CINEMA, INTERNATTUALE

Michael Hoffman e Kevin Spacey a Napoli per il biopic su Gore Vidal

Napoli, la fiction e il cinema. Un connubio sempre più indissolubile da qualche anno, per la città che ogni giorno dimostra che oltre Gomorra, per fortuna, c’è di più. Sarà per questo motivo che non mi stanco mai di sponsorizzare abbastanza e segnalarvi i set cinematografici disseminati in giro per la mia città, perché credo che il capoluogo partenopeo non sia soltanto droga, Savastano e Saviano, ma abbia un patrimonio culturale e naturalistico che va ben oltre ciò che la serie Sky mostra con esasperazione.

il regista Michael Hoffman nella sala dei tirannicidi del MANN

Ultimo ad accorgersi delle bellezze partenopee Michael Hoffman. Il regista e sceneggiatore statunitense, che al suo attivo annovera film cult come Un giorno… per caso, Sogno di una notte di mezza estate e Il Club degli Imperatori (bellissimo, che vi consiglio vivamente), è sbarcato a Napoli per girare alcune scene del film Gore, biopic sulla vita dello scrittore americano Gore Vidal, che ha vissuto a Ravello oltre vent’anni.

Ravello, al centro la modella e attrice scozzese Freya Mavor

Hoffman ha girato alcune scene all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove ha portato la bella Freya Mavor all’interno della sala della collezione Farnese. L’attrice ha girato tra la statuaria antica del museo napoletana con un abito bianco della costumista premio Oscar Gabriella Pescucci.

Location delle riprese la sala dei Tirannicidi e il gabinetto segreto, così chiamato per l’ampia collezione di oggetti erotici provenienti da Pompei, tra cui un’ampia sezione di affreschi che riproducono diverse tipologie di atto sessuale degli antichi lupanare: «Adoro questo museo – ha detto il regista – è tra i più belli al mondo. Abbiamo avuto una grande accoglienza e lavorato benissimo».

Protagonista della pellicola, che sarà prevalentemente girata nella Costiera Amalfitana, è l’attore Premio Oscar Kevin Spacey.

Co-sceneggiatore di questa produzione Netflix, che arriverà sui nostri schermi nel 2018, è Jay Parini, amico di vecchia data di Gore Vidal, e prese parte anche al documentario Gore Vidal: The United States of Amnesia.

Per ricordare questa giornata di riprese partenopee al regista è stato donato una pubblicazione con immagini del museo napoletano nell’800.

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INTERNATTUALE, LIBRI

Le opere del premio nobel Kazuo Ishiguro che probabilmente conoscete già

Premio Nobel per la Letteratura quest’anno è il giapponese naturalizzato inglese Kazuo Ishiguro, e già immagino Feltrinelli & Co. ordinare pile di libri in bella vista dello scrittore del momento. Tutti i romanzi, le opere critiche sull’autore e i film tratti dai suoi libri. Ma prima di correre nei bookshop per non sentirvi tagliati fuori dal mondo, ecco tre lavori dell’artista che, senza scavare troppo, forse conoscevate già.

Se Ishiguro, classe 1954, è stato attivo sin da giovanissimo, la sua prima pubblicazione infatti risale agli inizi degli anni ’80, nella sua trentennale carriera non ha pubblicato molte opere. La sua bibliografia infatti è composta soltanto di sette romanzi, ma sono tantissimi i premi e i riconoscimenti che la sua scrittura delicata e intensa gli hanno fatto conquistare.

L’opera più famosa ad oggi è probabilmente Quel che resta del giorno, vincitore del Premio Booker nel 1989. Un diario scritto dal maggiordomo inglese Mr. Stevens, che parlerà dell’intera sua vita e carriera iniziata a cominciare dai primi anni ’20 fino a quasi gli anni ’60, attraversando gli l’epoca della guerra e del nazismo tedesco.

Del libro ne è stato tratto un film con un cast stellare, che va da Anthony Hopkins, protagonista della pellicola, a Emma Thompson, passando per Hugh Grant. Il film si aggiudica ben otto nomination agli Oscar, rientrando nella rosa dei miglior film e miglior regia, e valendo la nomination anche per la scenografa e costumista italiana Luciana Arrighi, per la migliore scenografia.

Nel 2005 è la volta di Non lasciarmi, eletto dal TIME miglior romanzo dell’anno e incluso in una lista dei 100 migliori romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2005. Nel 2010 Mark Romanek ne ha tratto un film con Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley. Il film è una toccante storia ambientata in una immaginaria scuola della campagna inglese, dove gli allievi vengono educati con uno scopo ben preciso. I tre sono protagonisti di uno strano triangolo amoroso, tra storie non corrisposte e amori segreti e una grande riflessione sul senso della vita.

Nel romanzo Ishiguro fa riferimento ad una immaginaria canzone, Never let me go (letteralmente non lasciarmi andare mai) che colpisce la protagonista, e che nel film è stata realmente composta da Rachel Portman.

Sempre nel 2005 Ishiguro prende parte in prima persona questa volta alla scrittura della sceneggiatura di La Contessa Bianca. Tratto questa volta dal romanzo del collega nipponico Junichiro Tanizaki, Diario di un vecchio pazzo, è un film ambientato nella Shangai del 1936, incentrato sulla storia d’amore tra l’ex diplomatico americano non-vedente Todd Jackson, sullo schermo interpretato da Ralph Fiennes, e la contessa rifugiata russa Sofia, costretta a lavorare come entraineuse in un night club, interpretata da una compianta Natasha Richardson.

Questa invece la lista completa dei romanzi, tutti tradotti e pubblicati in Italia, dello scrittore per recuperare la sua letteratura e un contatto diretto con i suoi romanzi:

Un pallido orizzonte di colline (A Pale View of Hills, 1982)

Un artista del mondo fluttuante (An Artist of the Floating World, 1986)

Quel che resta del giorno (The Remains of the Day, 1989)

Gli inconsolabili (The Unconsolable, 1995)

Quando eravamo orfani (When We Were Orphans, 2000)

Non lasciarmi (Never Let Me Go, 2005)

Il gigante sepolto (The Buried Giant, 2015)

INTERNATTUALE

Ecco perché Katia Ghirardi non è un “caso Cantone” e meriterebbe una promozione

Da twitter a fecbook, passando per instagram, impazza sul web il nome di Katia Ghirardi. E c’è già chi grida alla nuova Tiziana Cantone. Ma chi è Katia Ghirardi e cos’è che ha fatto di preciso?

Tutto è iniziato qualche tempo fa, quando la Banca Intesa San Paolo ha lanciato un contest interno per i soli dipendenti: registrare un video che mostrasse un ambiente di lavoro sano, vitale, allegro. Non bisognava essere dei maestri del cinema, ma avere uno smartphone ed essere spontanei, e caricare il video sul sito.

Fin qui tutto normale, fin quando non comincia ad impazzare sul web il video-spot della direttrice di filiale di Castiglione delle Stiviere, Katia Ghirardi, che sorridendo insieme ad altri colleghi, alla fine di una video-presentazione di un minuto dice: «Io cisto, ci metto la faccia, ci metto la testa e ci metto il mio cuore».

Uno video di circa due minuti che è stato più volte ripreso su radio ed internet.

Un nuovo caso di bullismo telematico gettato superficialmente nel tritacarne virtuale della rete, che lo cannibalizza e ne restituisce brandelli di parodie e sfottò.

Ma credo sia azzardato, e forse un po’ populistico, paragonare il caso alla triste vicenda di Tiziana Cantone, la trentenne napoletana, suicida a seguito di un video amatoriale che la vedeva protagonista, diventato virale.

Non è soltanto una questione di contenuti ovviamente, ma per la diversa finalità dei due video: il primo, quello della Cantone, fatto inconsciamente e di certo per un uso privato; il secondo, quello della Ghirardi, registrato in piena consapevolezza affinché competesse ad un concorso.

Che si trattasse di un contest interno alla banca, credo cambi poco, poiché la Ghirardi, tra l’altro molto simpatica e comunicativa, era conscia che altri lo avrebbero visto. Impiegati, dipendenti, colleghi, addetti ai lavori? Certo, forse, ma quando si sottoscrive un concorso si accettano implicitamente tutta una sequela di clausole microscopiche che dal fondo di un regolamento concedono pieni diritti di riutilizzo agli ideatori e promotori di un concorso, e dunque si finisce coll’accettare tacitamente l’evenienza che il video caricato on-line possa, per vie traverse, essere diffuso.

Il video di Tiziana Cantone ha impiegato settimane prima di assurgere all’onore delle cronache nazionali, volando di telefono in telefono, di messenger in messenger attecchendo sui canali porno amatoriali, che l’hanno trasformato in fenomeno virale.

Quello della Signora Katia invece è una clip balzata di colpo nei trend di YouTube e twitter, mentre altri sul web arrancano per trovare sul web la genialata in grado di scalare trend e dare visibilità e fama.

Un nuovo un caso di cyber bullismo sfuggito al controllo della rete o semplicemente una mossa commerciale studiata a tavolino? Che il mondo della pubblicità stesse cambiando, lo avevamo capito lo scorso anno quando la Norwegian, all’indomani della notizia di divorzio Jolie-Pitt, aveva pubblicato sui giornali un paginone con lo slogan “Brad is single” con le principali offerte per volare a Los Angeles.

Credo dunque si tratti più di una “furbata” dei pubblicitari, che hanno così pensato di fare del sorridente volto della signora, l’inconsapevole, quanto peraltro anche molto positivo, testimonial della banca, dimostrando quanto all’interno dell’ambiente lavorativo ci sia spontaneità, allegria, mentalità del fare, e ricollegandosi ad una serie di spot ufficiali che qualche anno fa in televisione mostravano proprio il lato umano dei dipendenti Intesa San Paolo, sulla falsariga de “la mia banca è differente”.

Una pratica, quella del leak, molto diffusa, soprattutto nel campo della discografia statunitense, dove spesso sono testati singoli o interi album con l’endorsement spontaneo dei fan che continuano a condividerli in rete.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso, degradante o sconveniente né per la Signora Katia, né tantomeno per l’immagine della Banca Intesa, e non trovo nemmeno scorretto sorridere o parodiare uno slogan che è emerso dalla massa e funziona e, come tutto ciò che diventa popolare, è diventato oggetto di scherno. Sì, perché la Signora Katia Ghirardi, al pari dei pubblicitari di Buondì Motta, ha saputo catturare con ironia, intelligenza e un gran sorriso, l’attenzione di migliaia che continuano a guardare la sua clip.

Trovo invece molto più vergognoso che sia la stessa Banca Intesa a prenderne le distanze, e a definire questi video “fantozziani”, autorizzando quasi la stampa e i media a parlane in modo dispregiativo, come qualcosa di naif o buffo al punto da imbarazzarsi.

Ci lamentiamo di quanto le nostre istituzioni siano vecchie, antiquate, polverose, ma diventiamo leoni da tastiera insultando e offendendo persone che, con professionalità, dimostrano di essere anche vitali e gioiose. Non bisogna confondere il sentirsi vivi e felici del proprio lavoro con la poca professionalità o la scarsa voglia di rendimento, soprattutto se a farlo sono i dipendenti di una filiale virtuosa che ha dimostrato e dimostra di lavorare bene.

È facile parlare dietro un nickname, più difficile farlo quando una persona come Katia “ci mette la faccia”.

Se la mission del contest era quella di mostrare questa energia positiva, allora senza dubbio la Ghirardi l’ha vinto a piene mani. Francamente darei alla signora non soltanto una promozione, ma le offrirei un contratto come volto di Intesa San Paolo e, per tanto entusiasmo e brio, un posto all’interno dell’ufficio della comunicazione.

INTERNATTUALE

Un cane veglia per ore l’amico investito da un pirata della strada

Un cane è rimasto per ore accanto al corpo di un suo “amico” morto a seguito di un investimento di un’auto. È successo a Roma, in Via Tuscolana, all’altezza dello svincolo di Rocca Priora.

A Napoli diciamo spesso che gli animali sono migliori degli esseri umani. E a sentire la storia di questo cane è proprio così. Il cane ha vegliato per ore il corpo esanime dell’amico, lasciando sbalorditi quanto commossi centinaia di pendolari che attraversano le arterie principali della Capitale.

«Stavo accompagnando mia figlia a scuola – racconta Marco Milani, portavoce di Equi Diritti dalle pagine ANSA -, quando sono rimasto bloccato da una lunghissima fila. Inizialmente pensavo fosse un incidente, poi invece mi sono accorto del cane. Era in mezzo alla strada, fermo ad accudire il suo amico, ucciso probabilmente da un pirata della strada».

Una storia insomma che, a tutti quelli che ricorderanno il cane Hachiko, il cane che continuò ad aspettare il suo padrone alla stazione anche dopo la sua prematura scomparsa, conferma quanto sia grande il cuore degli animali, e dei cani in particolare, capaci di un affetto immenso.

Alcuni testimoni accorsi sul posto hanno raccontato che l’animale era già lì dalle cinque.

Due cani che a quanto pare erano molto noti nel quartiere: «Qui tutti ricordano i due cani che giocavano spesso insieme in strada – prosegue Milani – Ho pubblicato le foto sui social perché volevo evitare che venisse portato in canile, ma per fortuna ha un padrone. A decine si erano già offerti di adottarlo».

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Lo spot Buondì Motta avveniristico come un’opera di Maurizio Cattelan

Ha suscitato molte polemiche in queste ore, sul web e non solo, lo spot Buondì Motta, in cui la mamma protagonista del promo “muore” colpita da un meteorite.

La scena è naturalmente surreale e ironica: una bambina chiede alla mamma una colazione che sia golosa e leggera, e la mamma, a metà tra un cartoon e il serial statunitense Desperate Housewives con tanto di perle al collo, le dice che non esiste, aggiungendo: “possa un asteroide colpirmi, se esiste!”. Immediata, come in tutte le farse, la caduta del masso satellitare che prende in pieno la donna, suscitando, almeno per me è stato così, l’ilarità dei telespettatori.

Uno spot semplice, se vogliamo banale, vagamente irriverente, efficace, benché non propriamente originale. Sì, perché la trovata meteorite, che apparentemente sembra lo sketch di una commedia all’italiana anni ’80, affonda le sue radici addirittura nell’arte contemporanea.

Già nel 1999 infatti il padovano Maurizio Cattelan, noto artista contemporaneo, aveva creato una scultura, a grandezza naturale, di Papa Giovanni Paolo II disteso a terra colpito proprio da un asteroide, intitolata La nona ora.

Maurizio Cattelan e l’opera “La nona ora”

Il papa indossa i paramenti sacri ed è presumibilmente colpito durante una processione. L’opera naturalmente suscitò non poche polemiche, e per rispetto dell’autorevole figura di Wojtyła, e per la dissacrazione dell’immagine della Chiesa che rappresentava. Tuttavia fu inclusa in una collettiva dal titolo, manco a dirlo, Apocalypse, ed esposta alla Royal Academy di Londra e successivamente a Varsavia.

Se a “morire” sotto il masso fosse stata una suocera impicciona, una nonna goffa, un marito stralunato, sarebbe stata più divertente perché deontologicamente corretta? O quella della mamma per noi italiani, spesso considerati proprio “mammoni” e “bamboccioni”, è ancora una figura troppo matronale per essere dissacrata, seppur senza alcun intento di oltraggio, nel goliardico spot di una merendina?

La critica si è spesso spesa a favore di quell’incompresa comicità italiana, del nostro cinema, di quell’avanguardia che ha rivalutato e in alcuni casi riabilitato i B movie che oggi sono considerati dei veri e propri cult. Eppure dimostriamo di essere un paese così retrogrado che si scandalizza ancora dinanzi ad una pubblicità avveniristica come questa che ha saputo invece catturare l’attenzione dello spettatore divertendo, e al tempo stesso promuovendo il prodotto, senza innescare l’effetto-noia che porta alla smania da zapping.

Questa polemica è paradossale se si considera che proprio in queste ore c’è un altro spot che ha suscitato le ire del web: sto parlando di Dolce&Gabbana The One, promo che vede protagonisti la bella Emilia Clarke e Kit Harington, noti volti del serial Il Trono di Spade, passeggiare per le strade di Napoli sulle note del brano del ’56 di Carosone, Tu vuo’ fa’ l’americano. A dire di molti l’Italia è sempre rappresentata con l’ormai usurato cliché pizza-mandolino, come un paesino folcloristico quanto antiprogressista degli anni ’50.

Ma alla luce di tanto clamore per il Buondì Motta, non c’è da stupirsi allora se siamo visti come provinciali un po’ naif e bigotti, rimasti fermi all’epoca dello spaghetti-western.

INTERNATTUALE

Shadowban, la “censura” di Instagram e i suoi rimedi

Shadowban, tutti ne parlano, ma pochi sanno di cosa si tratta o di esserne addirittura affetti. Se siete degli attivi utenti di instagram, il più noto social di fotografie al mondo, avrete senza dubbio notato che da qualche tempo un crollo di commenti, ma soprattutto like che sta affliggendo le vostre immagini. Non è che fossero interessanti prima e lo sono meno adesso, semplicemente siete vittime del ban-nascosto di instagram.

Che cos’è e come funziona?

Lo shadowban rende letteralmente invisibili le vostre immagini dalla ricerca generale e da qualsiasi ricerca per hashtag a chiunque non appartenga già ai vostri follower. Il che dunque, se da un lato vi garantisce “mi piace” e commenti da parte di utenti genuini, vi rinchiude in una bolla virtuale impedendovi di crescere ulteriormente in termini di seguaci, like sporadici e commenti.

Perché?

In molti dicono che i più colpiti sono i profili aziendali, ma sono in tanti i profili tradizionali ad esserne affetti.

I malpensanti pensano che questo nuovo algoritmo (questa la causa che genera il ban), sia uno stratagemma del social per spingere ulteriormente a investire nella pubblicità per incrementare la propria audience e visibilità.

Altri invece sostengono che si tratta semplicemente di una violazione dei termini di Instagram, che ha deciso di correre ai ripari e porre fine al mercato dei follower, all’acquisto di like, e a qualsiasi automatizzazione come BOT e app che incrementino artificialmente il proprio pubblico, con l’ormai usurata tecnica del follow/unfollow.

È questo che ha portato alla chiusura di instagress e soci, che permettevano una gestione automatizzata del proprio profilo, pianificando like, commenti e follow, per rendere più genuino il pubblico della nota piattaforma di fotografia.

Si stima infatti che il 40% di like e commenti sui profili dei brand fosse in realtà fake, e la nuova politica di instagram non vuole che le interazioni tra i profili siano frutto di BOT o artifizi digitali simili.

Un modo (non del tutto attendibile) per verificare se anche il vostro account è stato bannato, è quello di cliccare su questo link, inserire il vostro @nomeutente o link permanente di una singola foto e verificare se siete vittime dello shadowban o meno.

Se siete vittime dello Shadowban, sappiate da subito che non c’è una linea guida ufficiale per uscirne. Molti utenti però sui vari forum hanno stilato una serie di consigli che hanno più o meno portato dei benefici e miglioramenti ai loro account. Allora eccone qualcuno che potrebbe fare anche al caso vostro:

  1. Smettere di utilizzare BOT per like, commenti e incrementare l’engagement
  2. Smettere di utilizzare software e app di terze parti che possano violare le condizioni d’uso di instagram
  3. Smettere di usurare sempre gli stessi hashtags: alcuni infatti hanno l’abitudine di fare copia/incolla per quella piccola rosa di hashtag che finora sembrava funzionare. Smettete di farlo, perché per il nuovo algoritmo questo potrebbe essere sinonimo di spam o fake.
  4. Non usare troppi hashtag per post. In pochi sanno che instagram ha un limite di 30 hashtag per fotografia. Non ricorrete a tutti e trenta se non è necessario. Basteranno pochi selezionati hashtag inerenti effettivamente all’immagine.
  5. Prendetevi una pausa da instagram. Alcuni utenti hanno trovato benefici staccando per qualche giorno (2 o 3 almeno) da instagram. Non utilizzatelo, non aprite nemmeno l’app, anzi deloggatevi e provate a ricollegarvi dopo qualche giorno.
  6. Segnalate il problema a instagram dall’apposita sezione all’interno dell’app: segnala un abuso -> qualcosa non funziona e descrivete brevemente il problema. Potete anche farlo una volta al giorno. Non avrete risposta, ma gli sviluppatori senza dubbio cercheranno di risolvere il problema.
  7. Revocate il permesso a qualsiasi altra app o programma.
  8. Smettete immediatamente qualsiasi pratica per crescere come unirvi a gruppi, followare e defolloware e qualsiasi altro mezzo che sia distante da un reale utilizzo dell’app.
  9. Postate qualche storia. In molti ritengono che questo drastico calo dell’engagement nelle foto sia dovuto ad una maggiore spinta di instagram verso le storie.
  10. Infine se il vostro è un account aziendale, passate ad un profilo tradizionale per un po’.

Mi auguro che questo vademecum vi possa aiutare ed essere utile, e se avete altri suggerimenti non esitate a commentare il post.

Infine, non posso non dirvi, seguitemi sul mio canale instagram @marianocervone

INTERNATTUALE

Lady D, eroina tragica di una favola contemporanea

L’estate era appena finita quando abbiamo saputo della morte di Lady Diana. Era la notte del 31 agosto, e quella che per molti di noi era la fine delle vacanze, si trasformò invece nello spartiacque tra una notizia che ci sconvolse e un’epoca altra che non sarebbe stata più la stessa.

Anche la mia vita di lì a qualche settimana sarebbe cambiata, ma non potevo nemmeno immaginare che sarebbe coincisa con un evento storico così drammatico.

L’avevo saputo l’indomani mattina del 1 settembre, un lunedì; l’ideale inizio di un nuovo anno lavorativo. Ai tempi non c’era internet e i canali all news, né le notizie giravano sui social, ed eravamo tutti attaccati agli speciali dei notiziari in TV per avere aggiornamenti a riguardo.

Fu una vicina di casa a dirmelo, e la notizia mi piovve letteralmente in testa.

Nel 1979 la telenovela messicana Anche i ricchi piangono mostrava al mondo quanto la ricchezza da sola non basti a dare la vera felicità. Potrebbe essere questo il titolo della vita di Diana Spencer, Principessa del Galles, per tutti semplicemente Lady D, scomparsa prematuramente a soli trentasei anni vent’anni fa esatti. Era il 1997 quando rimase coinvolta in un incidente automobilistico sotto il Ponte de l’Alma a Parigi.

Sì, perché questa è una favola triste. Qui non ci sono principi azzurri e armature scintillanti, ma c’è un regno, quello Unito d’Inghilterra, e quella che per molti cominciava ad assumere le connotazioni della matrigna cattiva era nientedimeno che la Regina Elisabetta II.

A metà degli anni ’80 Diana ha mostrato con coraggio al mondo cosa c’è dietro la favola, qual è il seguito reale, è proprio il caso di dirlo, dopo il “felici e contenti”.

Se molti pensavano che quello che fu definito “il matrimonio del secolo”, il 29 luglio del 1981, fosse il perfetto lieto fine di una fiaba contemporanea, qualche anno dopo, tra tradimenti, scandali e recriminazioni hanno dovuto ricredersi, vedendo in Diana una nuova eroina tragica, come una Medea che non riesce ad ottenere l’amore del marito fedifrago.

Voce narrante di questa storia i giornali di gossip e le interviste esclusive. Un matrimonio eviscerato, pagina dopo pagina, dalla stampa mondiale, in un’era, gli anni ’90, in cui il titolo di un giornale aveva il potere di alimentare incendi e polveroni per mesi come un effetto domino.

Come una crisalide che diventa farfalla, anche Diana è pian piano uscita dal bozzolo di taffetà di seta di quell’ingombrante abito da sposa di Elizabeth Emanuel, e le fatine che hanno trasformato le sue vesti in abiti glamour per i gran balli di gala e scatti di moda erano gli stilisti più in voga, da Armani a Valentino, passando per gli scatti fashion del celebre fotografo Mario Testino.

La principessa triste acquisisce così la consapevolezza de suo ruolo sociale e non solo, sfruttando il suo nome per cause di beneficenza lodevoli: dalla lotta all’AIDS alle mine anti-uomo, Lady D ha sfruttato una popolarità crescente per difendere gli oppressi e i bisognosi, conquistando un posto speciale, che valeva ben più del trono di un regno cui non era interessata, quello del cuore dei suoi sudditi che a gran voce l’hanno eletta Regina.

La goffa maestrina è nella metà degli anni ’90 una donna volitiva ed elegante, diventando di fatto un personaggio pubblico molto amato di proporzioni mondiali.

E se nelle favole le principesse restano imprigionate in alte torri, Diana dopo il divorzio ha vissuto nel lato nord di Kensington Palace, continuando a ricercare quel principe capace di liberarla: prima nel chirurgo pakistano Hasnat Khan, e poi con Dodi Al-Fayed, lo sfortunato amante che, come in un girone dantesco, perderà la vita insieme a lei.

Come per la sua vita, anche la morte di Diana è documentata dalle fotografie di quei paparazzi, rei con i loro flash, di aver fatto sbandare l’autista con conduceva l’auto con la principessa e il suo compagno.

La nostra fiaba finisce qui, ma non c’è un lieto fine. Diana se ne va in un pulviscolo di polemiche, attentamente documentato dal cinismo bulimico dei media che hanno voluto un pezzo della principessa fino a ridurla a brandelli.

Eppure la sua immagine, ancora una volta si è evoluto, la farfalla ha sublimato con la morte la sua bellezza, trasformandosi in icona moderna, e la teca di vetro dalla quale ci ricorda un importante monito di vita è la tomba al centro del piccolo laghetto dell’isola di Round Oval, in una piccola proprietà di famiglia in Northamptonshire, e ricorda al mondo che la vera felicità è la libertà di inseguire il proprio amore.

INTERNATTUALE, MUSICA

Povia contro i migranti con “Immigrazìa”: anche senza Piccione, scrive ancora con l’uccello

In queste ore Povia ha pubblicato su CorriereTV una nuova canzone, Immigrazìa, pezzo chitarra e voce xenofobo e razzista su immigrati e migranti.

Quando ho visto il Piccione di Povia vincere il Sanremo del 2006 pensavo fosse il momento musicale italiano più basso. Mi sbagliavo. Sì, perché negli anni Giuseppe Povia ha continuato a proporre in un crescendo di canzoni così brutte da farci rimpiangere le sue filastrocche un po’ naif degli esordi.

Come quando nel 2009, non pago della vittoria di qualche anno prima, ritorna sul palco dell’Ariston con Luca era gay. Lui, che a dispetto di collanine e capelli lunghi, si professa eterosessuale che pretende di saperne di più cantando di un ragazzo omosessuale che si “converte” all’eterosessualità e riesce ad essere felice con una donna. Il brano non vince, ma in compenso ottiene il premio della sala stampa.

Le canzoni di Povia sono canzonette, di cui nessuno ricorda i titoli esatti, e non hanno proprio fatto la storia della musica italiana. Tutti, per noia o per gioia, le hanno canticchiate almeno una volta nella vita. Come quella dei Bambini, outsider di Sanremo nel 2005, che il festival lo vinse moralmente diventando il vero e proprio tormentone dell’estate che seguì e facendo conoscere il cantante milanese al grande pubblico.

Ma è un genere, il suo, che stanca subito, e quando la sua breve parabola ascendente inizierà ad arrestarsi, Povia comincia ad accusare le lobby gay di averlo boicottato, di aver bruciato la sua carriera, quando il vero mistero in realtà non è sul perché adesso non lo facciano cantare più, quanto come abbiano fatto a permettergli di farlo finora.

Sulla sua pagina wikipedia c’è scritto oltre che cantautore anche blogger, sì perché Povia non le manda a dire e sin dai tempi del social MySpace, ha sempre provato ad atteggiarsi ad anticonformista-depositario-di-verità-scomode che non ha paura di gridare al mondo: va tutto bene quando è fuori gara al Festival nel 2005 e addirittura lo vince nel 2006, va bene quando è elogiato dalla critica nel 2009, ma, a suo dire, diventa uno spettacolo “tornacontocratico” se lo stesso festival lo esclude dalla rosa dei concorrenti nel 2008.

Vorrebbe trasformarsi in uno di quei cantautori di protesta degli anni ’70, parla di eutanasia nel 2010, ma l’anno seguente mette da parte la musica per partecipare a reality Ballando con le Stelle.

Le sue canzoni non fanno più rumore: tutti ne parlano certo, ma è più un chiacchiericcio fine a sé stesso che una spaccatura dell’opinione pubblica.

Quella odierna infatti è più una critica ad un personaggio nato come eroe dei bambini che raccoglie fondi per il Darfur, trasformatosi paradossalmente in uno xenofobo e omofobo, che blatera di teorie complottiste.

Quello di Povia sembra l’atteggiamento di chi, presa coscienza dei limiti del proprio talento, vorrebbe far parlare di sé più per contrasto che per consenso e, non riuscendoci, tenta di alzare ogni volta il tiro toccando a tastoni nuove tematiche che suscitino scalpore.

“Mentre fissi il lampadario ti rubano il salario” è questa una delle frasi più citate sui social dell’aulico testo di Immigrazia. Forse Povia si sente derubato del lavoro perché segretamente sogna di cogliere pomodori nei campi per dodici ore al giorno e un salario da fame, il che renderebbe gli immigrati rei di aver tolto due braccia all’agricoltura; oppure Povia desidera restare ore ad aspettare ai margini delle strade statali sotto il sole o la pioggia, al caldo o al gelo, il farabutto di turno che ti assolda per quattro spicci e ti fa lavorare come una bestia da soma tutto il giorno.

Comunque sia, il nuovo brano, Immigrazìa, potrebbe al massimo fargli guadagnare una poltrona tra le file della Lega di Salvini o un posto in certi B&B dove non accettano gay e animali. Ma nel frattempo che il cantautore decida cosa vuole fare da grande, e se quello stesso mondo cospiratore e benevolo sia bello o brutto, due cose sono certe ascoltando questo nuovo pezzo: la prima è che il Piccione, contrariamente a quanto pensavamo, non era il peggio che potesse comporre; la seconda è che Povia le canzoni continua comunque a scriverle con l’uccello.

INTERNATTUALE

La Torre dei Biancospini, l’architetto Boeri porta il bosco verticale in Olanda

Noto soprattutto per uno dei suoi ultimi progetti, quello del Bosco Verticale a Milano, architettura del 2014 composta da due torri completamente immerse nel verde, Stefano Boeri è oggi protagonista di un altro importante progetto architettonico, che segue ancora l’onda verde lanciata dall’architetto milanese qualche anno fa. Lo studio Boeri ha infatti vinto il concorso per la riqualificazione dell’area di Jaarbeursboulevard nei pressi della Stazione di Utrecht in Olanda, La Torre dei Biancospini, è questo il titolo della monumentale opera che sarà costruita nel 2019 e dovrebbe vedere ufficialmente la luce nel 2022.

Il disegno è stato presentato dal Consorzio G&S Vastgoed and Kondor Wes sels (VolkerWessels) Projecten, e si preannuncia come un bosco verticale di nuova generazione. Una struttura a impatto zero che, sui suoi 90 metri di altezza vedrà la distribuzione di oltre 10.000 piante di diverse varietà, di cui 360 alberti e oltre 9.600 suddivisi tra arbusti e fiori, contribuendo all’assorbimento di circa 5,4 tonnellate di CO2, e che corrisponde a circa un ettaro di bosco.

Un vero e proprio ecosistema urbano, che ospiterà più di 30 specie vegetali diverse.

Da sempre l’architettura di Boeri è orientata ad un maggior rispetto della natura e un minor impatto sull’ecologia e il micro-clima dei luoghi in cui vengono erette queste opere. Basta sfogliare la gallery del suo sito web per comprendere quanto l’ambiente sia importante per l’architetto che ha felicemente esportato le sue costruzioni, a metà strada tra grattacieli e giardini pensili, in tutto il mondo: dalla Cina, dove sta realizzando una vera e propria Città-Foresta ad Anversa. Ma è solo trovandosi a contatto, anche solo visivo, con le sue costruzioni, per percepirne un immediato senso di benessere, per comprendere questo forte senso naturalistico, peculiarità di una architettura che sempre più spazio sta per fortuna prendendo in svariate città.

La Torre dei Biancospini vedrà sorgere al sesto piano un Vertical Forest Hub, centro di documentazione e ricerca sulla forestazione urbana nelle città del mondo, tanto cara al disegnatore italiano. Un luogo vivo, aperto, dove sarà possibile conoscere le soluzioni tecniche e botaniche scelte per il Bosco di Utrecht e monitorare al contempo gli stati di avanzamento degli altri Boschi Verticali in costruzione nel mondo.

La torre dialogherà con la città circostante grazie al pianoterra che sarà aperto verso l’esterno e contiguo al quartiere, quasi a fondersi con esso. Lo slancio verticale invece rispetta e valorizza le dimensioni dell’isolato che si trova tra Croeselaan e Jaarbeursboulevard.

Sono previsti inoltre, oltre alle zone per l’ufficio, anche spazi per il fitness, per lo yoga, parcheggi per le biciclette e uno spazio ricreativo.

I Biancospini dunque si propone come un vero e proprio polo del benessere nel cuore di Utrecht.