MUSICA

Mina, tutte le sfumature dell’amore nell’album MAEBA

Oggi Mina compie 78 anni, ma la sua voglia di sperimentare e di stupire il suo pubblico sembra la stessa di quando, quarant’anni fa, scioccò tutti decidendo di abbandonare le scene con un ultimo, clamoroso, concerto. Se per molti artisti infatti cantare oltre i quaranta è appena l’inizio della vera affermazione, per lei, che aveva già fatto la storia negli anni ’60 e ’70, i 38 furono l’apice di una lunga carriera di successi che, dall’ultimo concerto a La Bussola, da quel momento andò oltre la presenza sul palco e oltre le apparizioni televisive, tramutando in ricordo nostalgico ciò che restava di quegli anni, e facendo dei filmati nelle teche rai dei veri e propri monumenti alla memoria della musica.

Da quel momento la Tigre di Cremona manterrà la promessa di non mostrarsi più, così come, anni prima, aveva promesso che non avrebbe mai più preso parte al Festival di Sanremo. Una donna di parola, Mina, che, in un mondo fatto d’immagine, ha deciso di diventare una figura musicale aleatoria, che riesce comunque ad evolversi insieme al tempo che cambia. Come quando nel 2001 rilasciò il DVD Mina in studio, in cui, a oltre vent’anni dal suo ritiro, si mostrò con una nuova immagine che fu subito icona imitatissima: lunghi capelli raccolti con una treccia, occhiali Ray-Ban Aviator a nascondere parzialmente il suo viso.

Da allora sono tanti i successi e i record che la cantante ha continuato a mietere da quella sua Lugano che non abbandonerà mai, e dalla quale continua a registrare collaborazioni e brani che fanno la storia della nostra musica, dai duetti con Riccardo Cocciante agli omaggi internazionali, dalle collaborazioni con i giovanissimi agli album in tandem con l’amico di sempre Adriano Celentano, con il quale ha dominato le classifiche alla fine degli anni ’90 e nel 2016.

Oggi Mina, dopo aver prestato la sua voce alle ultime campagne TIM, incidendo il brano di Parov Stelar prima e il pezzo della colonna sonora di La La Land poi, ritorna nei negozi con MAEBA, parola indecifrabile in cui ognuno legge il significato ciò che desidera, in totale libertà, così come è libera la tracklist del disco, in cui, in un periodo non di certo natalizio (anzi pasquale), Mina omaggia George Michael e gli Wham! Con una cover di Last Christmas, in cui l’originario POP si fa morbida lounge.

Ad introdurre questo nuovo lavoro qualche settimana fa è stato il singolo Volevo scriverti da tanto, ballad in cui Mina, come per l’album Veleno del 2002, canta un amore finito, ed è subito classico, così come un altro dei pezzi migliori di questo disco, Ti meriti l’inferno, quasi una prosecuzione naturale del primo estratto.

In Il mio amore disperato invece sembra quasi di ritornare indietro, agli anni ’70, ad una Mina che indaga suoni tangheggianti.

In Argini la cantante mostra la sua voce ruvida, con le sue perfette imperfezioni, dimostrando che MAEBA è un album genuino, che non risente, né tanto meno ha bisogno, degli artifizi del computer, e che la sua voce è come un buon vino che migliora col tempo e diventa più intensa.

cover album MAEBA, 2018

Questo disco vuole forse essere un compendio dei lavori degli ultimi vent’anni, perché il ricordo non può non andare a Napoli e Napoli secondo estratto, quando sentiamo la cantante cantare in napoletano in coppia con Paolo Conte nel pezzo ‘A minestrina, come metafora di un amore maturo.

Heartbreaker Hotel è un omaggio a Elvis Presley, in una originale versione jazz che esula dall’originario rock and roll dell’artista statunitense, regalandoci quasi un brano inedito.

Mina, cover album Piccolino, 2011

È l’amore cantato in tutte le sue sfumature il filo conduttore di MAEBA, e chissà che questa misteriosa parola non significhi proprio questo, così come lo sentiamo in tutta la sua forza in Al di là del fiume, mentre in Troppe ore è la Mina degli anni ’90 quella che ci pare di sentire.

Un album variegato che spazia dall’elettronica al rock, passando per diversi generi musicali e registri vocali, e si ricollega idealmente anche a Piccolino, lavoro del 2011, in cui la cantante, come in questo nuovo progetto, si presentava in copertina con un aspetto galattico, un’aliena, perché Mina, con questo suo talento senza tempo, forse un po’ aliena lo è davvero.

Buon Compleanno!

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MUSICA, TELEVISIONE

Sanremo 2018: la prima serata tra noia e presunti plagi

È un Sanremo che vince, ma non (mi) convince. Se la partenza è stata un po’ ingessata, come fisiologico che sia dall’ennesimo non-conduttore, Claudio Baglioni, scelto per presentare il festival, più sciolti sono stati i suoi compagni di avventura: sorridente Michelle Hunziker, vera mattatrice della serata, alla sua seconda esperienza sanremese che, nei suoi eleganti outfit, ha tenuto banco con la sua ironia come dal bancone di Striscia. Vera rivelazione è stata invece Pierfrancesco Favino, che ci ha regalato un simpatico medley dei brani che hanno fatto la storia della canzone italiana, con una interpretazione divertita e divertente.

il cantautore Claudio Baglioni, presentatore della 68esima edizione del Festival

Francamente non mi ha strappato grandi sorrisi Fiorello, che la critica e il web ha invece già osannato, ma ho trovato un monologo stanco, ripetitivo, politicamente orientato (sbagliato, tra l’altro, su di una rete di un servizio pubblico) con pochi momenti di luce.

Non mi sono particolarmente piaciuti nemmeno i siparietti Hunziker-Favino con i quali hanno provato di mettere a tacere voci su presunti dissapori: finti, recitati male e con non poco imbarazzo.

Per quanto concerne la musica, ho trovato questo festival qualitativamente basso. Se l’ormai tradizionale “schema” della rosa dei concorrenti è stato pienamente rispettato, con il manipolo degli habitué contornati da grandi ritorni, artisti in cerca di riscatto e poche novità, le canzoni in gara sono state decisamente deludenti.

il cantante Ermal Meta

Assenti le grandi melodie della canzone italiana. Testi, ritornelli e arrangiamenti sembrano inseguire affannosamente un livello autoriale che resta in realtà un obiettivo lontano e, persino l’acclamato brano di Fabrizio Moro ed Ermal MetaNon mi avete fatto niente, ai più attenti è subito balzato all’orecchio un’assonanza sospetta proprio con un brano sanremese del 2016 firmato tra l’altro dai medesimi autori del pezzo, Silenzio, presentata (e scartata) da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali.

Un po’ meglio le donne: Ornella Vanoni, coerente al suo repertorio storico, porta un pezzo, Imparare ad amarsi, senza infamia e senza lode, che nulla toglie e nulla aggiunge al suo percorso fatto finora.

Tra i brani di maggior rilievo, benché non particolarmente apprezzato dalle tre giurie demoscopiche della serata, quello di una elegantissima Nina Zilli, che con Senza appartenere parla di donne, portando in sé l’essenza di Mia Martini e di uno dei temi cari alla compianta cantante prematuramente scomparsa negli anni ’90.

Un altro brano di rilievo quello del cantautore pugliese Renzo Rubino che, reduce dal successo dei premi della critica delle sue ultime partecipazioni, ritorna all’Ariston per la terza volta, con Custodire, brano dall’eco di Renato Zero che parla della difficoltà di comunicazione tra due persone.

Tralasciando l’inutile quanto effimera “sigla” di apertura in stile film anni ’80, che fa quasi il verso alla sacralità dell’evento sanremese, abbiamo assistito ad una serata prolissa, finita all’una di notte passata e che aveva l’ardire di intrattenere ancora i telespettatori con un Dopo Festival che sapeva più di notte in bianco che di approfondimento musicale.

E da napoletano non posso non parlare di Peppe Servillo, che ritorna al festival dopo la sua vittoria negli anni 2000 con gli Avion Travel con il brano Sentimento. Distante dai suoi della sua band di origine, è ritornato quest’anno in coppia con Enzo Avitabile, con un brano dal sapore autorale. Non particolarmente orecchiabile, confesso di non averlo propriamente apprezzato ad un primo ascolto, il pezzo ha visto però una bella interpretazione dei due artisti che hanno portato un po’ di Napoli sul palco dell’Ariston, insieme (va detto per dovere di cronaca) a un altro napoletano, Stash Fiordispino, frontman dei The Kolors, che partecipa a questo Sanremo con il brano Frida.

Claudio Baglioni avrebbe dovuto agire per sottrazione, mettendo da parte il suo naturale desiderio cantautorale di riproporre le sue canzoni e riproporsi in una inappropriata veste di cantante. Così facendo Baglioni ha mancato di rispetto ai concorrenti in gara e ai loro progetti musicale, facendo leva su di un effetto nostalgia che non solo ha prolungato la collocazione oraria di alcune performance, andate in onda a mezzanotte passata, ma ha anche fatto sì che i nuovi pezzi fossero percepiti come brani che arbitrariamente vogliono assurgere agli onori di una tradizione di cui non sembrano degni al primo ascolto.

A poco o a nulla servirà invertire l’ordine di apparizione dei cantanti questa sera, i quali essendosi esibiti già tutti nella serata di ieri, risentiranno comunque di un fisiologico calo d’ascolto oggi, e pertanto non avranno nemmeno lo stesso impatto mediatico degli oltre 11 milioni di telespettatori che martedì 6 hanno seguito il festival.

Chi ha seguito la serata fino a notte fonda come me, confidando almeno nella classifica provvisoria, ci sarà rimasto male nello scoprire che i brani si sono classificati soltanto in una fascia di preferenza bassa, media e alta con un riepilogo finale che ha seguito un rigoroso ordine alfabetico del nome degli artisti. Un appiattimento che, dicono gli assertori della scelta di eliminare le eliminazioni (perdonate il gioco di parole) avvicina maggiormente Sanremo ad un festival vero e proprio, al pari di quelli del cinema. E allora viene da chiedersi perché non eliminare definitivamente anche l’antiquato televoto, includendo invece delle altre categorie di vittoria proprio come già succede nei festival cinematografici votati esclusivamente da giurie di esperti?

La sensazione è quella di un contentino per case discografiche e cantanti (che evidentemente si reputano) mediocri.

Bisognerebbe invece incoraggiare lo spirito sportivo di quella che resta una gara canora e affrontare il timore di una eliminazione come momento di crescita personale e, soprattutto, artistica. D’altronde cantanti come Vasco Rossi e Zucchero hanno trovato piena affermazione, successo di critica e di pubblico pur collezionando sonore bocciature al festival.

Al di là degli ascolti, che sicuramente rappresentano per la rai un grande successo, con share che superano il 50% e picchi che toccano gli 11 milioni, ci si domanda se non sia ormai tempo per Sanremo di abbandonare questa liturgia di facciata e proseguire coerentemente questa metamorfosi trasformandosi definitivamente in un festival per addetti ai lavori con tanto di tappeto rosso e non in un ibrido a metà strada tra sagra popolare che cerca consensi nei trend nei social e festival che si propone di promuovere musica di qualità.

MUSICA

“Canzone Italiana”, musica in streaming gratis dal 1900 ad oggi

Cantanti, autori e case discografiche italiane spesso lamentano il fatto che la nostra musica è poco presente nelle rotazioni radiofoniche e televisive rispetto alle produzioni estere. Se negli ultimi anni questo è vero in parte, con playlist televisive e programmi radio dedicati alla musica italiana, è altrettanto vero che la musica d’oltreoceano e d’oltremanica resta ancora un colosso insormontabile. Alice Merton, gli U2 e Camila Cabello sono solo alcuni dei nomi che occupano attualmente il podio dell’airplane radiofonico attuale, e bisogna scendere alla quinta posizione dove si è finito con lo spiaggiarsi persino un mostro sacro come Laura Pausini con il nuovo singolo Non è detto.

A dare oggi man forte alla nostra musica arriva oggi il portale Canzone Italiana. A poche ore dalla 68esima edizione del Festival di Sanremo, in un momento di grande concentrazione per la nostra musica, il sito guiderà i visitatori attraverso un secolo di canzone italiana. Musica in streaming gratuita, grazie ad una collaborazione con lo svedese Spotify, ma anche approfondimenti e schede che illustreranno quasi un secolo di musica e registrazioni dai primi del ‘900 fino agli anni 2000.

Una vera e propria enciclopedia della musica, ma anche un prezioso archivio sonoro che sarà aggiornato al ritmo di 5000 brani al mese, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Quattro le sezioni principali: 1900-19501950-2000 con i brani suddivisi per decadi, tradizioni popolari con i suoni, le canzoni e la musica tipici di ognuna delle nostre regioni, e infine contributi speciali, con approfondimenti, mostre virtuali, bibliografie e classifiche storiche, ma anche curiosità.

Navigando le pagine si scopre così che il brano più inciso è ‘O sole mio con ben 162 registrazioni, che Con te partirò di Andrea Bocelli ha contribuito a portare nel mondo il bel canto con 12 milioni di copie vendute, o che la prima “star” della canzone italiana fu Caruso, che nel 1902 ebbe già un notevole cachet per incidere 10 opere d’aria con le quali arriverà in tutto il mondo.

Sono già 200 mila i brani che è possibile ascoltare attualmente. Un catalogo orientato anche, e forse soprattutto, ad un pubblico estero. Ogni scheda è infatti disponibile in ben 8 lingue, incluso russo, cinese e giapponese, suddividendosi in 100 playlist circa.

Sono tanti i brani letteralmente ritornati a nuova vita, frutto di un certosino lavoro di ricerca degli anni ’60, che mostrano un’Italia vitale, con voglia di cantare e ballare e che oggi potrà essere trasmessa (in streaming, s’intende) anche ai posteri.

Siete pronti a metterlo tra i preferiti del vostro brawser?

Ascoltare per credere.

MUSICA

Ciao Dolores, voce di un’epoca che se ne va con te

Oggi è morta Dolores O’Riordan, voce e anima dei Cranberries. Aveva solo 46 anni.

Ho scoperto Dolores O’Riordan negli anni 2000. All’ora cantava Just my imagination e la prima volta che la vidi fu in questo coloratissimo videoclip che andava in rotazione su MTV, che ai tempi aveva ancora il doppio logo di Rete A.

Nel video Dolores ascoltava musica in cuffia, mentre guardava un variopinto mondo fatto di farfalle e fiori.

Ai tempi ero poco più che un adolescente, ed ero inconsapevole del fatto che quella voce vibrante fosse la stessa che qualche anno prima mi aveva già accompagnato in tanti momenti della mia vita, d’estate al mare, quando ragazzino sul Lido Pagano 2 inserivo 500 lire nel Juke-Box per ascoltare Zombie, vecchia di un anno, ma già classico.

E non sapevo che sua era anche Animal Instinct, con quella forza vocale che ascoltavi quasi in modo catartico e liberatorio al bar della spiaggia, mentre giovanissimo immaginavi il mondo ai tuoi piedi quasi liberando quell’istinto animale che nemmeno sapevi bene cosa fosse. Era il 1999, l’anno di Entrapment e del millennium bug.

E poi ascolti Dreams, e ti ritorna in mente quel vago spot in TV di non-so-cosa.

Erano gli anni dell’incoscienza, quelli in cui la sua voce mi ha tenuto compagnia, gli anni delle prime scoperte, dei primi baci e delle prime consapevolezze. Gli anni di quando marinavi la scuola e passavi notti insonni per preparare compiti in classe e interrogazioni.

Gli anni de “il latino che palle!”, dei lenti alle feste a casa degli amici ballando Linger, o di quella canzone che hai riconosciuto nel tuo telefilm preferito.

Non c’era Shazam o YouTube all’ora, ma CD, musicassette e registrazioni dalla radio. Le cose dovevi conoscerle o sentirle.

E poi ricordi quella volta che “Analyse mi piace un sacco!” al telefono con il tuo migliore amico, perché non potevi condividerla su facebook, né farlo sapere agli altri se non parlandone durante l’intervallo in classe o all’uscita da scuola.

Erano gli anni di Total Request Live e di Select con Daniele Bossari.

Camaleontica, mai uguale eppure sempre fedele a se stessa e al suo stile.

Quelle classifiche sono oggi annali dei ricordi di un’epoca che la voce di Dolores, dei Cranberries il suo gruppo, ha contribuito a segnare con quella modulazione così riconoscibile quanto unica.

E poi c’è Stars, il singolo che “hai sentito forse si sciolgono”, l’ultimo firmato con la band. Era il 2002, i modem erano a 56k e prima di connettersi facevano un rumore strano tipo navicella-degli-alieni-sta-atterrando.

Poi c’è la pausa, quella durante la quale la vita continua il suo corso, ascoltando le sue canzoni, quelle dei The Cranberries, come reliquie sonore mentre aspetti che ritornino insieme, e intanto c’è il diploma, l’università, i primi lavori, e quell’adolescente che l’ascoltava inconsapevolmente sulla spiaggia è ormai un uomo che riascolta già i suoi pezzi con nostalgia.

Nel frattempo arriva il download di musica illegale, quello legale, sono gli anni di Napster e di iTunes. Gli anni dell’iPod e dei Blackberry.

Per tutti è diventata universalmente Dolores O’Riordan nel 2007, quando pubblica il suo primo album da solista, Are you listening?, e quella sua Ordinary Day che di ordinario non aveva nulla. Ma anche in quel momento lei non continuava ad essere non solo la voce, ma l’anima dei Cranberries, di un gruppo che faceva parte di noi e di lei e che ritroverà di nuovo qualche anno più tardi con l’album Roses, perché forse anche in un gruppo non c’è amore senza spine, anticipato dal singolo Tomorrow, domani, che profeticamente dice “Tomorrow could be too late”, domani potrebbe essere troppo tardi, e così che è andata via questa voce che resterà nei nostri cuori, all’improvviso. Troppo presto.

Ciao, Dolores. Mi mancherai.

MUSICA, TELEVISIONE

Niente eliminazioni e cover. Ecco come sarà il Sanremo di Claudio Baglioni

Sanremo e prime indiscrezioni. Come ogni anno, nell’ultimo quadrimestre si pensa già al prossimo Festival della Canzone Italiana. Finita l’era Carlo Conti, con due fortunate edizioni all’attivo, la scelta è caduta quest’anno sul cantautore Claudio Baglioni, inizialmente solo direttore artistico della kermesse e poi confermato anche nel ruolo di conduttore, anzi, “conducente” come egli stesso ironicamente si è definito.

Raggiunto dalle telecamere del TG1, il cantante di Questo piccolo grande amore parla delle prime novità che investiranno la nuova edizione della popolare gara di musica, tra queste l’innalzamento di 4 minuti, dai precedenti 3.15, dell’esibizione sul palco e l’eliminazione della serata dedicata alle cover: «Penso che in maniera coerente, chi lavora da tanto tempo a un progetto, a una canzone, abbia dignità e diritto di riproporre quel suo brano, questa volta con altri artisti, con musicisti o con altri cantanti, in forma di duetto, di trio, in forma di performance aggiuntiva. Quindi sarà di nuovo quel brano, ma magari arrangiato in maniera diversa». Non proprio una novità, se si considera che uno dei primi ad introdurla fu Paolo Bonolis nel 2005, che consentì agli artisti di eseguire le canzoni in gara con arrangiamenti inediti, sia solo visivi che canori, portando duetti e collaborazioni.

Ma la novità che più di tutte avvicina Sanremo ad un festival del cinema è, perdonate il gioco di parole, l’eliminazione dell’eliminazione. Sì, perché da quest’anno sparirà la fantomatica eliminazione diretta, cruccio di molti big e giovani, preoccupati di non riuscire ad esibirsi fino alla serata finale: «Quella pratica un po’ violenta del dover mandare a casa qualcuno – ha commentato Baglioni ai microfoni di Vincenzo Mollica – chiunque degli invitati al Festival, dei proponenti, siano essi giovani o campioni, cominceranno il Festival e lo finiranno. Nessuno andrà via, nessuno dovrà fare le valigie. Ci sarà comunque un concorso, ma questo renderà Sanremo simile a un festival del cinema o a un festival letterario».

Tuttavia ciò che Claudio Baglioni forse non ha voluto o non ha potuto considerare, è che i festival sono spesso manifestazioni fatte più per gli addetti ai lavori che non per una reale promozione al pubblico del film, proponendo anteprime dei film o dei libri in gara a giurie di giornalisti e critici, che poi avranno l’arduo compito di decretare il successo o il fallimento di un lavoro con un’ovazione o un pollice verso. Pareri che inevitabilmente andranno poi a scontrarsi con botteghini e classifiche, che talvolta possono anche sovversivamente capovolgere l’idea di un film o di un libro.

Il Festival di Sanremo è invece una gara, o almeno dovrebbe, e dovrebbe rappresentare per un artista un momento di crescita e confronto, che può in alcuni casi significare anche essere eliminati.

Se non vogliamo considerare questo come il mero atto, da parte di Baglioni, di “firmare” in qualche modo il Festival, abolirne il meccanismo dell’eliminazione, senza tuttavia l’introduzione di una sola commissione tecnica, con presidente e giurati, toglie soltanto mordente televisivo a chi da casa segue innanzitutto una gara, e spesso vota più per simpatia che per reale obiettività verso la qualità di un brano. Serve a poco provare ad equilibrare il voto della sala stampa soppesandolo con il voto popolare da casa, spesso frutto di manipolazioni di pacchetti di voti acquistati dai call-center.

E come ogni anno ecco il ritornello de “la musica al centro”, come se le passate edizioni fossero state mute.

Baglioni si ripropone quest’anno di far tornare la musica al centro della manifestazione, ma sono sicuro che polemiche, glamour e scandali non mancheranno e renderanno questo Sanremo senza dubbio più interessante di quanto al momento non sembri.

MUSICA

Romina Falconi: «Troppa prudenza impedisce le emozioni. Evitate la paura, pure della felicità»

Quando contatto Romina Falconi la prima volta, lo faccio su twitter. Le invio un messaggio diretto e la risposta arriva dopo qualche ora. Non ha bisogno di social media manager, Romina, non ha bisogno di quel filtro perfetto che fa apparire tutto un po’ finto on-line, messo lì, in posa. I croissant al mattino con le peonie, l’abito griffato, le foto truccata in accappatoio, il tweet giusto. Oggi tutte giocano a fare le fashion blogger, persino le cantanti o le attrici, ma Romina no, è diversa dalle altre. I fan lo avevano capito già quando, dopo la partecipazione a X Factor, in controtendenza, rifiutò un contratto con la SonyMusic: «Più che un rifiuto ad un contratto Sony è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”» precisa.

Oggi Romina ritorna a due anni dal suo primo album, Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, compendio di un lavoro in tre parti pubblicato in altrettanti momenti nel 2014 come EP.

Ma in questi due anni la Falconi non se n’è stata in panciolle o soltanto rinchiusa nello studio di registrazione a preparare questo lavoro, ma ha inciso il brano Who Is Afraid of Gender? con il cantante Immanuel Casto, che è diventato l’inno del Gay Pride 2016.

Romina Falconi sulla copertina del singolo “Cadono Saponette”

Il suo nuovo lavoro si intitola Cadono saponette, come il primo brano da cui è tratto, e che in un mix di suoni elettronici e internazionali, presenta in modo moderno, e forse un po’ alternativo, l’eterno dilemma dell’amore.

Qual è lo spirito con cui presenti “Cadono saponette”?

«Sicuramente molto maturo. In Cadono Saponette affronto un male comune e lo faccio usando una figura retorica in modo ironico. Il “bicchiere mezzo vuoto” promette un futuro meno scioccante (quando ti aspetti il peggio e arriva una bella notizia non puoi che goderne) ​​ ​ma la troppa prudenza impedisce di vivere davvero ogni benedetta emozione. In questa canzone c’è molto di me: le mie origini popolari, il mio modo di rendere tutto leggero anche se c’è un fondo di amaro… il grottesco è il vestito che mi calza meglio. Bisogna evitare di avere paura, pure della felicità».

Questo brano è un po’ la prosecuzione ideale di “Il mio prossimo amore”, un amore bello, ma di cui diffidi: com’è cambiato il tuo rapporto con l’amore e quanto di questo brano riflettete la tua vita amorosa?

«Sono un’ottima amica ma una pessima amante. Mi salva la complicità che instauro con il partner: io non sono brava a fare la mogliettina, diciamo che il mio partner si ritrova a convivere con il suO migliore amicO. Ho la fortuna di essere stata molto amata e di aver amato tanto. ​ La cosa che mi interessa di più quando scrivo è immortalare un momento. Non mi importa chi ha ragione e chi torto: amo trattare situazioni difficili e dare voce ai sentimenti taciuti. Nei miei brani non sto a fare morali o a chiedere la pace nel mondo; a me importa solo il preludio delle situazioni, spiegare che l’incazzatura è umana quanto l’innamoramento. Nessuno deve sentirsi solo; facile dire: amo l’amore (semo boni tutti), preferisco più dire che l’amore, quando è Amore, può essere bellissimo ma può anche devastarti.

Col senno di poi siamo bravi tutti a dire “cosa è meglio fare”, è “il prima” che non viene molto raccontato nella musica pop. Tutto quello che scrivo ha qualcosa di me, è molto più facile parlare di qualcosa che ho vissuto, anche solo per un momento»

Pur cantando canzoni d’amore, non sei mai stata una cantante da rima “cuore amore”, ma hai sempre usato immagini forti, proprio come in questo caso, “cadono saponette” come in un carcere…

«​Sono nata a Torpignattara, quartiere malfamato ma estremamente affascinante. Vedi di tutto dalle mie parti, ma guai a far sentire solo qualcuno. Il senso di fratellanza che ho visto nella mia “Piccola Parigi”, poche volte l’ho visto in giro. Le immagini forti danno un senso preciso, non puoi chiedere ad una come me di censurare quella cruda naturalezza nell’esporre le cose, perché perderei l’ottanta per cento della mia essenza. Ho fatto una scelta tempo fa: mi sono promessa di cantare solo quello che mi rappresenta sul serio ed è bellissimo sapere che molte persone, lì fuori, mi amino esattamente per come sono. La libertà è un valore immenso per quelli come me, costa cara ma vale la pena rischiare. Non è mai la retorica a salvarci, al massimo ci salva Nietzsche, Henry Miller, Pasolini e Troisi…».

Nella carriera c’è il rifiuto di un contratto con la SonyMusic…

«Più che un rifiuto, è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”. Loro, bravissimi, mi hanno lasciata andare. Fare tutto di corsa, cavalcare l’onda dell’esposizione mediatica mi fa un po’ paura. Ho voluto partire da zero, dallo studio, canzoni da arrangiare e un concept da curare piano piano. Ho sempre stimato artisti che hanno creato fondamenta solide grazie ad un lavoro certosino, fatto di sacrifici e studi».

“Il pessimismo in amore è una fortuna”: un’arma di difesa?

«Ci sono tre tipi di persone: quelle che non fanno molti sforzi, ma ottengono il massimo dalla vita; quelle che “a volte va male e a volte va bene”, la maggioranza; e quelli che dicono “ecco qui: ora cade la saponetta e la devo raccogliere”. Io, neanche a dirlo, sono in questa categoria, di quelli che devono sudarsi tutto, grati per le piccole gioie che arrivano, piano piano sia chiaro. Non è sfortuna, è proprio una vita da film di Tarantino, una vita “viva”. Quando ti aspetti il bicchiere mezzo vuoto, difficilmente resti deluso. Sicuramente è una difesa, ma in quel testo esorto principalente me stessa a lasciarmi andare di più».

Spesso nei tuoi brani parli diversità, lo scorso anno con Who is afraid of gener? hai cantato con Immanuel Casto l’Inno del Gay Pride 2016: quanto ha ancora bisogno l’Italia di trattare questi argomenti?

«L’Italia ha fatto grandi passi avanti, ma se penso a quello che volevamo davvero… c’è ancora tanta strada da fare. Un po’ è la mentalità e un po’ il fatto che se internet è “sul pezzo”, la tv generalista non è così avanti come sembra. Come ho cantato insieme a Casto: “vogliono farci vivere nell’oscurità, chi è il vero mostro?”. Penso che sia fondamentale nelle canzoni, nei film e nell’arte in generale, insistere. Il minimo che possiamo fare è rendere questo paese migliore per le future generazioni».

Sulla copertina del tuo album Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, ti sei fatta fotografare con una mannaia: in tempi di violenza sulle donne, quanto è importante un’immagine del genere e quanto ancora deve battersi una donna per i suoi diritti?

«Quella copertina è il mio orgoglio. Il senso era: “ci saranno robe crude, la copertina già dice tutto. Femmina fuori, muratore dentro: eccomi. Ho conosciuto e vissuto con donne succubi dei loro uomini. Non ho avuto un’infanzia facile, ma grazie a mia madre sono diventata una leonessa e se vedo l’accenno di un maltrattamento per strada sono capace di diventare un coccodrillo. Lo scenario, a mio parere, è il seguente: riviste femminili che molto spesso ci fanno sentire dei cessi orrendi. “Parità… parità…” e poi ancora ci sono donne che crescono con la consapevolezza che è l’uomo a portare i pantaloni, donne che insegnano alle loro figlie che lo scopo della vita è assecondare i mariti, i quali hanno il potere e il diritto di fare tutto. Su facebook uomini insulsi si permettono di dire frasi come “la donna lo stupro all’inizio lo vive male, poi durante l’atto si abitua…”. Parliamo di musica? Una casa discografica famosa, di cui preferisco non fare il nome, non mi ha accettato perché “Romina, si vede troppo che hai un sesso”. Non ne capivo il senso, poi ho capito che in quell’etichetta, gli artisti sembrano abbastanza asessuati. Pariamo di quanta libertà aveva una cantante negli anni ’80 e quanta invece ne ha adesso. Non voglio annoiarti, ma stiamo messi maluccio… da PornHub alla clausura, trovi di tutto su internet, ma nella musica non è possibile avere una via di mezzo. Alle giovanissime consiglio: amate, studiate, fare le casalinghe coi figli, le donne in carriera, le puttane, le caste, purché sia una scelta vostra. Io sono diventata l’ometto che avrei voluto sposare, ma mi va bene così».

Sei mai stata vittima di un abuso, nell’accezione più ampia del termine, pensiamo anche allo stalking…

«Assolutamente sì, e il problema è che dopo una violenza pensi di stare tu nel torto. Non basta solo dire “donne, ragazze, ragazzi, denunciate!” perché in certi momenti so per certo che a malapena hai la forza di tirare avanti. È importante dire anche alla famiglia, agli amici più stretti di tenere gli occhi aperti perché le violenze sono più frequenti di quanto possiamo credere. La violenza psicologica è ancora più subdola quindi occhi stra-aperti. Lo stalking? Così com’è, questa legge non è abbastanza secondo me».

Il tuo è un sound british, americano, ma i testi riflettono un vissuto importante: quanto è difficile esporsi e perché senti l’esigenza di farlo?

«Quando scrivo non penso mai al livello di esposizione. Non penso mai neanche se un brano è pubblicabile o meno, perché se avessi quel pensiero costante non riuscirei a scrivere neanche una sola parola. Sapere che mi sto esponendo troppo mi bloccherebbe. Invece la scrivo, la canto, la pre-produco, faccio sentire la canzone alle persone più fidate e chiedo il loro parere. Dalle reazioni capisco cosa fare. Scrivo continuamente sono una pessima coinquilina perché mi isolo in cucina o in camera e se non fosse per gli altri mi dimenticherei pure di mangiare. Faccio questa vita da quando ho 15 anni, se oggi facessi un altro lavoro comunque leggerei tantissimo per poi scrivere canzoni. Una volta è stato esilarante: il giorno dell’uscita dell’EP mi chiama il mio manager e mi dice: “con Stupida Pazza si nota molto il disprezzo che hai per te stessa a volte…” e ho risposto: “Cazzo, è vero!”. Non ci avevo pensato, capisci? Sono stata mesi a cambiarla, a scegliere il suono delle parole e solo poche ore prima del lancio mi sono accorta di tutto quel mea culpa. Che voi fa’, sono un macello…».

Quali sono i prossimi progetti e le sorprese che ci riservi entro l’anno e quali le date per vederti di persona?

«Spero di cantare a Lucca uno di questi giorni del Lucca Comics and Games, dovremmo riuscire ad organizzare tutto per bene. Sto preparando un disco, la cui uscita è prevista per il 2018, con dei musicisti pazzeschi: Gary Novak e Reggie Hamilton e con i miei meravigliosi produttori: Maximilian Rio, pronto a tutto, ormai mi sopporta ore e ore, e Marco Zangirolami che è una delle persone più concrete e geniali che abbia mai conosciuto. La Freak & Chic (etichetta della cantante, ndr), oltre ad essere la factory creativa che ogni artista meriterebbe, è diventata da un anno anche la mia società (mi hanno fatto socia!!!) e mi accompagna passo passo facendomi sentire al sicuro».

Un sogno nel cassetto che ancora vuoi realizzare…

«Sentire una mia canzone in un film, nel disco nuovo ci sono due canzoni lente, con archi e timpani, sarebbe un’esperienza incredibile».

Qui il link per ascoltare il nuovo brano su Spotify.

MUSICA, TELEVISIONE

Heidi, e quella sigla famosissima di cui tutti sbagliamo le parole

Heidi, ti sorridono i monti”. Quante volte abbiamo cantato il ritornello della sigla del famoso anime del 1975? Si tratta di un errore molto comune, dovuto probabilmente all’assonanza delle parole, ma in realtà il ritornello originale recita “Il tuo nido è sui monti”.

Lo so, è sconvolgente, ed io stesso, che l’ho scoperto ad un aperitivo tra amici qualche giorno fa, stentavo a crederci.

In realtà questo non è il solo luogo comune. Probabilmente penserete che a cantare la sigla sia Cristina D’Avena, regina incontrastata delle canzoni d’apertura dei cartoni animati. In realtà a cantarla è Elisabetta Viviani.

Il brano è una cover dell’originale tedesca, composta da Christian Bruhn, scritta in Italia da Franco Migliacci.

Se l’anime è giapponese, l’adattamento italiano si è rifatta invece alla versione teutonica, riprendendo la colonna sonora di Gert Wilden anziché quella originale di Takeo Watanabe.

i protagonisti del cartone Heidi (da sinistra): il nonno, Clara, Peter, la capretta Fiocco e la piccola Heidi

Tratto dal romanzo della svizzera Johanna Spyri, parla di una ragazzina orfana di padre e di madre che va a vivere sulle alpi con il burbero nonno e poi sarà portata a Francoforte presso una famiglia dove sarà la piccola dama di compagnia di Clara, bambina disabile che grazie all’entusiasmo e la travolgente allegria della piccola amica ritroverà anche l’uso delle gambe. Ma sono tante le differenze con le pagine del libro da cui ne è tratto. Heidi resterà sui monti per circa tre anni, dall’età di 5 agli 8. Nel cartone di Isao Takahata invece dura appena qualche episodio.

Lo stesso Peter lo ritroviamo soltanto nei capitoli finali, presentato come personaggio un po’ ostile alla piccola Clara, alla quale distrugge la carrozzina, mentre nel cartone è un bambino simpatico e affabile che cerca di aiutarla.

Contrariamente agli episodi TV la Signorina Rottenmeier non seguirà mai Clara e Heidi per recarsi sulle montagne con la nonna.

Nel libro della Spyri, c’è una forte presenza della fede, e più volte i suoi personaggi si rivolgono a Dio in preghiera. Nel cartone invece questa spiritualità manca.

Nel romanzo, il nonno di Heidi, che viveva da eremita nella sua casa, si reinserisce nella vita quotidiana del piccolo paese alpino. Nel cartone invece questo avvicinamento manca.

E infine un colpo di scena: nelle pagine della Spyri il cane Nebbia non c’è!

Qui la sigla originale:

MUSICA

Quarant’anni senza Maria Callas: la vita da romanzo della soprano

Potrebbe essere la trama di un romanzo la vita di Maria Callas, soprano statunitense naturalizzata italiana, ma di origine greca, che tra gli anni ’40 e ’60 ha calcato i più importanti teatri d’opera di tutto il mondo. Un romanzo in cui una novella Cenerentola abbandona il nido con una dispotica madre e una sorella-rivale, e se ne va alla volta del mondo, senza mezzi e con una valigia piena di sogni.

È così che inizia la carriera di quella che sarà poi la “Divina” Callas, tra provini andati male e l’insicurezza di una ragazza corpulenta che, tra problemi di peso e la leggenda di un verme solitario, ha lottato per trovare una figura longilinea e affermare sé stessa e il suo talento.

Ma l’accoglienza dell’Italia post-bellica non fu delle migliori, e persino l’occasione della vita, quella di sostituire la soprano Renata Tebaldi interpretando l’Aida alla Scala di Milano, passa quasi inosservato, tra lo scetticismo dei critici che puntano soprattutto sulla sua fisicità e una voce metallica che non li convince del tutto.

Maria Callas (1923 – 1977) as Violetta in La Traviata at the Royal Opera House (1958)

La consacrazione arriverà in quello stesso teatro qualche anno più tardi, quando nel 1951 trionfa con I Vespri Siciliani nel ruolo della Duchessa Elena.

Perde 36 chili in un solo anno. Il brutto anatroccolo si trasforma pian piano in un cigno. Si ispira allo stile e alla figura della magrissima quanto elegante Audrey Hepburn, e da quel momento è tutto un giro di foulard, fantasie floreali, e abitini avvitati, che ne esaltano la ritrovata silhouette, riscoprendo la sua femminilità.

È in questo frangente che arriva l’incontro fatidico con l’amore della vita, l’armatore Aristotele Onassis. Greco anche lui. E la cornice di questo incontro fatale non poteva che essere da sogno, come l’elegantissimo Hotel Danieli a Venezia.

Dopo una crociera a bordo del celebre yatch dell’armatore, la Callas decide di abbandonare il marito, e suo agente, Titta Meneghini, sposato ai tempi forse più per riconoscenza che per vero amore.

Da quel momento la vita di Maria cambia. Si sente diversa, più viva. Ma non è facile essere l’amante di Onassis. In questi anni infatti, la Callas aveva affrontato anche la perdita di un figlio nato morto, vivendo per quasi tutta la relazione con l’uomo, durata dieci anni, il dramma di donna tradita, costretta a sopportare la galanteria nemmeno troppo velata di un uomo che ha continuano a flirtare e corteggiare altre donne sempre, e che ha deciso di risposarsi soltanto quando ha avuto la certezza di conquistare l’altra donna più potente del mondo, Jacqueline Kennedy.

Onassis infatti ha sempre temporeggiato sul divorzio dalla prima moglie, decidendosi a lasciarla soltanto quando deciderà sì di risposarsi, ma con la vedova del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy.

Con il cuore spezzato, sola, e in condizioni di salute precarie, complice la rapida perdita di peso, l’insonnia orma cronica e la dipendenza da Mandrax, Maria morirà il 16 settembre del 1977 nella sua casa a Parigi per un arresto cardiaco.

E sono tante le iniziative per questo quarantennale dalla morte, per raccontare e ricordare una voce che oggi è un punto di riferimento, e una donna che è una vera icona.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di “Medea”, 1968

Tra queste, quella di RAI5, che proprio sabato 16 settembre, trasmetterà in anteprima un documentario che racconta uno degli incontri storici della Callas, quello con il provocatorio regista Pier Paolo Pasolini che la dirigerà in una versione cinematografica di Medea nel 1968, diventando uno dei suoi più cari amici e confidente. L’Isola di Medea, questo il titolo del film, è diretto da Sergio Naitza, Nastro d’argento 2013, e firmata con Karel produzioni di Cagliari, con il sostegno del produttore associato Erich Jost, della FVG Film Commission e Regione Friuli Venezia Giulia.

Luisa Ranieri in una foto di scena della fiction Mediaset

Se invece vi appassiona lo sceneggiato, qualche anno, quando Mediaset era ancora all’apice e non produceva soltanto fiction di mafia, la bravissima Luisa Ranieri prestò magistralmente il volto a questo tormentato personaggio, nell’intensa interpretazione della mini-serie Callas e Onassis del 2005.

la copertina del libro di Alfonso Signorini

E se preferite la lettura, allora vi consiglio il volume di Alfonso Signorini, che un romanzo dalla vita della Callas l’ha scritto davvero: Troppo fiera, troppo fragile, questo il titolo, non è soltanto un bestseller mondiale, ma la narrazione del giornalista e celebre direttore di Chi, ha appassionato così tanto anche l’estero che ne sarà presto prodotto un bipic con Noomi Rapace nel ruolo della soprano.

il poster del film Callas di Niki Caro, con Noomi Rapace
INTERNATTUALE, MUSICA

Povia contro i migranti con “Immigrazìa”: anche senza Piccione, scrive ancora con l’uccello

In queste ore Povia ha pubblicato su CorriereTV una nuova canzone, Immigrazìa, pezzo chitarra e voce xenofobo e razzista su immigrati e migranti.

Quando ho visto il Piccione di Povia vincere il Sanremo del 2006 pensavo fosse il momento musicale italiano più basso. Mi sbagliavo. Sì, perché negli anni Giuseppe Povia ha continuato a proporre in un crescendo di canzoni così brutte da farci rimpiangere le sue filastrocche un po’ naif degli esordi.

Come quando nel 2009, non pago della vittoria di qualche anno prima, ritorna sul palco dell’Ariston con Luca era gay. Lui, che a dispetto di collanine e capelli lunghi, si professa eterosessuale che pretende di saperne di più cantando di un ragazzo omosessuale che si “converte” all’eterosessualità e riesce ad essere felice con una donna. Il brano non vince, ma in compenso ottiene il premio della sala stampa.

Le canzoni di Povia sono canzonette, di cui nessuno ricorda i titoli esatti, e non hanno proprio fatto la storia della musica italiana. Tutti, per noia o per gioia, le hanno canticchiate almeno una volta nella vita. Come quella dei Bambini, outsider di Sanremo nel 2005, che il festival lo vinse moralmente diventando il vero e proprio tormentone dell’estate che seguì e facendo conoscere il cantante milanese al grande pubblico.

Ma è un genere, il suo, che stanca subito, e quando la sua breve parabola ascendente inizierà ad arrestarsi, Povia comincia ad accusare le lobby gay di averlo boicottato, di aver bruciato la sua carriera, quando il vero mistero in realtà non è sul perché adesso non lo facciano cantare più, quanto come abbiano fatto a permettergli di farlo finora.

Sulla sua pagina wikipedia c’è scritto oltre che cantautore anche blogger, sì perché Povia non le manda a dire e sin dai tempi del social MySpace, ha sempre provato ad atteggiarsi ad anticonformista-depositario-di-verità-scomode che non ha paura di gridare al mondo: va tutto bene quando è fuori gara al Festival nel 2005 e addirittura lo vince nel 2006, va bene quando è elogiato dalla critica nel 2009, ma, a suo dire, diventa uno spettacolo “tornacontocratico” se lo stesso festival lo esclude dalla rosa dei concorrenti nel 2008.

Vorrebbe trasformarsi in uno di quei cantautori di protesta degli anni ’70, parla di eutanasia nel 2010, ma l’anno seguente mette da parte la musica per partecipare a reality Ballando con le Stelle.

Le sue canzoni non fanno più rumore: tutti ne parlano certo, ma è più un chiacchiericcio fine a sé stesso che una spaccatura dell’opinione pubblica.

Quella odierna infatti è più una critica ad un personaggio nato come eroe dei bambini che raccoglie fondi per il Darfur, trasformatosi paradossalmente in uno xenofobo e omofobo, che blatera di teorie complottiste.

Quello di Povia sembra l’atteggiamento di chi, presa coscienza dei limiti del proprio talento, vorrebbe far parlare di sé più per contrasto che per consenso e, non riuscendoci, tenta di alzare ogni volta il tiro toccando a tastoni nuove tematiche che suscitino scalpore.

“Mentre fissi il lampadario ti rubano il salario” è questa una delle frasi più citate sui social dell’aulico testo di Immigrazia. Forse Povia si sente derubato del lavoro perché segretamente sogna di cogliere pomodori nei campi per dodici ore al giorno e un salario da fame, il che renderebbe gli immigrati rei di aver tolto due braccia all’agricoltura; oppure Povia desidera restare ore ad aspettare ai margini delle strade statali sotto il sole o la pioggia, al caldo o al gelo, il farabutto di turno che ti assolda per quattro spicci e ti fa lavorare come una bestia da soma tutto il giorno.

Comunque sia, il nuovo brano, Immigrazìa, potrebbe al massimo fargli guadagnare una poltrona tra le file della Lega di Salvini o un posto in certi B&B dove non accettano gay e animali. Ma nel frattempo che il cantautore decida cosa vuole fare da grande, e se quello stesso mondo cospiratore e benevolo sia bello o brutto, due cose sono certe ascoltando questo nuovo pezzo: la prima è che il Piccione, contrariamente a quanto pensavamo, non era il peggio che potesse comporre; la seconda è che Povia le canzoni continua comunque a scriverle con l’uccello.

INTERNATTUALE, MUSICA

La bellissima lettera di Ariana Grande ai fan dopo l’attacco al suo concerto di Manchester

Rompe il silenzio Ariana Grande, la cantante di I’m into you che ha visto la tappa a Manchester del suo Dangerous Woman Tour trasformarsi in un bagno di sangue. Un concerto che ha sì fatto la storia, ma non per la sua performance e per quella che per i fan avrebbe dovuto rappresentare una festa.

Giovani e giovanissimi. La Grande, 24 anni, è seguita soprattutto da un pubblico di teenagers che nelle sue canzoni rivive drammi e speranze di una intera generazione.

Aveva deciso di non parlare Ariana Grande, affidando ad un tweet il suo dolore: «Distrutta – aveva scritto – dal profondo del mio cuore sono così dispiaciuta. Non ho parole».

Oggi invece quelle parole è riuscita a trovarle, e ha deciso di condividere sui social una lettera per esprimere il dolore di un evento che segna la sua carriera e le vite di ognuno di noi: «Il mio dolore, le mie preghiere, le più sincere condoglianze vanno alle vittime dell’Attacco di Manchester e ai loro cari – scrive la cantante – Non c’è niente che io o chiunque altro possa fare per far sparire le pene che state provando o alleviarle.

Tuttavia, io vorrei tendere una mano, il cuore e fare tutto ciò che posso per dare a voi e ai vostri qualsiasi cosa vorreste o in qualsiasi modo possa occorrervi il mio aiuto.

La sola cosa che noi possiamo fare adesso è scegliere come permetteremo a ciò di influire su di noi e come vivremo le nostre vite da questo momento.

Ho pensato molto ai miei fan, e a ognuno di voi, durante tutta questa settimana appena passata. Il modo con cui avete affrontato tutto questo è stato per me di grande ispirazione e mi ha resa più orgogliosa di quanto possiate immaginare.

La compassione, la gentilezza, l’amore, la forza e l’unità che avete mostrato in questi ultimi giorni è l’esatto opposto delle atroci intenzioni che hanno tirato fuori qualcosa come il male che abbiamo visto lo scorso lunedì.

VOI siete l’esatto contrario.

Sono dispiaciuta per le pene e la paura che dovete aver provato, e per il trauma che voi, troppi, avete provato.

Non saremo mai capaci di comprendere perché eventi come questo avvengono perché non è nella nostra natura, che è il motivo per cui noi non dovremmo rispondere.

Noi non ce ne staremo zitti a vivere nella paura.

Noi non permetteremo che ciò ci divida.

Noi non lasceremo che l’odio vinca.

Non voglio arrivare alla fine dell’anno senza la capacità di vedere, stringere e sostenere i miei fan nello stesso modo in cui loro supportano me.

La nostra risposta a questo gesto di violenza deve essere restare più vicini, aiutarsi l’un l’altro, amare di più, cantare più forte e vivere con più gentilezza e generosità di quanto abbiamo già fatto prima.

Io ritornerò nella incredibilmente coraggiosa Manchester per passare del tempo con i miei fan e per tenere un concerto benefico in memoria e per raccogliere fondi per tutte le vittime e i loro familiari.

Io voglio ringraziare i miei compagni di musica e gli amici che si uniranno e saranno parte di questa nostra espressione d’amore per Manchester. Vi dirò di più non appena avrò maggiori dettagli a riguardo e non appena ogni cosa sarà confermata.

Sin da quando ho iniziato il Dangerous Woman Tour ho detto che questo show, più di qualsiasi altra cosa, dovesse essere un luogo sicuro per i miei fan. Un luogo di fuga per loro, per festeggiare, per guarire, per sentirsi protetti ed essere sé stessi. Per incontrare gli amici che hanno conosciuto on-line, per esprimere sé stessi.

Questo evento non cambierà queste cose.

Quando verrete a vedere i miei concerti, vedrete un pubblico bellissimo, diverso, puro, felice.

Migliaia di persone, incredibilmente diverse, tutte lì riunite per la stessa ragione, la musica.

La musica è qualcosa che ognuno sulla Terra può condividere.

La musica ci guarirà, ci unirà, ci renderà felici.

Questo è ciò che continuerà a fare per noi.

Noi continueremo in memoria di chi abbiamo perso, dei loro cari, dei miei fan e di tutti coloro che sono stati coinvolti in questa grande tragedia.

Li ricorderò e li porterò nel cuore ogni giorno e penserò a loro con tutta me stessa per il resto della mia vita.

Ari