il Louvre, la National Gallery e il Victoria & Albert Museum di Londra, il Thyssen Bornemisza di Madrid, il Staatliche Museum di Berlino, il Metropolitan Museum di NY, proseguendo il festeggiamento del ventennale della riapertura del museo, avvenuta nel 1997, inaugurando idealmente una nuova Era di successi d’Arte e, è proprio il caso di dirlo, di glamour.

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Il MANN di Napoli celebra Versace con la mostra Dialoghi/Dissing

Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Gianni Versace, genio indiscusso della moda italiana nel mondo, assassinato sui gradini della sua villa a Miami il 15 luglio del 1997. Vent’anni dopo il mondo sembra non averlo mai dimenticato: un serial TV ne ripercorrerà la vita e la morte, il cantante Bruno Mars gli ha tributato un singolo questa estate e una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli ripercorre idealmente il suo stile.

Ultime settimane di tempo, fino al prossimo 20 settembre, per correre al MANN di Napoli e andare a vedere Dialoghi/Dissing, rassegna che mette a confronto il mondo antico con le creazioni originali del compianto stilista: «Con la mostra dedicata alla creatività di Gianni Versace abbiamo voluto dimostrare che esiste una continua contaminazione tra le arti» ha detto in merito Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano.

Una mostra che si propone come evento full-immersion, a cominciare dalla fragranza, creata per l’occasione da Mansfield, che stimola da subito l’olfatto del visitatore non appena varca la soglia dell’ingresso della Sala del Cielo Stellato.

foto di Dario Bruno

Dissing vede la consulenza scientifica di Maria Morisco, e ricrea sapientemente un dialogo-confronto tra gli abiti dello stilista, selezionati dalla collezione privata di Antonio Caravano e i reperti storici del museo.

foto di Dario Bruno

Nato a Reggio Calabria nel 1946, lo stilista ha sempre percepito la cultura della propria terra di origine, facendo di quella Magna Grecia il leitmotiv delle sue collezioni, che tanto l’hanno reso famoso tra gli anni ’80 e gli anni ’90, facendo di motivi tipici dell’Antica Grecia il proprio, distintivo, marchio di fabbrica: «Gianni Versace uomo del Sud aveva nel Dna tutte le immagini della cultura classica che poi ha stampato sugli abiti» ha detto Sabina Albano, ideatrice e curatrice della mostra.

Maschere in terracotta del IV e del III secolo a.C. diventano gli eccezionali accessori di giacche e gonne dalle policromie accese.

Lungo il percorso espositivo anche artisti contemporanei: da Manuela Brambatti agli acquerelli di Bruno Gianesi e Marco Abbamondi, passando per i ritratti di Ilian Rachov, a una scultura di Marcos Marin che troneggia nel giardino del museo.

Un evento da non perdere per ricordare quel fatidico 1997, che ci ha portato via Versace e qualche mese dopo ci avrebbe strappato anche Lady Diana, in qualche modo “musa” e amica dello stilista, che proprio con i suoi abiti riscopriva, come ogni donna oggi con la maison, la propria sensualità e quella libertà di essere donna.

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La Collezione Cavallini-Sgarbi ritorna a Ferrara con opere inedite

Un omaggio alla natia Ferrara, quello di Elisabetta e Vittorio Sgarbi, che portano oltre cento opere della propria collezione, Cavallini-Sgarbi, della madre Caterina Cavallini, in quello che forse è il luogo più rappresentativo della città, il Castello Estense, patria della cultura italiana.

La mostra animerà dal prossimo 3 febbraio al 3 giugno 2018 le quattordici stanze del castello, da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, attraversando secoli di storia dell’arte, regioni, artisti.

Una selezione delle oltre 4000 opere d’arte della collezione, molte delle quali mai esposte al pubblico, e che qui debuttano per la prima volta. Opere inedite che si rivolgono con particolare attenzione proprio agli artisti ferraresi ed emiliani: «Un dono alla mia famiglia – in particolare a mio fratello Vittorio e a mia madre, Caterina Cavallini, senza tralasciare i silenzi compiaciuti di mio padre Giuseppe, scrittore – una famiglia che ha consacrato una vita alla ricerca, alla scoperta, alla cura del bello» ha commentato Elisabetta Sgarbi, sorella del più noto critico d’arte Vittorio, ma anche editrice di grande successo (sua l’etichetta da lei fondata La Nave di Teseo), e presidente della Fondazione Cavallini Sgarbi che ha reso possibile questa straordinaria esposizione: «Questa mostra – dice Dario Franceschini dalle pagine di ANSA.it – è un’ulteriore conferma che la via intrapresa dal Ministero di abbattere il confine tra pubblico e privato è sicuramente giusta».

 

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Da Mirò a Botero: le grandi mostre d’autunno

Siamo agli inizi di agosto, e mentre tutti sono già proiettati su vacanze e mete turistiche, anche quest’anno non potevo esimermi dal segnalarvi le mostre che ritroverete al vostro ritorno. E a giudicare dal ricco carnet di Arthemisia, si preannuncia un anno ricco di eventi, molti dei quali legati all’arte contemporanea e ai grandi autori del XX secolo.

Si comincia con Mirò, a Palazzo Chiablese di Torino dal 4 ottobre fino al prossimo 14 gennaio 2018.

Sono 130 le opere dell’artista catalano, grazie all’eccezionale prestito della Fundació Pilar i Joan Miró a Maiorca, fondazione che conserva la maggior parte delle opere che l’artista ha creato in oltre trent’anni di carriera, sull’isola di Palma di Maiorca.

Lungo il percorso espositivo noti dipinti quali Femme au clair de lune del 1966, Oiseaux e Femme dans la rue del 1973.

A Torino i dipinti racconteranno come il maestro spagnolo è riuscito a muoversi sapientemente attraverso le principali correnti artistiche del tempo, quali il Dadaismo, il Surrealismo e l’Espressionismo.

Miro! Sogno e colore, questo il titolo della prestigiosa rassegna, è promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Musei Reali di Torino del Gruppo Arthemisia, con il patrocinio e il supporto di Regione Piemonte e Città di Torino, in collaborazione con Fundació Pilar i Joan Miró a Maiorca e vede come curatore scientifico Pilar Baos Rodríguez.

Scendendo verso sud, al Museo della Permanente di Milano arriva Chagall. Sogno di una notte d’estate, straordinaria mostra-spettacolo che dal 14 ottobre al 28 gennaio 2018 racconta in un modo inedito le opere di Marc Chagall, fondendo spettacolo, teatro, musica, arte e tecnologia.

Se in molti pensano già alle varie “experience”, che con colossali proiezioni si stanno diffondendo in tutta la penisola, dovrà ricredersi. Questo è un vero e proprio spettacolo che vede la regia di Gianfranco Iannuzzi, Renato Gatto e Massimiliano Siccardi, che hanno costruito qualcosa di unico che riuscirà ad intrattenere, travolgere ed emozionare i visitatori. E non è un caso se in Francia questo evento è riuscito a coingolgere 500.000 visitatori.

L’evento vede il Patrocinio del Comune di Milano ed è promosso dal Museo della Permanente di Milano ed è prodotta in Italia da Arthemisia con Sensorial Art Experience. La colonna sonora è stata composta da Luca Longobardi.

Anche Bologna rende omaggio la grande arte contemporanea di fine ‘900 con una grandissima prima internazionale: Duchamp, Magritte, Dalì. I tre artisti saranno protagonisti a Palazzo Albergati, insieme a tanti altri nomi come Ernst, Tanguy, Man Ray, Picabia, Pollock e tanti altri che raccontano una grande pagina di storia dell’arte recente.

Le opere esposte, provengono dall’Israel Museum di Gerusalemme, saranno oltre duecento; tra queste icone quali Le Chateau de Pyrenees (The Castle of the Pyrenees) del 1959 di Magritte, la famosa Gioconda L.H.O.O.Q. (1919/1964) di Duchamp e Surrealist Essay (1934) di Salvador Dalí.

La mostra, aperta al pubblico dal 16 ottobre 2017 al 11 febbraio 2018, curata da Adina Kamien-Kazhdan e David Rockefeller, è prodotta ed organizzata da Arthemisia in collaborazione con l’Israel Museum di Gerusalemme.

Al Complesso del Vittoriano a Roma, nell’Ala Brasini, arriva Monet (di cui ho ampiamente parlato qui). Curata da Marianne Mathieu, la mostra, aperta dal 19 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018,  presenta circa sessanta opere – per la prima volta esposte in Italia – del padre dell’Impressionismo, provenienti dal Musée Marmottan Monet – che nel 2016 ha festeggiato gli 80 anni di vita – testimonianza del suo percorso artistico, ma soprattutto dell’artista medesimo, dacché si tratta di opere che Monet conservava nella sua ultima dimora di Giverny, che il figlio Michel donò al museo e che rimasero sconosciute al pubblico fino al 1966.

E infine si ritorna a nord. A Verona dal 21 ottobre 2017 ci sarà una grande esposizione su Fernando Botero, già protagonista di un’altra grande esposizione prodotta da Arthemisia a Roma, che arriva ora a all’AMO Palazzo Forti di Verona. 50 suoi capolavori, molti dei quali in prestito da tutto il mondo, oltre 50 anni di carriera del Maestro dal 1958 al 2016.

Le caratteristiche figure opulente, i colori vivaci, il gioioso e giocoso mondo dell’artista colombiano declinato nelle esperienze e nei viaggi di un’intera carriera artistica, chiude degnamente questo primo ciclo di appuntamenti autunnali del calendario del gruppo Arthemisia che, con queste anticipazioni, già promette di regalarci grandi emozioni d’arte.