INTERNATTUALE

La parola di questo 2017 è “Karma”. Ecco cosa significa

Dalla musica al cinema passando per la parodia sul web, la parola di questo 2017 appena iniziato è sicuramente Karma. Sdoganata dalla vittoria di Francesco Gabbani sul palco dell’Ariston, con il brano Occidentali’s Karma, arriva adesso nelle sale con il film di Elio Germano che s’intitola, manco a dirlo, Questione di Karma.

Ma esattamente che cos’è il karma?

La parola che noi conosciamo come Karma deriva dal termine sanscrito kárman, spesso tradotto con atto, azione, compito, obbligo, nei testi sacri dei popoli arii, i veda, è intesa come atto religioso, rito. Per le religioni e filosofie indiane, è inteso come un agire volto ad un fine capace di attivare un principio causa-effetto, secondo il quale ad ogni azione ne corrisponde una di ritorno da parte del destino. Gli esseri senzienti, nella consapevolezza delle loro azioni, sono in qualche modo responsabili delle conseguenze morali che ne derivano.

Nelle religioni dell’India quali il Brahmanesimo, il Buddhismo, il Giainismo e l’Induismo, il karma vincola gli esseri umani al saṃsāra, dottrina inerente al ciclo della vita, di morte e rinascita.

Il karma è uno dei nuclei intorno al quale ruotano le discipline orientali, e le dottrine induiste in particolare. Esso è fortemente connesso al principio del mokṣa, che indica la salvezza dal perpetuo ciclo delle rinascite, ma anche, affine al nirvāṇa del buddhismo, il raggiungimento di una condizione spirituale superiore.

Il karma, apparentemente scanzonato, cantato da Gabbani all’ultimo Festival di Sanremo altro non è che quel “destino” che l’uomo contemporaneo, l’ormai nota scimmia nuda, squisitamente occidentale, prende con le sue mani, con azioni spesso superficiali, che l’hanno trasformato da animale sociale, di aristotelica memoria, ad animale social. L’uomo di oggi, se dovessimo paragonarlo ad un animale, sarebbe un narcisistico lupo solitario, feroce virtualmente quanto schivo nella vita vera, perennemente riflesso, come lo sfortunato dio greco, in una immagine sempre più lontana dalla realtà. Destinato ad inseguire un ideale di irreale imperfezione, rinchiuso nella solitudine della propria arroganza. Karma.

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Museo Egizio di Torino a Catania: ecco perché è un errore parlare di “scippo egizio”

Qualche settimana fa avevo orgogliosamente parlato della “sezione egizia” che il Museo Egizio di Torino avrebbe idealmente aperto a Catania, nel Convento dei Crociferi, consentendo l’esposizione di alcune opere contenute nei depositi, per creare un dialogo tra nord e sud, che non fosse soltanto culturale, ma ideologico, unendo due mondi apparentemente lontani come il nord e il sud del nostro Paese sotto il segno della cultura e del benessere di tutti.

A quanto pare però non è esattamente così. Nei giorni a venire infatti un Comitato ha raccolto oltre 3500 firme on-line contro quello che è stato definito “lo scippo Egizio”.

Obiettivo naturalmente quello di impedire che alcune opere del museo torinese vengano trasportate a Catania, dove, d’accordo con il Ministero dei Beni Culturali, la Fondazione del Museo Egizio in collaborazione con il Comune avrebbero voluto aprire una sorta di sede satellite.

«Dire che i pezzi destinati al prestito non sono esposti ma vengono dai magazzini – ha detto Carlo Comoli, portavoce del comitato – è arrampicarsi sui vetri, ogni grande museo ha reperti nei depositi. Avallare questa operazione significa creare un precedente pericoloso per tutti i grandi musei italiani. L’Egizio è parte dell’identità di Torino, i suoi tesori devono restare qui. La Sicilia, che trabocca di beni culturali, pensi a valorizzarli anziché scippare quelli altrui».

Mi fa sorridere l’idea di Comoli secondo il quale il museo farebbe parte dell’identità di Torino, perché ciò è vero soltanto in parte. Se la costituzione dell’edificio intesa come sede museale e la formazione delle collezioni ivi contenute possono far parte in qualche modo del tessuto cittadino e della sua storia, ciò, per evidenza di cose, non è così per le opere stesse, egiziane, di certo più vicine al territorio siciliano, che non alla fredda terra del Piemonte. Pertanto è ridicolo appellarsi all’identità della città.

Non bisogna dimenticare inoltre che la moda per l’Egitto dilagò in tutta Europa, pertanto non solo a Torino, a partire dal XIX secolo, all’indomani delle campagne napoleoniche nella terra delle piramidi, che portò un nuovo gusto architettonico, ma anche di design oltre che di mero collezionismo di reperti antichi, con particolare attenzione a quelli di provenienza egizia.

Dunque quella dell'”Egitto-mania” torinese non era un fenomeno sviluppatosi nel solo capoluogo piemontese, ha semplicemente portato personalità come Vitaliano DonatiBernardino Drovetti, console generale di Francia durante l’occupazione in Egitto, più vicini alla possibilità di reperire, accumulare e collezionare opere dalle sabbie del Sahara, mettendo insieme 8000 pezzi, acquistati in un secondo momento dal re Carlo Felice, che li unì ad altri reperti collezionati dalla Casa Savoia.

Il Museo Egizio, voluto dal re savoiardo, è dunque l’espressione di una moda, squisitamente europea, che dilagava in quegli anni, e che ha portato anche città come Napoli ad erigere edifici secondo il gusto del momento, come il Mausoleo Schilizzi in stile neo-egizio, o portando nello stesso periodo personalità come Gioacchino Murat a contribuire alla formazione della seconda collezione egizia, dopo Torino, più importante in Italia, oggi custodita ed esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Quella di Torino dunque non è una storia unica che caratterizza la sola città del nord Italia, ma l’espressione più compiuta di un fenomeno diffuso.

È un errore parlare di “scippo egizio” in quanto Catania, con la sua sede egizia di provenienza torinese, diverrebbe un valido vettore per veicolare e incuriosire i turisti a spingersi fino al nord Italia per ammirare le straordinarie collezioni del museo torinese, oltre che a dare la possibilità di ammirare pezzi che altrimenti stazionerebbero nei polverosi depositi del museo e dare un esempio di grande collaborazione tra due identità apparentemente così diverse tra loro.

Con questa apertura nulla è tolto a Torino e al prestigioso Museo Egizio, che rappresenta, e continuerà a rappresentare sempre e a prescindere, un caposaldo, per archeologi o semplici appassionati, dell’Egittologia in Italia e nel mondo. Una sede collaterale a Catania potrebbe invece rappresentare un biglietto da visita per quanti nel sud del paese vogliono saggiare solo una minima parte dell’intero potenziale che il museo invece esprime pienamente.

INTERNATTUALE

Napoli, poche metro e vagoni affollati: l’altra faccia delle “Stazioni dell’Arte”

Treni sovraffollati e attese lunghissime. In queste settimane c’è un gran parlare in televisione della metropolitana di Roma e del suo cattivo funzionamento, ma io, cittadino del mondo, scorgo con dispiacere che c’è una situazione ben più grave, quella di Napoli, di cui non si parla altrettanto.

A cominciare dall’attesa dei treni della Linea 1 sotto le banchine, lunghissima, dieci minuti in media, con punte di sedici. Se Sliding Doors fosse stato girato nel capoluogo partenopeo, Gwyneth Paltrow nell’attesa tra una corsa e l’altra avrebbe avuto il tempo di rifarsi la messa in piega e cambiare addirittura paese, più di quanto non abbiano fatto i pochi minuti dei treni londinesi nella pellicola originale.

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banchine piene e tempi di attesa lunghi

Pochi controlli. In alcune stazioni (Piscinola, Dante, Museo/Sottopasso Cavour) i varchi sono perennemente aperti e, a dispetto della voce che di tanto in tanto ripete dagli interfoni che i titoli di viaggio di qualsiasi fascia, titolo e durata devono essere convalidati di volta in volta, sono pochi quelli che lo fanno davvero, tra gente che si lancia incauta facendosi impropriamente passare per abbonati (un po’ furbetti).

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un affollatissimo vagone durante le ore 8.40 circa

I vagoni sono affollatissimi. Attraversare la città o semplicemente spostarsi da una zona all’altra si trasforma in un viaggio della speranza, dove non viene garantito nemmeno lo spazio vitale minimo dei passeggeri, costretti a viaggiare stipati come sardine gli uni sugli altri e, spesso, a litigarsi il proprio posto di fortuna (in piedi, naturalmente) indispensabile per reggersi agli appositi sostegni e evitare di respirarsi addosso, tra la maleducazione dei ragazzi che indossano gli zaini, occupando, di fatto, due posti, e di chi invece, incurante di una già tragica situazione, si arroga lo strafottente diritto di voler leggere un libro o un giornale.

Una situazione paradossale e tragicomica per una città che continua orgogliosamente a promuovere le proprie Stazioni dell’Arte, vantando, secondo la critica, il titolo di stazione più bella d’Europa, quella di Toledo, la quale vede viaggiare i suoi passeggeri sempre con maggior disagio, aggravati da corse che saltano e frequenze incostanti.

Nel fine settimana, se da una parte i treni sono sgombri e ci si può finalmente sedere, dall’altra l’attesa è ancora più estenuante e perdere una corsa può significare anche un quarto d’ora di attesa per quella successiva, costringendo i viaggiatori ad anticiparsi di molto sugli orari per raggiungere in tempo le proprie destinazioni. Tutt’altro che comodo.

Se la nostra città è elogiata per la bellezza delle sue stazioni, secondo uno studio le spetta però anche il triste primato di maglia nera per i tempi di attesa. Arrivano a 27 in media i minuti di attesa per un autobus, con picchi di quarantacinque, testati sulla mia pelle, senza nemmeno ricorrere alle diverse applicazioni citate dall’articolo di GQ.

Inutile provare a chiamare al contact center 800 639525 per chiedere informazioni o lamentarsi dei disservizi: il numero, che dovrebbe essere attivo dalle ore 6.15 alle ore 20.15, è invece costantemente staccato, e quando si prova a rintracciare un numero interno dell’azienda, bisogna sottostare all’ironia degli interlocutori che, al danno di non fornire alcune spiegazione, aggiungono la beffa di una malcelata risposta in malo modo.

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passeggeri costretti ad aspettare la corsa successiva

E per una stazione, quella di Toledo, che si fregia del titolo di più bella, ce n’è una, quella di Scampia che può invece fregiarsi di quello di più degradata. Costruita a metà degli anni ’90, la stazione ha visto spostarsi fino a nascondersi del tutto agli occhi dei passeggeri, lo stazionamento degli autobus, che spariscono letteralmente come inghiottiti da buchi neri. All’originaria struttura si è aggiunto uno scheletro d’acciaio e delle scale mobili che avrebbero dovuto collegare la parte di Scampia con la zona alta di Piscinola, ma di fatto mai completate, costringendo i passeggeri non soltanto a fare più strada per raggiungere i treni, ma a camminare su pavimenti decisamente scivolosi in circostanze normali che peggiorano notevolmente nei giorni di pioggia, e di cui i lavori si sono inspiegabilmente fermati, lasciando l’ennesima opera incompiuta nel solo quartiere periferico di Scampia. Viene dunque da chiedersi perché le autorità locali sono disposte a stanziare fior fior di milioni per abbattere le Vele di Scampia e a non impiegarli prima per rendere il trasporto di quegli stessi cittadini più civile al pari delle altre città italiane.

Se la civiltà e la qualità della vita di una città si misura anche dai suoi trasporti, allora Napoli ha decisamente fallito e, a dispetto della bellezza e arte delle proprie stazioni, i cittadini non possono che domandarsi se non sia il caso di investire in treni, corse e macchinisti ciò che in media l’amministrazione spende in architetti stranieri e designer di grido.

INTERNATTUALE

La mitica Polaroid compie 70 anni

Oggi proviamo a riprodurne gli effetti attraverso APP per smartphone con quelli che comunemente chiamiamo filtri: instagram in primis, ma anche Retrica, le più famose, provano da qualche anno ormai a restituire il fascino dell’usura della pellicola fotografica quando i contorni diventavano meno nitidi e i colori sbiadivano assumendo delle nuance che oggi definiamo “vintage”. Erano gli anni della Polaroid, rivoluzionaria macchina fotografica in grado di stampare subito le immagini catturate con il proprio obiettivo. Da allora sono passati esattamente settant’anni, quando nel 1937 lo scienziato americano Edwin Land fondò in Massachusetts la Polaroid Corporation.

andy-warhol-polaroid-interno-internettualeDa quel momento il mondo della fotografia cambiò completamente, offrendo la possibilità di vedere il proprio scatto materializzarsi davanti ai propri occhi in pochi minuti, antesignana di quella fotografia digitale che solo a partire dai primi anni 2000 offrirà la medesima sensazione senza dispendio di pellicola.

Certo, oggi i colori forse sono molto più brillanti, i neri più intensi, e possiamo scattare anche in HDR, High dynamic range imaging, con maggior nitidezza e realismo, senza che le immagini da noi catturate, che stipiamo su file e memorie virtuali, invecchino di un solo istante, ma nessuna delle tecnologie in nostro possesso potrà mai darci indietro la sensazione nostalgica del tempo che passa come continueranno a fare invece le vecchie polaroid.

Passeranno dieci anni, dalla sua invenzione, per l’arrivo sul mercato nel 1948, ma il modello di maggior successo fu la Folding Pack, ma è soltanto negli anni ’70, con la SX-70, modello più venduto dell’epoca, che arriva il boom e la moda della “foto istantanea”, che si fa arte alla portata di tutti. Lo dimostra Andy Warhol, che fece della Polaroid un’estensione naturale della sua espressione artistica, fotografando intellettuali, modelle, sportivi, attori. Le Polaroid infatti si trasformarono per l’artista statunitense il canovaccio, la base delle sue ben più note serigrafie.

Ma le Polaroid rappresentano anche delle drammatiche pagine di storia italiana. La loro immediatezza infatti divenne spesso strumento criminale nei rapimenti, quale garanzia dell’esistenza in vita degli ostaggi.

Tristemente iconiche le immagini del rapimento del Presidente del Consiglio, Aldo Moro, nel 1978, prigioniero delle Brigate Rosse.

Il nuovo rigurgito vintage ha riportato in auge la foto in tempo reale: il gruppo Polaroid, in collaborazione con Fujifilm, ha infatti reintrodotto dalla fine degli anni ’90 dei nuovi modelli di macchina fotografica in grado di stampare su pellicola SX-70, con un rilancio della linea da qualche anno a questa parte.

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Palme in Piazza Duomo: Milano difende le proprie radici, ma dimentica la sua storia

Se in questi giorni passeggiate in Piazza Duomo a Milano e vi imbattete in un palmeto urbano, non è un’allucinazione per l’effetto collaterale delle temperature in stile StudioAperto, ma il progetto che l’architetto Marco Bay ha realizzato per Starbucks.

Si tratta infatti di una installazione voluta dal colosso del caffè, che approderà in Italia con il suo primo punto vendita in Piazza Cordusio, nei locali delle ex poste, dopo aver vinto una gara di appalto per la sponsorizzazione delle aiuole. La nota catena americana ha deciso di annunciare il suo arrivo nel nostro paese, apportando, forse provocatoriamente, un tocco di esotico nella piazza più importante della capitale lombarda.

Immediata l’ironia del web che ha subito parlato di “Milangeles”, riferimento alla pianta simbolo di Los Angeles, facendo girare in rete immagini con tanto di cammelli e moschee che prendono il posto del Duomo di Santa Maria Nascente.

Ma se l’apertura del nuovo coffee-store è prevista soltanto per settembre di quest’anno, i lavori di rifacimento dei giardini antistanti il Duomo sono già iniziati tra la notte di martedì e mercoledì scorso, quando sono stati trasportati i primi esemplari di palma.

Non sono mancate le proteste dei milanesi con tanto di manifestazioni e striscioni contro quella che è stata definita una “africanizzazione” della piazza. Ma per quanti pensano che questa sia una apertura radicale all’oriente e, come suggerito dal critico d’arte Vittorio Sgarbi su il Giornale, un rifacimento che fa sembrare il duomo una moschea, probabilmente dovranno ricredersi.

Sì, non solo perché, come racconta lo stesso Bay a Repubblica.it, le piante si possono definire lombarde, perché “vivono da più di cent’anni nei giardini milanesi”, ma anche, come aveva già ammirato e sottolineato lo stesso Stendhal, già nell’Ottocento era possibile scorgere alberi di questo tipo all’ombra della Madonnina.

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una foto d’archivio di Piazza Duomo a Milano

Un errore dunque, un grande gesto di chiusura culturale per un’Italia che ancora una volta si mostra poco tollerante e propensa al cambiamento, e che fallisce miseramente nel tentativo di difendere le proprie radici, dimenticando, paradossalmente, la propria storia. Foto del XIX secolo infatti mostrano una Piazza Duomo molto diversa da quella disegnata dal Piero Portaluppi alla fine degli anni ’20, con aiuole, giardini e palme proprio come quelle cui oggi rende omaggio l’architetto Bay.

La modernità del disegno dell’architetto milanese sta dunque nella nuova disposizione degli arbusti, con quattro file di vegetazione di palme e altre due alternate con banani, graminacee e tipi di fioritura di stagione. Un progetto ambizioso, quello dell’architetto, che rievoca l’effetto sorpresa dei grandi giardini rinascimentali, il cui obiettivo primario era proprio quello di suscitare stupore nel visitatore e, a giudicare dalle prime reazioni e immagini postate sui social, Bay ci è decisamente riuscito.

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da meteoweb.eu

Dalle immagini pubblicate sui giornali sembra quasi che le palme siano dinanzi l’ingresso del Duomo, ma basta una semplice foto dall’alto per scoprire che i metri che separano la cattedrale dalle piante saranno almeno venti.

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una delle palme di Piazza Duomo bruciata

La bellezza di questo disegno architettonico potrà essere completamente ammirata soltanto a primavera inoltrata, con la piena fioritura di tutte le piante che lo compongono. Ma la scorsa notte i milanesi, incapaci di scorgere il potenziale di questo progetto, non si sono più limitati alla satira on-line o le manifestazioni in piazza e, a dispetto del fatto che il nuovo giardino sia poco più di un terreno spianato con le palme ancora legate, hanno dato fuoco a tre esemplari di pianta per protesta.

Un paradosso nel paradosso per un popolo, quello italiano, che si vanta di aver esportato il proprio stile in tutto il mondo, e per un paese, l’Italia, che dai romani ai greci, passando per arabi, francesi e spagnoli ha invece subito influenze architettonico-artistiche dando vita ad uno stile che ne ha fatto la sua fortuna, e di cui lo stesso Duomo, in stile neogotico, realizzato da manifatture europee, chiamate dalla Francia, dalla Germania, dalle Fiandre.

Questo gesto ha ancor più dell’incredibile se si pensa che la maggior parte degli italiani avrebbe sostenuto Hillary Clinton alle passate elezioni americane di novembre e guarda con disgusto alla politica di chiusura delle frontiere di Trump, mentre in realtà mostra una chiusura mentale molto più netta dei muri di cemento che sta innalzando il neo-presidente degli Stati Uniti, al primo sospetto del piglio orientaleggiante di un progetto di architettura tutto italiano.

INTERNATTUALE

Chanel: la forza della Sardegna per il nuovo skincare

Italia, Italia e ancora Italia. Il nuovo trend per le maison d’alta moda di tutto il mondo è senza dubbio il nostro Paese. Se Dolce Gabbana, Givenchy e Louboutin hanno scelto Napoli per spot e collezioni, mentre FENDI aveva allestito sulla Fontana di Trevi a Roma la presentazione della sua sfilata d’haute couture, Chanel invece ha scelto la Sardegna. La casa d’alta moda francese ha infatti scelto le olive delle campagne dell’isola come ingrediente del nuovo attivatore di giovinezza, le quali, a detta della maison, hanno una “elevata concentrazione di polifenoli e acidi grassi essenziali che proteggono la pelle”. Sono ingredienti selezionatissimi, che provengono da ogni parte del mondo, quelli che comporranno questo nuovo prodotto della linea beauty, come il caffè verde della Costa Rica, scelto per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, e il lentisco greco, ricco di acido oleanolico, che aiuta la pelle a ritrovare la sua naturale capacità di rigenerazione.

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un frame del nuovo spot Chanel

Blue Serum, questo il nome del siero, si ispira alle “zone blu“, ovvero quelle aree dove le persone, si legge sul sito, vivono meglio e più a lungo, mettendo insieme questi tre ingredienti dalle capacità antiossidanti e rivitalizzanti.

Una scelta dunque che non vuole essere solo mero trend da rispettare, ma riconoscimento della qualità della vita e di quello stile, squisitamente italiano, che da sempre fa del nostro paese il simbolo del saper vivere meglio. Nel promo infatti la nostra bella isola è definita “custode” del segreto della vita. Non a caso in Sardegna c’è la più alta concentrazione di centenari.

Soddisfatto l’Assessore del Turismo, Artigianato e Commercio, Francesco Morandi, che così commenta questa piccola nuova conquista italiana: «Un importante riconoscimento dell’unicità e della straordinarietà del nostro ambiente, della nostra natura e delle nostre produzioni che conferma il valore della strategia ‘Sardegna isola della qualità della vita’».

INTERNATTUALE

Famosi del web: ecco perché la favola di Cenerentola non esiste

In un mondo fatto di raccomandazioni e endorsement sospetti, quanto è credibile credere ancora al mito di Cenerentola?

Chiara Ferragni e Sofia Viscardi sono senza dubbio le “Cenerentole” più famose del web: fashion blogger la prima, ha costruito un impero recensendo e indossando capi d’alta moda; YouTuber la seconda, è diventata famosa sproloquiando in webcam delle sue giornate e di altre amenità. Entrambe, con linee di scarpe firmate e romanzi in libreria, ci hanno fatto credere alla favola contemporanea di Cenerentola che sostituisce la scarpetta di cristallo con like e visualizzazioni, e trova il principe azzurro nella personale affermazione di se stessa.

Ma sono tanti i nomi della televisione, dell’editoria e della musica che arrivano da internet: da Antonio Pinna a Frank Matano, passando per il duo Benji & Fede che con riflessioni argute, scherzi telefonici e cover musicali sono fuoriusciti dall’anonimato per assurgere alla gloria mediatica.

Ultimo, soltanto in ordine cronologico, di questa dinastia di “principi poveri”, che ambiscono a diventare ricchi, è Emanuele Fasano. Presentato nella notte della finalissima di Sanremo 2017 come il pianista della Stazione di Milano di un video, caricato da un regista, che in tre giorni avrebbe totalizzato tre milioni di visualizzazioni, che lo avrebbero portato ad un contratto con la Sugar, casa discografica di Caterina Caselli.

In realtà bastano poche ricerche su Google per scoprire che anche Emanuele non è un principe che si riscatta dalla povertà grazie al suo talento, ma è figlio di Franco Fasano, rinomato autore di brani come Ti lascerò (vincitore di Sanremo nel 1989), Io amo e Mi manchi (grandi successi di Fausto Leali). Così come Sofia Viscardi, che candidamente nelle interviste parla dei prestigiosi impieghi dei propri genitori, come organizzatori di eventi e comunicazione, i quali hanno lavorato con nomi come Roberto Saviano (che la YouTuber ha avuto modo di intervistare) e Chiara Ferragni, la quale a sua volta è figlia di Marina Di Guardo, che ha seguito per dieci anni lo showroom di Blumarine.

I nuovi talenti, e sedicenti tali, provano così a riciclarsi on-line, fingendo di entrare dalla porta sul retro in un mondo che invece li accoglie con tutti gli onori del caso dal portone principale.

Trasmissioni televisive, contratti pubblicitari, pubblicazioni di dischi e libri, per personaggi che sembrano riprodursi per cooptazione, mentre tanti altri sgomitano e continuano a sgomitare sul web e non solo, nel vano tentativo di far notare le proprie idee e far sentire la propria voce.

L’Italia continua ad essere una democrazia fondata però sulla raccomandazione, che continua a preferire un esercito di “figli di…”, piuttosto che dare chance al vero popolo che anima la rete e prova inutilmente a farsi notare.

Sì, perché quando si è figli di un autore che ha collaborato con nomi come Fausto Leali e Anna Oxa, vincendo un Sanremo, scritto brani che fanno parte della storia della canzone italiana, e collaborato con tante altre personalità in ambito musicale, è un po’ difficile riuscire a credere alla favola del pianista che, del tutto casualmente, si ritrova a suonare un pianoforte alla stazione e per puro caso viene notato, nell’ordine, da un regista prima e addirittura da Caterina Caselli dopo.

Sarà che sono figlio di Napoli, e di talenti che suonano e cantano al pianoforte della stazione ne vedo e ne sento tutti i giorni: ripresi con gli smartphone da centinaia di visitatori che ogni giorno applaudono, si emozionano, si divertono. Eppure nessun regista, nessun Ferzan Ozpetek di passaggio (che a Napoli girerà un film), ha mai notato il loro spirito, il loro talento, la loro passione che trasmettono a chi abbandona o arriva in città, al punto da donare loro fama e successo.

I media provano ogni volta a raccontarci una rivisitazione della favola di Cenerentola per quell’inconscio meccanismo di immedesimazione, per quell’empatia, che scaturisce e che avvertiamo verso quell'”uno di noi” che ce l’ha fatta, riconoscendovi un modello da seguire e cui ispirarsi, così da accrescere quel naturale processo di supporto da parte di potenziali fan, che guardano ammirati e stupefatti un sedicente talento che spesso non c’è, e che automaticamente bolla gli haters, i detrattori di quel talento, come “invidiosi” che rosicano e non ce l’hanno fatta.

Sono tanti i musicisti che suonano per le vie di Napoli, eppure, a dispetto de I Bastardi di Pizzofalcone, Non dirlo al mio capo, e di attori e registi che vanno e vengono da Napoli, nessuno di loro è stato notato al punto da cambiare vita. Meno talentuosi? Non credo, a giudicare dalle loro performance con cui ogni giorno animano la città. Meno fortunati? Forse. Ma la loro sventura non è quella di non essere notati dal famoso regista di passaggio, dal proverbiale talent scout che ferma belle ragazze per strada o dal video on-line che fa un botto di visualizzazioni. La loro sfortuna è probabilmente quella di avere tanto talento e nessun “santo protettore” che lo promuova.

Quindi i giornali, i magazine, le televisioni dovrebbero smetterla continuare a venderci la favola di Cenerentola, illudendo i ragazzi che continuano a sperare in quell’anima di passaggio che possa notarli in strada, in quelle fashion blogger che tentano inutilmente di far crescere i profili instagram, in quegli interpreti che caricano video su YouTube senza superare le sessanta visualizzazioni della cerchia di amici e parenti.

La favola di Cenerentola (in Italia) non esiste. Esistono soltanto raccomandazioni e strategie di marketing. Ma questa, se fosse una fiaba, sarebbe senz’altro una favola nera.

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

NAT GEO spiega cos’è il gender e la rivoluzione di genere

Siamo giunti nel XXI secolo con la presunzione di chi crede di aver imparato la lezione, senza aver realmente studiato. La vita però ci ha presentato il suo esame, e alla prima prova abbiamo puntualmente ripetuto gli stessi errori: discriminazioni, razzismo, genocidi. L’uomo sembra essere ritornato negli anni ’50, quando l’America di Eisenhower, memore della schiavitù del secolo precedente, si divideva ancora rigidamente in bianchi e neri e, ignorando le stragi belliche nei campi di concentramento nazisti, continuava ad attribuirsi una superiorità di razza.

A quasi settant’anni da quel periodo storico nulla o poco sembra cambiato, e sotto la patina dell’uguaglianza ancora mal si cela la nuova ondata di un razzismo, nemmeno troppo velato, da parte di autorità e cittadini.

Stragi in moschee, sparatorie sui “negri”, attentati in club gay. Stiamo progredendo o stiamo rievocando l’era pre-bellica per una nuova guerra mondiale?

Abbiamo paura della libertà altrui e, in un momento storico in cui dovremmo temere soprattutto l’odio, ci preoccupiamo invece di combattere l’Amore. L’amore “diverso”, quello “arcobaleno”, quello tra persone dello stesso sesso, come se, attribuirgli un’etichetta, lo rendesse meno importante di un qualsiasi altro amore.

Katie Couric (photo credit: Andrew Eccles) (photo credit: Andrew Eccles)
Katie Couric (photo credit: Andrew Eccles) (photo credit: Andrew Eccles)

A raccontare questa rivoluzione di genere ci penserà questa sera il canale satellitare National Geographic alle ore 20.55 con il programma Gender, la rivoluzione. Condotto dalla giornalista americana Katie Couric, si tratterà di un viaggio di oltre due ore in cui si cercherà di comprendere meglio il concetto di sessualità “fluida”: agender, transgender, androgini, genderfluid, genderqueer, intersex, transessuali. Termini, a volte neologismi, sconosciuti ai più nel loro reale significato, che ne fanno uso quasi ed esclusivamente dispregiativo ignari dei mondi che rappresentano davvero.

Proverà a spiegarli la Couric grazie anche all’aiuto di medici, scienziati, sociologi, ma anche famiglie, illustrando allo spettatore, e ai tanti scettici che ancora non sono convinti, che il mondo non si divide soltanto in maschi e femmine.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE, TELEVISIONE

Lory Del Santo: «The Lady è la raffigurazione del bene e del male»

Lory Del Santo muove i suoi primi passi artistici al cinema, recitando, alla fine degli anni ’70, in pellicole come Geppo il folle di Adriano Celentano, Caro papà diretta da Dino Risi. Ma è negli anni ’80, con il programma Tagli, ritagli e frattaglie al fianco di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo, che si fa notare dal grande pubblico nel ruolo di segretaria sexy e svampita. Arriverà poi la consacrazione con il ruolo di conturbante bigliettaia che scaldava gli animi nel programma di Antonio Ricci, Drive In.

Negli anni la Del Santo cambia pelle. Cambiano i tempi, cambiano le mode, si passa dai varietà comici ai reality, e Lory non ha paura di mettersi in gioco. Nel 2005 partecipa (e vince) all’Isola dei Famosi, trasformandosi per i tempi a venire in arguta opinionista dei salotti televisivi.

Ma Lory Del Santo ama le sfide, e lo scorso anno, insieme al suo giovane compagno, Marco Cucolo, ha preso parte alla quinta edizione del docu-reality di RaiDue, Pechino Express, in cui i concorrenti, divisi a squadre di due, devono fare l’autostop da Bogotà al Messico, attraversando tre nazioni e una serie di prove per puntata.

Ma il cambiamento è insito della natura della poliedrica showgirl, e nel frattempo Lory si reinventa ancora una volta e, nell’era di quello che è stato definito internet 2.0, diventa regista di una controversa webserie che distribuisce su YouTube, The Lady. Tante le critiche da parte della stampa e le parodie sul web che la prendono di mira: apoteosi del trash e trama inesistente. Sono queste le accuse che la stampa specializzata e non fa al serial. Ma Lory, all’alba dei dieci episodi della terza stagione, continua a difendere con coraggio e coerenza una creatura che è completamente sua, e che ha saputo conquistare oltre cinque milioni e mezzo di visualizzazioni con le prime due stagioni.

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Lory Del Santo (foto dalla pagina facebook ufficiale)

Inutile negarlo. La sua “The Lady” ha attirato sin dalla prima stagione le critiche, a tratti ironiche, della stampa: perché?

«Perché è giusto criticare, fa parte del lavoro che lo impone. È anche credibile che spesso si sia prevenuti, soprattutto contro chi non nasce regista, ma prima di diventarlo ha fatto altro. The Lady, poi, si differenzia dai prodotti usuali, e quindi è più difficile da collocare e capire».

Molti critici l’hanno definito “nonsense”, paragonandolo, per paradosso, ad una produzione di David Lynch: come risponde a questi giudizi?

«Sì concordo con l’osservazione. Sembra così perché la serie ancora non si è conclusa, ma sono certa che con l’avvicinarsi della fine, tutto risulterà più chiaro. Certamente per chi avrà voglia di pensare e riflettere».

Lei stessa una volta ha paragonato il suo The Lady a “La Grande Bellezza”: si sente un po’ una Sorrentino incompresa?

«Sì, penso che lui si sia conquistato il potere di poter esprimersi e la possibilità di avere i mezzi per farlo. È un visionario e per questo mi piace».

Come nasce l’idea di girare una serie e come, invece, quella di pubblicarla sul web?

«L’idea della serie nasce dal fatto che per far vivere un progetto bisogna avere il tempo di raccontarlo, e sul web perché è l’unica forma di libertà indipendente che esula da divieti talvolta incomprensibili».

La sceneggiatura, la fotografia, la regia, la produzione e il montaggio sono interamente suoi: “The Lady” è la rielaborazione inconscia di un mondo interiore o il racconto di una parte di quell’ambiente patinato che ha avuto modo di conoscere?

«The Lady è la raffigurazione del bene e del male come l’ho visto da quando ho modo di pensare e osservare il mondo e gli esseri umani. Ho descritto tutti non solo il lusso e la ricchezza».

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Natalia Bush in una immagine del trailer di “The Lady 3”

Nonostante le recensioni, però continua a mietere successi e visualizzazioni…

 «La chiave è una sceneggiatura scorrevole, veloce, chi guarda si deve lamentare che l’episodio è troppo corto»

Nella sua carriera c’è tanta televisione, ma anche cinema con collaborazioni e lavori con grandi nomi, da Adriano Celentano a Dino Risi. Perché la decisione di mettersi dietro la macchina da presa?

«Ho sempre pensato che tutti i lavori che ho fatto erano carenti nei concetti e le battute, senza reale spessore e allora ho voluto vendicarmi a modo mio»

Tra i suoi interpreti c’è Costantino Vitagliano, già massacrato dalla stampa per il suo film “Troppo Belli” con Daniele Interrante: perché questa scelta provocatoria?

«Per la prima serie ho scelto lui perché si deve far parlare in qualche modo di ciò che si propone e poi si può procedere su una strada diversa. Lui però era giusto per il personaggio che cercavo».

La serie è già alla terza stagione: come ha tratto ispirazione per i capitoli successivi?

«Questa serie ha le radici per essere infinita… io potrei non esaurirmi mai. Ma ho deciso di chiuderla per cominciare a pensare a qualcosa d’altro».

natalia-bush-the-lady-3-trailer-lory-del-santo-youtube-2-internettualeÈ già in cantiere una quarta stagione?

«No, finisce qui».

Quanto impiega a produrre una stagione?

«Servono almeno sei mesi di lavoro a orario pieno per poter arrivare alla realizzazione del progetto, senza weekend o feste»

lory-del-santo-foto-pagina-facebook-ufficiale-internettualeCome sceglie le location e i luoghi che contribuiscono a dare vita alle sue storie?

«Per caso o mi vengono suggeriti. Molti amici mi prestano le location gratuitamente»

C’è qualche colpo di scena che può anticipare?

«Ogni scena è un piccolo colpo di scena. È la struttura del film».

Ciò che senza dubbio si percepisce guardandola in video è che lei è una donna genuina, che si propone al pubblico per ciò che è, senza filtri, parlando anche delle sue relazioni, vivendo pienamente la sua vita. Ma chi è oggi Lory Del Santo?

«Sono consapevole di aver conquistato la possibilità di essere me stessa, potendo fare e dire ciò che voglio. Su questo mai ho fatto un compromesso, la popolarità derivata dall’essere ovvi non mi è mai interessata».

CINEMA, INTERNATTUALE

Giornata della Memoria: 5 lezioni di vita che possiamo imparare dalla Shoah

Libri, eventi televisivi, film al cinema. Sono tanti i modi in cui viene celebrato il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, della Shoah, del ricordo delle tante vittime, per lo più ebree, torturate e morte nei campi di concentramento nazisti. Auschwitz, quello più famoso, ma anche Birkenau e Monowitz. Sono soltanto alcuni, tra i più noti, dove hanno trovato la morte oltre sei milioni di persone tra il 1941 e il 1944.

Questa mattina in metropolitana osservavo una donna leggere un libro. Bambino N° 30529, una di quelle edizioni della Newton Compton Editori. Che fosse una coincidenza, una inconscia commemorazione o la volontaria voglia di ricordar questa simbolica data non lo so, fatto sta che noi esseri umani siamo strani: ci sforziamo di essere buoni per un giorno e poi quello seguente ritorniamo a farci la guerra. È come per il Natale, quando ci diciamo che “siamo tutti più buoni”, the war is over, la guerra è finita, cantava John Lennon, e poi una volta rimossi gli addobbi e spente le luminarie ritornano le miserie buie del mondo e dell’animo umano.

Ma cos’è che dovremmo imparare veramente da un giorno come la Shoah?

Sono tante le volte in cui me lo sono chiesto e, anniversario a parte, ho provato questa volta a rispondere a questa annosa domanda attraverso quelle storie che hanno raccontato un momento storico tanto delicato ed importante quanto, per fortuna, lontano. Almeno cronologicamente. Sì, perché quando sento al notiziario storie come le torture nelle prigioni di Guantanamo, gli attentati da parte dell’ISIS, l’avidità di una classe politica che sa più di oligarchia autocratica che di vera democrazia, qualche dubbio ce l’ho. Penso ai migranti e mi chiedo se gli anni delle deportazioni siano finiti davvero; penso ai cervelli in fuga e immagino come dovessero sentirsi i nostri nonni alla ricerca di fortuna all’estero; penso alle tante discriminazioni e mi chiedo se questa sia davvero l’era contemporanea che tutti sognavano dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Attraverso quei film come Anna Frank, La Vita è Bella, Il Bambino con il pigiama a righe, pellicole che hanno raccontato l’orrore di una pagina di storia da tenere a mente come monito per il futuro, ho così provato a trarne delle lezioni che tutti dovremmo ricordare. Per la vita, e non soltanto per un giorno:

millie-perkins-and-joseph-schildkraut-in-il-diario-di-anna-frank-1959Il Diario di Anna Frank, film biografico del 1959, che racconta la storia di Anna che trova rifugio per due anni, insieme alla sua famiglia, in una soffitta su di una fabbrica nel cuore di Amsterdam, scrivendo su di un diario quest’esperienza di prigionia e salvezza che si concluderà purtroppo con la deportazione. Scoperto il nascondiglio nel 1944, le truppe dell’SS deportano Anna nei lager, dove insieme alla sua famiglia troverà la morte. Unico sopravvissuto il padre Otto, che, trovato il diario di sua figlia alcuni anni dopo, desidera farlo conoscere al mondo, perché l’orrore non si può e non si deve dimenticare.

ben-kingsley-in-schindlers-list-1993Nel 1994, agli Oscar è stata la volta di Schindler’s List: Steven Spielberg racconta la storia vera di Oskar Schindler, basata sul romanzo omonimo di Thomas Keneally. L’imprenditore tedesco Schindler, approfittando delle leggi che vietavano agli ebrei polacchi di avere delle proprie attività commerciali, decide di impiegarli per avviare una fabbrica che produce pentole e tegami per l’esercito. Da principio un tornaconto personale, man mano un modo per salvare vite sottraendole alla deportazione nei campi, insegnando che “chiunque salva una vita, salva il mondo intero”.

la-vita-e-bella-1997-internettualeQualche anno dopo arriva La Via è Bella. Film premio Oscar di Roberto Benigni del 1997, in cui un padre italiano e suo figlio, di religione ebrea, vengono deportati in un campo di sterminio. Durante la prigionia, il padre insegnerà a suo figlio a sorridere sempre di tutte le avversità e cattiverie dell’uomo, perché in fondo, come recita il titolo, la vita è bella. Nonostante tutto.

carice-van-houten-and-sebastian-koch-in-black-book-2006-internettualeNel 2006 il controverso regista Paul Verhoeven impiega 20 milioni di euro per realizzare il film più costoso, e più visto di sempre, dei Paesi Bassi, Black Book. La pellicola racconta della storia della cantante Carice van Houten, che dopo aver perso tutta la sua famiglia scappa da Berlino per rifugiarsi nei Paesi Bassi. Un viaggio di sopravvivenza che porterà la donna ad “allearsi” con i tedeschi, ad unirsi alla resistenza e a combattere per difendere la propria vita fino alla fine della Guerra. La pellicola culmina undici anni dopo, in un kibbutz in Israele, dove la donna è riuscita a rifarsi una vita e una famiglia. Il film ci insegna a fare tesoro anche, e forse soprattutto, degli eventi tragici che segnano la nostra vita e a lottare sempre, arrendersi mai.

jack-scanlon-in-il-bambino-con-il-pigiama-a-righe-2008Nel 2008 è il regista Mark Herman ad adattare il romanzo omonimo di John Boyne, Il Bambino con il Pigiama a righe, in cui narra l’amicizia tra un ragazzino prigioniero di un indefinito campo di concentramento, e il figlio di un tenente dell’SS che lo amministra, che vive dall’altra parte del filo spinato. Tra i due, nonostante le differenze sociali, religiose e di condizione, nasce un’intensa amicizia. [ATTENZIONE SPOILER] Il film si concluderà con Bruno, figlio del generale, che oltrepassa la recinzione per aiutare l’amico a ritrovare suo padre scomparso. I due ragazzini si ritroveranno rinchiusi in una camera a gas il cui ordine dell’eccidio è dato proprio dal padre di Bruno, generando nello spettatore un senso di appagata giustizia, ingiusta vendetta, tristezza, che non può che insegnarci una grande lezione di vita: non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi.