MUSICA, TELEVISIONE

Niente eliminazioni e cover. Ecco come sarà il Sanremo di Claudio Baglioni

Sanremo e prime indiscrezioni. Come ogni anno, nell’ultimo quadrimestre si pensa già al prossimo Festival della Canzone Italiana. Finita l’era Carlo Conti, con due fortunate edizioni all’attivo, la scelta è caduta quest’anno sul cantautore Claudio Baglioni, inizialmente solo direttore artistico della kermesse e poi confermato anche nel ruolo di conduttore, anzi, “conducente” come egli stesso ironicamente si è definito.

Raggiunto dalle telecamere del TG1, il cantante di Questo piccolo grande amore parla delle prime novità che investiranno la nuova edizione della popolare gara di musica, tra queste l’innalzamento di 4 minuti, dai precedenti 3.15, dell’esibizione sul palco e l’eliminazione della serata dedicata alle cover: «Penso che in maniera coerente, chi lavora da tanto tempo a un progetto, a una canzone, abbia dignità e diritto di riproporre quel suo brano, questa volta con altri artisti, con musicisti o con altri cantanti, in forma di duetto, di trio, in forma di performance aggiuntiva. Quindi sarà di nuovo quel brano, ma magari arrangiato in maniera diversa». Non proprio una novità, se si considera che uno dei primi ad introdurla fu Paolo Bonolis nel 2005, che consentì agli artisti di eseguire le canzoni in gara con arrangiamenti inediti, sia solo visivi che canori, portando duetti e collaborazioni.

Ma la novità che più di tutte avvicina Sanremo ad un festival del cinema è, perdonate il gioco di parole, l’eliminazione dell’eliminazione. Sì, perché da quest’anno sparirà la fantomatica eliminazione diretta, cruccio di molti big e giovani, preoccupati di non riuscire ad esibirsi fino alla serata finale: «Quella pratica un po’ violenta del dover mandare a casa qualcuno – ha commentato Baglioni ai microfoni di Vincenzo Mollica – chiunque degli invitati al Festival, dei proponenti, siano essi giovani o campioni, cominceranno il Festival e lo finiranno. Nessuno andrà via, nessuno dovrà fare le valigie. Ci sarà comunque un concorso, ma questo renderà Sanremo simile a un festival del cinema o a un festival letterario».

Tuttavia ciò che Claudio Baglioni forse non ha voluto o non ha potuto considerare, è che i festival sono spesso manifestazioni fatte più per gli addetti ai lavori che non per una reale promozione al pubblico del film, proponendo anteprime dei film o dei libri in gara a giurie di giornalisti e critici, che poi avranno l’arduo compito di decretare il successo o il fallimento di un lavoro con un’ovazione o un pollice verso. Pareri che inevitabilmente andranno poi a scontrarsi con botteghini e classifiche, che talvolta possono anche sovversivamente capovolgere l’idea di un film o di un libro.

Il Festival di Sanremo è invece una gara, o almeno dovrebbe, e dovrebbe rappresentare per un artista un momento di crescita e confronto, che può in alcuni casi significare anche essere eliminati.

Se non vogliamo considerare questo come il mero atto, da parte di Baglioni, di “firmare” in qualche modo il Festival, abolirne il meccanismo dell’eliminazione, senza tuttavia l’introduzione di una sola commissione tecnica, con presidente e giurati, toglie soltanto mordente televisivo a chi da casa segue innanzitutto una gara, e spesso vota più per simpatia che per reale obiettività verso la qualità di un brano. Serve a poco provare ad equilibrare il voto della sala stampa soppesandolo con il voto popolare da casa, spesso frutto di manipolazioni di pacchetti di voti acquistati dai call-center.

E come ogni anno ecco il ritornello de “la musica al centro”, come se le passate edizioni fossero state mute.

Baglioni si ripropone quest’anno di far tornare la musica al centro della manifestazione, ma sono sicuro che polemiche, glamour e scandali non mancheranno e renderanno questo Sanremo senza dubbio più interessante di quanto al momento non sembri.

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TELEVISIONE

Sirene, da novembre su raiuno la nuova fiction ambientata a Napoli

Si intitola Sirene, ed è la nuova fiction su cui la rai punta tutto. Lo sceneggiato è un fantasy intriso di mistero, che si distacca dai soliti drammi e saghe familiari cui siamo abituati, e ci porta in un genere e una tematica decisamente inedite per una produzione della TV di Stato.

Dopo Non dirlo al mio capo, dove era uno scenario appena accennato, e I Bastardi di Pizzofalcone, in cui invece era una silenziosa protagonista, sono davvero molto felice che a fare ancora una volta da sfondo a quello che possiamo definire un vero e proprio “esperimento” della televisione sarà la città di Napoli.

E quale città migliore, se non quella della mitica Sirena Partenope per questa produzione? Secondo una leggenda di origine greca, infatti, quella che sarebbe stata la più bella sirena del golfo avrebbe trovato la morte dove oggi sorge il Castel dell’Ovo, intravisto tra l’altro nel teaser in questi giorni.

Sirene, dal sito Cross Production

La trama ruoterà intorno alla sparizione di un tritone, ultimo esemplare di maschio in una società di sirene per lo più matriarcale. Alla sua ricerca partiranno la promessa sposa Yara, insieme alla madre e a due sorelle. Sbarcheranno a Napoli, e si lasceranno conquistare dagli esseri umani.

Molto interessante il cast, che vede tra i protagonisti anche Luca Argentero e Ornella Muti, ma tanti volti noti come l’attore Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone.

Protagonista la giovane Valentina Bellè, già Lucrezia nella discussa fiction I Medici.

«Esistono solo due posti sulla terra dove sirene e tritoni possono vivere, uno è New York, l’altro è… Napoli! Sirene è una commedia sentimentale in cui il mare e la terra vengono coinvolti nella battaglia più antica del mondo, quella tra maschi e femmine. Le sirene sono arrivate sulla terra per dare un futuro alla propria specie e incantare gli uomini con la propria magia, ma saranno i maschi napoletani in realtà a conquistarle con la loro passionalità» è con queste parole che la Cross Production presenta la serie sceneggiata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta.

Dodici episodi da cinquanta minuti ciascuno, per la regia di un altro napoletano, Davide Marengo, che ci terranno compagnia nella prima serata di RaiUno a partire, secondo tvserial.it, dal prossimo 21 novembre.

MUSICA, TELEVISIONE

Heidi, e quella sigla famosissima di cui tutti sbagliamo le parole

Heidi, ti sorridono i monti”. Quante volte abbiamo cantato il ritornello della sigla del famoso anime del 1975? Si tratta di un errore molto comune, dovuto probabilmente all’assonanza delle parole, ma in realtà il ritornello originale recita “Il tuo nido è sui monti”.

Lo so, è sconvolgente, ed io stesso, che l’ho scoperto ad un aperitivo tra amici qualche giorno fa, stentavo a crederci.

In realtà questo non è il solo luogo comune. Probabilmente penserete che a cantare la sigla sia Cristina D’Avena, regina incontrastata delle canzoni d’apertura dei cartoni animati. In realtà a cantarla è Elisabetta Viviani.

Il brano è una cover dell’originale tedesca, composta da Christian Bruhn, scritta in Italia da Franco Migliacci.

Se l’anime è giapponese, l’adattamento italiano si è rifatta invece alla versione teutonica, riprendendo la colonna sonora di Gert Wilden anziché quella originale di Takeo Watanabe.

i protagonisti del cartone Heidi (da sinistra): il nonno, Clara, Peter, la capretta Fiocco e la piccola Heidi

Tratto dal romanzo della svizzera Johanna Spyri, parla di una ragazzina orfana di padre e di madre che va a vivere sulle alpi con il burbero nonno e poi sarà portata a Francoforte presso una famiglia dove sarà la piccola dama di compagnia di Clara, bambina disabile che grazie all’entusiasmo e la travolgente allegria della piccola amica ritroverà anche l’uso delle gambe. Ma sono tante le differenze con le pagine del libro da cui ne è tratto. Heidi resterà sui monti per circa tre anni, dall’età di 5 agli 8. Nel cartone di Isao Takahata invece dura appena qualche episodio.

Lo stesso Peter lo ritroviamo soltanto nei capitoli finali, presentato come personaggio un po’ ostile alla piccola Clara, alla quale distrugge la carrozzina, mentre nel cartone è un bambino simpatico e affabile che cerca di aiutarla.

Contrariamente agli episodi TV la Signorina Rottenmeier non seguirà mai Clara e Heidi per recarsi sulle montagne con la nonna.

Nel libro della Spyri, c’è una forte presenza della fede, e più volte i suoi personaggi si rivolgono a Dio in preghiera. Nel cartone invece questa spiritualità manca.

Nel romanzo, il nonno di Heidi, che viveva da eremita nella sua casa, si reinserisce nella vita quotidiana del piccolo paese alpino. Nel cartone invece questo avvicinamento manca.

E infine un colpo di scena: nelle pagine della Spyri il cane Nebbia non c’è!

Qui la sigla originale:

TELEVISIONE

FEUD, la serie sulla rivalità hollywoodiana di Bette Davis e Joan Crawford

Gli ultimi giorni d’estate li ho trascorsi a guardare FEUD, nuova creatura antologica dell’acclamato produttore Ryan Murphy, già creatore di altri serie diventate veri e propri cult come American Horror Story e American Crime Story.

Come i precedenti prodotti del regista di Mangia Prega Ama, anche FEUD ha visto ritornare sul piccolo schermo due colossi del cinema contemporaneo: il Premio Oscar Jessica Lange, che con Murphy aveva già collaborato alle prime stagioni dell’Horror Story, e Susan Sarandon, che la statuetta invece l’ha vinta nel 1996, e che prosegue, con questo progetto, la sua parentesi televisiva nei biopic, dopo The Secret Life of Marilyn Monroe.

le vere Joan Crawford e Bette Davis in promo di Baby Jane, 1962

Le due attrici hanno dato vita alla celebre quanto mitica faida (questa la traduzione letterale del titolo della serie) tra altri due Premi Oscar della vecchia Hollywood, Joan Crawford e Bette Davis, che insieme girarono Che fine ha fatto Baby Jane?. È proprio da qui infatti che parte la serie, quando agli inizi degli anni ’60 le due dive, da sempre acerrime rivali nel cinema come nell’amore, lontane dai fasti degli esordi, sono ormai due attrici sul viale del tramonto, che decidono di girare un film insieme sperando di risollevare le rispettive carriere.

Otto episodi tra aneddoti, curiosità e gossip che raccontano i retroscena di uno dei capisaldi del cinema americano, che valse alla Davis la sua decima nomination agli Oscars e riuscì in parte a rilanciare la carriera della Crawford che continuò a girare ancora per qualche anno dei B movie a metà tra horror e thriller di discreto successo al box office.

Alfred Molina and Stanley Tucci in Feud (2017)

Uno spaccato sulla vita di due indimenticate leggende, che ingolosisce la curiosità dei cultori di cinema, incitando a saperne di più su tante storielle e screzi avvenuti dentro e fuori dal set, e che permetterà ai giovanissimi di (ri)scoprire due attrici di cui probabilmente hanno sentito parlar poco.

Nel cast tanti volti noti e pluripremiati: da Stanley Tucci, che qui interpreta uno dei fratelli Warners, ad Alfred Molina, da Kathy Bates a Judy Davis, che dà il volto alla perfida giornalista scandalistica Hedda Hopper, passando per Catherine Zeta-Jones, che ritorna alla TV dopo vent’anni, e che con la sua interpretazione di Olivia de Havilland ha suscitato le ire (e una denuncia) della vera attrice, oggi centenaria e unica “testimone” vivente della vera faida tra la Davis e la Crawford, per aver dato un’immagine fuorviante della sua persona.

Kathy Bates and Catherine Zeta-Jones in Feud (2017)

La serie di Murphy è anche una sagace ricostruzione dello spietato sistema Hollywoodiano, pronto ad accogliere nuove dive nel suo Olimpo dorato, e a bandirle quando la loro bellezza e giovinezza iniziano a sgretolarsi.

Ma FEUD è anche l’attenta, benché forse esasperata, analisi di due attrici che faticano ad accettare il tempo che passa e che giorno dopo giorno tentano di dimostrare che oltre all’aspetto c’è di più.

È intensa Jessica Lange, e ancora bellissima, nelle vesti di una insicura quanto vendicativa Joan Crawford, che negli ultimi anni della sua carriera ha disperatamente tentato di superare la Davis, soffrendo di un ingiustificato complesso di inferiorità.

Algida e sprezzante, Susan Sarandon riesce dal canto suo anche a restituire la voce roca tipica di Bette Davis, muovendosi con apparente spavalderia e sincera disperazione.

Negli otto episodi Bette e Joan sono ognuna l’immagine speculare dell’altra: entrambe madri single, vivono burrascosi rapporti con le rispettive figlie, e si portano dentro il rimpianto di essere state rispettivamente considerate dallo showbiz l’una solo per il talento, l’altra soltanto per il proprio aspetto.

Una serie di qualità del canale statunitense FX, che ad oggi non è stata acquistata da nessuna emittente italiana, satellitare o terrestre che sia, e che meriterebbe da parte dei nostri canali più attenzione: e per il talento delle sue interpreti, e per la leggenda che riportano letteralmente in vita.

TELEVISIONE

Paolo Sorrentino elegge un nuovo papa per una nuova produzione TV

Paolo Sorrentino elegge un nuovo papa, ma non si tratta del seguito dell’acclamata serie The Young Pope. Il regista Premio Oscar per La Grande Bellezza, sarà infatti impegnato nelle riprese di The New Pope, il nuovo Papa, una nuova serie, nuovamente in collaborazione con il canale americano via cavo HBO, che porterà di nuovo Sorrentino dentro le mura del Vaticano.

James Cromwell and Diane Keaton in The Young Pope (2016)

Ma non ci sarà Papa Belardo e Suor Mary, ovvero Jude Law e Diane Keaton questa volta, né, pare, si tratti di un seguito della prima fortunata serie.

I casting infatti per trovare il volto del nuovo pontefice e di tutti i personaggi che animeranno questa nuova serie sono appena cominciati. Forte della vendita in ben 110 paesi nel mondo di un telefilm ormai cult, questa nuovo serial è scritto dallo stesso Sorrentino in collaborazione con Umberto Contarello, ed è prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e co-prodotta da Mediapro. Distributore internazionale è FremantleMedia International.

Grande delusione dunque per chi aveva visto nel finale aperto di The Young Pope la possibilità di una seconda stagione che, a questo punto, sfuma completamente con questo nuovo progetto.

Ho sempre temuto i seguiti, le seconde stagioni le produzioni dovute ad un grande successo o comunque un prodotto il cui ciclo vitale sembra essersi esaurito già nel momento in cui si trasforma inconsapevolmente in un cult.

La produzione partirà alla fine del 2018.

Nel frattempo Toni Servillo, attore prediletto di Sorrentino, ha confermato da Fabio Fazio l’indiscrezione che circolava da tempo sul desiderio di girare un film intorno alla figura di Silvio Berlusconi da parte del regista napoletano. L’attore vestirà i panni del Cavaliere ed ex Premier, che per Sorrentino aveva già interpretato Giulio Andreotti ne Il Divo, e che ritorna adesso davanti alla macchina da presa dopo La Grande Bellezza.

TELEVISIONE

Tutankhamon, mini-serie sulla scoperta della tomba del Faraone-bambino su Focus TV

In un panorama televisivo sempre più frammentato e competitivo, anche FOCUS, canale-costola del magazine scientifico più famoso d’Italia, ha deciso di dedicare la sua programmazione ad una produzione non prettamente di divulgazione. Succederà lunedì 22 e martedì 23 maggio in prima serata, quando il canale del gruppo Discovery Italia trasmetterà la mini-serie Tutankhamon, kolossal in quattro puntate su di una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo, la scoperta della tomba del famosissimo faraone bambino.

Diretto da Peter Webber, regista tra gli altri de La ragazza con l’orecchino di perla, lo sceneggiato arriva nel nostro paese in prima TV dopo il successo che ha riscontrato in Gran Bretagna, con una media di sei milioni di telespettatori per episodio sul canale Itv.

Sam Neill, Max Irons, and Amy Wren in Tutankhamun (2016)

Presentata in anteprima al Museo Egizio di Torino, la mini-serie è ambientata tra le sabbie e le rovine della Valle dei Re, in Egitto, e vede protagonista il giovane e fascinoso Max Irons, classe ’85, figlio del noto attore Jeremy, nei

Catherine Steadman in Tutankhamun (2016)

panni dell’archeologo  Howard Carter, affiancato da Sam Neill, veterano di pellicole-avventura e noto al grande pubblico per il suo ruolo di paleontologo in Jurassic Park, che qui invece interpreta il mecenate Lord Carnarvon. I due saranno affiancati dalla giovanissima Amy Wren, che interpreta la figlia di Carnarvon, Evelyn, mentre l’attrice Catherine Steadman interpreta la giovane Maggie.

Una serie che si propone di essere avvincente e che racconterà una pagina importante di storia dell’archeologia. L’appuntamento quindi è fissato per lunedì 22 alle ore 21.15 sul canale 56 del digitale terrestre con i primi due episodi della serie.

TELEVISIONE

TREDICI… ragioni per vedere il nuovo serial Netflix

copertina della nuova edizione del libro di Jay Asher, Mondadori

La serie televisiva del momento è TREDICI, nuova produzione Netflix, che ritorna protagonista assoluta con una produzione originale. Il serial ha subito raccolto consensi di pubblico e critica. Un teen drama, manco a dirlo, in tredici episodi, che si è subito distinto per la qualità dei suoi contenuti. Non il classico telefilm glamour sugli adolescenti, che snocciola patemi d’amore e di vita, ma un vivido affresco sulla gioventù di oggi, custode inconsapevole del nostro futuro.

13 Reasons Why, questo il titolo originale della serie, che tradotto sta più o meno per 13 Motivi per cui…, ruota intorno alla figura di Hannah Baker (Katherine Langford, al suo debutto televisivo da protagonista) che decide di togliersi la vita, registrando però tredici audiocassette dove in ognuna spiega una ragione per cui ha deciso di compiere il gesto estremo.

Un flashback che incuriosisce lo spettatore sin dai primi minuti, quando il giovane Clay Jensen si ritrova con una scatola contenente le registrazioni, che indicano anche lui tra le ragioni del suicidio.

Prosegue quindi, per la piattaforma di streaming video a pagamento più diffusa al mondo, la nostalgia degli anni ’90 e, dopo il successo del paranormale Stranger Things, propone adesso un’altra serie che occhieggia a quelli che sono diventati grandi classici del piccolo schermo, mixando drama ad atmosfere a metà strada tra Twin Peaks (altro grande ritorno di questa stagione) e Stephen King.

Lo scorso marzo l’Hollywood Reporter ha anticipato che Netflix ha già commissionato una seconda stagione del telefilm.

Molto bravi gli attori, a cominciare da Katherine Langford perfetta nel ruolo di adolescente un po’ torbida e turbata, che vive le problematiche di una qualsiasi adolescente. Tante le tematiche affrontate nel telefilm, dal suicidio al (cyber) bullismo, passando per la violenza sessuale.

Ispirata all’omonimo romanzo di Jay Asher del 2007, la serie, come di consueto per Netflix, è già stata interamente pubblicata sulla piattaforma il 31 marzo scorso, trasformandosi in poche settimane prima in cult e poi in vero e proprio fenomeno mediatico.

E se proprio vogliamo trovare, parafrasandone il titolo, tredici ragioni per guardare questa nuova produzione di certo possiamo annoverare: per l’attore Dylan Minnette (che interpreta l’inquieto Clay), la talentuosa Katherine, per il documentario Tredici: oltre in cui produttori e psicologi affrontano le tematiche trattate, per le controversie che ha generato sulla stampa americana (e che senza dubbio faranno discutere), per scoprire una versione inedita della cantante e attrice Selena Gomez (che qui è produttrice esecutiva), per il ruolo ricorrente di Kate Walsh (indimenticata dottoressa Montgomery di Gray’s Anatomy), per comprendere le ragioni della censura che il telefilm ha avuto in alcuni paesi come la Florida, per (ri)scoprire il romanzo originale edito in Italia da Mondadori, per un teen drama che fa riflettere, per le tematiche poco trattate in TV ma di grande attualità, per entrare nella psicologia di una ragazza come tante apparentemente felice, per scoprire come potrebbe svilupparsi la trama della seconda stagione, per scoprire qual è il ruolo del protagonista nella morte della giovane Hannah.

Unica pecca, forse, quella della nostalgia per il passato. Dubito che degli adolescenti nati tra la fine e gli inizi degli anni 2000 possano conoscere, o quantomeno sentire la mancanza, di un passato analogico, affidando le proprie memorie a delle vecchie (e senza dubbio più scenografiche) audiocassette. Nell’era digitale sarebbe stato più logico, seppur meno suggestivo, che Hannah affidasse la sua storia all’iPhone, ad un iPad o qualsiasi altro strumento del web 2.0; io stesso, che appartengo invece ai millennials, faticherei a trovare uno stereo o un registratore analogco su cui imprimere la mia voce.

In compenso i fan troveranno tutte le risposte, o forse no, nell’ultimo episodio della stagione che, sin dalla prima puntata, promette già molte sorprese e colpi di scena.

TELEVISIONE

Le piccole grandi bugie di Nicole Kidman e Reese Witherspoon

A metà tra mistery e dramma, con qualche tocco di humor nero, è arrivato anche in Italia Big Little Lies, Piccole grandi bugie, nuova mini-serie di Sky Atlantic HD che vede il debutto televisivo di Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Le due attrici premio Oscar, oltre che volti, sono anche le produttrici di questo serial in onda sul canale americano HBO.

Insieme alle due interpreti ritroviamo Shailene Woodley, protagonista di Colpa delle Stelle e della serie sci-fi cinematografica Divergent, e la candidata all’Oscar Laura Dern.

Ispirato al romanzo omonimo di Liane Moriarty, edito in Italia da Mondadori, il telefilm si apre con un misterioso omicidio e un’indagine in corso.

Premetto di non aver letto il romanzo, anzi, di non averne neppure mai sentito parlare a dispetto delle sei milioni di copie vendute in tutto il mondo, quindi non so quanto il telefilm sia fedele alle pagine del libro, ma ho amato ogni singola caratterizzazione dei personaggi.

Un cast di tutto rispetto, che porta sul piccolo schermo equilibri e drammi delle relazioni inter-familiari di tre donne molto diverse tra loro: Celeste (la Kidman) è una bellissima donna sui cinquanta sposata con un uomo più giovane, Madeline (Witherspoon) che soffre la crescita delle sue figlie accanto alla compagna dell’ex marito, e infine Jane (Woodley), madre single con un misterioso passato alle spalle.

Leggo dal web che la sostanziale differenza tra il romanzo e la produzione televisiva è l’ambientazione: Australia per il primo, Monterey in California la seconda.

Gli episodi sono tutti diretti dal regista canadese Jean-Marc Vallée, che tra i suoi successi annovera anche l’intenso e pluripremiata pellicola Dallas Buyers Club.

Nicole Kidman in Big Little Lies (2017)

Questa produzione conferma l’inversione di tendenza cui assistiamo da qualche anno. È sempre più sottile infatti la linea di demarcazione tra cinema e buona televisione, e sono sempre di più i premi Oscar votati al piccolo schermo per produzioni di nicchia o lunga serialità. In principio fu Meryl Streep che nel 2003 ritornò alla televisione per Angels in America, poi fu la volta di Glenn Close con The Shield, Kathy Bates in Harry’s Law e ancora Jessica Lange con American Horror Story, sono sempre di più gli attori e le attrici che alternano o preferiscono con nonchalance il tubo catodico. Merito, forse, della qualità sempre più alta, di una maggiore libertà, di un pubblico ben più ampio per un rilancio della propria immagine.

La prossima sarà Susan Sarandon che proprio accanto alla Lange reciterà in Feud, antologica che farà rivivere il mito della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, portando in TV anche Catherine Zeta-Jones.

Laura Dern, Reese Witherspoon, and Shailene Woodley in Big Little Lies (2017)

Big Little Lies ha un respiro autorale, ma non stanca lo spettatore con pause o silenzi esasperanti e esasperati.

È raggiante la Whitherspoon nel ruolo un po’ nevrotico di mamma dell’alta borghesia, così come la Kidman, un po’ prigioniera nel ruolo di invidiata donna perfetta, che dietro le apparenze nasconde l’ombra della violenza domestica. Era difficile per la giovane Shailene riuscire a brillare accanto a due star come la Kidman e la Whiterspoon, eppure la giovane attrice riesce a ritagliarsi i suoi momenti, nonostante il suo sia un ruolo solo in superficie dimesso e di secondo piano.

Il telefilm indaga i rapporti dell’animo umano, quelli interpersonali, la famiglia, l’amore, l’amicizia tra donne.

Senza ansie, né smanie da puntata successiva, Big Little Lies riesce comunque a incuriosire il lettore che non vede l’ora di scoprire, nei prossimi episodi, chi sia l’assassino e chi la vittima, a chi appartenga la verità e a chi queste piccole grandi bugie.

MUSICA, TELEVISIONE

La seconda (soporifera) serata del Festival di Sanremo 2017

Non c’è innovazione o cambiamento che tenga: la seconda puntata del Festival di Sanremo, dopo il brio della prima, resa per lo più entusiasmante dall’attesa di un anno intero, ha sempre l’effetto di una liturgia cantata. Soporifera. I pochi momenti di emozione pura arrivano dall’ospitata di Robbie Williams, che ha “inaspettatamente” baciato la co-conduttrice Maria De Filippi, e Giorgia, la quale, nonostante sia ritornata sul palco dell’Ariston dopo sedici anni con un abito scomodissimo che avrà maledetto ogni minuto della sua esibizione, ha tenuto una performance tra vecchi e nuovi successi da vera fuoriclasse, ricordando agli spettatori in platea e i telespettatori a casa cosa vuol dire essere oggi un vero Artista.

Le undici canzoni in gara null’altro hanno aggiunto a quelle della serata precedente, mostrando un Sanremo, quello del Carlo Conti 3.0, all’insegna di una monotona tradizione.

Non sono serviti i rapper come Clementino e Nesli, finiti immediatamente nella zona “rischio eliminazione”, né i duetti ibridi figli di talent e altri programmi televisivi immediatamente scartati.

Tra gli abiti più bizzarri della serata di certo c’era quello di Giorgia Luzi, per molti vestita come un ombrello, tra le più eleganti, forse un po’ a sorpresa invece, la giovane Alice Paba.

A dispetto di una canzone orecchiabile scritta dal leader dei Modà e vincitore di Sanremo, Francesco Silvestre, Bianca Atzei proprio non riesce a piacere al pubblico sanremese, che ha subito fatto cadere in zona rossa la sua Ora esisti solo tu.

Visibilmente invecchiato, e forse un po’ seccato, Keanu Reeves, il noto Neo di Matrix, è apparso un po’ annoiato nel corso dell’intervista con Maria De Filippi, durante la quale non ha trasmesso nulla che potesse giustificare il suo probabilmente lauto compenso per presenziare.

Tra le esibizioni più curiose quella di Gabbani, che quest’anno, tirato fuori un maglioncino arancione della passata stagione, ha ballato sul palco con una scimmia. D’altronde, avrà pensato, che se nelle passate edizioni è riuscito a vincere persino un “Piccione”, perché non tentare con un brano che sembra uscito da una raccolta di Cristina D’Avena.

Per l’Italia abituata a talent ed eliminazioni dirette, non c’è gusto nel seguire una gara in cui i concorrenti temono di essere eliminati, inventando strani gironi che, a conti fatti, e dopo ben tre serate, eliminerà soltanto due brani, lasciandone ancora in gara ben venti.

Insomma il terzo giro di Carlo Conti ha comunque annoiato, e non è servito l’allure della De Filippi, che continua a presentare ospiti e cantanti come se fossero guest di C’è Posta per Te. La verità è che Sanremo 2017, a dispetto degli ascolti alti, non ha molto altro da offrire: Carlo, hai dato al festival tutto ciò che potevi, forse è giunto il momento di dedicarti ad altro.