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Il 25 e 26 marzo tornano le Giornate FAI: i luoghi da scoprire a Napoli

È un traguardo importante quello delle Giornate FAI di quest’anno, che giungono al loro venticinquesimo anniversario, festeggiando, come di consueto, la primavera appena iniziata.

Sono tanti gli appuntamenti che il prossimo weekend, il 25 e il 26 marzo, porteranno i tesserati e non alla scoperta di nuovi luoghi da tutelare, ricercando al contempo nuovi sostenitori di questa nobile associazione che dal 1975 contribuisce, senza scopi di lucro, a salvaguardare il patrimonio artistico-culturale e ambientale italiano.

Un tempo per lo più appannaggio del nord Italia, oggi sono tantissimi i luoghi del cuore FAI dislocati in tutta la penisola. Tanti i vantaggi per i soci, che possono beneficiare di sconti e convenzioni anche in altre strutture e realtà culturali di tutto il Paese.

Le Giornate di Primavera del FAI sono un appuntamento irrinunciabile per chi vuole conoscere meglio il territorio, ma anche nuovi paesaggi e monumenti da valorizzare.

Come il Museo Civico Gaetano Filangieri. Fondato nel 1882 dal Principe di Satriano, Gaetano Filangieri, il museo ha sede nello storico Palazzo Como risalente al XV secolo, che rappresenta una rara testimonianza a Napoli dell’architettura rinascimentale. Un tripudio di manufatti, che vanno dalle maioliche a alle porcellane, passando per mobili, dipinti e stoffe, raccontano la città, seguendo un criterio e un gusto espositivo squisitamente ottocentesco.

È invece un mio luogo del cuore quello del Chiostro dei Santi San Marcellino e Festo e dell’omonima Chiesa, cui sono da sempre particolarmente legato. Un complesso conventuale del VII secolo che è oggi sede dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e i bellissimi (non mi stancherò mai di dirlo) musei di scienze naturali, quello di Paleontologia, Zoologia, Antropologia e Mineralogia. Bellissima la decorazione interna ad opera di Vanvitelli e uno straordinario pavimento maiolicato, dove oggi si trova il museo di paleontologia, ad opera della bottega della famiglia Massa, la stessa del Chiostro di Santa Chiara.

Le Giornate di Primavera di quest’anno saranno anche l’occasione per scoprire il Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella, a due passi dal centro storico della città, il Museo della Ceramica Duca di Martina, con una bellissima collezione, tra le tante, di porcellane cinesi, all’interno della Villa Floridiana al Vomero e i laboratori artistici del Teatro San Carlo.

In Piazzetta Sant’Andrea delle Dame sarà possibile visitare l’omonimo complesso monastico fondato da quattro nobildonne nel 1584, figlie del notaio Pascandolo, che lo fecero costruire a spese della propria famiglia.

Ma le Giornate del FAI sono anche un’occasione unica, ed esclusiva per tutti i soci, di visitare luoghi come la bellissima Villa Rosebery, uno dei massimi esempi di architettura neoclassica a Napoli, con vista sul mare, noché una delle residenze del Presidente della Repubblica Italiana.

I tesserati FAI potranno vedere anche il Parco Letterario di Nisida, ricordando, nel suggestivo isolotto scrittori classici come Omero, con una visita da “Ciceroni in erba”: saranno gli studenti dei licei  “Duca degli Abruzzi”, “Galilei”, “Gentileschi”, “Sannazaro”, “Umberto I” a guidare infatti i visitatori alla scoperta delle bellezze naturali e letterarie del parco.

Infine voglio segnalare un altro ingresso esclusivo per i possessori di una tessera FAI, quello del Castel Capuano, anche noto come Tribunale della Vicaria a Napoli, manco a dirlo in Via Tribunali, risalente al XVI secolo. Durante la dominazione dei Viceré a Napoli, fu adattato alla nuova funzione di tribunale, eliminando tutte quelle strutture squisitamente militari, per rendero un luogo adatto ad ospitare il Sacro Regio Consiglio, la regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il tribunale della Zecca.

Per una lista completa di tutti i luoghi aperti durante questo weekend non solo a Napoli e in Campania, ma in tutta Italia, vi rimando al sito ufficiale:

www.giornatefai.it

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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

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il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

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il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.

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Dietro la “favola” del pianista Emanuele Fasano

Ieri sera, durante la finalissima del Festival di Sanremo, Maria De Filippi, co-conduttrice d’eccezione dello show insieme a Carlo Conti, ha presentato con semplicità e nonchalance la bellissima favola di Emanuele Fasano, ragazzino poco più che ventenne, che durante un suo viaggio Milano-Roma, mentre aspettava il treno per raggiungere suo padre, si è seduto ad un pianoforte in stazione e ha intonato una sua originale composizione. Casualmente un regista ha filmato tutto con il suo smartphone e dopo averne caricato il video on-line ha totalizzato tre milioni di visualizzazioni. Tra gli spettatori l’etichetta Sugar, di Caterina Caselli, vera talent scout di voci come Elisa, che ascoltato il ragazzo l’ha immediatamente messo sotto contratto. Lo scorso anno il ragazzo ha già un disco e ha inaugurato quest’anno esibendosi addirittura sul palco dell’Ariston con la sua performance.”Le cose te le devi prendere – ha detto il ragazzo a Maria De Filippi – ma credo sia Dio che te le mandi”. La favola di Cenerentola, avrà pensato il pubblico in teatro e quello televisivo, avvezzo alle storie raccontate il sabato sera dalla nota conduttrice Mediaset a C’è posta per te.

E invece no: insospettito da tutti questi colpi di fortuna, il regista in stazione prima e l’etichetta della Caselli poi, mi sono fatto un rapido giro della rete per capire se oltre la favola c’è di più, ulteriormente insospettito dalla domanda di Carlo Conti al ragazzo: “Fasano Fasano?”.

Con non molto stupore apprendo infatti che il giovane Cenerentolo, Emanuele, è figlio di Franco Fasano, cantautore che ha esordito proprio sul palco dell’Ariston nel 1981.

Tra i numerosi successi di Fasano-padre ci sono traguardi importanti come la vittoria al Festival con Ti lascerò, cantata da Anna Oxa e Fausto Leali, le bellissime Io amo e Mi manchi di Leali, Certe cose si fanno, inclusa nell’album Veleno di Mina ed è stato Direttore Artistico del prestigioso Premio Mia Martini nel biennio 2005-2007, che si svolge a Bagnara Calabra dal 1995.

Il suo repertorio è vastissimo, e dalla pagina Wikipedia è possibile vedere quanto sia variegato, spaziando dai testi per la Tigre di Cremona alle sigle dei cartoni animati per Cristina D’Avena, come Calimero, Piccoli problemi di cuore e Rossana per citarne solo alcuni.Che Emanuele sia figlio di Franco però non è contenuto nella pagina dell’enciclopedia on-line, ma grazie a pochi click e facebook, è stato facile scoprire che il ragazzo si esibiva proprio in coppia con il padre ad alcuni spettacoli che, manco a dirlo, sì intitolavano “Di Padre in Figlio”, ma scorrendo invece YouTube è facile vedere le ospitate di padre e figlio su TV nazionali come TV2000.

Insomma la nuova favola di Cenerentola sostituisce la scarpetta con la discendenza. Il colpo di fortuna oggi non è in realtà trovarsi al posto giusto al momento giusto, ma essere il “figlio di…” giusto con la promozione giusta, augurandosi che il pubblico della televisione e del web sia troppo pigro per scoprire che dietro la favola del ragazzo che suonava per caso il piano in stazione c’è di più. Purtroppo.

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Viaggio in Italia su di un Frecciarossa1000

Un viaggio sul Frecciarossa1000 di Trenitalia è una coccola. È stiloso e comodo la nuova ammiraglia della compagnia di bandiera, che da qualche anno rappresenta il top di gamma delle Ferrovie dello Stato.Le poltrone della prima classe, in elegante pelle beige, sono ergonomiche, grandi, comode e si adattano perfettamente al corpo di chi deve affrontare un viaggio di svariati chilometri che attraversa l’intero Paese. Ci si dimentica di trovarsi su di un treno, sì perché l’aspetto della business ricorda invece quello di un raffinato volo di linea.

Frecciarossa1000, interno business class area silenzio
L’abitacolo dei vagoni di prima è un luogo di culto, in cui il design è così sentito da nascondere, forse un po’ troppo, la presa per la corrente nelle sedute singole, che spesso costringe il passeggero a chinarsi alla sua spasmodica ricerca (a proposito, si trova sotto a sinistra della vostra poltrona).

Caffè Espresso Illy, a bordo del Frecciarossa1000
Straordinaria l’accoglienza del personale di bordo che al mattino porta quotidiani, dispensando bibite, snack e caffè espresso rigorosamente Illy.

Gli snack salati comprendono tocchetti di parmigiano e cracker, ideali per un mini-happy-hour on board squisitamente italiano, accompagnato da un bicchiere di Berlucchi o, se preferite, qualsiasi altra bibita analcolica o succo.

Immancabili le comode salviette imbevute, in un viaggio in cui è soprattutto il comfort e l’italianità a far da padroni, quel tipico stile italiano diventato simbolo del buon vivere che tutto il mondo ci invidia e imita.

Se siete businessman in cerca di concentrazione o amate la lettura senza troppe distrazioni, l’area silenzio della business class è senza dubbio la soluzione che fa per voi. Potrete tuttavia correre il rischio di imbattervi in qualche pseudo donna-manager che parla allegramente al telefono di affari o di uscite combinate con le amiche. Momenti, questi, che per fortuna sono lievi disagi di pochi istanti, ma che sfatano il mito di quel religioso silenzio che ci si aspetta da un’area la cui sacralità è percepita appena varcata la porta a vetri che separa lo scomparto dal resto del vagone.

Se cercate da leggere, il magazine Freccia è la lettura ideale: interviste a personaggi del momento, consigli di viaggio e per lo shopping rilegati in pagine patinate che ne fanno una esclusiva rivista gratuita per i passeggeri.

Trenitalia è uno dei pochi vanti della nostra Italia, e ci porta in giro per il nostro paese con i servizi di chi pensa che viaggiare non sia solo un modo di vivere, ma un vero piacere per l’anima e il corpo.

Il personale di bordo è cortese, professionale, ma al tempo stesso simpatico e alla mano, che riesce a mettere il viaggiatore a proprio agio e sa farlo sentire a casa ancor prima di arrivare a destinazione.

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La scalinata di Piazza di Spagna ritrova l’antico splendore grazie a Bulgari

In occasione della Milano Fashion Week, è giusto parlare di quanto la moda faccia bene anche all’arte. Se da secoli questa è fonte di ispirazione per gli stilisti di tutto il mondo che, dalle Sorelle Fontana a Moschino, si sono spesso ispirati a celebri opere e personaggi del passato per le loro creazioni, in alcuni casi hanno saputo restituire quanto la storia dell’arte abbia saputo donar loro. E così, dopo Fendi, che ha ridato nuova luce alla Fontana di Trevi, celebrandovi i 90 anni della maison con una sfilata sull’acqua dopo averne finanziato il restauro, un’altra importante casa di monda, Bulgari, ha invece reso possibile il restauro di un altro luogo simbolo della capitale romana, Trinità dei Monti.

Celebre negli anni ’90-2000 per le sfilate di moda in televisione e le fiction rai, la scalinata di Piazza di Spagna a Roma collega la Chiesa di Trinità dei Monti all’ambasciata borbonica spagnola cui la piazza deve il nome.

Commissionata dal cardinale de Tencin, viene inaugurata da Papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725.

Il disegno è ad opera di Francesco De Sanctis, architetto del tardo barocco romano che immaginò una teoria di scale intervallate da terrazze fiorite, riccamente addobbate con fiori a partire dalla primavera di ogni anno.

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Audrey Hepburn a Piazza di Spagna in “Vacanze Romane”, 1953

Scenario di film memorabili come Vacanze Romane con Audrey Hepburn del 1953, risponde alla moda architettonica del tempo, con una profonda prospettiva che culmina in quinte monumentali.

Restaurata già nel 1995, oggi la scalinata ritrova il suo antico splendore grazie ad un restauro costato 1,5 milioni di euro, stanziati dalla maison Bulgari. Di un bianco travertino abbagliante “va preservata da ulteriori situazioni che possano causare danni” dice la neo sindaco Virginia Raggi, la quale vuole vietare fortemente i bivacchi, spesso causa di degrado e sporcizia per luoghi pubblici e monumenti.

All’inaugurazione della riapertura della scala erano presenti l’AD della casa di moda Jean-Christophe Babin, Nicola Bulgari, il Sovrintendente capitolino ai Beni culturali Claudio Parisi Presicce.

E se in città come Napoli i finanziamenti stanziati dai privati in cambio di pubblicità ancora faticano a decollare del tutto, tra ritardi e sponsor che continuano a cambiare a vantaggio delle sole ditte d’appalto, a Roma questa sembra ormai una felice realtà che consente, in questo caso alla moda, di contribuire a rendere più belle quelle città che spesso fanno da sfondo a creazioni uniche e senza tempo.

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Al Museo Archeologico di Napoli riapre la sezione egizia dal 7 ottobre

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Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sezione egizia 2006

L’hanno chiamato il Ritorno dei Faraoni. Ed è davvero un ritorno molto atteso, quello della Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, chiusa al pubblico e ridotta a “scantinato” da troppo tempo. Seconda in Italia solo al Museo Egizio di Torino, quelle dei Borgia e Picchianti sono due prestigiose raccolte che affondano le loro radici nell’antiquaria mentalità settecentesca e in quella positiva dell’Ottocento.

La collezione Borgia è tra le più antiche del collezionismo europeo: venduta a Ferdinando I di Borbone, mostra un interesse per l’Egitto ben prima che le spedizioni napoleoniche diffondessero un gusto, quello neo-egizio, che influenzò anche l’architettura, e la passione per l’egittologia.

La collezione Picchianti è quella più recente tra le due, il cui nucleo originario è stato raccolto da Giuseppe Picchianti, viaggiatore di origine veneta che risalì il Nilo, toccando i maggiori siti archeologici egiziani, da Giza a Saqqara passando per Tebe. È a lui che si devono i sarcofagi in legno, i vasi canopi e le mummie che oggi fanno parte della collezione permanente del MANN, che acquistò parte di questa immensa raccolta dalla sua vedova, la Contessa Angelica Droso, mentre un’altra parte fu venduta dallo stesso Picchianti al British Museum di Londra.

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Naoforo Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (foto da instagram di marianocervone)

Precursore delle due collezioni, il naoforo farnese, della cinquecentesca collezione Farnese, già all’interno del museo ben prima dei due nuclei.

Prima della modesta sala attuale, in cui era esposta solo la mummia di un bambino della XXIII dinastia donata da Emilio Stevens, la collezione egizia era ubicata nelle due sale sotterranee oltre la galleria degli imperatori, dove, oltre il naoforo, trovavano posto gli oltre 2500 reperti che dal prossimo 7 ottobre ritroveranno la primigenia collocazione in un rinnovato allestimento, per il quale sono stati stanziati duecentomila euro.

Già da qualche anno ormai, il Museo Archeologico di Napoli è interessato nelle aree nord dell’edificio da lavori di ristrutturazione, che stanno riqualificando ali che amplieranno il percorso, corredandolo, probabilmente, di un’area ristoro che proietterà il museo negli standard europei di concept museale contemporaneo.

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Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sezione egizia 2006

Un ritorno molto atteso, quello dei “faraoni”, che restituisce all’Archeologico il prestigio di un museo nazionale che nulla ha da invidiare ai maggiori omologhi europei, e che si prepara adesso ad una nuova età dell’oro. Faraonica, s’intende.

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Notte di San Lorenzo, ecco dove nasce la tradizione di guardare le stelle cadenti

10 Agosto, notte di San Lorenzo. Appuntamento immancabile per tutti i romantici e gli amanti dell’astrofisica. È questa notte infatti il momento tradizionalmente migliore per osservare le stelle cadenti anche ad occhio nudo.

Conosciute anche come lacrime di San Lorenzo, in onore del martirio sui carboni ardenti del santo, si tratta delle Perseidi, uno sciame di meteore che la Terra si ritrova ad attraversare durante il periodo estivo, visibile a partire dalla fine di luglio fino al 20 agosto, il cui picco è proprio nei giorni del 10-12. Forte del cielo sereno estivo, il fenomeno è spesso visibile anche alle nostre latitudini.

A dare origine a questo fenomeno sarebbe stata la cometa Swift-Tuttle che, con il suo nucleo di 10 km, ha avuto un passaggio al perielio, ovvero il punto di distanza minima di un corpo vicino alla Terra, nel 1992. Per il prossimo invece si dovrà aspettare il 2126.

Quelle che noi erroneamente chiamiamo stelle cadenti, osservandole incantati, sono in realtà particelle rilasciate durante le passate orbite della cometa.

Il nome Perseidi è dovuto al fatto che esse si trovano nei pressi della costellazione di Perseo, e si dirigono dalla costellazione di Cassiopea a quella della Giraffa.

cielo stellato porpora san lorenzo stelle - internettualeLe prime osservazioni delle Perseidi sono state fatte dai Cinesi nel 36 d.C.

Tante le tradizioni legate a questo fenomeno, alcune delle quali di epoca molto antica, come quella della Grecia, che lo associa alla Trasfigurazione di Cristo, generalmente celebrata il 6 agosto. Ma già in epoca romana si attribuiva questa fenomenologia alla divinità Priapo, dio dell’abbondanza, il quale con questo gesto fecondava i campi.

Fu la Chiesa cattolica a incanalare queste tradizioni pagane verso la figura cristiana di San Lorenzo. La scelta sarebbe inizialmente caduta per una questione fonetica, poiché il nome del santo suonava simile a quello della controparte femminile di Priapo, Larentia, festeggiata anch’essa la notte del 10 agosto.

Un rito dunque quello di alzare il naso per rimirare le stelle che continua a ripetersi dalla notte dei tempi, affascinando anche le generazioni moderne che continuano ad esprimere desideri a queste stelle che attraversano il nostro cielo portando la speranza di vederli presto realizzati.

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Ecco perché “Dolce & Gabbana” (non) ama Napoli

Il loro hashtag da qualche tempo è #DGLovesNaples, ovvero Dolce & Gabbana ama Napoli, ma non è vero. Per celebrare il suo trentennale la nota maison italiana ha deciso di festeggiare nel centro storico del capoluogo partenopeo, organizzando party e sfilate delle nuove collezioni e confermando la presenza di cinquecento selezionatissimi VIP, da Madonna a Sophia Loren, per un’allure ancora più esclusivo e glamour.

Un evento senza precedenti partito ieri, giovedì 7 luglio, e che si concluderà domenica 10. Per l’occasione il duo della moda siciliano più famoso al mondo ha voluto il Museo Villa Pignatelli, la zona dei Decumani, quella di San Gregorio Armeno e San Biagio dei Librai, il Castel dell’Ovo e Borgo Marinari e il noto Bagno Elena a ridosso del maestoso Palazzo Donn’Anna. Location suggestive, a metà tra barocco, storia e italianità in perfetta linea con lo stile D&G e con la nuova collezione che, dicono, è un omaggio a Sophia Loren, tesimonial D&G e madrina d’eccezione dell’evento, e alla stessa Napoli.

Ma Dolce e Gabbana amano davvero Napoli o questa è solo una strategia di marketing per un ritorno d’immagine della casa di moda messa un po’ in ombra da scandali finanziari e dichiarazioni sopra le righe sulla famiglia tradizionale?

Domenico Dolce e Stefano Gabbana celebrano Napoli, è vero: si fanno foto e selfie con gli artigiani della città e gli abitanti di quel quartiere che anche loro hanno deciso di “abitare” per qualche giorno, eppure, fermati da telecamere e giornalisti, sembrano non aver molto da dire a quella Napoli e su quella Napoli cui tanto dicono di essersi ispirati, se non un banalissimo e forse anche un po’ imbarazzato “Forza Napoli!”.

Passeggiano per le strade della città in mezzo a quella gente che hanno deciso di tagliare letteralmente fuori dal loro evento.

Un microorganismo che si insedia e rifiuta l’osmosi. Durante questi quattro giorni infatti le strade di Napoli sono blindatissime, con la sola eccezione dei residenti. Passanti e persino turisti non avranno la possibilità di scoprire e visitare quella Napoli che magari potrebbero vedere una sola volta nella loro vita. A cosa valgono dunque gli agenti preposti in lingua straniera per spiegar loro cosa sta succedendo? La verità è che un NO resta tale, in qualsiasi lingua, e che Dolce e Gabbana (non) ama Napoli.

Dolce e Gabbana ama Napoli, la ama come grandiosa location, ma preferisce tenere i suoi abitanti fuori, lontani, estranei ad un evento che in qualche modo non riguarda i napoletani, ma solo la loro città.

Dolce e Gabbana Napoli - internettualeGli stessi negozianti delle zone interessate si domandano a cosa serve restar aperti se non vi saranno passanti e turisti proprio in alta stagione ad acquistare la loro merce, annusando il mero scopo scenografico della presenza delle loro botteghe all’interno di questo grande carrozzone mediatico.

Dolce e Gabbana Napoli 2016 - internettualeCerto, per Napoli c’è lo charme, il ritorno di un’immagine a metà strada tra Mangia Prega Ama e La Grande Bellezza e la moda italiana che prepotentemente ne fa, per quattro giorni, una delle capitali dell’haute couture. Ma ci si chiede se tanta esposizione gioverà davvero in futuro al turismo di una città la cui amministrazione, elargendo il lauto dono della concessione gratuita del proprio suolo, non si cura né dei suoi residenti, né tanto meno di chi è già turista e dunque ospite del capoluogo. Mentre resta il fatto che questo anniversario è un evento di D&G e per gli illustrissimi ospiti di D&G, senza eccezioni. Incuranti persino di poter rovinare quel solo, unico, irripetibile “giorno più bello” alle tante ragazze che si sposeranno in questi giorni e che tradizionalmente vanno in Via Partenope, quella di Castel dell’Ovo e del lungomare per intenderci, a immortalare il loro amore e quel giorno del “Sì” che ricorderanno invece come giorno del NO, quello della libertà negata di potersi immortalare in una, se non LA zona più bella della città, in quel castello dal fascino antico, su quell’azzurro del mare, con il Vesuvio alle spalle. I napoletani insomma sono stranieri chiusi fuori dalla propria casa come ospiti indesiderati per quell’amore che Dolce & Gabbana prova per Napoli.

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Una mostra sulla Maddalena di Sgarbi dal 3 settembre all’8 gennaio alla Santa Casa di Loreto

Maria Maddalena è stata una delle figure religiose più discusse e controverse dell’ultimo decennio. Grazie a saggi quali Il Santo Graal di Baigent Michael, Leigh Richard e Lincoln Henry prima, e al romanzo Il Codice Da Vinci di Dan Brown dopo, la sua figura è stata più volte al centro di dibattiti e analisi, alla ricerca di una “riabilitazione” per quella prostituta che, secondo alcuni, sarebbe addirittura stata invece la compagna di Gesù, nonché la vera depositaria della cristianità.

A questa importante icona è in parte dedicato il Giubileo eccezionale indetto da Papa Francesco. Il vicario di Pietro ha infatti annunciato che durante l’anno giubilare la celebrazione della Maddalena sarà elevata a vera e propria festa, per una riflessione più profonda sul ruolo che ebbe Maria di Magdala nella storia della Chiesa e in quella di Gesù Cristo, prima testimone della sua resurrezione nonché figura femminile di primo piano nei racconti del Vangelo.

Ed è proprio in occasione di questo importante evento per la Chiesa, che le Marche hanno dedicato una delle quattro importanti mostre che sono state organizzate, alla figura della Maddalena.

Dal 3 settembre 2016 fino al prossimo 8 gennaio 2017 infatti il Museo-Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto ospiterà La Maddalena, tra peccato e penitenza, rassegna con 50 importanti opere a cura del critico d’arte Vittorio Sgarbi, promossa dalla Regione Marche in collaborazione con il Mibact e CEI.

Sono tanti i racconti evangelici che vedono protagonista la donna la cui iconografia le attribuisce una fulva chioma fluente: dalla redenta, che unge i piedi del Signore con degli olii asciugandoli con i propri capelli, alla donna che piange la sua morte ai piedi della croce, fino alla spettatrice sorridente che annuncia la resurrezione agli apostoli.

Ed è probabilmente una vita speculare a quella di Gesù Cristo quella di Maria Maddalena, la donna che vive la sua vita nel torbido peccato fino ad un’altra resurrezione, quella dello spirito, che la porta ad intraprendere un percorso ascetico fino alla rinascita come seguace e, forse, “apostolo” prediletto dello stesso Gesù.

Tanti gli artisti che nel Medioevo e nel Neoclassicismo le hanno dedicato le loro opere, a cominciare da Carlo Crivelli di Montefiore dell’Aso, presente in questa interessante esposizione, che la raffigura come una seducente ragazza dallo sguardo ammiccante mentre porta gli olii in ricche vesti finemente ricamate, dove s’intravede una fenice decorare la manica sinistra, simbolo di quella morte e resurrezione, di quel percorso di conversione e fede, che anch’essa ha attraversato.

Ma è nell’età della Controriforma che la sua figura gode di grande fortuna e fama nell’iconografia sacra: a lei Orazio Gentileschi della Chiesa della Maddalena di Fabriano dedica una tela. Anche Antonio Canova, poco incline ai soggetti religiosi e maggiormente dedito a quelli della mitologia classica, si cimenta nella sua immagine raffigurandola mentre si ravvede.

Per l’occasione Vittorio Sgarbi ha scritto il volume Diario di un amore. Il vangelo secondo Maddalena, dedicato ad una santa che, a suo avviso, rappresenta il corrispettivo femminile di San Pietro.

Maria Maddalena Canova - internettuale

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Strage di Orlando in un locale gay: l’odio che vince sulla libertà di essere

È un sabato sera qualsiasi per i ragazzi del PULSE, noto locale gay a Orlando, in Florida, dove i ragazzi, quelli omosessuali, vanno a cercare l’avventura di una notte o l’amore della vita, lì, sotto le luci psichedeliche, tra la musica, il caos, la gente, l’allegria di un’estate alle porte e la voglia di condividersi, per pochi attimi o per tutta la vita, con qualcun altro e sui social. Sì, perché ormai è così che va di moda, postarlo su facebook, dire di esserci stati per esserci davvero.

Un sabato sera come tanti altri, ad ascoltare Lady Gaga e Madonna, tra un alcolico e un ballo sudato, quando sulla pagina facebook del locale compare l’inquietante stato: “Uscite dal locale e mettetevi a correre”. È l’inizio di un’apocalisse. Colpi che feriscono persone e spezzano vite. Saranno almeno 50 i morti e altrettanti quelli feriti, per una notte di divertimento che si è trasformata in tragedia.

La mano armata era quella di Omar Mateen, classe 1986, statunitense di origini afghane, originario di Port St.Lucie in Florida, alla fine braccato e poi ucciso dalla polizia intervenuta a fermare il massacro.

Un inspiegabile atto di follia che non sarebbe determinato da un’omofobia radicale, ma troverebbe spaventosamente una spiegazione nel terrorismo islamico, ricordando la terribile strage del Bataclan di Parigi dello scorso 13 novembre.

I colpi infatti, secondo una prima conferenza stampa delle autorità americane, sarebbero stati esplosi da un’“arma da guerra”, una pistola e anche un fucile, puntando di nuovo l’attenzione sulla facilità di acquisto delle armi in America.

E non sarebbe un caso dunque che quella che di fatto è la più grande strage di massa degli Stati Uniti sarebbe avvenuta in uno dei locali più in vista della scena LGBT di Orlando.

Sul corpo del ventinovenne, che avrebbe avuto una bomba anche nell’automobile, sarebbe stato rinvenuto un secondo congegno esplosivo.

Una mattanza che la polizia e le autorità locali starebbero, il condizionale è d’obbligo, trattando come un atto di terrorismo, forse interno, slegato all’ISIS, ma dettato da quella cultura dell’odio, di matrice islamica, deviata e violenta.

Aberrante i primi commenti del padre del killer che, raggiunto dai media, ha escluso l’islamismo estremo, dicendo che a far scattare il ragazzo sarebbe semplicemente l’odio contro i gay, scaturito a seguito di un bacio tra due ragazzi che avrebbe visto mesi prima.

Corpi, sangue, foto di ambulanze, stati, tweet. La strage si fa virale e passa immediatamente anche dai social network di chi alla furia è scampato e sopravvissuto e ha la fortuna di poterlo raccontare, o meglio, postare on-line. La rete, sfogatoio o palcoscenico, fonte di notizie per curiosi e giornalisti. Sui social si diffondono messaggi di solidarietà e bandiere arcobaleno, simbolo della pace e, paradossalmente anche di quella comunità gay, gaia, chiassosa ma mai violenta. E mentre gli jihadisti esultano sul web, definendolo “il miglior regalo per il Ramadan”, il pensiero è uno e uno soltanto: finché l’uomo farà vincere l’odio sull’altrui libertà di essere, non c’è religione che tenga, noi non potremo mai definirci una società civile.