INTERNATTUALE

Le alternative gratuite e non al Corno sul lungomare di Napoli per Natale 2017

Se pensavate che N’ALBERO fosse la cosa più brutta che potesse essere installata sul lungomare di Napoli per le festività, sappiate che al peggio non c’è mai fine. Per il Natale 2017, infatti, a raccogliere il testimone di una architettura già brutta, che voleva riprodurre un abete e invece sembrava la versione sgraziata di una pagoda cinese, arriverà quest’anno un corno rosso gigante alto circa 60 metri.

N’Albero, lungomare di Napoli (Natale 2016)

A creare questo nuovo (per fortuna temporaneo) orrore architettonico, sarà la stessa azienda che ha già partorito l’albero lo scorso anno, la Società Italstage, la quale ha risposto ad un bando pubblico del comune di Napoli, per arricchire l’offerta cultura ed artistica di Napoli (ce n’era proprio bisogno?), seguendo il tema “Napoli e la Scaramanzia”.

Un corno che dovrebbe essere largo circa 30 metri e la cui altezza garantirà una visibilità persino dall’isola di Capri (un vero enigma per i visitatori, dover scegliere tra la vista dei faraglioni al tramonto e un fallo che si erge verso il cielo di Napoli).

Il corno avrà una base rossa e, come per la precedente installazione lo scorso anno, sarà percorribile a piedi o in ascensore, con locali, ristoranti, spazi per eventi e, immancabili, le terrazze panoramiche da cui godere della vista del golfo.

Augurandoci che non ci sia un ritardo, come successe lo scorso anno per N’Albero, la cui inaugurazione era prevista per l’8 dicembre, l’Immacolata, e si protrasse di qualche giorno, il Corno dovrebbe vedere la luce tra ottobre (2017, s’intende) e restare fino a gennaio 2018, sperando che non venga di nuovo a qualche buontempone la “brillante” quanto inutile idea di farlo permanere fino alla festa della donna o, peggio, Pasqua 2018 che il prossimo anno cadrà il 1 aprile.

Già da settembre cittadini e visitatori potranno invece apprezzare (?) il posizionamento di 12 corni in giro per le strade della città, alti quasi tre metri ciascuno. I corni saranno di vetroresina e avranno l’apotropaico scopo di augurare la buona sorte a chiunque durante le feste.

Un progetto che non ha soltanto il beneplacito del Comune di Napoli, ma intorno al quale potrebbe ruotare tutto un programma di appuntamenti ed eventi sempre a tema scaramanzia.

Da premettere che, come lo scorso anno, la mia posizione in merito a simili manifestazioni non cambia. Credo che cittadini e visitatori beneficerebbero molto di più di un trasporto pubblico decente, piuttosto che dell’ennesima festosa (e fastosa soprattutto) inutile iniziativa per arricchire un’offerta che, di per sé, è già abbastanza ricca. Napoli infatti conta oltre 600 chiese, di cui oltre 400 chiuse al pubblico. La città è già animata da (importantissimi) musei che vanno dall’Archeologia (il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è tra i più prestigiosi al mondo) all’arte contemporanea (il MADRE, ma anche il Palazzo delle Arti a Napoli, il PAN), passando per il Museo di Capodimonte, vera e propria reggia e museo nel museo. Le collezioni napoletane vanno da Caravaggio, possiamo contarne ben tre in città (il Martirio di Sant’Orsola alle Gallerie d’Italia, la Flagellazione di Cristo a Capodimonte, le Sette Opere di Misericordia, tra i più bei dipinti del maestro, al Pio Monte della Misericordia) fino ad arrivare ad Andy Warhol. Contiamo opere uniche al mondo, come il Cristo Velato della Cappella Sansevero, mentre il centro storico della città è già stato riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO.

Il Comune di Napoli, nella persona del nostro amato sindaco Luigi De Magistris, potrebbe dunque valorizzare e trovare fondi per tutta quella parte di “patrimonio sommerso” che la sua città già possiede, e di cui la parte visibile è soltanto la punta di un iceberg ben più grosso, anziché lanciarsi ogni anno (questo è il secondo) in iniziative per cercare solo di riempire gli occhi del pubblico e degli abitanti della città.

I napoletani avrebbero bisogno di sviluppare per la propria arte, l’architettura e la storia della città quello stesso senso civico, e di vera e propria devozione, che hanno per il Napoli e San Gennaro, riscoprendo il vero valore e significato di sentirsi napoletani tutto l’anno e non soltanto durante una partita o un miracolo, senza allontanarsi ulteriormente da un patrimonio unico al mondo con una iniziativa che tra l’altro li distanzia anche fisicamente da tutto ciò che Napoli può offrire.

Inoltre, prendendo come mero esempio la tariffazione di N’Albero, che aveva un biglietto standard di 8€, e immaginando che presumibilmente ci sarà un costo d’accesso anche per il Corno, ecco quali potrebbero essere le alternative (a pagamento e gratuite) che a Napoli già esistono da secoli e consentono di far godere i propri cittadini e i turisti di altrettanta magia e suggestione con panorami unici:

Il Castel dell’Ovo. Nel periodo invernale, che coincide generalmente con la disattivazione dell’ora legale, è aperto al pubblico dalle ore 9.00 alle ore 18.30 con ultimo accesso all’interno alle ore 17.45. Considerando che dal mese di novembre il sole tramonta intorno alle ore 17.00, sarà possibile godere di un fresco tramonto sul golfo di Napoli e, con una buona visibilità, anche della vista delle isole e di tutto il promontorio posillipino. Il prezzo? GRATIS.

Al Vomero invece c’è la Villa Floridiana, parco cittadino che costituiva i giardini della dimora del Duca di Martina, oggi prestigioso museo della ceramica. Anche qui l’ingresso al parco è gratuito, e l’affaccio consente di vedere una vista nella medesima direzione di quella che fu di N’Albero e che sarà invece del Corno. Orario di apertura al pubblico dalle 9.00 alle 18.30.

Se invece volete una vista a strapiombo sulla città, seguendo con lo sguardo la suggestiva Spaccanapoli, strada che tradizionalmente divide la città in due metà esatte, allora la vostra scelta sarà Castel Sant’Elmo. Situato su di una altura del Vomero, è aperto dalle ore 8.30 alle 19.30 e con un biglietto d’accesso di 5€, consente non soltanto la visita all’interno di una delle fortezze che domina dall’alto l’intera città, ma anche la vista di un panorama unico, facendo la gioia di chi vuole vedere il sole tramontare sulle Cupole di Napoli (in lontananza impossibile non notare quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta) e di chi ama i selfie con viste mozzafiato che, alle luci kitsch di un evento chiassoso, preferisce la silenziosa luce d’ambra del tramonto su una delle città più belle del mondo.

INTERNATTUALE

Vaccini: perché è necessario il diritto a una scelta libera e consapevole

Vaccini sì, vaccini no. Ancora una volta l’Italia si spacca. Dopo le trivelle, il referendum e l’eutanasia, sono i vaccini adesso ad aver creato, on-line e non solo, delle vere e proprie faide, tra gli assertori che vogliono una vaccinazione obbligatoria, pena l’esclusione dalla scuola, e i detrattori che invece fanno leva sulla coscienza genitoriale e la libertà di poter scegliere le cure, o in questo caso gli antidoti, migliori per prevenire malattie e infezioni.

Immediata la reazione di coloro che pensano che una profilassi terapeutica sia assolutamente indispensabile per arginare il rischio di infezioni virali, sposando in pieno la proposta del ministro della salute Lorenzin, da cui ha avuto origine questa diatriba mediatica che da qualche giorno tiene banco sulle prime pagine dei quotidiani.

Io appartengo alla generazione dei “millennials” e ai miei tempi la vaccinazione era obbligatoria solo per alcune malattie. Fatte quelle, il modo alternativo per sviluppare gli anticorpi per le altre, se i genitori non volevano imbottire di antibiotici i propri figli, era quello di farsele attaccare.

Io ero un bambino molto sano. Mentre i miei amichetti a scuola si ammalavano di continuo: varicella, orecchioni, rosolia io non mi ammalavo mai.

Ancora ricordo mia madre che, non appena sapeva che i figli delle amiche si erano beccati qualcosa, portava me e mia sorella di casa in casa per farci giocare insieme un intero pomeriggio, sperando che fosse sufficiente per farsela attaccare.

E così anche io ho avuto la mia pertosse, il mio morbillo e tutto un iter di malattie che mi ha risparmiato una sequela di ulteriori iniezioni e conseguenti stati febbricitanti. Non ricordo, durante la mia infanzia o adolescenza, di morti precoci o diffusioni virali di malattie. Siamo stati bambini come quelli delle generazioni che ci hanno preceduto, con i nostri giochi nel cortile, le corse sfrenate, il naturale decorso di malattie a letto a base di gelato e televisione.

Credo fermamente nella medicina, ma, fatto un distinguo per casi in cui affidarsi alla scienza è assolutamente fondamentale, generalmente credo che bisognerebbe evitare l'(ab)uso di medicinali che invece sta fortemente condizionando la nostra vita.

Vitamine, integratori, anti-influenzali, ansiolitici. C’è un farmaco per ogni disturbo, per la gioia degli ipocondriaci che temono anche un banale raffreddore e la fortuna delle case farmaceutiche, che ci spingono verso questa ideale ricerca del perfetto stato di salute.

Una volta per curare un mal di orecchi o un la di gola, si tagliavano le maniche delle vecchie maglie di lana (quelle che a Napoli si chiamano “maglie della salute”) e le si riscaldava con il ferro da stiro, dopodiché bastava avvolgerle intorno al collo o vicino all’orecchio per sentire il calore sciogliere, letteralmente, il dolore.

Nessuno sciroppo, nessun miracolo della medicina, nessuna fretta di guarire. Persino un mal di denti lo si curava mettendoci su del liquore per attutire il dolore.

Dottori allarmisti e pazienti spaventati che cercano su Google i sintomi di malattie comuni che sul web si fanno gravi o addirittura terminali.

Persino la gravidanza diventa una corsa al parto a base di acido folico da assumere e costosissimi controlli per la salute del bambino, quando appena qualche decennio prima le nostre nonne sfornavano almeno quindici figli, tenendone per mano tre e aspettandone al contempo due, mentre si chinavano ogni giorno ai lavatoi pubblici per il bucato. E così, in una società che teme il morbillo come un attacco dell’ISIS, anche i vaccini si fanno indispensabile strumento di difesa contro minacce inesistenti, esasperando casi particolari come quelli della campionessa olimpionica Bebe Vio (colpita da meningite fulminante all’età di 11 anni), per diffondere, è proprio il caso di dirlo, un infondato allarmismo social(e).

La verità è che non c’è un vero e proprio pericolo di una qualsivoglia epidemia in Italia, né una reale necessità di fare dei vaccini un caso nazionale. È soltanto una questione di equilibrio e conoscenza. È chiaro che bisogna stare attenti ad una meningite fulminante, così come non ci si può ostinare a curare con rimedi omeopatici un sintomo che proprio non vuol passare, rischiando la vita. Ma, allo stesso tempo, bisogna guardarsi bene dall’entrare in un paranoico circolo vizioso senza soluzione di continuità.

È per questo motivo che il Movimento Giovanile del Risveglio ha organizzato una serie di slow walking (camminata lenta) in diverse città d’Italia sabato 3 giugno, per manifestare e difendere il proprio diritto ad una scelta consapevole.

È giusto, e anche doveroso, il desiderio genitoriale di voler proteggere i propri bambini, e la ferma volontà di farli crescere felici e, soprattutto, sani. Ma forse non dovremmo perdere di vista due cose fondamentali che, in questa storia, ci sono sfuggite: la prima è che quella della salute, così come la vita (e anche la morte) dovrebbe essere una libera scelta in risposta al proprio credo, alla propria etica, alla dignità con cui si desidera condurre la propria vita. Uno stato democratico, quale dovrebbe essere il nostro Paese, deve mettere a disposizione degli strumenti, lasciando però il libero arbitrio ai suoi cittadini se farne ricorso o meno, senza alcun tentativo di coercizione o forma coatta di attuazione. La seconda, e probabilmente più importante, è che il buon senso e la saggezza popolare continuano a rappresentare quel millenario sapere che da secoli l’umanità si tramanda oralmente. Perché, in fondo si sa, a volte per togliere il medico di torno, basta soltanto una mela.

ART NEWS, INTERNATTUALE

La Sirenetta imbrattata di rosso: tutti gli atti vandalici alla statua di Copenaghen

È stata completamente verniciata di rosso, La Sirenetta di Copenaghen, scultura-simbolo della Danimarca, che dal 1913 accoglie i viaggiatori all’interno del porto. La statua fu voluta e commissionata da Carl Jacobsen, figlio del fondatore della nota birra Carlsberg, il quale, rimasto affascinato da una trasposizione teatrale (balletto) della nota favola di Hans Christian Andersen, dove una donna per metà pesce si innamora di un umano, commissionò una statua celebrativa a Edvard Eriksen nel 1909. A fare da modella Eline, moglie dello scultore.

Alta poco più di un metro, è una statua in bronzo del peso di 175 kg.

Quella di oggi purtroppo non è il primo atto vandalico che può annoverare la piccola sirenetta. Già nel 1964 infatti, alcuni attivisti del movimento situazionista, movimento anarchico politico e artistico, tra cui l’artista danese Jørgen Nash, segarono e rubarono la testa della statua, che non fu mai più rinvenuta e dovette dunque essere sostituita da una copia.

Il 22 luglio 1984 invece fu la volta del braccio destro, quello con cui la sinuosa figura della sirena si poggia sullo scoglio su cui idealmente aspetta. Quest’ultimo però per fortuna fu riconsegnato non senza imbarazzo dai due giovani vandali.

Nel 1990 ci fu un nuovo tentativo di decapitazione della statua, che provocò un solco di circa 18 cm nel collo della sirena. Si decise dunque di sostituirla in blocco, e rimpiazzarla con una statua identica che fosse un unico blocco di metallo lavorato.

Ma nel 1998, esattamente il 6 gennaio, la testa della statua è nuovamente rimossa. Restituita in forma anonima sarà poi ricollocata al suo posto circa un mese dopo.

Non è la prima volta che viene imbrattata di vernice, è già successo più volte nel corso degli anni e, l’11 settembre del 2003, è stata addirittura sradicata dal suo scoglio, forse, con una piccola carica di dinamite.

INTERNATTUALE

Il bellissimo spot di una compagnia araba contro il terrorismo

Non sono mai abbastanza i messaggi di pace in tempi di guerra come i nostri, e non sono mai troppi quelli che arrivano proprio là, dove non te lo aspetti. A far parlare molto di sé in queste ore lo spot di Zain Group, società di Telecomunicazioni nata in Kuwait nel 1983, che ha prodotto un advertisement contro la guerra.

Fatto in stile “operetta”, lo spot di circa tre minuti vede protagonista un kamikaze intento a testimoniare Allah facendosi esplodere con una cintura.

Immediata la risposta di musulmani che, intonando una canzone che si fa coro, dicono che Dio è soprattutto amore, e che se devono convincere l’altro ad abbracciare il proprio credo religioso che sia per pacifico convincimento e non per costrizione.

Uno spot che aiuta a riflettere, e mostra un islam non necessariamente violento e estremista come lo immaginiamo erroneamente tutti, ma composto da una comunità aperta al dialogo e pronta ad accettare la diversità religiosa.

Bellissimo lo slogan principale che incita a pregare e diffondere la propria religione per AMORE e non per terrore.

Ecco il video completo:

INTERNATTUALE, MUSICA

La bellissima lettera di Ariana Grande ai fan dopo l’attacco al suo concerto di Manchester

Rompe il silenzio Ariana Grande, la cantante di I’m into you che ha visto la tappa a Manchester del suo Dangerous Woman Tour trasformarsi in un bagno di sangue. Un concerto che ha sì fatto la storia, ma non per la sua performance e per quella che per i fan avrebbe dovuto rappresentare una festa.

Giovani e giovanissimi. La Grande, 24 anni, è seguita soprattutto da un pubblico di teenagers che nelle sue canzoni rivive drammi e speranze di una intera generazione.

Aveva deciso di non parlare Ariana Grande, affidando ad un tweet il suo dolore: «Distrutta – aveva scritto – dal profondo del mio cuore sono così dispiaciuta. Non ho parole».

Oggi invece quelle parole è riuscita a trovarle, e ha deciso di condividere sui social una lettera per esprimere il dolore di un evento che segna la sua carriera e le vite di ognuno di noi: «Il mio dolore, le mie preghiere, le più sincere condoglianze vanno alle vittime dell’Attacco di Manchester e ai loro cari – scrive la cantante – Non c’è niente che io o chiunque altro possa fare per far sparire le pene che state provando o alleviarle.

Tuttavia, io vorrei tendere una mano, il cuore e fare tutto ciò che posso per dare a voi e ai vostri qualsiasi cosa vorreste o in qualsiasi modo possa occorrervi il mio aiuto.

La sola cosa che noi possiamo fare adesso è scegliere come permetteremo a ciò di influire su di noi e come vivremo le nostre vite da questo momento.

Ho pensato molto ai miei fan, e a ognuno di voi, durante tutta questa settimana appena passata. Il modo con cui avete affrontato tutto questo è stato per me di grande ispirazione e mi ha resa più orgogliosa di quanto possiate immaginare.

La compassione, la gentilezza, l’amore, la forza e l’unità che avete mostrato in questi ultimi giorni è l’esatto opposto delle atroci intenzioni che hanno tirato fuori qualcosa come il male che abbiamo visto lo scorso lunedì.

VOI siete l’esatto contrario.

Sono dispiaciuta per le pene e la paura che dovete aver provato, e per il trauma che voi, troppi, avete provato.

Non saremo mai capaci di comprendere perché eventi come questo avvengono perché non è nella nostra natura, che è il motivo per cui noi non dovremmo rispondere.

Noi non ce ne staremo zitti a vivere nella paura.

Noi non permetteremo che ciò ci divida.

Noi non lasceremo che l’odio vinca.

Non voglio arrivare alla fine dell’anno senza la capacità di vedere, stringere e sostenere i miei fan nello stesso modo in cui loro supportano me.

La nostra risposta a questo gesto di violenza deve essere restare più vicini, aiutarsi l’un l’altro, amare di più, cantare più forte e vivere con più gentilezza e generosità di quanto abbiamo già fatto prima.

Io ritornerò nella incredibilmente coraggiosa Manchester per passare del tempo con i miei fan e per tenere un concerto benefico in memoria e per raccogliere fondi per tutte le vittime e i loro familiari.

Io voglio ringraziare i miei compagni di musica e gli amici che si uniranno e saranno parte di questa nostra espressione d’amore per Manchester. Vi dirò di più non appena avrò maggiori dettagli a riguardo e non appena ogni cosa sarà confermata.

Sin da quando ho iniziato il Dangerous Woman Tour ho detto che questo show, più di qualsiasi altra cosa, dovesse essere un luogo sicuro per i miei fan. Un luogo di fuga per loro, per festeggiare, per guarire, per sentirsi protetti ed essere sé stessi. Per incontrare gli amici che hanno conosciuto on-line, per esprimere sé stessi.

Questo evento non cambierà queste cose.

Quando verrete a vedere i miei concerti, vedrete un pubblico bellissimo, diverso, puro, felice.

Migliaia di persone, incredibilmente diverse, tutte lì riunite per la stessa ragione, la musica.

La musica è qualcosa che ognuno sulla Terra può condividere.

La musica ci guarirà, ci unirà, ci renderà felici.

Questo è ciò che continuerà a fare per noi.

Noi continueremo in memoria di chi abbiamo perso, dei loro cari, dei miei fan e di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa grande tragedia.

Li ricorderò e li porterò nel cuore ogni giorno e penserò a loro con tutta me stessa per il resto della mia vita.

Ari

INTERNATTUALE

Addio a Laura Biagiotti, donna di classe che ha portato il suo stile nel mondo

Oggi ci ha lasciati una delle firme italiane più note al mondo, Laura Biagiotti. Conosciuta in America come Regina del Cashmere, inizia la sua attività di designer di moda sotto l’egida di Roberto Capucci prima e Rocco Barocco, per poi fondare la casa di moda che porta il suo nome agli inizi degli anni ’70. Romana di nascita, presenta la sua prima a Firenze, e subito cattura l’attenzione della stampa e di quel pubblico femminile che immediatamente apprezza le sue creazioni e la sua idea di una donna-bambola, estremamente delicata e aggraziata.

promo del profumo ROMA

In occasione di una sua sfilata a Pechino nel 1988, lancia ROMA, fragranza, per lei, che incarna l’essenza dello stile italiano nel mondo. Bisognerà aspettare qualche anno, il 1992, affinché il profumo sia declinato nella sua versione maschile, ROMA per Uomo. Un’essenza di gusto orientale, boisè, più vigorosa, ma al tempo stesso elegante. Il profumo per lui è opera di Domitille Michalon, noto “naso” che ha lavorato tra gli altri con Versace, Ferragamo e Hugo Boss solo per citarne alcuni.

Anche la confezione, così come la fragranza femminile creata dalla stessa Laura, è stata disegnata dalla stilista in collaborazione con il designer tedesco Peter Schmidt, creando due bottiglie che da subito diventano una vera e propria icona nel mondo della moda e del beauty, richiamando le rovine dell’antica capitale dell’impero romano: una colonna spezzata per lei, un abbozzo di tempio con colonne e scanalature per lui, che si colorano di ambra per la donna e di una leggera doratura per l’uomo, rinchiuse nel loro tradizionale vetro satinato.

Il disegno, racconterà poi la Biagiotti, è ispirato ad una colonna del cortile del suo ufficio romano.

I sentori della mirra, dell’ambra, della vaniglia e del patchouli si fondono con le essenze floreali del gelsomino, della rosa, del mughetto e del garofano, mentre nell’uomo il fondo del cedro, del sandalo e del muschio incontra il profumo pungente del pompelmo rosa e del mandarino.

Laura Biagiotti resterà una donna di straordinario gusto e sensibilità, che ha mutato anche in fragranza l’essenza dello stile italiano, portando la sua inconfondibile classe in tutto il mondo.

Ciao, Laura!

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Fidget Spinner: origine e storia del gioco diventato mania

A metà tra passato e futuro, forse stanchi di tanta tecnologia, la moda del momento per i giovanissimi si chiama Fidget Spinner, non una nuova app con cui giocare sul proprio telefonino, ma un vero e proprio giocattolo che sta facendo dilagare in Italia una nuova mania.

Si tratta di una sorta di triscele con un cuscinetto d’aria, intorno al quale ruotano tre pesi, che possono così girare velocemente. Il suo movimento allevierebbe lo stress. Prodotto in una vasta gamma di materiali che vanno dalla plastica al titanio, la sua funzione era in realtà quella di aiutare persone con deficit dell’attenzione, problemi di concentrazione o autismo permettendo di scaricare la tensione nervosa e lo stress.

Sebbene sia stato inventato negli anni ’90 ha trovato la popolarità solo quest’anno, con la pubblicazione di un articolo su Forbes nel dicembre del 2016 in cui il giornalista James Plafke lo indica come il giocattolo must-have del 2017.

Divisi gli studiosi tra chi riconosce i benefici di questa trottolina e chi pensa che si tratti soltanto di una ulteriore distrazione, così come le scuole che ne hanno consentito l’introduzione in classe e quelle che invece hanno deciso di bannare il gioco dalle proprie mura.

Ad inventare il giochino del momento una donna, l’ingegnere Catherine Hettinger, che ne avrebbe depositato il brevetto nel 1993 schedandolo come spinning toy (giocattolo girevole). L’idea sarebbe venuta in risposta a dei ragazzini che in Israele lanciavano pietre contro la polizia, affinché scaricassero in qualche modo la tensione e “promuovere la pace”.

Tuttavia secondo un’intervista che la Hettinger ha rilasciato al Guardian, avrebbe inventato il giocattolo poiché affetta da miastenia, un grave disturbo immunitario che causa una debolezza muscolare, che le impediva persino di raccogliere i giocattoli di sua figlia. Con questo gioco invece riusciva ad intrattenerla.

Ma quali sono le manie che si sono susseguite negli anni tra i giovanissimi?

In principio furono le molle colorate. Chi è stato un bambino negli anni ’90 come me se le ricorderà bene: enormi molle di plastica dai colori sgargianti e fluo che i ragazzini si divertivano a far oscillare ammirando ipnoticamente le sfumature che cambiavano veloci. Poi fu la volta delle palline clic clac, a loro volta mutuate direttamente dagli anni ’70: due palline, legate da due diversi fili che partivano dalla stessa base che, se agitate correttamente, non facevano altro che incontrarsi e spingersi originando uno ticchettio, clic clac appunto. Poi fu la volta del Tamagotchi (che personalmente non ho mai amato): cambiano i tempi e con le prime agende elettroniche e palmari, antesignano di tutti gli snake e videogiochi per smartphone vari c’era lui, il Tamagotchi, un videogiochino dalla forma ovoidale, che consisteva in una specie di animaletto virtuale che si doveva curare, nutrire, crescere pena la morte.

INTERNATTUALE

Viviamo in una società che non vuole crescere e invecchiare

Qualche giorno fa, in metropolitana, osservavo una ragazza: sedici anni circa, insieme alle sue amiche si scattava un selfie con la cosiddetta bocca “a culo di gallina”. Una smorfia simpatica a metà strada tra un broncio malizioso e un bacio. Mi è tornato in mente quando persino Laura Pausini su instagram aveva condiviso un’immagine simile alla soglia dei quarant’anni.

Così ho cominciato a riflettere sui comportamenti dell’uomo e sull’età.

Mi sono accorto che persino le donne di cinquant’anni oggi si pongono il problema di un like su facebook come metro di misura per piacere ad un uomo, mentre ci scattiamo foto così filtrate da renderci irriconoscibili, che se dovessimo sparire per Chi l’ha visto? sarebbero ca**i per ritrovarci.

Questa settimana Monica Bellucci su Vanity Fair ha detto di non temere il tempo che passa e che una donna oggi può essere bella anche a 70 anni. E a giudicare Jane Fonda, che di anni invece ne ha 80, è proprio così.

Ma è questo che ci sta accadendo? Viviamo in una società fluida senza tempo dove tutti ci sentiamo eternamente dei ragazzini?

È come se l’uomo volesse fermare la propria età al traguardo dei 30, anche quando quel giro di boa è ormai passato da un pezzo. Prendi Madonna, che continua a saltare giù (letteralmente) dal palco al pari di Lady Gaga o Ariana Grande a circa sessant’anni, quasi a voler continuamente affermare quel primato di mito incorporeo senza tempo; o Cher, che di tour dell’addio ne ha fatti almeno tre, per altrettante decadi, annunciando ogni volta di ritirarsi dalle scene per poi ritornare più photoshoppata e botulinica al grido di uno stagionato “Girl Power”.

Negli anni ’90 Isabella Rossellini ricevette una lettera di licenziamento da Lancôme nel giorno del suo quarantesimo compleanno: paradossalmente troppo vecchia per continuare a sponsorizzare una crema antirughe.

Ma oggi una donna a quarant’anni sembra (ri)vivere una piena pubertà. Lo sa bene forse Lory Del Santo che spesso sceglie partner più giovani o Nicole Kidman che a cinquant’anni suonati non disdegna scene di nudo o in lingerie sfoggiando un corpo filiforme e perfetto al pari di una ventenne.

Anche l’età matrimoniale si è notevolmente alzata, basti pensare che Kate Middleton per le sue nozze da favola ha aspettato i trent’anni, mentre sua suocera, Diana, negli anni ’80 di anni ne aveva appena venti quando sposò l’erede al trono d’Inghilterra, Carlo.

È guardando a questo grande esercito di Wonder Woman che non posso fare a meno di chiedermi se questi siano gli effetti dell’evoluzione della vita o di un’adolescenza che continua perdurare ben oltre l’età adulta, con l’illusoria convinzione che bisturi e computer possano donarci ormai un’eterna giovinezza.

Se Bette Davis in Eva contro Eva nel 1950 era considerata una donna di mezza età e quasi fuori gioco, oggi la vita ricomincia proprio a cinquant’anni. Persino i ruoli per un’attrice si fanno più interessanti con lo scorrere del tempo: l’ha dimostrato la francese Isabelle Huppert, che a sessantatré anni ha ricevuto la sua prima candidatura agli Oscar o la rossa Julianne Moore che la statuetta l’ha vinta a cinquantaquattro anni per il ruolo della linguista affetta da Alzheimer nel 2014.

Persino Maria Ripa di Meana dovrebbe rivedere il titolo della sua famosa biografia e aggiungere almeno altri dieci anni ai suoi primi quaranta, considerati allora il nuovo punto di partenza per una donna.

Anche su facebook il divario tra adolescenti e adulti si è ristretto, e genitori e figli si scoprono a condividere le stesse emozioni e gli stessi link. Sono i social a farci questo o hanno semplicemente reso il tutto più evidente?

Anche i maschi non sono da meno. Se è vero che l’uomo risente in minor misura del tempo che passa e con gli anni acquista in fascino ciò che perde in giovinezza (basti pensare a Sean Connery e Richard Gere), è altrettanto vero che in età matura c’è una voglia di ritornare ragazzini: divorzi improvvisi, compagne più giovani, voglia di paternità in età avanzata. Johnny Deep, dopo anni (non)matrimonio con Vanessa Paradis e due figli, sposa la giovanissima Amber Heard dalla quale si separerà appena due anni dopo.

Flavio Briatore nella sua vita si è affiancato a super top da tutto il mondo: da Naomi Campbell a Heidi Klum, per poi sposare la giovane Elisabetta Gregoraci a quasi sessant’anni.

Alcuni, al pari delle donne, ricorrono persino alla chirurgia plastica con risultati decisamente disastrosi: bocche siliconate, zigomi arcuati, pelle liscissima. Se sulle donne il ritocchino riesce ad avere comunque un plasticoso allure, sul maschio invece sortisce un de-virilizzante effetto che lo fa somigliare più a un manichino che a un vero uomo.

Questa voglia di regredire, di ritornare ad una prestanza fisica che va svanendo, non è solo un fenomeno fisico, ma anche mentale, imprigionando uomini e donne in un loop adolescenziale senza soluzione di continuità. Nel 40% delle cause di divorzio si dà la colpa a WhatsApp: tresche on-line, messaggi visualizzati senza risposta, chat clandestine che si autodistruggono su snapchat. I rapporti si fanno complicati tanto quanto i nuovi modi di comunicare, e ad ogni passo per esprimere virtualmente i propri pensieri e le proprie emozioni paradossalmente si ottiene l’effetto uguale e contrario di minare la comunicazione dal vivo e i rapporti reali.

Siamo andati ben oltre la chat e i siti di incontri dei primi anni 2000, vivendo sentimenti e situazioni che continuano ad alimentare l’anima infantile che è in ognuno di noi.

Un appiattimento mentale che non corrisponde all’anagrafica parabola discendente dell’uomo, che ci trasforma tutti in bambolotti e bamboccioni che non vogliono crescere ma, soprattutto, invecchiare.

CINEMA, INTERNATTUALE

Claudia Cardinale, Cannes e la polemica ipocrita di twitter

A poche ore dalla sua presentazione ufficiale ha già suscitato non poche polemiche. Parlo del poster della 70esima edizione del Festival di Cannes, che quest’anno vede protagonista un’altra icona del cinema internazionale, Claudia Cardinale.

Dopo Marcello Mastroianni, Ingrid Bergman e Jean-Luc Godard delle passate edizioni a troneggiare sul poster della kermesse di cinema più prestigiosa al mondo c’è questa volta la nota attrice italiana. Una giovanissima e sorridente Cardinale intenta a saltare e girare gioiosa su se stessa, con i lunghi capelli al vento.

Uno scatto vintage in bianco e nero che nella locandina è stato riproposto con colori purpurei-violacei, mentre la silhouette dell’attrice sembra adesso volteggiare tra uno scintillante numero 70.

Immediata la polemica per qualche colpo di “photoshop” che avrebbe ristretto la vita e le caviglie della protagonista di Il Giorno della Civetta, e ne ha ritoccato anche i capelli.

Un vero “sacrilegio” secondo i twitteri su di una Claudia poco più che ventenne.

Ad operare i ritocchi su di una foto dell’Archivio Cameraphoto Epoche di Getty Images è stato Philippe Savoir, che ha adeguato l’immagine allo spirito di questa edizione e, confrontandola con lo scatto originale, senza dubbio è innegabile che i ritocchi ci sono stati.

Ma si tratta di una polemica inutile, quella del web che sembra continuare ad indignarsi senza alcuna coerenza.

i ritocchi evidenziati da Vanity Fair Italia

In un mondo, quello del web, dove anche il ritocco è diventato democratico e, nell’era del post-Photoshop anche un semplice selfie con lo smartphone è abbondantemente ritoccato grazie ad applicazioni e filtri, suona un po’ ridicolo, e probabilmente ipocrita, risentirsi e polemizzare contro qualche click del computer che ha soltanto attualizzato l’immagine dell’attrice, adeguandola ad un diverso uso, trasformandola da scatto distratto di un magazine d’epoca a iconica immagine del cinema.

Felicissima e onorata la Cardinale che in merito alla scelta di questa foto, di cui nemmeno si ricordava, ha detto: «Ma quella foto mi rammenta i miei inizi, un’epoca in cui mai avrei immaginato di ritrovarmi un giorno sulle gradinate del più celebre dei Festival» incurante dell’incriminato ritocco

Qualsiasi fotografo o ritoccatore, ma anche semplice utente di facebook e instagram, avrebbe, se ne avesse avuto la capacità e la possibilità, assottigliato una caviglia ed un polpaccio appena deformato dallo slancio del salto, senza nulla togliere alla bellissima espressione di un viso radioso.

Quante volte sbianchiamo i nostri denti, assottigliamo il viso, eliminiamo il doppio mento, utilizziamo un filtro che schiarisca la pelle o ci faccia apparire più giovani?

Per pura vanità o semplice insicurezza siamo tutti soggetti al ritocco fotografico, e molto più spesso al bugiardo auto-ritocco, quello di cui ci vergogniamo come le showgirl del botox in televisione e continuiamo a negare anche di fronte all’evidenza.

Da intelligente donna di spettacolo, persino Claudia ha elegantemente glissato l’argomento, perché conosce bene le leggi del marketing e le regole che lo showbiz impone. Per questo motivo trovo particolarmente fasullo continuare a fare la morale su di una consuetudine abusata da tutti: chi non ha usato il filtro leviga almeno una volta scagli la prima pietra.