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Andrea Chisesi racconta Napoli. Al Castel dell’Ovo fino al prossimo 15 ottobre

È un vero e proprio omaggio a Napoli, quello di Andrea Chisesi, che parte proprio dalla città della sirena Partenope, mito che indaga come origine della vita e di questa mostra, Street Home, all’interno del Castel dell’Ovo di Napoli fino al prossimo 15 ottobre. Curata da Marcella Damigella in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, la mostra parte proprio da quei personaggi e volti che hanno reso famosa Napoli nel mondo: da Sophia Loren a Totò, da Maradona a San Gennaro, in un percorso dove il confine tra sacro e profano è indefinito, e il visitatore non sa quali siano i divi e quali le divinità.

Una città dai mille volti, Napoli, che qui si fanno metafore di bellezza, di ironia, di quel talento e quella passione che questa feconda terra ha partorito.

Dipinti, collage, fotografie, persino poster e manifesti raccolti per strada. Chisesi prosegue quella tradizione artistica, tutta contemporanea, di Mimmo Rotella, raccontando icone pop e rendendo popolari luoghi e volti meno noti.

Sala dopo sala il percorso di Chisesi diventa evocativo e onirico, sfumando da quei napoletani che ci emozionano e ci rendono orgogliosi alla tradizione della smorfia napoletana, dove l’artista, romano di nascita, ma milanese di adozione, attribuisce ad ogni numero di questa tombola di opere un nome ed un preciso significato, in un gioco di arte e di numeri che diverte e coinvolge il visitatore.

Una rassegna colta, che non manca di cogliere e far confluire in questo percorso d’arte contemporanea riferimenti all’immortale arte classica, e a quelle sculture custodite in uno dei musei-simbolo di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale, che con la sua collezione Farnese, parte inscindibile del tessuto napoletano, si fa pop-art, in ritratti in cui texture e tempera danno origine a quadri sospesi tra la pittura e la fotografia.

Ma è al piano superiore che Andrea Chisesi abbandona la forma e l’immagine per abbracciare l’esplosione di colore della serie Fireworks, fuochi d’artificio, in cui l’espressionismo astratto pollockiano trova un suo ordine in questo universo di schizzi e colori che danno vita a dei bellissimi prodigi pittorici.

Turchesi sgargianti, blu oltremare e azzurro esplodono da una tela all’altra, ricordando la spuma del mare delle onde che sono proprio lì, oltre le finestre delle sale del Castel dell’Ovo.

Andrea Chisesi è riuscito con i suoi lavori a rendere Pop Napoli, ma non per questo popolare. La sua infatti è una rassegna raffinata in cui mito, storia, cronaca, persino architettura sono sapientemente mescolate per originare una materia nuova, una materia della stessa sostanza di cui è fatta Napoli.

Altre immagini sul mio profilo instagram @marianocervone

Maggiori informazioni su www.andreachisesi.com

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Viaggio sul treno storico verso il suggestivo Museo di Pietrarsa a Napoli

La mia visita a Pietrarsa, il Museo Ferroviario di Napoli, è iniziata con un viaggio su di un treno storico, il Pietrarsa Express, che per due domeniche al mese ci fa rivivere le suggestive atmosfere d’inizio secolo.

E non c’è modo migliore per avvicinarsi a questo affascinante museo ferroviario, che vanta nel suo percorso vagoni e locomotive dei primi dell’800, e vede nel salone principale sfilare i più importanti modelli che dal XIX secolo fino agli anni ’70 hanno percorso i nostri binari e le nostre stazioni, portando orgoglio e innovazione al nostro Paese.

locomotiva del treno storico in partenza dalla Stazione Garibaldi

Alcuni dei modelli esposti all’interno del museo, infatti, sono stati dismessi poco più di trent’anni fa, dopo quasi un secolo di onorato servizio, portando viaggiatori su e giù per il nostro Paese.

Distinguo chiaramente il profilo del treno, più tozzo rispetto ai nostri affusolati frecciarossa, che si caratterizza anche per un colore marrone, tipico delle locomotive di metà secolo.

È forte l’odore del legno sulle carrozze degli anni ’30, ed è suggestivo immaginare, durante il breve tratto che da Napoli mi conduce a Portici (dove si trova il museo) come devono aver viaggiato i nostri nonni e bisnonni, alla volta di sogni e nuove vite o, più semplicemente, per far ritorno a casa.

Sì, perché raramente ci si spostava per turismo, e solo le classi più abbienti potevano vantare un viaggio di piacere. Ai tempi spostarsi era più oneroso rispetto alle tariffe talvolta low cost che con un po’ di anticipo riusciamo a rimediare on-line.

Sento il dondolio del treno, le rotaie che girano, l’ebbrezza di abbassare i finestrini e salutare, osservando la stazione che si avvicina mentre sento il vento sulla pelle.

Padiglione delle Locomotive

È cambiato il nostro modo di viaggiare, l’etica del viaggio. Lo percepisci osservando i posaceneri alle pareti, per consentire a chi fumava (a bordo!) di gettarvi le cicche; te ne accorgi dallo spazio dei portabagagli, per le valigie di cartone, quelle che contenevano tutto e niente, i sogni di un’intera vita, i pochi effetti personali per provare a cambiarla.

vagoni del treno storico

Il viaggio dura poco, nonostante l’andatura più lenta del treno, e quasi mi dispiace dover scendere dopo venti minuti alla scoperta di questa pagina di storia italiana e non solo.

All’interno del Padiglione delle Locomotive a Vapore, infatti, sono molte le locomotive di matrice straniera, come quella tedesca, più tozze e sgraziate rispetto agli affusolati chassis italiani, che sin dall’inizio si sono distinti per lo stile.

Bellissimi i vagoni degli anni ’50 e ’60, con quello stile, anche nel logo delle ferrovie dello stato, che quasi voleva imitare quello statunitense. Con linee morbide, sedili in pelle, e quell’ottimistico sguardo al futuro attraverso ampie vetrate e aree dedicate al ristoro.

Cambia il modo di viaggiare, si allungano le percorrenze, si accorciano le distanze. La velocità dei treni aumenta, e le loro forme si fanno stilose.

Bellissimo il Padiglione delle Carrozze e delle Littorine, all’interno del quale si può scorgere la Carrozza Reale S10, con stucchi e decorazioni sul soffitto come in un salone delle feste, ed un lungo tavolo da pranzo per i ricevimenti.

Nel 1929 i treni erano prodotti dalla FIAT e l’architetto di queste meraviglie su ruote, anzi rotaie, era Giulio Casanova, e poi le locomotive Diesel nel loro caratteristico colore castano, ma anche una particolare carrozza con piccole celle per il trasporto dei detenuti.

Un viaggio, quello di Pietrarsa, in cui lo spaccato della nostra Italia continua a correre sui binari della nostra memoria.

Per maggiori informazioni vi rimando ai contatti ufficiali:

www.museopietrarsa.it

Per altre foto sul racconto del mio viaggio, andate sul mio profilo instagram @marianocervone

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Tutte le mostre da non perdere della stagione d’arte 2018-2019

Messi da parte fenicotteri e infradito (o quasi), siamo pronti per gli impegni e, soprattutto, i grandi eventi culturali di questo autunno. Anche quello 2018-2019 si preannuncia come un calendario ricchissimo di mostre da non perdere, che da nord a sud animeranno la stagione culturale italiana.

Si comincia da Asti, il prossimo 27 settembre quando a Palazzo Mazzetti partirà CHAGALL Colore e magia. 150 opere di uno degli artisti più amati del XIX secolo, che arriva per la prima volta nel Comune di Asti, siglando una nuova sinergia con la società Arthemisia, dopo la tappa di Seul. Dipinti, disegni, acquerelli e incisioni saranno così visibili fino al 3 febbraio 2019.

E sempre più spazio e rilevanza acquista l’arte contemporanea nelle agende degli organizzatori, che quest’anno portano ben due mostre dedicate all’Artista contemporaneo per antonomasia, Andy Warhol. La prima, a Palazzo Albergati di Bologna, s’intitola Andy Warhol & Friends New York degli anni ’80, e dal prossimo 29 settembre fino al 24 febbraio 2019 vede 150 opere non solo dell’artista newyorkese ma di alcuni dei suoi più stretti amici, collaboratori e artisti influenzati dalla sua opera: da Francesco Clemente a Keith Haring, da Julian Schnabel a Jeff Koons.

La seconda mostra, intitolata semplicemente Andy Warhol, avrà invece sede nel complesso del Vittoriano a Roma dal 3 ottobre nell’Ala Brasini saranno esposti 170 lavori che cercheranno di riassumere la produzione artistica di Warhol. Dalle iconiche serigrafie dedicate ai personaggi del tempo alle Campbell’s Soup.

Ancora arte contemporanea, ancora New York. Nell’Ala Brasini del Vittoriano ci sarà anche Pollock e la scuola di New York dal 10 ottobre arriveranno importanti lavori del maestro dell’astrattismo dalle più prestigiose collezioni: dal Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e tanti altri autori della scuola newyorkese.

Molto attesa al Palazzo delle Arti di Napoli la retrospettiva su ESCHER che dal 1° novembre al prossimo 22 aprile 2019. Oltre alle opere del noto incisore olandese ci sarà anche un’ampia selezione di lavori a lui ispirati che dalla pubblicità al cinema sono stati influenzati dalle sue visionarie grafiche.

Nelle Sale Palatine della Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino dal 16 novembre arriva invece Van Dyck Pittore Di Corte. 50 opere suddivise in quattro sezioni mostreranno al pubblico il prestigio di uno dei pittori più influenti d’Europa, che nel corso della sua opera ha ritratto principi, regine, sir e nobildonne del suo tempo.

Dopo lo straordinario successo di Caravaggio, a Palazzo Reale di Milano arriverà Picasso Metamorfosi. Dal 18 ottobre fino al prossimo 17 febbraio 2019 si indagherà l’origine dell’ispirazione del visionario artista spagnolo che ha rivoluzionato il mondo dell’arte. La rassegna, in cinque macro sezioni, indagherà quelle forme classiche che Picasso ha reinventato nella sua perenne ricerca della bellezza.

Al Museo della Permanente di Milano dal 4 ottobre al 30 gennaio 2019 arriva invece una immersive experience proprio su Caravaggio. Caravaggio esperienza immersiva è questo il titolo della mostra multimediale che proietterà il visitatore dentro i capolavori del maestro milanese cui è tributata per il secondo anno di seguito una rassegna. Cuffie bineurali, videomapping e proiettori daranno vita ai quadri dell’artista per realizzare una mostra “impossibile”.

Sempre a ottobre, ma dal 12, al Museo Civico Archeologico di Bologna arriva Hokusai, Hiroshige – Oltre l’onda, con disegni e immagini dei maestri giapponesi.

Tanti gli artisti, tanti gli stili, tante le epoche con cui alimentare la propria sede di cultura. Questi i primi appuntamenti da segnare nelle vostre agende di arte.

Ma continuate a seguire internettuale attraverso i canali social, continuate a seguirmi su instagram (@marianocervone) per prendere ispirazione e continuare a ricercare la bellezza.

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Le bellezze tra Napoli e Caserta discriminate dalla guida Feltrinelli

In questi giorni non si fa altro che parlare del caso della Guida Feltrinelli su Napoli, Italia del Sud e isole, che definisce l’entroterra partenopeo a nord del capoluogo “poco attraente”, liquidandolo come, cito testualmente, “una distesa di sobborghi poco entusiasmanti”. Non mi dilungherò sul fatto che chi scrive ha aggiunto con nonchalance che questa parte del territorio è quasi tutta dominata dalla camorra o che è definito, a suo dire, addirittura triangolo della morte. Una persona che scrive con tanta superficialità di un territorio, è senza dubbio poco (in)formata, e si è ritrovata suo malgrado a riempire pagine senza le necessarie conoscenze che chi vuole redigere un prontuario per orientare i visitatori dovrebbe doverosamente avere.

Sono 23 i chilometri che separano la città metropolitana di Napoli e Caserta, e innumerevoli i paesi e le frazioni che custodiscono all’interno dei loro “sobborghi poco entusiasmanti” tesori di inestimabile valore.

Non starò qui ad elencarli tutti, ma voglio citarne alcuni per sopperire alla totale mancanza di informazione che la guida (non) ha dato di questi territori.

È quasi superfluo menzionare, come ha fatto il nostro disinformato giornalista, la Reggia di Caserta, che tra i suoi primati vanta quello di essere la residenza reale più grande al mondo per estensione.

complesso paleocristiano di Cimitile

E allora basta spostarsi di poco a nord di Napoli, a Cimitile, che tra le sue meraviglie vanta lo straordinario Complesso Paleocristiano di San Felice. Dedicato ai santi Felice e Paolino, l’edificio fu costruito tra il 484 e il 523, e conta numerosi affreschi e mosaici con fondo oro e azzurro. Il campanile invece è datato tra il XII e il XIII secolo, a pianta quadrata, si trova tra la parte occidentale dell’abside e l’ingresso.

Salendo, nell’area dell’avellinese, c’è Avella, che tra i tuoi tesori può vantare il bellissimo Castello di Avella o di San Michele. Domina l’intera città dal promontorio su cui è stato costruito. Si tratta di una roccaforte longobarda, costruita nel VI secolo e dedicata all’Arcangelo Michele. Costruita per controllare il territorio, ha subito numerosi attacchi, tra cui quello dei saraceni nell’883.

Duomo di Sant’Agata dei Goti

La storia di Sant’Agata dei Goti attraversa la storia antica, passando dall’epoca romana all’alto medioevo, dal periodo normanno a quello angioino, passando per il feudalesimo. In un intricato gioco di dominazioni, distruzioni e ricostruzioni, che hanno portato all’edificazione di monumenti straordinari. Uno su tutti il Duomo. Fondato nel 970, ricostruito nell’arco del XII secolo, è stato più volte rimaneggiato a seguito dei danneggiamenti dovuti al terremoto del 1688. Bellissimo il portale in stile romanico con capitelli corinzi e caratteristiche foglie di acanto.

Famoso in tutta la Campania per il suo caratteristico mercatino di Natale, il paesino di Limatola nel beneventano, vede sorgere sul suo promontorio che sovrasta tutta la cittadina il bellissimo Castello di Limatola. Costruito dai Normanni, nel rinascimento si trasformò da fortezza militare a dimora signorile, pur mantenendo le originarie caratteristiche difensive. Dal 2010 è un albergo ristorante, ed offre il suggestivo fascino di vivere e abitare nella Storia.

Anfiteatro Santa Maria Capua Vetere

A nord di Caserta, a Capua, sono tanti i monumenti che potrei elencare e fare una scelta è davvero difficile, non solo perché l’Abbazia Benedettina, quella di Abbazia di Sant’Angelo in Formis, che è considerata uno dei monumenti medievali più importanti di tutto il Sud Italia, ma anche perché sono davvero tantissimi i monumenti e i complessi religiosi di pregio, che meriterebbero pagine e pagine. Tra questi il bellissimo Anfiteatro Campano o Capuano, sito a Santa Maria Capua Vetere, che per dimensioni è secondo soltanto al Colosseo di Roma, e che probabilmente ispirò il monumento più noto di Roma, essendo, quello capuano, il primo anfiteatro del mondo romano, servendo da modello per tutti gli altri. Fu anche sede di una prima e molto nota scuola di gladiatori, e fu il luogo dal quale Spartaco nel 73 a.C. guidò la famosa rivolta.

E infine non posso non citare Carditello, con la sua omonima Reale Tenuta di Carditello, appartenuta ai Borbone. Architetto di questa magione fu Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli. In stile neoclassico, la tenuta fu costruita per volontà di Carlo di Borbone, e trasformata poi in casino di caccia per volontà di Ferdinando IV di Borbone. Con i suoi scaloni monumentali, affreschi, il parco è una vera e propria residenza reale, che offre ai visitatori l’eleganza e l’essenza della dinastia borbonica.

Reale Tenuta di Carditello

La mia, imprecisa e sommaria “guida”, è naturalmente solo un modo per dire ai lettori della guida Feltrinelli, che l’entroterra campano non è un far west desolato abitato da camorristi con il grilletto facile come lo ha frettolosamente immaginato il disinformato giornalista, ma è un florilegio di epoche, monumenti e costruzioni che raccontano di un hinterland artisticamente vivo e culturalmente stimolante.

Fate attenzione dunque alle guide che scegliete in libreria, spesso redatte con precisi scopi propagandistici, atte ad evidenziare la bellezza dei soliti luoghi e a nascondere tutto quanto di bello un territorio può svelare.

Fate ricerche, prima di visitare un posto, anche solo su wikipedia per farvi una sommaria idea, andate su YouTube, informatevi, ma soprattutto non siate semplici viaggiatori, ma cacciatori di bellezza.

tutte le immagini sono prese da wikipedia.
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Le domeniche gratuite educano alla “cultura del museo”

Musei, ingressi gratis e abolizioni. È questo il tema del giorno tra gli amanti dell’arte, da quando il neo-ministro alla cultura, Alberto Bonisoli, ha suggerito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli la possibilità di una abolizione degli ingressi al museo la prima domenica del mese.

Immediate le reazioni di chi, favorevole, pensa sia un bene questo cambiamento, come Cecilie Hollberg, direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, che raggiunta da SkyTG24 ha lamentato anche la carenza di personale e l’enorme sforzo per sostenere flussi maggiori nelle giornate gratuite, a chi, come l’ex Ministro della Cultura, Dario Franceschini, autore di questa iniziativa, pensa che la loro eliminazione sia un grave errore.

E in effetti questo un grave errore lo sarà, o almeno lo sarebbe, visto che si pensa ad una eliminazione sì, ma dopo l’estate.

Ed ha anche corretto il tiro Bonisoli, che definisce fake news la voce di una abolizione totale delle domeniche gratuite, e che tiene a precisare di voler dare più autonomia e scelta alle singole realtà museali e parchi archeologici: «La gratuità nei #musei? – twitta – non solo resterà ma sarà aumentata. Questo è un nostro impegno» ha detto il ministro, allegando un video in cui ha spiegato di voler “adattare le regole alle singole specificità, perché Milano non è Pompei – aggiunge – e idealmente [la gratuità] sarà pure aumentata attraverso un’operazione di valorizzazione intelligente si riesca a rendere più fruibile quello che è il nostro enorme patrimonio».

Dati alla mano, l’introduzione delle domeniche al museo, dal 2014, ha contribuito ad una crescita dei musei di oltre il 50%, con un grande ritorno di immagine e l’avvicinamento di persone all’arte tradizionalmente lontane dall’ambiente museale.

Da nord a sud sono tanti quelli che intendono mantenere attivo l’accesso gratuito. Da Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che intende andare avanti per la gioia di vedere così tanti visitatori nei musei milanesi, al sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto, che ha detto: «Grazie alla Domenica al Museo, negli ultimi tre anni e mezzo migliaia di famiglie hanno potuto scoprire Ercolano».

Secondo una prima analisi effettuata dall’AGI oggi, nel quinquennio successivo all’introduzione delle domeniche gratuite ad opera del ministro Franceschini, i visitatori dei musei sono cresciuti del 53%, con una crescita dei visitatori totali paganti del 36,4%.

È vero, potrebbero essere molti altri i fattori e le concause che hanno portato a questo esponenziale aumento dei flussi, perché correlation doesn’t imply causation, però va riconosciuto a questa riforma il merito di aver avvicinato gli italiani al loro straordinario patrimonio artistico.

E, numeri alla mano, un merito Franceschini ce l’ha davvero. Se si considerano tutti gli altri casi che danno diritto ad entrare gratis (età, insegnanti, giornalisti, studenti d’arte ecc.) chi ha usufruito dell’accesso gratuito ai musei è comunque una quota minoritaria rispetto a chi avrebbe già diritto ad un accesso omaggio e, a fronte dei 10.9 milioni di ingressi gratuiti nella prima domenica del mese, di fatto solo 3.5 milioni hanno effettivamente beneficiato dell’esenzione del biglietto.

Insomma un piccolo specchietto delle allodole, potremmo bonariamente definirlo, che ha contribuito finora ad una maggiore fruizione dei musei e dei luoghi d’arte, e ha saputo rendere più vicine e vive opere di inestimabile valore, e luoghi che nell’immaginario collettivo sono spesso percepiti come antiquati e polverosi, contribuendo invece alla loro scoperta, e incentivandone la visita anche nel corso dell’anno, pagando.

Sì, perché è questo che ha fatto Dario Franceschini, ha implicitamente educato gli italiani alla “cultura del museo”, che è diventato una più che valida alternativa allo scialbo giro nel centro commerciale del fine settimana. E se è giusta l’osservazione di chi pensa che non sia necessariamente questo il target di visitatore medio da attrarre, è altrettanto vero che una visita al museo, gentilmente offerta dallo stato italiano, (di)mostra che c’è un mondo altro, e può rappresentare un input alla crescita della persona, al suo benessere psicofisico, alla sua formazione culturale, e può senza dubbio alimentare quel sacro fuoco di una passione che ti accompagna tutta la vita.

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I musei al tempo dei social, tra record e assurde censure. Ecco due storie da conoscere.

In tempi di social il successo di un museo si misura, probabilmente, non soltanto da quello degli ingressi, ma anche dal numero del follower. Le Gallerie degli Uffizi a Firenze si collocano sul gradino più alto di questo primato con 150.000 follower e una media di 3500 like per post e una ventina di commenti (il profilo ufficiale da seguire è questo @uffizigalleries.

Tra le opere più apprezzate l’arte italiana, la Venere di Botticelli, con 13.278 like, la Medusa di Caravaggio, che di cuori ne ha collezionati 9.827 e Giuditta decapitata da Oloferne dell’artista Artemisia Gentileschi con 9.496.

«Il successo globale del canale Instagram degli Uffizi – ha detto in merito Eike Schmidt, direttore delle Gallerie – è anche un successo di conoscenza, di educazione, perché ogni giorno proponiamo un’immagine delle collezioni e un’interpretazione storico-artistica, e spesso pure un brano di poesia del passato e del presente. Questa formula ha trovato tanti seguaci in tutto il mondo: è rigorosamente bilingue in italiano e in inglese, per tutte le età tutte e le generazioni, e infatti siamo il museo che cresce di più in tutto il mondo su Instagram».

Secondo un articolo pubblicato lo scorso anno dal Sole24Ore, il 52% dei musei italiani infatti è social. Sono sempre di più le realtà museali che comunicano la propria offerta, cercando di attrarre nuovi visitatori o creare un senso di fidelizzazione attraverso facebook, twitter, instagram. Ed è proprio instagram il social emergente, con 14 milioni di utenti (italiani) attivi al mese.

Ma per un museo che fa di instagram il suo punto di forza, un altro invece si lamenta di facebook. È una notizia di qualche giorno fa che le istituzioni culturali del Belgio hanno inviato una lettera aperta a Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, per lamentarsi della censura.

Secondo le istituzioni belga infatti le nudità di Rubens, pittore fiammingo del XVII secolo, vengono automaticamente censurate e filtrate dal social network in base alle regole di pubblicazione contro i contenuti per adulti.

Il sito VisitFlander ha così diffuso un ironico video in cui le autorità dell’FBi (dell’intelligenza di facebook) invitano tutti i visitatori della House of Rubens ad Anversa che hanno almeno un profilo social a NON guardare i dipinti di Rubens per proteggerli dalle oscenità dei dipinti oggetto di censura del noto social network.

«Indecente – si legge nella lettera – è questo il modo in cui il seno, i glutei e i cherubini di Peter Paul Rubens vengono considerati, ma non da noi, bensì da voi. Potremmo riderci sopra, ma questa censura complica la vita degli attori culturali che vogliono far scoprire le opere dei maestri fiamminghi».

I firmatari di questa lettera aperta invitano il social network a trovare una soluzione al problema poiché, si legge, “Sfortunatamente la promozione del nostro patrimonio culturale unico non è più possibile sul social network più popolare” ha così chiuso Peter De Wilde, ceo di Visit Flander.

Nudità d’arte, capezzoli. Viviamo in un mondo così libero eppure così bigotto da censurare l’arte, senza distinguerla dalla becera pornografia. Un po’ come quando il presidente iraniano, Hassan Rohani, in visita in Italia, chiese di coprire alcune statue a suo giudizio oscene perché nude. Di questo passo i social finiranno, o finirebbero, per censurare anche gran parte della produzione artistica italiana: le Veneri molli e un po’ maliziose di Tiziano, la Fornarina di Raffaello, i nudi possenti di Michelangelo. Una censura, quella digitale, che fa balzare i social indietro di almeno cinque secoli. All’ora era il Concilio di Trento, convocato dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma liberale di Martin Lutero, finì con il censurare anche opere di grande valore artistico. Una su tutte proprio il Giudizio Universale del Buonarroti, i cui ignudi furono rivestiti da Daniele da Volterra che, per questa operazione, si vedette etichettare con il soprannome di Braghettone.

È qui che stiamo ritornando? In un’epoca in cui il digitale non riesce a distinguere la bellezza dell’arte dalla pornografia gratuita?

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Le opere del Museo Archeologico di Napoli mostrate da Alberto Angela

Se il suo nome ha trendato tutto il giorno su twitter per la notizia che la cantante Beyoncé voleva fittare il Colosseo per un video nelle stesse date in cui lui girerà il suo programma, Alberto Angela non ha tradito le aspettative nemmeno in prima serata, quando ha incantato i napoletani e non solo con il suo speciale sui depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli nell’ambito della trasmissione di suo padre Piero, SuperQuark in onda su raiuno in prima serata.

Un viaggio che ci ha portati nelle viscere del MANN, diretto da Paolo Giulierini, e che ci ha mostrato quanti tesori nascosti sono ancora inediti all’interno di uno dei musei di archeologia più importanti al mondo. Ma Alberto Angela è risalito fino ai sottotetti.

Sono 1200 gli affreschi di Pompei, Ercolano, l’antica Stabia che “riposano” protettivamente nei depositi del MANN, in attesa di mostre, eventi culturali di rilievo, esposizioni all’interno delle sale del museo.

Tra questi un bellissimo altorilievo proveniente da Castellammare di Stabia nella seconda metà del ‘700, rappresentante un atleta nel tipico nudo eroico, leggermente sproporzionato nelle dimensioni del busto. Non si tratta di un errore dello scultore, ma di una necessità della visione prospettica. Collocato probabilmente verso l’alto, la figura restituiva così a chi la guardava le giuste proporzioni, un po’ come oggi succede con quelli che vengono definiti disegni 3D. Allungati da un lato, acquistano la loro prospettiva e forma se guardati nel giusto punto focale.

Bellissima anche la collezione di elmi illustrata da Angela, che mostrano quanto i combattenti dovessero essere armati e quanto dovesse pesare un’armatura. Cesellati e lavorati, fanno parte forse di elmi da parata, che portano storie e cortei trionfali.

Nei depositi, ma solo provvisoriamente, per ragioni di manutenzione e restauro, la bellissima tazza Farnese. Un blocco unico di agata sardonica, finemente cesellata. Vista da Angelo Poliziano nella collezione di Alfonso V d’Aragona, viene acquistata da Lorenzo il Magnifico a Roma nel 1471 e passò quindi nella collezione della famiglia Farnese.

Una piccolissima panoramica di uno dei musei più suggestivi ed importanti al mondo che Alberto Angela ha mostrato in una versione inedita.

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2500 anni di storia del Centro Antico di Napoli. Giovedì 19 luglio alla “Pietrasanta”

Prosegue il ciclo di appuntamenti alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli. Dopo il successo della conferenza teatralizzata di qualche settimana fa, quando il Dottor Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis ha rievocato la storia della Cappella Pontano, si bissa giovedì 19 luglio dalle ore 17.30 con un nuovo appuntamento da non perdere. L’occasione questa volta è la presentazione del nuovo volume di Italo Ferraro, Centro Antico (Oikos edizioni). Un libro, questo, che indaga 2500 anni di storia che hanno interessato la città di Napoli: dalla formazione della città dai Greci, passando per le dominazioni che si sono susseguite nei secoli. Dai romani alla Napoli ducale, dagli angioini agli aragonesi. Un centro antico, quello di Napoli, che si è rinnovato pur restando sempre uguale a se stesso. Gli stessi assi, quelli dei cardi e dei decumani, hanno accolto nel loro ventre mode urbanistiche e influenze culturali continuando a preservare quell’impianto che è rimasto immutato nel tempo.

Ma il volume di Italo Ferraro pone l’accento anche sulla recente costituzione della Città Metropolitana e dei suoi 94 comuni che comprendono luoghi di straordinaria bellezza e indiscusso fascino: le isole di Capri, Ischia, Procida, ma anche la Provincia di Salerno e l’Agro nocerino-sarnese.

Una tavola rotonda cui partecipa con grande entusiasmo Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica della Pietrasanta, che insieme ad un ricchissimo parterre di ospiti disquisiranno con il Dottor Iovine dei cambiamenti topografico-culturali che hanno interessato e interessano l’area del centro storico di Napoli.

Con loro, tra gli altri, il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, reduce da uno straordinario successo che ha aperto un dialogo tra l’Ermitage di San Pietroburgo e il MANN, il docente federiciano e urbanista il Professor Francesco Coppola, che coordinerà il dibattito, e il Presidente della Fondazione Morra nonché direttore del Museo Nitsch, Peppe Morra.

L’incontro si propone di mettere in luce un lungo processo di fusione e integrazione che ha portato alla formazione del centro antico così come lo conosciamo noi oggi, e vuole porre l’accento su quelle connessioni, ancora oggi purtroppo latenti, che sono esistite tra i vari territori e epoche, sollecitando una serie di riflessioni e di approfondimenti che riguardano Napoli innanzitutto e il suo centro antico.

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Alla “Pietrasanta” a Napoli un bellissimo omaggio alla chiesa del Giovanni Pontano

Immagini d’epoca, documenti ufficiali, lettere. La vicenda poco nota della Cappella dei Pontano a Napoli, è diventata ieri, giovedì 5 luglio, una straordinaria conferenza teatralizzata, che ha raccontato ai presenti una pagina poco nota della città di metà Settecento. A dispetto della canicola di questi primi giorni di luglio, la corposa platea si è riunita nella bellissima Cappella del Santissimo Salvatore, a ridosso della monumentale Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via dei Tribunali.

A fare da scenografia d’eccezione, gli stucchi, dipinti e un bellissimo pavimento maiolicato dalla stessa bottega del Chiostro di Santa Chiara, i Massa.

Protagonisti di quella che è stata una vera e propria rievocazione il Dottor Raffaele Iovine, Presidente dell’Associazione Pietrasanta, l’autore Gianpasquale Greco, che ha svolto un lavoro di ricerca proprio su questi luoghi, e Lucio Carlevalis, Presidente della prestigiosa Ensemble Vocale di Napoli, la cui sede è proprio la Basilica della Pietrasanta, che con enfasi e vigore ha dato voce ai protagonisti della vicenda, leggendo e interpretando passi di documenti citati.

Alla metà del XVIII secolo infatti la Cappella che l’Umanista Giovanni Pontano aveva dedicato alla memoria della moglie, rischiava di essere abbattuta, e con essa proprio l’adiacente Cappella del Salvatore, per riqualificare e dare maggiore dignità alla facciata della Basilica.

Furono tante le coraggiose opposizioni del popolo napoletano che trovarono l’appoggio del Re Carlo di Borbone, e di altri intellettuali dell’epoca, che riuscirono a sottrarre questo bellissimo monumento rinascimentale ad un triste destino.

Il paradosso fu però l’oblio cui fu condannato, appena un secolo dopo, per ritrovare la sua dignità di Cappella e prestigiosa costruzione rinascimentale della città soltanto nel primo decennio del 2000, quando l’Associazione Pietrasanta si fa custode di questi posti finanziandone, completamente a proprie spese, i restauri, riportandoli all’antico splendore.

Ricorda con affetto e commozione questi momenti, Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica, e promotore di un progetto, unico nella sua specie, che vede pubblico e privati collaborare insieme per il bene comune e per i beni culturali, recuperando non soltanto l’antico complesso basilicale, primo a Napoli dedicato al culto della Vergine, ma anche le due cappelle annesse: «Difendere la propria memoria e le proprie radici significa soprattutto ricordare vicende di coraggio come questa» ha detto il Presidente Iovine, la cui mission è quella di fare della Basilica, oggi sede di prestigiose mostre, una vera e propria fabbrica di cultura, che si fa promotrice di eventi di spessore come questo.

Emozionato ed emozionante l’intervento di Monsignor Vincenzo De Gregorio, che in chiusura ha ripercorso le vicende di questi tre monumenti, dal totale abbandono negli anni ’70 e ’80, protetti, ma in qualche modo dimenticati, da un recinto che ne impediva l’accesso e la fruizione, e oggi polo museale nel cuore del centro storico della città.

Se è vero che, come narravano gli antichi, pronunciare il nome di una persona fa sì che sia immortale, con questa sontuosa rievocazione Raffaele Iovine, Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis hanno compiuto, per il coraggioso popolo napoletano, che non volle essere complice e non ha taciuto, il miracolo dell’immortalità.

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L’Archeologico di Napoli schiera l’arte contro la violenza sulle donne

L’arte salverà il mondo. Potrebbe essere questo il motto del prossimo novembre, che vedrà coinvolto il nostro Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sì, perché L’amore non violento nell’antica Roma, questo il titolo della rassegna che sarà allo Stadio Domiziano di Roma, vuole essere un evento che impone l’arte classica contro la violenza di genere. Un modo nuovo per spiegare soprattutto ai giovanissimi cosa vuol dire oggi la sessualità attraverso quella dimensione di “piacere condiviso”, avvalendosi al tempo stesso dell’aiuto della psicologia.

Sono più di 3000 le vittime di femminicidio dal 2000 ad oggi. Nel 92% dei casi ad uccidere queste donne è stato un uomo.

Possesso, gelosia, isolamento e disagio sociale. Sono queste le cose che spingono gli uomini, con patriarcale dispotismo, a sentirsi padroni delle loro donne: «Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli promuove le iniziative meritorie che, con l’apporto insostituibile dell’arte e dell’archeologia, riescono a diffondere messaggi sociali di grande importanza – ha detto in merito Paolo Giulierini, direttore del MANN – soltanto grazie alla cultura, si possono arginare fenomeni preoccupanti come quelli della violenza sulle donne».

L’evento vede la curatela del noto critico d’arte Vittorio Sgarbi.

Per farlo scendono in campo alcune delle opere del museo napoletano e ben 12 riproduzioni con immagini in tre dimensioni di alcuni celebri capolavori del MANN, come il Toro Farnese o la Venere in bikini.