LIFESTYLE

Drunknmunky, il nuovo must have della stagione

Se Gabbani ha sdoganato la scimmia nuda che balla all’ultimo Festival di Sanremo, quella di DrunknMunky ha scelto invece di essere una scimmia ubriaca, di vita forse.

Sì, perché lo slogan di questo brand è BE RILEVANT, sii rilevante. Non presuntuosamente importante o migliore, ma rilevante. Di rilievo. Di chi si fa notare, ma con discrezione. È così che mi sono sentito quando ho indossato le mie Boston Classic Navy-Gray la prima volta, cogliendo appieno l’essenza di questo motto.

le mie nuove DrunknMunky Boston Classic Navy-Gray

Quando calzo le mie scarpe quasi non le sento tanto sono comode e leggere, il che ha del prodigioso se si considera che me le hanno spedite per posta e non le avevo mai provate prima, ma che conferma che acquistarle anche attraverso il loro sito ufficiale, www.drunknmunky.it, si può. Ed è davvero ampio il loro sito web, con una scelta che spazia per contenuti e forme, passando con nonchalance dalle scarpe all’abbigliamento.

DrunknMunky è un brand di prim’ordine nella produzione dello urban style, con un vasto universo di modelli e colori, abbracciando tanto gli uomini che le donne, arrivando ai bambini.

Stile fresco, moderno, che può fare la gioia dei giovanissimi fino ad abbracciare un pubblico più ampio.

È bello anche da vedere il logo della sinuosa scimmia stilizzata sulla parte esteriore della scarpa o sagomato sotto la suola, donando un movimento a tutta la linea della scarpa.

il logo DrunknMunky
a spasso per Napoli con le mie DrunknMunky

Ho passeggiato con le mie Monky tutto il giorno per le strade di Napoli, e mi sono sentito libero come su di un prato a piedi nudi. Grazie a queste scarpe ho attirato non soltanto l’occhio dei più attenti alle mode, che me le hanno subito invidiate, ma anche di chi ha notato il confort di sentirmi liberamente me stesso, a mio agio.

Comode, su misura per me. Scarpe che non soltanto sono belle da vedere, ma confortevoli da indossare e, moda a parte, credo sia anche questa l’arma vincente di un brand che ha fatto della sua mission stile e qualità.

DrunknMunky è un brand che qualsiasi fashionblogger non può permettersi di non indossare, suggerire, stilizzare nei propri outfit. Con i suoi materiali sempre più tecnologici, tecniche avanzate di produzione come la termosaldatura e le sperimentazioni grafiche, DrunknMunky ha creato una collezione che coniuga qualità e moda, con un total look deciso, che include anche colorati capi di abbigliamento, di carattere. Scarpe che sono già un must di stagione, per tutti coloro che vogliono essere cool, ma, soprattutto, relevant.

www.drunknmunky.it

LIFESTYLE

Grand Hotel Castrocaro Terme, la cura del benessere

Un albero della vita, anzi di lunga vita, quello stilizzato da Longlife, brand del benessere che si trova all’interno del Grand Hotel Castrocaro Terme e SPA. Quattro stelle S, come superior, ed è solo entrando in questa meravigliosa costruzione anni ’30 che si capisce il motivo di quella lettera in più.

È il 1928 l’anno di costruzione di questo bellissimo edificio in puro stile Art Déco, il cui personale è discreto e disponibile, attento alle esigenze del cliente con interesse, ma non invadenza.

Le camere sono dotate di ogni confort, dalla PayTV satellitare ai piccoli salotti, ma è nei sotterranei che si nasconde la formula di lunga vita.

Sì, una vera e propria formula, quella realizzata dalla Longlife, consigliata anche da Vanity Fair, che in un crescendo di temperature e vapori, aiuta gli ospiti di questo suggestivo centro termale a depurarsi da tossine e sentirsi a loro agio con il proprio corpo.

Le originali porte degli ambienti raccontano ancora di quei ruggenti anni in cui anche l’Italia scopriva i piaceri delle calde acque sulfuree castrocaresi.

Grand Hotel Castrocaro Terme, uno dei salotti interni

All’interno dell’albergo è consentito passeggiare in accappatoio, lo intuisco subito osservando gli uomini e le donne che si muovono con disinvoltura nella hall, mentre me lo spiegano alla reception. Trovo anch’io il mio nell’armadio all’interno di una confortevole stanza Deluxe, insieme agli infradito. È una sensazione che mi rinvigorisce, quella che mi avvolge come la morbida spugna bianca intorno al mio corpo, che si spoglia della quotidiana costrizione di abiti e scarpe, ritrovando una nuda libertà. Infilo il mio costume e sono pronto per iniziare il mio percorso.

Il mio percorso inizia con il bagno di vapore termale in grotta. È intensa l’esperienza del vapore in grotta che, grazie a un suggestivo cielo stellato cromo-terapico, mi dà la sensazione di trovarmi in un ambiente naturale, all’aperto, con un’umidità costante che arriva al 98% e una temperatura di 42 gradi. Si resta in silenzio, si respira piano, mentre la luce tenue delle stelle cambia, tracciando costellazioni indefinite. Un trattamento, questo, che mi porta inconsciamente tanti benefici, che vanno dalla perdita di peso alla regolazione della pressione, oltre ad essere, naturalmente, un efficace metodo per rilassarmi ed entrare completamente nello stato mentale di questo piccolo mondo.

Faccio una doccia, per depurare il mio corpo dalle tossine esalate sudando, e nel frattempo avanzo lungo il corridoio, dove scorgo salottini con sedute, lettini e bevande naturali come tè verde, mirtillo e frutti di bosco per aiutare l’organismo a depurarsi. Liquidi caldi dai sentori fruttati che mi proiettano in un mood di serenità psicofisica.

Con i suoi 79 gradi, apparentemente la sauna può spaventare. Immaginavo che una volta dentro non sarei riuscito a rilassarmi, invece con mia grande sorpresa, resisto al caldo molto meglio di quanto pensassi, depurando il mio corpo e riattivando la circolazione. È un bene non essere direttamente consapevoli dei benefici che portano al corpo questi trattamenti, perché in questo modo si pensa soltanto a rilassare la mente che, implicitamente, aiuta tutto il corpo a ritrovare il giusto equilibrio.

Non ho avuto animo di tuffarmi nella vasca d’acqua fredda, gelida direi, benché consapevole dei benefici per il corpo dopo una sauna, a mo’ di frigidarium pompeiano.

Il complesso non dispone soltanto di una doccia emozionale, ma anche della doccia tibetana, un secchio d’acqua gelata da tirarsi in testa (per veri coraggiosi!).

Mi sono diretto nel bagno turco, che conclude l’area di purificazione, qui declinato nella cromoterapia che, ai benefici del vapore acqueo, unisce fasci di luce colorata che si propagano nella nube come silenziosi fulmini in lontananza. E già sento il mio corpo rilassato, molle, temprato eppure insolitamente rilassato, respirando lentamente quella suggestiva atmosfera che ha sempre un retrogusto orientale.

La seconda parte è quella delle acque termali, e si apre con il percorso vascolare kneipp, che alterna due camminamenti di acqua calda e acqua fredda che aiutano notevolmente il drenaggio e la circolazione degli arti inferiori.

Un’ultima pausa in un altro salotto per godere di tisane e sedute, prima di lanciarmi nella piscina termale, apoteosi perfetta di una giornata intensa.

Nessuna sensazione di acqua fredda mentre mi immergo, gradino dopo gradino, nella grande piscina, portandomi in prossimità di una delle bocche dell’idromassaggio, mentre sento il mio corpo rigenerarsi sotto i getti vigorosi e delicati dell’acqua.

E quasi non voglio più uscire da questo rilassante mondo dove fluttuo senza gravità.

La mia perfetta giornata si è conclusa con amici in uno dei salottini finemente arredati del Grand Hotel, uno di quelli accanto al lounge bar, dove la musica si diffonde soffusa come in un film e si può godere delle atmosfere serali in perfetto stile Art Déco.

Cambia completamente l’albergo, che si anima per il popolo notturno di villeggianti e ospiti, che possono giocare a carte nei piccoli salotti con i tavoli da gioco o fare quattro chiacchiere in una teoria di divani per chi invece vuole godere della musica live e degli ottimi cocktail dei barman dell’albergo.

Il Grand Hotel Castrocaro è come un mondo senza tempo dove le atmosfere ovattate raccontate da Fitzgerald nei suoi romanzi ad inizio secolo, continuano a vivere indisturbate lontane dal logorio della vita moderna.

ART NEWS, LIFESTYLE

Un weekend sotto il sole di Firenze

Avete presente il film con Raoul Bova e Diane Lane, Sotto il sole della Toscana? Ecco, proprio quello, dove loro si innamorano tra colline e cipressi. Dimenticatelo. Perché oltre i verdeggianti panorami bucolici c’è molto di più.

Non so che idea avessi di Firenze prima. Forse, scorgendola ogni volta solo attraverso il finestrino di un treno, accompagnata da quei caratteristici colori giallo-verde che scorrono dietro il vetro, dagli alberi che tracciano la terra battuta, me l’ero immaginata un po’ così: una piccola cittadina dai tetti rossi incastonata nella natura. Buon cibo, quei sapori tipici del centro Italia, dove il gusto selvatico della cacciagione è accompagnato dal sapore corposo di un buon vino rosso.

la ribollita della trattoria il Contadino, a Firenze – (instagram @marianocervone)

È così che è iniziato il mio viaggio. Chi mi segue su instagram, già sa che ho trascorso il mio ultimo weekend nella città di Dante, e il mio primo amore non poteva che essere la Ribollita. Un piatto povero della tradizione italiana, fatto con pane raffermo e verdure, ma denso come un risotto, ricco e saporito, che mi ha conquistato al primo assaggio.

Ho scoperto per caso la Trattoria Il Contadino, nei pressi di Santa Maria Novella. TripAdvisor dice che ha il miglior rapporto qualità/prezzo. Diffido sempre un po’ da quanto c’è scritto nelle recensioni, e invece devo dire che è assolutamente vero. L’ambiente è piccolo, intimo, ma abbastanza largo da non stare accalcati gli uni sugli altri come in molti locali moderni, che non garantiscono nemmeno il minimo spazio vitale per una intima conversazione a due. I camerieri simpatici, il menù è ricco, composto per lo più, e non poteva essere altrimenti, da piatti tipici fiorentini, il che mi ha spinto a ritornarci anche una seconda volta. Alla mia gustosa Ribollita, ho fatto seguire una bistecchina di maiale davvero ottima, accompagnata da un contorno di piselli, pancetta e cipolle e, naturalmente, del buon vino della casa. Ma ho avuto modo di assaporare anche delle buonissime tagliatelle con carne di cinghiale, seguite da un buonissimo Peposo all’Impruneta, paese tipico delle colline toscane da cui prende il nome, a base di vitello, con grani di pepe nero e cotto nel vino. Davvero delizioso.

Firenze è piccola, contenuta, una città a misura d’uomo, punteggiata da caffè storici come Scudieri, dove l’antichità di questo bar, nato nel 1939, la si percepisce sin dagli arredi, ed è un obbligo morale per un visitatore prendere almeno un caffè in questo locale, godendosi il sole caldo di una mattina di marzo.

È probabilmente questo il periodo migliore per scoprire la città e i suoi monumenti, quando il freddo comincia a cedere il passo ai primi cieli tersi della primavera.

il Campanile di Giotto, dalla Cupola di Brunelleschi (instagram @marianocervone)

Il mio soggiorno fiorentino è stato a metà tra percorso di storia dell’arte ed excursus interiore, dove ogni gradino fatto, era parte di una ascensione non solo turistica, ma spirituale. Grazie ad un biglietto cumulativo, ho infatti percorso i gradini che mi hanno portato sulla cuspide della Cupola del Brunelleschi prima, dove ho avuto Firenze ai miei piedi, vincendo persino il mio senso di vertigine, e il Campanile di Giotto poi. Un’esperienza quasi mistica, che aveva un retrogusto del Cammino di Santiago; uno di quei percorsi in cui ti ritrovi quasi corpo a corpo con la gente, in comunione con il mondo intero, attraverso piccoli gradini secolari, cunicoli stretti, il panorama, la luce. È la luce, in una straordinaria giornata di primavera in anticipo, quella che mi ha avvolto, ripagandomi della fatica delle scale, degli spazi angusti, del caldo. La luce, che ti mostra un lato inedito della città, dall’alto, a contatto con il vento, a contatto con il sole, a contatto con te stesso.

Curiosa l’usanza beneaugurale di inserire una monetina nella bocca del porcellino (in realtà cinghiale) dell’omonima Fontana del Porcellino, sotto la loggia del Mercato Nuovo di Firenze. Datata 1633, ad opera di Pietro Tacca, secondo la leggenda per ricevere il buon auspicio la moneta, una volta rilasciata deve cadere nella grata ai piedi del cinghiale dove scorre l’acqua: se la oltrepassa, la fortuna è assicurata.

David di Michelangelo, Gallerie dell’Accademia (instagram @marianocervone)

Nell’immaginario collettivo la statua del David di Michelangelo si trova agli Uffizi. In realtà è alle Gallerie dell’Accademia, che ho visitato, spezzando un po’ il fiato con un percorso museale. Ho ammirato anche io l’archetipo di quella ieratica virilità rinascimentale che ha oscurato persino la perfezione della statuaria greca. Ma le Gallerie dell’Accademia sono una rivelazione, con la bellissima gipsoteca di monumenti funerari o celebrativi, e le languide donne ritratte in una pudica e maliziosa nudità.

ragazzi che aspettano il tramonto sulle scale di Piazzale Michelangelo a Firenze

Dopo l’ampia parentesi culturale di monumenti e opere fiorentine, ho proseguito il mio giro con quello che è forse un cliché del turista a Firenze: Piazzale Michelangelo, il colle dal quale si può godere di una vista su tutta Firenze. Un’esperienza sensoriale bellissima. Aspettare che il sole si inchini alla Cupola, al Campanile a Palazzo Vecchio, allungando le ombre e colorando d’arancio il panorama circostante. Sono rimasto colpito dal numero di persone che erano lì ad aspettare che il sole calasse, a scattarsi foto a farsi selfie. Tanti i turisti che hanno aspettato il crepuscolo scandendo il tempo con bicchieri di vino o di birra, acquistati dagli ambulanti all’ombra del David di bronzo che troneggia al centro della piazza. Anch’io non ho potuto esimermi dal voler portare a casa un personale scatto del tramonto, ma l’ho fatto catturando anche quella folla di amici e fidanzatini felici, che mi hanno trasmesso la frizzantina aria dell’attesa.

Nascita di Venere, Gallerie degli Uffizi (instagram @marianocervone)

Se il giorno prima ho aspettato che il sole tramontasse sulla città, la mattina seguente la mia visita è iniziata con la visita alle Gallerie degli Uffizi (il consiglio è quello di prenotare il biglietto on-line. C’è un sovrapprezzo di 4€, ma risparmierete ore di fila e di attesa). Non avevo mai riflettuto su perché si chiamano “gallerie”, e solo percorrendole ho capito. Due corridoi, gallerie, che percorrono tutta la storia italiana, adornate di statue classiche.

Entrare negli Uffizi è come sfogliare un volume di storia dell’arte. Un’ampia pagina della cultura italiana che va da Giotto a Caravaggio, passando per Botticelli e Leonardo. Qui è racchiusa la vera Arte italiana, che trova il più straordinario compimento in quella Primavera e Venere diventate icone capaci di catalizzare l’attenzione di centinaia di visitatori che attoniti osservano la loro maestosità. Sì perché forse quelli del Botticelli sono dipinti la cui fama non tradisce le aspettative. Ma sono tanti gli artisti, prevalentemente toscani, che hanno fatto scuola, influenzando pittori di ogni epoca e nazione.

Per uno studente di storia dell’arte è un’emozione unica trovarsi faccia a faccia con quelle opere che ha visto soltanto sui libri, la materializzazione di un sogno che trova negli Uffizi il più completo compimento.

Ponte Vecchio a Firenze (instagram @marianocervone)

Un suggerimento: Ponte Vecchio visitatelo anche di notte. Le botteghe orafe, con i loro stipiti e porte in legno, sono davvero molto suggestive.

Tra le esperienze gastronomiche da fare, per un turista alla scoperta di Firenze, quella del gelato Buontalenti è un must. Nato, secondo la leggenda, ad opera di Bernando Buontalenti, architetto alla corte dei medici con la passione per la cucina, che lo avrebbe inventato nel ‘500 in occasione del banchetto nuziale di Maria de’ Medici, dando così origine alla nota crema fiorentina a base di zabaione e frutta.

Ultima tappa, per me, è stato il Museo del Duomo, un modo per finire così come ho iniziato, fatto però in un secondo momento. Approfittando della durata di 48ore dalla prima vidimazione del biglietto acquistato on-line, ho deciso di riservarmi per il mio ultimo giorno di permanenza, la visita al Museo del Duomo di Firenze. Una sorpresa, una rivelazione dove antico e contemporaneo coesistono in uno spazio sospeso tra passato e futuro. Bellissima la ricostruzione della facciata originale del Duomo all’interno del museo, dove le sculture originali, preservate dall’incuria del tempo, ritrovano le originarie collocazioni, offrendo ai visitatori una luminosa visione.

Museo del Duomo di Firenze

L’architettura del museo dialoga con la vera Cupola del Brunelleschi, che si mostra inquadrata da un lucernario e alla terrazza, con un allestimento davvero suggestivo avveniristico. Scenica la musealizzazione delle porte del battistero ad opera di Lorenzo Ghiberti e Andrea Pisano, il cui oro risplende in tutta la magnificenza di un viaggio che mi è rimasto nel cuore, e che conquisterà chiunque voglia intraprenderlo.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE, TELEVISIONE

Lory Del Santo: «The Lady è la raffigurazione del bene e del male»

Lory Del Santo muove i suoi primi passi artistici al cinema, recitando, alla fine degli anni ’70, in pellicole come Geppo il folle di Adriano Celentano, Caro papà diretta da Dino Risi. Ma è negli anni ’80, con il programma Tagli, ritagli e frattaglie al fianco di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo, che si fa notare dal grande pubblico nel ruolo di segretaria sexy e svampita. Arriverà poi la consacrazione con il ruolo di conturbante bigliettaia che scaldava gli animi nel programma di Antonio Ricci, Drive In.

Negli anni la Del Santo cambia pelle. Cambiano i tempi, cambiano le mode, si passa dai varietà comici ai reality, e Lory non ha paura di mettersi in gioco. Nel 2005 partecipa (e vince) all’Isola dei Famosi, trasformandosi per i tempi a venire in arguta opinionista dei salotti televisivi.

Ma Lory Del Santo ama le sfide, e lo scorso anno, insieme al suo giovane compagno, Marco Cucolo, ha preso parte alla quinta edizione del docu-reality di RaiDue, Pechino Express, in cui i concorrenti, divisi a squadre di due, devono fare l’autostop da Bogotà al Messico, attraversando tre nazioni e una serie di prove per puntata.

Ma il cambiamento è insito della natura della poliedrica showgirl, e nel frattempo Lory si reinventa ancora una volta e, nell’era di quello che è stato definito internet 2.0, diventa regista di una controversa webserie che distribuisce su YouTube, The Lady. Tante le critiche da parte della stampa e le parodie sul web che la prendono di mira: apoteosi del trash e trama inesistente. Sono queste le accuse che la stampa specializzata e non fa al serial. Ma Lory, all’alba dei dieci episodi della terza stagione, continua a difendere con coraggio e coerenza una creatura che è completamente sua, e che ha saputo conquistare oltre cinque milioni e mezzo di visualizzazioni con le prime due stagioni.

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Lory Del Santo (foto dalla pagina facebook ufficiale)

Inutile negarlo. La sua “The Lady” ha attirato sin dalla prima stagione le critiche, a tratti ironiche, della stampa: perché?

«Perché è giusto criticare, fa parte del lavoro che lo impone. È anche credibile che spesso si sia prevenuti, soprattutto contro chi non nasce regista, ma prima di diventarlo ha fatto altro. The Lady, poi, si differenzia dai prodotti usuali, e quindi è più difficile da collocare e capire».

Molti critici l’hanno definito “nonsense”, paragonandolo, per paradosso, ad una produzione di David Lynch: come risponde a questi giudizi?

«Sì concordo con l’osservazione. Sembra così perché la serie ancora non si è conclusa, ma sono certa che con l’avvicinarsi della fine, tutto risulterà più chiaro. Certamente per chi avrà voglia di pensare e riflettere».

Lei stessa una volta ha paragonato il suo The Lady a “La Grande Bellezza”: si sente un po’ una Sorrentino incompresa?

«Sì, penso che lui si sia conquistato il potere di poter esprimersi e la possibilità di avere i mezzi per farlo. È un visionario e per questo mi piace».

Come nasce l’idea di girare una serie e come, invece, quella di pubblicarla sul web?

«L’idea della serie nasce dal fatto che per far vivere un progetto bisogna avere il tempo di raccontarlo, e sul web perché è l’unica forma di libertà indipendente che esula da divieti talvolta incomprensibili».

La sceneggiatura, la fotografia, la regia, la produzione e il montaggio sono interamente suoi: “The Lady” è la rielaborazione inconscia di un mondo interiore o il racconto di una parte di quell’ambiente patinato che ha avuto modo di conoscere?

«The Lady è la raffigurazione del bene e del male come l’ho visto da quando ho modo di pensare e osservare il mondo e gli esseri umani. Ho descritto tutti non solo il lusso e la ricchezza».

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Natalia Bush in una immagine del trailer di “The Lady 3”

Nonostante le recensioni, però continua a mietere successi e visualizzazioni…

 «La chiave è una sceneggiatura scorrevole, veloce, chi guarda si deve lamentare che l’episodio è troppo corto»

Nella sua carriera c’è tanta televisione, ma anche cinema con collaborazioni e lavori con grandi nomi, da Adriano Celentano a Dino Risi. Perché la decisione di mettersi dietro la macchina da presa?

«Ho sempre pensato che tutti i lavori che ho fatto erano carenti nei concetti e le battute, senza reale spessore e allora ho voluto vendicarmi a modo mio»

Tra i suoi interpreti c’è Costantino Vitagliano, già massacrato dalla stampa per il suo film “Troppo Belli” con Daniele Interrante: perché questa scelta provocatoria?

«Per la prima serie ho scelto lui perché si deve far parlare in qualche modo di ciò che si propone e poi si può procedere su una strada diversa. Lui però era giusto per il personaggio che cercavo».

La serie è già alla terza stagione: come ha tratto ispirazione per i capitoli successivi?

«Questa serie ha le radici per essere infinita… io potrei non esaurirmi mai. Ma ho deciso di chiuderla per cominciare a pensare a qualcosa d’altro».

natalia-bush-the-lady-3-trailer-lory-del-santo-youtube-2-internettualeÈ già in cantiere una quarta stagione?

«No, finisce qui».

Quanto impiega a produrre una stagione?

«Servono almeno sei mesi di lavoro a orario pieno per poter arrivare alla realizzazione del progetto, senza weekend o feste»

lory-del-santo-foto-pagina-facebook-ufficiale-internettualeCome sceglie le location e i luoghi che contribuiscono a dare vita alle sue storie?

«Per caso o mi vengono suggeriti. Molti amici mi prestano le location gratuitamente»

C’è qualche colpo di scena che può anticipare?

«Ogni scena è un piccolo colpo di scena. È la struttura del film».

Ciò che senza dubbio si percepisce guardandola in video è che lei è una donna genuina, che si propone al pubblico per ciò che è, senza filtri, parlando anche delle sue relazioni, vivendo pienamente la sua vita. Ma chi è oggi Lory Del Santo?

«Sono consapevole di aver conquistato la possibilità di essere me stessa, potendo fare e dire ciò che voglio. Su questo mai ho fatto un compromesso, la popolarità derivata dall’essere ovvi non mi è mai interessata».

CINEMA, LIFESTYLE

Animali Notturni: arriva finalmente al cinema il secondo film dello stilista Tom Ford

tony-susan-adelphi-animali-notturni-libro-film-internettualeFilm di questo weekend è stato Animali Notturni. A quasi sette anni da A Single Man, lo stilista Tom Ford si è rimesso dietro la macchina da presa. Ed è un ritorno felice, il suo, che con questa pellicola, presentata in anteprima alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia lo scorso settembre, ha ricevuto la nomination al Leone d’Oro, aggiudicandosi il Leone d’Argento – Gran premio della Giuria.

Ancora una volta è un libro ad ispirare la seconda fatica cinematografica dello stilista di Gucci, che sceglie il romanzo Tony e Susan di Austin Wright edito in Italia da Adelphi.

Se nella prima pellicola c’era il fascino di una bellissima Julianne Moore, è un’altra rossa, Amy Adams, ad animare la fantasia dello stilista che qui è anche sceneggiatore.

Non ci sono le solitudini di uomini soli qui. Il secondo film di Ford è un omaggio all’arte contemporanea e al cinema del passato. Una gallerista, la Adams, è ossessionata dalla violenza del romanzo scritto dal suo ex marito, interpretato da Jake Gyllenhaal, un thriller violento, che lei crede una velata minaccia e una chiara volontà di vendetta.

jake-gyllenhaal-in-animali-notturni-2016-internettualeRicorda molto le atmosfere di Arancia Meccanica e Funny Games, Animali Notturni, che trova il talento dello stilista nell’elegante overture di Abel Korzeniowski che accompagna i titoli di testa, componendo una colonna sonora che non maschera, ma enfatizza ogni espressione attoriale dei suoi protagonisti.

È un racconto nel racconto, una narrazione che si fa via via inspiegabilmente violenta, tesa, di una violenza gratuita e inspiegabile, che diventa paranoia.

Come recita il titolo, animali notturni, i protagonisti di questa vicenda si muovono e vivono di notte: notturne sono le letture di Susan, che come in una sorta di Eyes Wide Shut contemporaneo vive, pagina dopo pagina, le fantasie scritte del marito fino a farle sue; notturna è la storia narrata da Tony nel suo libro, su di un’imprecisata statale verso il Texas, tra i Motel tanto cari alla cinematografia statunitense e il lusso di una villa e gli ambienti dell’alta borghesia.

I costumi sono quelli di Arianne Phillips, già collaboratrice di Ford-regista e costumista di Madonna, che reinterpreta, senza eccessi, il glamour della moda con piccoli sprazzi di stravagante eleganza.

amy-adams-in-animali-notturni-2016-internettualeIntensa Amy Adams che vive sulla propria pelle le inquietudini cui, specularmente, Gyllenhaal dà il volto.

Se fate parte di quelli che cercano un senso ad ogni pellicola come a quest’opera, sappiate che Hitchcock non aveva sempre ragione dicendo che “il cinema è la vita con le parti noiose tagliate” e che talvolta un film, proprio come la vita che imita, può apparentemente non avere un senso, se non quello di trasmettere delle sensazioni. E se l’intento di Ford era quello di trasmettere delle sensazioni più che una narrazione coerente, l’obiettivo con questo film è pienamente raggiunto.

LIFESTYLE

La mia esperienza a Scalo Milano

Presentato alla stampa come ideale elemento che avrebbe costituito il quadrilatero della moda milanese, Scalo Milano avrebbe dovuto rappresentare, sulla carta, un vero e proprio quartiere, ben oltre il concept di centro commerciale, raccogliendo gli elementi di quello stile, squisitamente italiano, simboli del nostro paese nel mondo: food, moda, design.

Una miscela vincente, viene da pensare a chi, questo centro, lo conosce soltanto attraverso le immagini promozionali, comunicati stampa e magazine oriented di settore che ne evidenziano i punti di forza. Un po’ deludente invece per chi, come me, decide di visitare il centro, o meglio, il “distretto” per la prima volta.

Costruito nell’area dell’ex biscottificio Saiwa di Locate di Triluzi. Che fosse molto più vicino al pavese che non a Milano, come suggerisce invece il nome, lo si capisce quando, da una già eccezionale giornata di sole a Miano si passa ad una atmosfera onirica à la The Others, avvolti nelle nebbie della val padana.

Superata la piccola stazione di Locate, ricoperta di bellissimi graffiti che reinterpretano molte opere d’arte famose, la prima cosa che salta all’occhio entrandovi è senz’altro il colore. Ogni corpo di fabbrica, adesso mega store, ha un colore diverso dall’altro. Rosso, giallo, arancio, blu. I negozi sfilano davanti ai miei occhi divisi per genere di abbigliamento: casual, sport, luxury. Brand non proprio accessibili a chiunque che portano le loro ultime collezioni nella piccola cittadina commerciale.

Eppure da un distretto che fa dello “style” il suo punto di forza ci si sarebbe aspettato qualcosa, appunto, di più “stylish” e invece si ha la sensazione di trovarsi in un grande Playmobil cui il design è dato, o almeno tentato di dare, da complementi di arredo negli spazi pubblici firmati Kartell, che qui ritroviamo con un’ampia sede espositiva.

mariano-cervone-scalo-milano-internettualeSono 130 i negozi per ora aperti, ai quali dovranno aggiungersene altri 170, mettendo insieme i marchi più prestigiosi del design e della moda, capitanati da Karl Lagerfeld, primo monomarca dello stilista. Ma se il creator di Chanel avesse saputo che il primo punto vendita che porta il suo nome sarebbe finito in una piazza per lo più deserta, probabilmente ci avrebbe pensato due volte prima di lanciarsi in questa nuova avventura commerciale. Sì, perché, guardandosi in giro, è questa forse una delle cose che salta subito agli occhi: l’apertura random dei negozi all’interno dell’intero centro commerciale, e benché si intravede il potenziale del disegno finale, si ha la sensazione di trovarsi all’interno di un progetto finito soltanto a metà, dove persino l’area giochi per bambini è ancora preclusa al pubblico.

Persino la piazza del gusto, quella del food, nucleo intorno al quale ruoterebbe l’intero progetto, presenta molti negozi chiusi, come il partenopeo RossoPomodoro.

Se la mission del centro, come ha affermato a Il Sole24Ore lo stesso Filippo Maffioli, a capo con il padre e il fratello del gruppo proprietario di Scalo Milano, è quella di attrarre i turisti stranieri, l’obiettivo, a giudicare dalle prime facce, è di certo raggiunto. Sono molti, soprattutto asiatici, ad essere stati attratti da questo nuovo modo di fare shopping, che raggruppa in un’unica area anche alcuni brand dell’home design e del luxury.

Ottimi i collegamenti, se si considera che il passante ferroviario S13 Pavia-Milano mette facilmente in comunicazione la capitale lombarda con il nuovo centro, a poche centinaia di metri dalla stazione.

Un po’ stantie le fontane “a pavimento” con getti d’acqua e fasci di luce colorata che fuoriescono direttamente da terra, un peccato che l’anima industriale del sito originario sia stata un po’ (troppo) snaturata, a favore di nuance vivaci, e di un luogo che, complice il clima padano, risulta prevalentemente “freddo”, a dispetto dei colori accesi e i pannelli lucidi utilizzati per rivestire i vari padiglioni.

Se si confronta il sito con esperienze analoghe quali l’Outlet La Reggia di McArthurglen a Marcianise (Caserta), che ha saputo ricreare le atmosfere delle vie capresi, Scalo Milano fallisce miseramente nel proporre uno stile, quello italiano, che sarebbe stato di gran lunga più interessante in comunicazione con un’architettura industriale.

LIFESTYLE

“Scalo Milano”: dal 27 ottobre il nuovo district shopping tra moda, design e food

Non chiamatelo centro commerciale. Sì, perché Scalo Milano, il nuovo shopping district, la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 27 ottobre, si propone di essere un vero e proprio quartiere, un’estensione di quella Milano-bene che trova nella moda, nel design e nel cibo l’essenza dell’italianità così amata e imitata nel mondo. Fashion, food, design e, perché no?, anche l’arte. Sì, perché questo City Style, com’è definito dal sito web ufficiale, sarà una vera e propria nuova area del capoluogo lombardo. Sito a Locate Triluzi, è raggiungibile in dieci minuti d’auto da Linate e poco più di un quarto d’ora dalla fiera di Rho, ma è anche facilmente raggiungibile dal centro cittadino grazie al passante ferroviario S13 che attraversa la Milano.

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immagine promozionale dal sito http://www.scalomilano.it

Un esperimento con cui il gruppo PROMOS S.r.l. amplia il concetto statunitense di centro commerciale che tanta fortuna ha avuto, a partire dagli anni ’90, anche nel Vecchio Continente, ridisegnando un modello che mira soprattutto ad attrarre turisti, soprattutto asiatici.

Filippo Maffioli, alla guida di Promos insieme al padre e il fratello, dalle pagine de il Sole24ore si augura che questo nuovo centro compensi la mancanza di un vero e proprio “quadrilatero del design”, a metà tra mall statunitense e multimarca di settore nel design, dell’arredamento, dell’illuminazione.

Tanti i nomi del Luxury Living a cominciare da FENDI Casa e Trussardi Casa, ma non mancheranno marchi come Molteni, Poltrona Frau, Poliform, B&B Italia, Kartell, Alessi e Scavolini.

Scalo Milano cambierà anche la concezione dello spazio e della distribuzione dei negozi all’interno della propria area, creando un’unica zona “sportwear”, in cui storici rivali come Adidas e Nike, che in altri centri hanno sempre preteso debita distanza l’uno dall’altro, fianco a fianco, così come altri nomi dedicati al jeans e ad un abbigliamento casual.

La terza regione sarà Contemporary & Affordable Luxury, dove ci saranno i più importanti nomi dell’abbigliamento di lusso e, tra le grandi novità di questo interessante polo commerciale di nuova generazione, il primo monomarca del brand Karl Lagerfeld.

Un progetto che tanto mutua dall’esperienza internazionale di Expo Milano 2015, e che alla suddivisione dell’area in cardi e decumani, vede il centro intorno al quale ruota tutto il progetto nel Food Village. Un centro di eccellenza culinaria in cui non mancherà il fast food come McDonald’s, ma anche il milanese Spontini pizza, passando dai ristoranti giapponesi fino alla cucina vegana e biologica, per soddisfare ogni tipo di esigenza e palato. Ma, promette Maffioli dal quotidiano economico italiano: «nei prossimi mesi avremo molte altre sorprese».

Per maggiori informazioni:

www.scalomilano.it

LIFESTYLE

E. Marinella lancia “Archivio”, la nuova collezione di cravatte vintage

Nato nel 1914 da Eugenio Marinella a Napoli, l’omonimo brand di cravatte artigianali, E. Marinella, si è trasformato in breve tempo in un vero e proprio must per i gentiluomini dell’aristocrazia partenopea, esportando il proprio stile in tutto il mondo dalla bottega in Piazza Vittoria a Napoli. Oggi allo storico negozio nella città del sole, si affiancano altri cinque monomarca nel mondo, da Milano a Londra, da Lugano a Tokyo, e con reparti in store che varcano l’oceano, fino ad arrivare negli Stati Uniti, attraversando tutto il vecchio continente.

Lo stile di Marinella era fortemente influenzato dalle tendenze della moda uomo britannica. Nel tempo però l’assunzione di artigiani camiciai parigini, ha permesso al marchio di insegnare le proprie tecniche di produzione del suo modello.

Dal 1999 è Maurizio Marinella a tenere il timone di un’azienda che oggi è un vero marchio di lusso della moda uomo mondiale, che vede il suo centro operativo ancora oggi sorgere sulla Riviera di Chiaia di Napoli.

e-marinella-cravatte-collezione-archivio-2016-internettualeSono tanti i politici e gli uomini illustri e regnanti che hanno indossato e indossano creazioni Marinella: dall’ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton a Silvio Berlusconi, da Gianni Agnelli alle teste coronate come Carlo d’Inghilterra, il Re Juan Carlos di Spagna o il Principe Alberto di Monaco.

Non solo cravatte. Oggi la linea-uomo Marinella comprenda borse, orologi, colonia, accessori e gemelli per vestire un uomo che esige la qualità dell’artigianato che si evolve senza dimenticare le proprie origini, e aggiungendo, ad un universo popolato solo da uomini, accessori, profumi, sciarpe e borse anche per la donna che, al pari del suo uomo, sogna di indossare lo stile, squisitamente napoletano, di un’opera d’arte che si fa moda senza tempo.

Oggi Marinella riscopre le proprie origini, lanciando una nuova linea di cravatte realizzata con fantasie vintage che vanno dagli anni ’30 al 1980, rinvenute nell’archivio di Napoli. È da qui che nasce la collezione ARCHIVIO, che è indaga il recupero dei materiali dell’antica boutique napoletana, realizzando veri e propri oggetti di culto da indossare e collezionare.

Marinella lancia questa nuova collezione con uno spot su YouTube che è un vero inno alle proprie origini, al barocco e ad una città, Napoli, che ha portato con orgoglio nel mondo.

Stampate su seta lavorata a mano, le fantasie sono state rinvenute da Maurizio Marinella in uno dei suoi viaggi in Inghilterra, dove suo nonno Eugenio e poi suo padre Luigi si recavano personalmente per scegliere fantasie e tessuti con cui erano realizzate camicie e cravatte: «È stato commovente trovare questo tesoro nascosto, una testimonianza tangibile della nostra lunga tradizione – ha raccontato Maurizio – non ho potuto fare altro che utilizzare queste fantasie per dar vita ad una collezione unica ed irripetibile, un vero must per gli amanti della moda e del vintage».

LIFESTYLE

L’aristocratica Ravenna, tra poesia, storia e arte

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Tomba di Dante

Se in un viaggio ricercate le atmosfere à la Mangia Prega Ama, ma non potete o volete andare a Roma, Ravenna è la città che fa per voi. Sulla ridente costa della riviera romagnola, questa piccola cittadina di quasi 165.000 abitanti, è stata nella sua storia capitale dell’Impero Romano d’Occidente, del Regno degli Ostrogoti e dell’Esarcato Bizantino.

E ricorda proprio una Roma in miniatura, con i suoi palazzi arancio, le osterie storiche lungo viuzze caratteristiche che si fondono e dialogano con le architetture del passato. Sono tanti infatti gli edifici medievali e le rovine che punteggiano questa città, a cominciare dalla tomba di Dante. Il poeta della Divina Commedia riposa in un piccolo tempietto neoclassico coronato da una cupola. Commissionata dal cardinale Luigi Valenti Gonzaga, la cappella fu costruita dall’architetto Camillo Morigia. La tomba si trova nei pressi di un piccolo giardino, oggi chiamato Quadrarco di Braccioforte, dove sarebbero stati svolti i funerali del poeta vate e dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, il corpo di Alighieri avrebbe trovato riparo dai bombardamenti sotto un tumulo, ancora oggi visibile e ricordato con una lapide.

La tomba vera e propria consta di un sarcofago di età romana il cui epitaffio, in latino, dettato da Bernardo Canaccio nel 1366, fa riferimento alle opere e alla poetica di Dante.

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Ravenna, strade

Le strade, rifinite da eleganti vestigia medievali, sono le arterie di una città a misura d’uomo, i cui monumenti sono entrati di diritto nel 1996 nella lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, come sito seriale “Monumenti paleocristiani di Ravenna”.

Le sue basiliche, di chiaro influsso orientale, sono un tripudio dell’arte musiva, che fonde la tradizione romana e il gusto bizantino, con figure dalle fattezze esotiche e contenuti di chiara propaganda imperiale.

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Basilica di San Vitale

È forte la presenza del divino tra le mura della Basilica di San Vitale, che avvolge il visitatore in un vortice di spiritualità, tra gli affreschi della cupola e le volte, e la ricca decorazione musiva parietale dell’altare maggiore, dove troneggiano i famosi ritratti di Giustiniano e la sua corte e Teodora e le sue dame.

È una sorpresa il piccolo Mausoleo dell’imperatrice Galla Placidia. L’austerità del laterizio esterno si rivela nella ricchezza interna, lungo le braccia della pianta a croce. Nella decorazione dei mosaici che portano all’interno del sepolcro il cielo stellato d’oriente, figure animali e vegetali che rivestono come una stoffa le forme sinuose delle volute, che avvolgono la lunetta con Cristo raffigurato come il buon pastore.

Il Battistero Neoniano, detto anche degli Ortodossi, è un’imponente struttura che trova nella forma ottagonale il riferimento all’8 che, secondo la numerologia, simboleggia appunto la resurrezione. Al centro della cupola trova posto il battesimo per eccellenza, quello di Cristo ad opera di San Giovanni Battista nelle acque del Giordano. Su Cristo svetta una colomba, personificazione dello Spirito Santo.

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Battistero Neoniano, Ravenna

Lungo questo ideale percorso composto da cinque strutture museali, c’è il Museo e Cappella Arcivescovile, in cui a dominare è il mosaico del Cristo Guerriero, intorno al quale orbitano veri e propri gioielli della curia arcivescovile ravennate.

Ultimo gioiello di questo ideale perimetro d’arte, accessibile con un unico biglietto d’ingresso, è la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, la cui austerità della struttura evapora in un movimento ascensionale che cattura lo sguardo del visitatore che diventa parte del silenzioso corteo delle Sante Vergini sul lato sinistro della navata centrale e dei Santi Martiri.

Da non perdere una visita al Museo Nazionale di Ravenna, le cui collezioni vanno dalle straordinarie ceramiche locali, di Faenza e Ravenna, ad armature lucenti, di combattimenti e giostre. Un gioiello la cui unica pecca sta nel percorso di visita non perfettamente lineare, che disorienta il visitatore tra i due chiostri dell’originaria struttura monacale e una teoria di corridoi che si snodano come un labirinto.

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Basilica di San Francesco, cripta sommersa

Curiosa la Basilica di San Francesco, la cui cripta sotto al presbiterio, risalente al IX-X secolo, è per metà allagata, offrendo l’insolito spettacolo dei resti della decorazione pavimentale completamente sommerso dall’acqua, la cui visione è possibile solo attraverso una piccola finestra. Un po’ lucroso il sistema, che prevede l’introduzione di una moneta da un euro per accendere le luci che consentono la vista della cripta, tra l’imbarazzo di chi paga, indeciso se far valere il proprio diritto occupando la finestra per i minuti dell’illuminazione, con disappunto della fila retrostante, o sentirsi un po’ sciocco per aver pagato lasciando la vista anche a chi segue.

Ravenna è una città aristocratica, da scoprire con la devozione e il rispetto con cui si ascolterebbe una dama medievale che racconta una favola il cui lieto fine è la sua arte.

LIFESTYLE

Happiness Jar, il barattolo dei pensieri positivi per imparare ad essere felici

Nato dalla mente della scrittrice statunitense Elizabeth Gilbert, la stessa del best-seller internazionale Mangia Prega Ama del 2006, l’Happiness Jar o, in italiano, Barattolo della Felicità ribalta, come suggerisce lo stesso nome, il concetto del “Vaso di Pandora”. Se infatti il leggendario scrigno secondo la mitologia conteneva tutti i mali del mondo, l’Happiness Jar invece contiene soltanto pensieri positivi. Un diario personale dunque, un riassunto, come società fast-food impone, scritto su bigliettini o post-it sotto forma di brevi pensieri, per un anno intero.

Dodici mesi dunque per appuntare ogni giorno quei momenti di felicità pura: dal pensiero del giorno all’evento specifico, da un dono ricevuto a alla visita inaspettata, passando per tutte quelle piccole grandi cose che riescono a strapparci un sorriso facendoci vivere un attimo di gioia.

Julia Roberts in Mangia prega ama (2010)
Julia Roberts in Mangia prega ama (2010)

Un “gioco” dunque, che non necessariamente quotidiano, che si ricollega a quanto detto dall’autrice nel romanzo da cui è stato tratto il film con Julia Roberts, e che aiuta a liberare la mente, a sgombrarla dalla negatività di angosce, preoccupazioni, paure, aiutandoci ad “arredare” la nostra stanza della meditazione, quel luogo ideale della nostra mente che ci aiuta ad armonizzarci con l’universo, per sentirci in pace con il mondo e riuscire a realizzare noi stessi. Come già suggeriva lo spirituale film del 2010, infatti, bisogna imparare a scegliere i pensieri allo stesso modo in cui si scelgono i vestiti ogni giorno.

Quale momento migliore dunque se non quello che da molti è considerato il secondo capodanno dell’anno? Settembre è senza dubbio il mese in cui si ritorna alla propria vita dopo un breve o lungo periodo di pausa, la stagione dei nuovi inizi e degli impegni, ma soprattutto la stagione dei progetti personali e professionali.

Un ottimo momento dunque per iniziare a riempire il proprio barattolo della felicità con spirito positivo e propositivo, trascrivendo quei piccoli, grandi momenti della vita quotidiana che ci conducono verso ciò che desideriamo davvero.

Riconoscerli è facile, basta distinguere i sentimenti e le sensazioni che proviamo. Gioia, amore, felicità, gratitudine sono queste le emozioni che devono guidarci alla compilazione di questi pizzini felici.

Ecco un decalogo che può ispirarvi per riempire il vostro vaso di pensieri positivi:

  1. Un pensiero felice al giorno, qualcosa da dedicare a noi stessi o che ci ha dedicato qualcuno il cui pensiero ci rende felici.
  2. Un dono inaspettato, che non sia soltanto quello materiale, ma anche quel gesto improvviso che migliora la nostra giornata.
  3. Una riflessione sulla natura, sul mondo che ci circonda e sulla sua infinita bellezza, come il vento tra i capelli o una bella giornata di sole.
  4. Una frase o una situazione divertente, che è riuscita a strapparci un sorriso e che merita di essere ricordata.
  5. Ricordi gioiosi che si desidera restino indelebili, da portare con noi come una capsula del tempo.
  6. I piccoli momenti belli della nostra giornata, della nostra quotidianità, nonostante tutto.
  7. Il testo, le parole di una canzone che non riusciamo a smettere di cantare, che ci hanno colpito, che sembra ci parlino o parlino della nostra storia.
  8. Una citazione: da un film, da un libro, riflessiva o divertente, superficiale o profonda, meditativa o riflessiva, purché sia POSITIVA.
  9. La gioia per aver conseguito un obiettivo, uno scopo nella vita per il quale ci si è impegnati.
  10. La meraviglia, la gioia, lo stupore per gli avvenimenti felici, quelli che non si aspetta, quelli a lungo desiderati.

Insomma ogni pensiero, se positivo, è un ottimo motivo per riempire il proprio Happiness Jar, con quelle parole, d’ispirazione e motivazionali, che possano aiutarci, come una ideale strada di mattoni gialli, a percorrere la strada della felicità.