CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.

CINEMA, INTERNATTUALE

Claudia Cardinale, Cannes e la polemica ipocrita di twitter

A poche ore dalla sua presentazione ufficiale ha già suscitato non poche polemiche. Parlo del poster della 70esima edizione del Festival di Cannes, che quest’anno vede protagonista un’altra icona del cinema internazionale, Claudia Cardinale.

Dopo Marcello Mastroianni, Ingrid Bergman e Jean-Luc Godard delle passate edizioni a troneggiare sul poster della kermesse di cinema più prestigiosa al mondo c’è questa volta la nota attrice italiana. Una giovanissima e sorridente Cardinale intenta a saltare e girare gioiosa su se stessa, con i lunghi capelli al vento.

Uno scatto vintage in bianco e nero che nella locandina è stato riproposto con colori purpurei-violacei, mentre la silhouette dell’attrice sembra adesso volteggiare tra uno scintillante numero 70.

Immediata la polemica per qualche colpo di “photoshop” che avrebbe ristretto la vita e le caviglie della protagonista di Il Giorno della Civetta, e ne ha ritoccato anche i capelli.

Un vero “sacrilegio” secondo i twitteri su di una Claudia poco più che ventenne.

Ad operare i ritocchi su di una foto dell’Archivio Cameraphoto Epoche di Getty Images è stato Philippe Savoir, che ha adeguato l’immagine allo spirito di questa edizione e, confrontandola con lo scatto originale, senza dubbio è innegabile che i ritocchi ci sono stati.

Ma si tratta di una polemica inutile, quella del web che sembra continuare ad indignarsi senza alcuna coerenza.

i ritocchi evidenziati da Vanity Fair Italia

In un mondo, quello del web, dove anche il ritocco è diventato democratico e, nell’era del post-Photoshop anche un semplice selfie con lo smartphone è abbondantemente ritoccato grazie ad applicazioni e filtri, suona un po’ ridicolo, e probabilmente ipocrita, risentirsi e polemizzare contro qualche click del computer che ha soltanto attualizzato l’immagine dell’attrice, adeguandola ad un diverso uso, trasformandola da scatto distratto di un magazine d’epoca a iconica immagine del cinema.

Felicissima e onorata la Cardinale che in merito alla scelta di questa foto, di cui nemmeno si ricordava, ha detto: «Ma quella foto mi rammenta i miei inizi, un’epoca in cui mai avrei immaginato di ritrovarmi un giorno sulle gradinate del più celebre dei Festival» incurante dell’incriminato ritocco

Qualsiasi fotografo o ritoccatore, ma anche semplice utente di facebook e instagram, avrebbe, se ne avesse avuto la capacità e la possibilità, assottigliato una caviglia ed un polpaccio appena deformato dallo slancio del salto, senza nulla togliere alla bellissima espressione di un viso radioso.

Quante volte sbianchiamo i nostri denti, assottigliamo il viso, eliminiamo il doppio mento, utilizziamo un filtro che schiarisca la pelle o ci faccia apparire più giovani?

Per pura vanità o semplice insicurezza siamo tutti soggetti al ritocco fotografico, e molto più spesso al bugiardo auto-ritocco, quello di cui ci vergogniamo come le showgirl del botox in televisione e continuiamo a negare anche di fronte all’evidenza.

Da intelligente donna di spettacolo, persino Claudia ha elegantemente glissato l’argomento, perché conosce bene le leggi del marketing e le regole che lo showbiz impone. Per questo motivo trovo particolarmente fasullo continuare a fare la morale su di una consuetudine abusata da tutti: chi non ha usato il filtro leviga almeno una volta scagli la prima pietra.

 

CINEMA

A cinquant’anni dalla morte, 10 film per ricordare Totò

C’è una ricorrenza molto importante per i napoletani che ricorre quest’anno, e per l’esattezza, il prossimo 15 aprile. È quella del cinquantenario dalla morte di Antonio De Curtis, per tutti semplicemente Totò, scomparso nel 1967 all’età di sessantanove anni.

Credo non esista napoletano al mondo che non lo conosca e non lo ami.

Totò

Attore, sceneggiatore, ma anche compositore, ha recitato in oltre cento film, collaborando tra gli altri con Luigi Comencini e Eduardo De Filippo. Noto a tutti come “il principe della risata”, per la vena ironica delle sue commedie, nascondeva dentro di sé grandi malinconie, come dimostra l’intenso brano che ha scritto nel 1951, Malafemmina, entrato di diritto nella canzone classica napoletana e dedicato all’abbandono di sua moglie Diana.

Uomo di grande sensibilità, ha composto anche poesie in dialetto che oggi sono ben radicate nella cultura napoletana. Una su tutte ‘A livella, perfetta incarnazione di una ricorrenza, quella del 2 novembre, molto sentita nella natia Napoli.

Non si può non parlare di Totò senza fare accenno al suo cuore straordinario. Mi piace ricordare un aneddoto molto bello, che anche i napoletani un po’ si tramandano con orgoglio: pur essendosi trasferito da anni a Roma, Totò si faceva accompagnare dal suo autista nel Rione Sanità, quartiere d’origine dell’attore, dove metteva delle buste con del denaro sotto le porte dei bassi. Sono tantissime le opere di beneficenza che faceva l’attore, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, che fa comprendere la vera grandezza dell’Uomo prima dell’artista che tutti noi abbiamo imparato a conoscere sul grande schermo.

Da napoletano, e da fan sfegatato, è difficile scegliere, in una filmografia vasta come la sua, le pellicole che sono maggiormente rappresentative. Tuttavia per quelli che vogliono conoscerlo, e per chi invece vuole celebrare questo mezzo secolo senza di lui, stilo questo elenco di film che non mi stancherei e non mi stancherò mai di vedere:

  1. 47 morto che parla, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950): Totò interpreta un irresisistibile quanto tirchio Barone Antonio Peletti, che si crede anima vagante per un tiro che gli fanno i suoi compaesani per spingerlo ad un atto di generosità. Memorabile la sua battuta: “…e io pago!”.
  2. Un turco napoletano, regia di Mario Mattioli (1953): prima di una trilogia di trasposizioni cinematografiche delle omonime commedie teatrali di Eduardo Scarpetta. Qui Totò interpreta un donnaiolo che per circostanze di cose si finge turco, e quindi erroneamente è creduto eunuco, e viene messo a guardia della moglie e della figlia del suo datore di lavoro.
  3. Miseria e Nobiltà, regia di Mario Mattioli (1954): altra commedia di Scarpetta. Forse la più famosa e amata tra tutte. Totò qui è il poverissimo scrivano Felice Sciosciammocca, che con l’amico Pasquale Catone si fingono i nobili parenti del giovane marchesino Eugenio, che vuole così chiedere la mano della fidanzata, considerata indegna dalla vera famiglia di origine. Nel cast c’è anche una giovanissima Sophia Loren, tante le battute celebri, ma la scena più famosa è quella in cui un affamatissimo Totò mangia degli spaghetti con le mai.

    Totò con Mike Bongiorno in una scena del film “Lascia o raddoppia?”
  4. Totò lascia o raddoppia?, regia di Camillo Mastrocinque (1956): forte del successo dell’omonimo programma televisivo, Totò qui è il Duca Gagliardo della Forcoletta, esperto di ippica, che prende parte alla nota trasmissione rai. Nel film anche Mike Bongiorno, che all’epoca presentava il programma, dove interpreta se stesso. Accanto a Totò l’immancabile Carlo Croccolo nei panni del fedele maggiordomo.
  5. Totò, Peppino e la… malafemmina, regia di Camillo Mastrocinque (1956): film che dà inizio alla fortunata coppia Totò e Peppino (con un Peppino De Filippo “spalla”-protagonista). Qui i due sono i fratelli Capone, contadini del sud, che mandano il loro nipote Gianni a studiare medicina a Roma e lo raggiungono a Milano dove temono si sia perso con una donna di malaffare. Memorabile la scena della lettera, vero caposaldo della commedia italiana. Nel cast anche Teddy Reno nei panni di Gianni, dove canta il brano Malafemmina che dà il titolo al film.
  6. Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque (1956): alla già collaudata coppia Totò-Peppino si aggiunge in questo film anche Titina De Filippo che qui è la moglie tiranna e tirchia di Totò. Per sottrarle del denaro, i due fingono un rapimento, fuggendo con la somma del riscatto per una settimana di bagordi a Roma.
  7. Signori si nasce, regia di Mario Mattioli (1960): è uno dei miei film preferiti in assoluto. Età giolittiana. Qui Totò è il Barone Pio Degli Ulivi, nobile squattrinato che dilapida tutto il suo patrimonio in compagnia delle donne di una compagnia di teatro che frequenta. Un ruolo che è agli antipodi di quello del 1950, ma che è altrettanto esilarante.

    Totò nella celebre scena della Fontana di Trevi nel film Totòtruffa 62
  8. Totòtruffa ’62, regia di Camillo Mastrocinque (1961): in coppia questa volta con un bravissimo Nino Taranto, sono una coppia di ex trasformisti di teatro, che si ritrovano invece a far truffe per vivere. Famosissima la scena in cui Totò cerca di vendere la Fontana di Trevi a Roma ad un turista di passaggio.
  9. Che fine ha fatto Totò Baby?, regia di Ottavio Alessi (1964): chiaro il riferimento, fin dal titolo, al noto film con Bette Davis, Che fine ha fatto Baby Jane?. Qui Totò è in coppia con Pietro De Vico, che interpreta suo fratello che, così come Joan Crawford nel film originale, è del tutto vittima della follia (qui omicida) di suo fratello maggiore. Il film si concluderà nello stesso identico modo: riproponendo una folle danza con dei gelati in mano su di una spiaggia. Precursore di quello che sarà lo humor nero.
  10. Totò d’Arabia, regia di José Antonio de la Loma proprio con Totò. Anche qui, come suggerisce il titolo, è chiaro il riferimento al film Lawrence d’Arabia. Di tutti quelli elencati, questo è probabilmente l’unico a colori. Qui Totò è un domestico a servizio dell’Intelligence britannico, che viene fortuitamente ingaggiato come agente 00-sbarrato-8. Quello zero in più, richiamo al noto 007, Totò si arroga il diritto di avere la licenza di uccidere, rubare, truffare. La missione lo porterà tra le roventi sabbie del Kuwait.

Da non perdere inoltre tre pellicole in cui Totò interpreta solo un cameo: Arrangiatevi!, pellicola sulle case chiuse, in cui è lui a fare da “spalla” a Peppino De Filippo; Napoli Milionaria, che interpretò senza compenso in virtù della profonda amicizia con Eduardo De Filippo; e infine (uno dei miei preferiti) Operazione San Gennaro di Dino Risi, dove Totò è un boss che comanda la malavita locae anche dal carcere di Poggioreale, in un piccolo ma significativo ruolo, con un grandissimo Nino Manfredi e una bellissima Senta Berger.

Mi auguro di aver trasmesso, con questo piccolissimo omaggio, la curiosità di scoprirlo o di riscoprirlo per quanti già conoscono un vero artista sulla scena e un grandissimo maestro di vita vera.

CINEMA

Cosa aspettarsi dal nuovo film Disney “La Bella e la Bestia”

Emma Watson e Dan Stevens nella scena del ballo

Una fedele riproposizione live-action del cartone animato del 1991. È questa la nuova versione de La Bella e la Bestia, film nelle sale dal 17 marzo con Emma Watson, che riporta al cinema la favola di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont.

Stesse scenografie, stessa “iconografia” disneiana, stessa musica. Le differenze tra il cartone originale e la pellicola cui si ispira sono pochissime. Sarà perché quello de La Bella e la Bestia è stato il primo cartone animato ad essere candidato agli Oscar come miglior film, sarà che le musiche originali invece la statuetta l’hanno vinta, ma formula che vince non cambia, e così un po’ stancamente forse la Disney l’ha riproposto, aggiungendovi però qualche effetto speciale in più.

Benché il film si rifaccia quasi totalmente all’omologo animato, i puristi del cartone animato avranno notato qualche sfumatura diversa nei testi delle canzoni che, quasi ci viene di cantare in automatico nella versione che tutti abbiamo imparato a conoscere ventisette anni fa.

Qui Emma Watson è Belle, incarnando perfettamente l’essenza della bella, diversa dalle altre ragazze del suo bel paesino in una indefinita area della Francia, che è un po’ strana agli occhi dei suoi abitanti, perché legge, perché, come un’eroina contemporanea, sogna l’indipendenza, perché a differenza delle altre non vuole sposare Gaston, il macho che tutte le ragazze desiderano con ardore.

Una trasposizione fedele, la cui sceneggiatura si distacca dal cartoon anni ’90 per pochi (e non indispensabili) momenti di brio. Persino i costumi sono chiaramente ispirati all’animazione Disney.

Se infatti in Maleficent la favola de La Bella Addormentata nel bosco era riletta da un inedito punto di vista, e con Cenerentola c’era stata l’aggiunta glamour dei costumi, la Bella e la Bestia è invece è l’esatta trasposizione, al punto che viene quasi da chiedersi se fosse davvero necessario farlo.

Ma è nella parte centrale che il film comincia ad emozionare, forte di una inedita e più adulta citazione di Shakespeare che sembra avvicinare i due protagonisti come novelli Paolo e Francesca. Galeotti dunque furono Romeo e Giulietta, la cui storia dona un tocco di immortale poesia ad una pellicola altrimenti piatta.

E all’improvviso si (ri)vive l’emozione della Bella che, con sguardo amorevole, va oltre l’orrendo (e simpatico) aspetto della Bestia.

Naturalmente irriconoscibile l’attore Dan Stevens, noto Matthew del serial Downton Abbey, dal cui cast la Disney è andata ancora a ripescare, per affidargli il ruolo della Bestia che, pochi sanno, si chiama in realtà Adam.

I fan della favola non resteranno delusi, e troveranno nella scena finale il medesimo pathos, ma non l’intenso Ti amo del cartone, a mio avviso tra i più belli della cinematografia mondiale.

CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

CINEMA

Oscar 2017: tra un clamoroso errore, trionfa La La Land

Nata a Los Angeles 89 anni fa, l’Academy Awards, commissione che ogni anno assegna i fortunati premi Oscar alle migliori produzioni cinematografiche, da sempre è stata accusata di essere troppo white-oriented, troppo “bianca”, nominando nella rosa dei migliori, attori e attrici dalla pelle chiara.

L’Oscar non è un premio per neri, aveva detto qualcuno lo scorso anno, riflettendo sul fatto che su 346 candidati sono stati a malapena 15 a vincere l’ambita statuetta, di cui nove soltanto negli anni 2000.

Bisognerà aspettare il 2002 infatti quando Halle Barry e Danzel Washington vinceranno entrambi l’ambito Premio.

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l’attrice Viola Davis, miglior attrice non protagonista 2017

Quest’anno la presenza nera nella short list dei nominati era più alta che mai, e ben rappresentata dagli attori non protagonisti Mahershala Ali (per il film Moonlight) e Viola Davis (per Barriere) entrambi vincitori. La Davis ha inoltre segnato il record quest’anno come donna di colore con il maggior numero di nomination, tre. Ma insieme a lei c’era anche l’altra collega black, Octavia Spencer, che con lei aveva recitato in The Help, e adesso era stata nominata per Il Diritto di Contare, e Ruth Nigga nominata miglior attrice protagonista per il film Loving, e Danzel Washington tra i migliori attori di questa edizione.

Ha, forse prevedibilmente, trionfato La La Land, il musical di Damien Chazelle che alla fine è riuscito a portare a casa ben sei statuette delle sue quattordici nomination record, tra cui quella di miglior attrice protagonista, una elegantissima Emma Stone, e miglior regia, miglior canzone per City of Stars e ha “sfiorato”, letteralmente, quello di miglior film dell’anno, poi andato a Moonlight, per un clamoroso errore di buste e premiazioni.

Miglior attore protagonista Casey Affleck. Il fratellino minore di Ben trova la sua strada con Manchester by the Sea, a dispetto della sua imperturbabile faccia imbronciata per tutto il film.

Delusione per l’italiano Fuocoammare di Gianfranco Rosi, battuto dal documentario O.J.: Made in America.

Non amo la moda dell’Italia che ogni anno va a ripescare origini e nazionalità di vincitori oriundi italiani, pur di salire sul carro del vincitore, ma diciamo che quest’anno il nostro paese era ben rappresentato da Alessandro Bertolazzi, che ha vinto per il miglior trucco per il film Suicide Squad.

Tra nastri blu appuntati sul petto, film sulla diversità razziale e velate frecciatine, l’89esima edizione degli Oscar di quest’anno era più politica che mai, denunciando una Hollywood anti-Trump che ha voglia di far sentire la propria voce attraverso i suoi film.

CINEMA

Natalie Portman, ambigua First Lady in “Jackie”

“Una cosa pubblicata è letta come verità?”. È probabilmente questa la domanda, fatta dalla stessa protagonista, che racchiude il senso di Jackie, il nuovo film di Pablo Larraín incentrato sulla figura di Jaqueline Kennedy. Nei panni dell’iconica First Lady l’attrice Premio Oscar Natalie Portman, che ritorna finalmente in grande spolvero dopo aver alternato film indipendenti e blockbusters fantasy, arrivando dritta ad una nuova nomination dopo la vittoria per Il Cigno Nero nel 2011.

Il film ripercorre i giorni che seguirono il 22 novembre del 1963, quando il Presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, fu assassinato a Dallas da Lee Harvey Oswald durante una visita ufficiale.

Il regista di Neruda prova a restituire un’epoca con semplici artifizi cinematografici, come i colori originali delle pellicole che hanno registrato la storia, che si avvicendano al racconto della Portman quasi come immagini di repertorio, fornendo un’idea da prospettive inedite, enfatizzando quei momenti che hanno fatto la storia d’America: dalle celebri riprese della visita alla Casa Bianca, trasmessa in TV nel 1962, alle immagini dell’omicidio tristemente note in tutto il mondo.

natalie-portman-in-jackie-2016-internettualeÈ una Jackie controversa quella che viene fuori dalla narrazione del regista: gelida, a tratti glaciale, una donna emotivamente distrutta dalla morte di suo marito nel privato, ma allo stesso tempo attenta alla propria immagine pubblica e a come i media potevano trattarla o manipolarla.

Presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, il film è una lunga intervista giornalistica, a metà strada tra tono colloquiale e seduta psicologica, il cui racconto fa da contrappeso alle immagini del programma che la First Lady realizzò per lo show televisivo e a quell’aura di perfezione di cui si ammantava la Casa Bianca. Tuttavia lo spettatore è disorientato dai tempi dilatati della pellicola, dai silenzi, dalle pause attraverso le quali Larraín ambisce a dare una veste autorale (e autorevole) alla sua pellicola, più di quanto una sceneggiatura tutto sommato piatta non riesca a fare.

natalie-portman-in-jackie-2016-widow-internettualeStraordinaria l’interpretazione della Portman, che riesce a dare il volto ad una vedova affranta ed arrabbiata, intimamente addolorata per la sua perdita quanto ambiziosa per le disposizioni di un funerale il cui posto dietro al feretro si fa qui ambizioso proscenio, esasperata ricerca delle luci della ribalta di una donna che è riuscita a lasciare un segno.

ART NEWS, CINEMA

Arriva “Raffaello, il principe delle arti”. Il 3-4-5 aprile al cinema in 3D

Prosegue il matrimonio tra Sky e Nexo Digital. Dopo il successo degli Uffizi 3D e Musei Vaticani in 3D (contenuto d’arte più visto nella storia del cinema), arriva nelle sale cinematografiche Raffaello il Principe delle Arti. La pellicola arriva nelle sale il 3-4-5 aprile, ed è stata riconosciuta di interesse culturale dalla Direzione Generale Cinema del Mibact.

Dopo la collaborazione con i Musei Vaticani e Magnitudo Film arriva dunque questa quarta pellicola, ad un anno di distanza da San Pietro e le Basiliche Papali.

Prodotto da Sky 3D, Sky Cinema e Sky Arte, Raffaello – Il Principe delle Arti – in 3D è un ampliamento dei precedenti progetti cinematografici, che mette insieme nozioni di storia dell’arte, contestualizzazioni storiche, con l’intervento di esperti, e grandi riprese scenografiche a vantaggio della esasperata profondità d’immagine di questa tecnologia, che viene effettuata con l’ausilio della terza dimensione e dell’UHD, un’altissima definizione dell’immagine.

RaffaelloUn progetto, questo, che si ricollega anche ai precedenti con un percorso di storia dell’arte che va da Urbino a Firenze passando per Roma e in Vaticano, per un totale di 20 location e 70 opere capolavori, di cui oltre 30 di Raffaello.

Racconti esclusivi e punti di vista inediti con l’intervento di grandi critici d’arte come Antonio Paolucci, già presente nei progetti precedenti, ma anche Antonio Natali e Vincenzo Farinella.

Difficile provare a ricostruire la breve vita del maestro urbinate, si proverà a farlo attraverso dipinti dell’800 che testimoniano frammenti di vita di Raffaello.

A interpretare Sanzio nelle ricostruzioni storiche sarà l’attore Flavio Parenti (già visto in pellicole come To Rome with Love e Io sono l’Amore), mentre Angela Curri, vista di recente nella fiction rai La mafia uccide solo d’estate, incarnerà La Fornarina, donna amata dall’artista.

Ad affiancare i due attori ci saranno anche Enrico Lo Verso, nel ruolo di Giovanni Santi e Marco Cocci che dà il volto invece a Pietro Bembo.

Curatissimi i dettagli di quello che si preannuncia come un vero e proprio rifacimento, a metà tra documentario puro, spettacolo e fiction, con i costumi curati da due eccellenze del nostro paese, Francesco Frigeri e Maurizio Millenotti, che curano rispettivamente la scenografia e i costumi.

Un’ora e mezza di intrattenimento, prodotto da Magnitudo Film, che arriverà ad aprile nelle nostre sale per poi giungere in quelle di oltre sessanta paesi nel mondo su distribuzione di Nexo Digital.

ART NEWS, CINEMA

Piero Portaluppi: l’architetto simbolo di Milano raccontato in un film al cinema da marzo

La Fondazione Piero Portaluppi celebra il cinquantenario dalla morte del noto architetto milanese di cui porta il nome, con un documentario, L’Amatore, in uscita nelle sale italiane da marzo 2017. Presentato al Festival del Cinema di Locarno lo scorso agosto, il film è un’opera girata dallo stesso Portaluppi nel 1929, anno in cui l’architetto acquistò una cinepresa, filmando la realtà che lo circondava e da cui, probabilmente, traeva ispirazione per le sue architetture.

Lo scorso anno ho avuto l’opportunità di vedere ben due costruzioni di Portaluppi interamente disegnate da lui. Per chi ha avuto modo, come me, di visitare queste architetture, come la bellissima Casa Boschi-Di Stefano o la straordinaria Villa Necchi (di cui sono stato ospite), entrambe a Milano, si sarà probabilmente fatto l’idea di un uomo a tratti un po’ serioso, estremamente creativo, di talento, che propagava la passione per il suo lavoro attraverso infinitesimali dettagli che rendono uniche le sue creazioni, e ne hanno fatto delle vere e proprie icone del ventennio fascista durante il quale l’architetto milanese ha mosso i suoi passi.

Linee pulite, forme, colori, geometrie. Sono senza dubbio questi gli elementi che hanno caratterizzato l’inconfondibile mano di Portaluppi, che ha saputo coniugare la voglia di modernità della sua epoca con quel fascino classico senza tempo, sapendosi adattare con maestria alle diverse atmosfere degli ambienti che creava. Che fosse un appartamento nel cuore del capoluogo lombardo o una villa, Portaluppi sapeva distinguersi nella sua (im)percettibile maniera.

Piero Portaluppi con la sua cinepresa
Piero Portaluppi con la sua cinepresa

Portaluppi diviene in poco tempo l’architetto dell’alta borghesia. La sua vita può essere quasi suddivisa in due tempi: in un primo momento il successo, le donne, il talento, l’adrenalina degli anni ruggenti; all’improvviso però Piero sembra perdere tutto. Suo figlio muore nei mari di Algeri. La sua vena creativa inesorabilmente si spegne.

È lo stesso Portaluppi a raccontarci la sua storia, attraverso le riprese in 16mm montate con cui filmava la sua vita, rivenute dal nipote omonimo, Piero Portaluppi, all’interno di una cassapanca.

L’immagine che ne viene fuori è quella di un uomo brioso, ironico, di fascino, che amava la vita e sapeva godersela.

Ai filmati originali si alternano le riprese odierne delle sue architetture, che si trasformano in questo documentario in contenitori silenziosi di un’epoca, espressione di pietra di un paese che svela la propria identità mutevole attraverso le architetture e le sue costruzioni.

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Maria Mauti, la regista

A dirigere la pellicola Maria Mauti, già collaboratrice del canale satellitare Sky Classica HD, autrice di produzioni legate alla musica contemporanea italiana, al teatro d’opera e alla danza, che debutta con quest’opera nel lungometraggio: «Quando più di dieci anni fa un pronipote di Piero Portaluppi scoprì le cento bobine dentro una cassapanca, fu dato a me il compito di visionare tutto questo materiale – racconta la regista – mi sono avvicinata non sapendo cosa avrei potuto incontrare, con il pudore che sentiamo quando ritroviamo i diari segreti di una persona e ci chiediamo se abbiamo il diritto di addentrarci nella sua vita. Nello stesso tempo siamo sedotti dall’opportunità di guardare nell’intimità di qualcuno».

Una vera e propria indagine su di un percorso artistico e personale, in cui emerge la vera persona e personalità del celebre architetto: «Portaluppi è un personaggio potente e scomodo, pieno di luci e ombre. Di lui ci interessa mostrare il lato personale, “guardare dentro l’uomo”, rispettandone il mistero. E poi Portaluppi porta con sé l’eccellenza e la fragilità di una classe sociale che raramente è oggetto di racconto, l’alta borghesia. È l’emblema di una città, Milano, che qui si mostra fuori dagli schemi che tutti conoscono».

CINEMA

La La Land, l’emozione di ricordare perché credere ancora nei sogni

Cinemascope. È questa la prima parola che probabilmente salta agli occhi dello spettatore che va al cinema a vedere La La Land. Quel particolare formato, antesignano del 16:9, che allungava l’orizzonte del video per una straordinaria spettacolarità in sala, proprio come nei kolossal hollywoodiani degli anni ’60. Sì, perché questo musical, che vede riformarsi la coppia Emma Stone e Ryan Goslin, è un grande omaggio ai grandi musical a colori come Singing in the Rain del 1952.

Scene a operetta e colori sgargianti, è questa la formula che ha portato la pellicola, diretta da Damien Chazelle, a 14 nomination agli Oscar. Un record, raggiunto finora soltanto da Titanic e, prima ancora, da Eva contro Eva.

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Dale Robinette, Emma Stone, Jessica Rothe, Sonoya Mizuno, and Callie Hernandez in La La Land (2016)

Emma Stone si affranca, con questo lavoro, definitivamente dal ruolo di teen star, per entrare nell’Olimpo dei grandi e, se non era già riuscita a convincervi in pellicole cult come The Help o Magic in the Moonlight di Woody Allen, con La La Land dovrete sicuramente rivedere la vostra posizione. La Stone interpreta un ruolo complesso e completo in cui recita, canta, balla con forza, passione, disinvoltura. L’attrice qui è Mia, una giovane barista con il sogno del cinema, che passa da un provino all’altro sperando nella grande occasione della vita. La sua strada si incrocia più volte del tutto casualmente con il pianista squattrinato Sebastian, che tenta, dal canto suo, di far conoscere alla gente il proprio talento come compositore saltando da un lavoro frustrante all’altro.

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Emma Stone e Ryan Goslin in una scena di La La Land

Ambientata nel mondo contemporaneo, la pellicola è tuttavia una suggestione d’altri tempi, dove si riescono ancora ad incrociare sguardi che non siano necessariamente incollati al piccolo display di uno smartphone. Qui infatti l’iPhone si fa quasi elemento di disturbo, di quella modernità frenetica del XXI secolo, che interrompe di colpo le sognanti coreografie, riportando i due protagonisti alla realtà con un semplice squillo.

Bellissima la colonna sonora di John Williams che trova il suo apice nel tema portante cantato dai due protagonisti, City of Stars.

Giunti al loro terzo film insieme, dopo la commedia Crazy Stupid Love e Gangster Squad, Emma e Ryan sono affiatatissimi, vivendo in perfetta simbiosi artistica.

Era senza dubbio dai tempi di Chicago (2002) che non si vedeva sul grande schermo un musical interpretato con così tanta intensità, riscuotendo così tante nomination agli Academy Awards.

Un film che rievoca i fasti hollywoodiani con Fred Astaire e Ginger Rogers.

Queste sono le doverose premesse per correre senza dubbio al cinema a vederlo, ma le emozioni, quelle, potrete viverle soltanto sedendovi sulla poltrona di una sala cinematografica che vi farà innamorare di Mia e Sebastian, ricordandovi di credere ancora nei vostri sogni, perché, come dice il film stesso “la gente ama quelli che hanno una passione perché gli ricorda quello che hanno dimenticato”.