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“Chiusi per bomba”: il cuore ferito di Napoli e il coraggio di Gino Sorbillo

Sembra quasi tutto normale fuori, da Gino Sobillo, la famosa pizzeria di Napoli, che ha fatto della pizza un culto, riconosciuto persino dall’UNESCO come patrimonio, come uno dei qualsiasi monumenti disseminati per le strade. Eppure, oggi, nella centralissima Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, non è un giorno qualunque, perché quella pizzeria, vanto tutto partenopeo nel mondo, che ha esportato l’arte di fare la pizza persino a New York, è stata ferita da mano codarda nel bel mezzo della notte. Una bomba, verso le 2.00, è stata posta da qualcuno, per ora ignoto, che l’ha fatta esplodere, squarciando la storica sede che dalla metà degli anni ’30 ci rende grandi agli occhi del mondo.

E fuori non ci sono le orde di chi aspetta ore, per mangiare la migliore pizza della città, ma telecamere, giornalisti, passanti, curiosi che non volevano credere a questa terribile notizia.

Gino Sorbillo (da LaRepubblica Napoli)

Ma non si arrende Gino Sorbillo, pizzaiolo e proprietario del locale, che si è fatto fotografare davanti all’ingresso, ancora dilaniato dall’esplosione, con un cartello che oggi troneggia proprio lì, sui cancelli: «Chiusa per Bomba la pizzeria Sorbillo Gino» c’è scritto con rabbia con un pennarello blu e, tra parentesi, “riapriamo presto”. Un segnale forte, il suo, da parte di chi non si piega di fronte a questa violenza napoletana che ammazza la sua stessa città.

Ed è tutto un vociare oggi in questi antichi vicoli, dove riecheggia di bocca in bocca come uno spettro la parola “bomba” mentre polizia e magistrati hanno già iniziato l’iter per dare corso ad un’indagine che dev’essere serrata, che deve avere un nome, nel rispetto di un uomo che non si arrende, nel rispetto di quella Napoli buona che dice con fermezza NO a tutto questo, nel rispetto dei ragazzini, dei turisti, degli abitanti che lì, durante la deflagrazione, avrebbero potuto passarvi mettendo a rischio la propria incolumità.

E non dev’essere un caso che quel lapis su quel foglio A4 sia blu, come i colori della pizzeria in cui risuonano ogni giorno le canzoni di Pino, come i colori di quel mare che Gino ha portato persino a Milano, come i colori di una squadra che ogni settimana lotta per tenere alto il nome di Napoli.

E allora faccio un plauso ed un inchino a Gino Sorbillo, per questo viscerale amore, per questa passione che tutti riconosco ed invidiano, per questo atto di coraggio, per questo momento senza dubbio non facile.

Quanti hanno mangiato in quelle caratteristiche sale? Quanti hanno fotografato dall’alto la via, la folla, lo schiamazzo delle persone che aspettano? Quanti hanno sognato quando la pizza è diventata gourmet alla portata di tutti? Quanti hanno sorriso osservando i volti noti di chi da Sophia a D&G hanno reso omaggio a questo straordinario pizzaiolo?

La nostra città ha il cuore ferito, così come la gente onesta che popola questi quartieri secolari.

Oggi siamo tutti Gino Sorbillo, oggi, più che mai, ci riconosciamo negli occhi e nel volto di chi con tristezza, rabbia e orgoglio ancora ci crede, ancora pensa al futuro, ancora ama la sua città, ancora ama i suoi abitanti, nonostante tutto. E non bisogna arrendersi, non bisogna tacere, non bisogna avere paura di chi preferisce le serrande chiuse ai vicoli affollati, la paura ai volti febbricitanti in fila, la violenza alla gioia di chi in un assaggio ritrova tutta una città, i suoi antichi sapori, quell’amore che non cambia. Mai.

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Le mostre nel centro storico di Napoli da non perdere nel 2019

È una stagione particolarmente florida per Napoli, dal punto di vista culturale, che ritorna protagonista della grande arte con una serie di mostre che animeranno buona parte di questo 2019 appena iniziato. Se per Caravaggio e la sua influenza, in arrivo a Capodimonte, bisognerà attendere aprile, alcuni eventi hanno già portato nel cuore del centro storico della città opere preziose ed inedite.

dal profilo instagram @marianocervone

A cominciare da Sacra Neapolis. Culti, miti, leggende (di cui vi ho già parlato QUI) mostra che l’Associazione Pietrasanta Polo Culturale ONLUS ha prodotto in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli nell’ambito dell’interessantissimo progetto LAPIS Museum, all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta: una sala, o per meglio dire una cripta, espositiva che, come ama definirla il presidente dell’Associazione, il Dottor Raffaele Iovine, è un “multisala della cultura”, che ospita tanti eventi, tra cui anche Napoli. Storia, Arte, Vulcani, prestigiosa rassegna che vede la partnership dell’Osservatorio Vesuviano che per la prima volta ha prestato ed esposto una bellissima collezione di gouaches del XVIII secolo e ha introdotto lungo il percorso espositivo documentari e strumentazioni che conferiscono un maggiore rigore scientifico-didattico per gli appassionati di geologia e per chi vuole conoscere più da vicino la formazione del sottosuolo napoletano.

Sempre all’interno della Basilica della Pietrasanta arriverà, a partire dal prossimo 15 febbraio, la mostra Chagall. Sogno d’Amore, organizzata e prodotta dal Gruppo Arthemisia (che ha Napoli ha già portato con successo Escher, al PAN fino ad aprile) e che rafforza il legame con la città con questa straordinaria mostra che porta per la prima volta nella nostra città i 150 dipinti del noto pittore di origine russa.

Fino al 17 gennaio all’interno della Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco (nota al grande pubblico per i suoi teschi e la sua parte sotterranea) sarà possibile vedere una mostra dedicata al culto delle anime pezzentelle. Curatrice della mostra è Francesca Amirante, Presidente di Progetto Museo. Un’occasione unica per scoprire questo suggestivo culto squisitamente napoletano.

Il Museo MADRE invece ospita l’interessante quanto trasgressiva mostra su Robert Mapplethorpe, noto fotografo di celebrità come Andy Warhol, Deborah Harry, Patti Smith e Amanda Lear, cui il museo d’arte contemporanea napoletano dedica un’ampia retrospettiva fino al prossimo 8 aprile 2019. Scatti rigorosamente in bianco e nero che ritraggono il corpo in tutte le sue sfaccettature, da voyeuristico oggetto di piacere a pura espressione artistica.

Imperdibile la mostra Rubens, Van Dyck, Ribera. La collezione di un principe, a Palazzo Zevallos fino al prossimo 7 aprile, che indaga il collezionismo tra il XVII e il XVIII secolo a Napoli attraverso i tre artisti più rappresentativi e tutta una serie di autori che hanno caratterizzato quei secoli. Per l’occasione, le Gallerie d’Italia hanno spostato e riallestito la collezione permanente di Palazzo Zevallos consentendo ai propri visitatori una vera e propria riscoperta delle proprie opere. Molto bella infine anche la collezione d’arte contemporanea che ha trovato posto nei piani inferiori del sontuoso palazzo di Via Toledo.

E se siete nel centro storico della città non potete non andare al Museo Archeologico Nazionale di Napoli che, oltre alla collezione permanente, ospita diverse mostre da non perdere, tra le quali Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina, fino al prossimo 21 gennaio, Hercules alla Guerra fino al 31 gennaio, e Le ore del sole, sempre fino al 31 gennaio, dedicata alla geometria e all’astronomia negli antichi orologi solari romani.

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Tra archeologia e scienza, due importanti mostre di LAPIS MUSEUM a Napoli

Sacra Neapolis. Culti, miti, leggende è la nuova mostra in programma a LAPIS MUSEUM, il percorso ipogeo della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, nel cuore del centro storico di Napoli.

Una rassegna che vede la straordinaria sinergia di pubblico e privato, tra l’Associazione Pietrasanta Polo Culturale ONLUS, che da qualche anno si prende cura della basilica, e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che per l’occasione ha aperto i suoi depositi, gli stessi mostrati da Alberto Angela qualche mese fa in uno dei suoi documentari di successo.

Un evento unico, che ha portato all’esposizione della Stipe votiva di Caponapoli, in quella che oggi è l’area di Via Foria, per lo più sconosciuta al grande pubblico, e che dal 22 dicembre fino al prossimo 15 settembre, potrà vederla tutti i giorni (festivi inclusi) dalle 10.00 del mattino fino a sera inoltrata.

Statuette fittili, sculture, monete. Sono tanti i reperti che compongono questo particolare focus sui culti orientali, che oggi trovano posto nella cripta, un’area sottostante la basilica che per l’occasione si è completamente rinnovata. Il sito non perde la sua originaria vocazione tecnologica, che adesso diventa fil rouge di un progetto ben più importante: gli oculus, la realtà virtuale, le proiezioni, fanno adesso da quinta a pezzi straordinari.

Come la colossale metopa del dio Mitra, posta proprio all’ingresso della Basilica, preludio archeologico di un’importante operazione culturale, perfettamente contestualizzata nell’area dove sorgeva l’Antico Tempio della dea Diana, con i resti di domus greco-romane, le mura ellenistiche, l’opus reticulatum, i bellissimi pavimenti musivi di epoca romana.

Tra i pezzi da non perdere lungo l’esposizione, la bellissima statua policroma della dea Iside che regge il Sistro, del II secolo d.C., che stringe un sistro nella mano destra e una oinochoe con ansa a forma di serpente nella mano sinistra.

I volti delle bellissime puppen, ex voto che le fanciulle portavano al tempio della dea, o la prima moneta coniata con il nome della città nuova, Neapolis.

Ma LAPIS MUSEUM ha inaugurato anche un’altra mostra lo scorso 22 dicembre, Napoli. Storia, Arte, Vulcani in collaborazione con l’Osservatorio Vesuviano, che ha portato lungo il percorso di visita una suggestiva stazione di rilevamento sismico che monitora in tempo reale l’area Vesuviana e quella dei Campi Flegrei. Ma il Reale Osservatorio Vesuviano ha anche allestito, esponendole per la prima volta, una bellissima mostra di gouaches del XVIII secolo, unico strumento e sola testimonianza delle varie eruzioni del Vesuvio nei secoli scorsi. Un percorso che unisce arte e scienza, e prosegue nelle profondità del sottosuolo con straordinari esemplari di rocce e contenuti che danno un valore rigoroso al percorso e alla cavità di tufo della Pietrasanta.

Dopo le mostre d’arte degli anni precedenti, quella de i Tesori Nascosti nel 2016 e il Museo della Follia nel 2017, alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta arriva adesso una preziosa esposizione archeologica, per tutti coloro che vogliono scoprire il fascino dei culti orientali e conoscere più da vicino le millenarie origini di Napoli.

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La Signora della domenica è tornata: bentornata a casa, zia Mara!

La Signora della domenica è ritornata, e non c’è show televisivo che tenga. Dopo quattro anni di assenza, Mara Venier ritorna al timone di quello che forse è il suo programma preferito, Domenica In. E da subito la domenica ha preso una piega decisamente diversa. Avvezzi ormai da troppo tempo a programmi trash, litigi, diete improbabili, contese di denaro e dinastiche, avevamo quasi dimenticato la freschezza di uno spettacolo che divertisse senza becere trovate.

Mara Venier è visibilmente emozionata all’ingresso nello storico studio di raiuno, che l’ha vista tante volte regina degli ascolti, eppure è sicura di sé, una sorridente padrona di casa, che scandisce con precisione e consapevolezza le parentesi di una scaletta in cui si susseguono attualità, cronaca rosa e goliardici momenti di intrattenimento.

Si comincia con il caso Asia Argento, e l’accusa di molestie nei confronti dell’allora diciassettenne Jimmy Bennett, in un salotto dai toni decisi, ma non accesi, in cui intervengono senza latrati mediatici, Vittorio Feltri, Roberta Bruzzone, Vera Gemma in un dibattito in cui si battibecca, ma non si litiga, dove anche il pubblico in studio espone con educazione la propria opinione.

Tanto rumore, forse, per nulla, l’intervento di Romina Power, in cui il pubblico aspettava qualche strascico della “telenovela Carrisi”, nata in altri salotti televisivi di rotocalchi e reality, e che qui trova solo i toni pacati di un racconto di famiglia, del ricordo dell’attore Tyrone Power e dell’attrice Linda Christian, madre della cantante che a Cellino San Marco ha trovato una seconda casa.

E mentre su altre reti si ricerca lo schiamazzo, Mara “starnazza” ballando il ballo del qua qua con Romina Power, rispondendo con ondeggiante eleganza al voyeurismo televisivo che ricerca la polemica a tutti i costi.

Un intervento emozionante, che ha visto protagoniste anche le due figlie della cantante, Cristel Carrisi, intervenuta con un videomessaggio, e Romina Power Jr. in collegamento da New York.

Simpatico il tabellone con la bella Alessia Macari, nelle vesti di simpatica valletta ciociara del programma, e l’intro à la Renzo Arbore con una sigla che rimanda ai tempi di Quelli della notte, e a le edizioni degli anni ’90.

Non mancano gli imprevisti in questa domenica del ritorno, come la mancata partecipazione di Gina Lollobrigida ricoverata per un controllo in ospedale, presentata al pubblico senza clamori, allarmismi o inutili suspence.

Ma non è solo una domenica leggera, quella di Mara Venier, che dà spazio anche a temi importanti, come il cyber-bullismo e la violenza sulle donne, realizzando una bellissima intervista a Teresa Giglio, mamma di Tiziana Cantone, che si è tolta la vita dopo un video diventato virale in rete che la vedeva protagonista.

Immediate le reazioni del popolo della rete e di twitter, che fa subito trendare in vetta l’hashtag #Domenicain, facendo del programma anche un successo social.

Insomma, Mara Venier è ritornata più in forma che mai. Garbata, mai volgare, divertita e divertente, riproponendo una Domenica in che coniuga tradizione e innovazione, con una formula che intrattiene, convince, fa sorridere e emozionare.

Bentornata a casa, zia Mara!

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La Città dei Balocchi, la perfetta atmosfera di Natale. A Como fino a gennaio

Il mio Natale quest’anno è arrivato in anticipo come uno spot CocaCola in TV. Dopo aver criticato per anni il precoce arrivo di Babbi Natali e renne, che già da fine ottobre invadono televendite e vetrine in strada, ho voluto anch’io prendermi un assaggio di festività in anticipo. E quasi ci sono rimasto male quando ho visto che per il weekend del 19 scorso, il tradizionale Albero di Natale nella Galleria Vittorio Emanuele II, che oggi invece troneggia con tutti i suoi scintillanti Swarovski, era ancora in fase di allestimento.

Tiffany & Co Milano Duomo di Milano Christmas Tree Albero di Natale - internettuale
l’Albero di Natale di Tiffany in Piazza Duomo a Milano (instagram @marianocervone)

Ho potuto sognare, eleggendo quello che, a mio avviso, è quest’anno l’albero più intimo e caldo di Milano, quello di Tiffany in Piazza Duomo, che solo a guardarlo fa venire voglia di sentirsi una novella Audrey Hepburn che, anziché colazione, nella gioielleria ci passa addirittura tutte le vacanze.

Ma per una vera e propria immersione nella magica atmosfera natalizia, mi sono diretto a Como, dove da quasi un quarto di secolo viene allestita la Città dei Balocchi. Giunta alla sua ventiquattresima edizione, ha preso ufficialmente il via lo scorso 25 novembre, e terrà compagnia comacini e non fino al prossimo 7 gennaio 2018.

Al mio arrivo in piazza sento immediatamente le voci di un coro che dal vivo intona brani festosi.

Mercatini di Natale, luci e canti tradizionali. Sono questi i tre ingredienti sapientemente amalgamati, che ne fanno un posto perfetto anche per famiglie. Qui il profumo della frutta candita e dei dolci, si confonde con quello dei prodotti tipici e artigianali degli altri chalet. Cacciagione, salumi, ma anche formaggi stagionati e birre. È come fare un piccolo tour enogastronomico di tutta l’Italia e, di regione in regione, ogni stand offre e propone un assaggio di affettati e caci.

È impossibile sottrarsi alla tradizione di un buon vin brûlé, e scaldarsi con i suoi sentori aromatici di cannella e chiodi di garofano. È la prima volta che lo bevo, e subito sento questo vino caldo divamparmi dentro come un fuoco, mentre continuo a passeggiare tra le bancarelle, piccole wunderkammer delle meraviglie, dove scopro la calda lana di alpaca, colorate ceramiche e infinite decorazioni e idee regalo.

Comprare in questi mercatini diventa quasi un dovere civico, per sostenere quell’artigianato, squisitamente italiano, che ci regala prodotti di altissima fattura.

Ma non mancano lungo questo percorso anche bancarelle dall’oriente, con sete, stoffe e lavorazioni dal gusto più esotico.

Mi dirigo verso il centro della piazza, cuore pulsante di questo micro-mondo, e scorgo una bellissima pista di pattinaggio, dove bambini, adulti e fidanzatini si divertono e sorridono come in un film di Nancy Meyers.

All’imbrunire tutto cambia. I profili del Duomo di Como, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, si illuminano, splendendo nella notte grazie alle più moderne tecnologie di illuminazione. Led che ne disegnano i contorni, e vestendo i palazzi della piazza principale della città lariana con colori sgargianti, stalattiti e pupazzi di neve, ma anche con foreste di alberi e videoproiezioni.

È in questo tripudio di colori e suoni che decido di sorseggiare una cioccolata calda (per me rigorosamente con panna) in piazza, mentre assisto all’accensione di queste moderne luminarie, annunciate dagli squilli di tromba dal balcone del Broletto, sede originaria del Comune di Como.

Proseguo la mia passeggiata, perdendomi tra stradine illuminate e negozi, tra le ultime offerte del Black Friday e le occasioni di stagione.

io e il mio brezel (seguitemi su instagram su @marianocervone)

Anche Porta Torre è colorata in questa sera di festa: i suoi 40 metri di altezza sono il telo di pietra perfetto su cui proiettare auguri e forme variopinte.

Concludo la mia serata con un Brezel, nella sua declinazione altoatesina, con speck e formaggio fuso, certo che dovrò aspettare di ritornarci tra un anno per godere di un giorno indimenticabile come questo.

Insomma, se Carlo Collodi fosse nato in Lombardia, Pinocchio non sarebbe andato in un Paese, ma a Como, in una Città dei Balocchi dove ogni giorno è Natale.

Se volete seguire i miei spostamenti, consigli di viaggio e di cultura, seguitemi su instagram a @marianocervone

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Dan Brown ritorna con “Origin”, thriller tra arte moderna, scienza e tecnologia

copertina di Origin

Chi siamo? Da dove veniamo? È questa l’annosa domanda che affligge l’uomo sin dalla notte dei tempi, cui prova a rispondere Dan Brown con Origin. Dopo Roma, Parigi e Firenze, lo scrittore americano porta il suo professore-investigatore Robert Langdon, protagonista di una fortunatissima serie di libri, in Spagna, a Siviglia, dove è interamente ambientato questo nuovo attesissimo romanzo.

Per leggerlo però i fan dovranno aspettare fino al prossimo 3 ottobre, data di uscita ufficiale del libro, che sarà pubblicato in contemporanea in tutto il mondo: dall’Italia, dove il volume è pubblicato da Mondadori, agli Stati Uniti, passando per Gran Bretagna, Canada, Spagna.

Giunto al Museo Guggenheim di Bilbao per la presentazione di un importante evento durante il quale sarà annunciata una scoperta che “cambierà per sempre il volto della scienza”, il professore di simbologia e iconologia ad Hardvard, Robert Langdon, in compagnia della bella  Ambra Vidal, direttrice del museo, sarà chiamato a risolvere un nuovo enigma.

Kirsch, studente del professore vent’anni prima, sta per fare una rivelazione che potrebbe dare una risposta alla domanda sull’esistenza umana, annunciando al mondo una rivoluzionaria scoperta. L’ex studente lo fa nel modo più sensazionalistico e suggestivo possibile, con una presentazione che lascia tutti i presenti senza parole, e che anima una grande serata organizzata sin nei minimi dettagli. Tutto sembra procedere per il meglio, quando improvvisamente nel caos la preziosissima scoperta di Kirsch rischia di andare perduta per sempre.

Robert Langdon è così costretto a fuggire a Barcellona, con la missione di trovare una password criptata che possa sbloccare la scoperta di Kirsch. Aiutato dalla Vidal, Langdon percorrerà storia e religione della penisola iberica, scontrandosi con un nemico che potrebbe trovarsi all’interno delle alte mura del Palazzo Reale di Spagna.

Tra arte moderna e simbologia, Langdon e Vidal si troveranno faccia a faccia con la sconcertante scoperta di Edmond Kirsch.

Con una formula ormai consolidata negli anni, e uno schema a tratti un po’, è proprio il caso di dirlo, già “letto”, Brown mixerà ancora arte e scienza con la tecnologia più avanzata, come già successo per Angeli e Demoni e Il Codice Da Vinci, capostipiti letterari della fortunata serie di romanzi su Robert Langdon di cui anche questo nuovo volume fa parte, o come i primi thriller d’esordio quali La verità del Ghiaccio e Crypto, ci avevano lasciato presagire sin dalle prime pagine, confermando una formula che, benché stantia, continua a vincere e non cambia. Dan Brown infatti è stato tradotto in ben 56 lingue e con i suoi romanzi ha venduto oltre 200 milioni di copie.

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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

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Katy Perry torna con “Witness”, tra elettronica e dance. Ecco com’è

Katy Perry è tornata e cambia pelle, dimostrando di essere un vero cavallo di razza, che va oltre il fenomeno musicale del momento o il colpo di fortuna. Lei, che nel 2011 ha eguagliato il primato di Michael Jackson in 53anni di storia delle classifiche americane, diventando la seconda artista (e la prima donna) ad aver avuto ben cinque canzoni nella top-chart estratte da un unico album, Teenage Dream.

A quattro anni dal fortunatissimo PRISM, la cantante di Santa Barbara ritorna adesso con WITNESS, testimone, e c’è già chi grida al capolavoro, a dispetto dei primi singoli estratti non proprio fortunatissimi.

Che la Perry avesse intenzione di cambiare sound, l’avevamo intuito già lo scorso febbraio, quando ritornò un po’ a sorpresa con Chained to the Rhythm, brano in collaborazione con Skip Marley che vira verso un’elettronica più matura e meno commerciale. Ma il pezzo si ferma soltanto alla numero 4. Per correre ai ripari la cantante ha provato a rimediare con Bon Appétit, altro singolo, altra collaborazione: questa volta c’è il gruppo hip hop Migos, continuando ad indagare quelle sonorità elettroniche, a tratti lounge, che caratterizzano un po’ tutto questo nuovo lavoro dell’artista, ma la ricezione è persino peggiore e il singolo si arena addirittura al 59esimo posto in classifica.

Lo scorso maggio invece è stata la volta di Swish Swish (a mio avviso tra i migliori pezzi) in cui gioca la carta della rapper che da Bionic di Christina Aguilera a David Guetta ha provato a salvare la carriera a tanti big e non con collaborazioni e sperimentazioni non sempre riuscite, ma musicalmente interessanti, Nicki Minaj. Il brano è un campionamento di Star 69 dei Fatboy Slim. Scritto dalla stessa Perry è prodotto dal DJ Duke Dumont, la cui impronta vagamente dance è fortissima.

Il pezzo ha un’accoglienza migliore nelle chart dance, arrivando al settimo posto, non abbastanza tuttavia da scalare i posti alti nella classifica generale.

Ma Witness, composto da ben 15 tracce nella versione standard, potrebbe ancora riservare qualche sorpresa, a cominciare dalle ipnotiche Roulette e Déjà Vu.

Da tenere d’occhio Bigger than me e Save as Draft, in cui ritornano le sonorità del singolo del passato inverno, Rise, e lo spirito combattivo dell’artista che chiude questo lavoro con un’intensa ballad, Into me you see.

artwork di copertina di WITNESS di Katy Perry

E se come me vi siete chiesti il perché di una copertina in cui l’artista si copre gli occhi e guarda con la bocca, sappiate che dell’artwork la cantante ha detto: «La musica mi ha permesso di viaggiare, ha rieducato la mia mente e ha cambiato la mia prospettiva su tante cose. La mia educazione e la mia coscienza vengono dalla mia voce, ed esattamente così che io vedo, ed è ciò che oggi testimonio a voi e ciò che voi testimoniate a me. Ed è per questo motivo che l’occhio è nella mia bocca».

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“Totò Genio”, la mostra su Totò in tre sedi a Napoli fino al 9 luglio 2017

Nell’anno del cinquantenario dalla morte, il Maggio dei Monumenti di quest’anno a Napoli non poteva che essere dedicato alla figura di Totò, noto attore partenopeo che nella sua città è venerato come mito immortale di risata ed essenza di quella napoletanità goliardica che piace, e senza dubbio di diritto “monumento” della città di Partenope. ‘O Maggio a Totò, questo il titolo della rassegna di quest’anno, ha visto protagonista assoluto il principe della risata con diversi eventi sparsi in tutta la città, tra cui Totò Genio.

Voluta dall’Associazione Antonio De Curtis e promossa dal Comune di Napoli, la mostra ha avuto luogo grazie alla collaborazione con diversi enti, tra cui l’Istituto Luce, il Polo Museale della Campania – Palazzo Reale, la RAI e la SIAE, con lo straordinario contributo di Rai Teche e dell’Archivio Centrale dello Stato.

Suddivisa in tre sedi, si disloca in alcuni punti strategici e più suggestivi di Napoli, tra cui la Cappella Palatina (con un po’ di sacrificio della stessa) all’interno del Maschio Angioino, dove c’è Genio tra i geni, la Sala Dorica di Palazzo Reale, che ospita invece Totò, che spettacolo! e infine Dentro Totò, all’interno del Grande e del Piccolo Refettorio del Convento di San Domenico Maggiore.

Tre diverse location che raccontano altrettanti aspetti del compianto attore, attraverso spezzoni di show televisivi, lettere, fotografie, materiali in alcuni casi inediti e straordinari, che svelano la vita, l’arte e la grandezza di De Curtis.

All’interno del Museo Civico di Castel Nuovo, i visitatori potranno ascoltare e vedere alcune interviste di personaggi straordinari, contemporanei e non solo, che ricordano o raccontano la grande influenza che Totò ha avuto sulla loro arte: Eduardo e Peppino De Filippo, Ugo Tognazzi, Dario Fo, Achille Bonito Oliva, Roberto Benigni, Andrea Camilleri, Carlo Verdone, Fiorello. Sono soltanto alcuni dei personaggi che omaggiano Totò con un proprio pensiero o aneddoto.

A Palazzo Reale invece trovano posto costumi di scena originali, filmati e installazioni multimediali, accompagnati dalla voce dello stesso Totò.

Molto bello il percorso a San Domenico Maggiore che mostra invece un Totò particolarmente legato alla sua città d’origine, Napoli, con un filmato in cui l’attore fa da Cicerone, illustrando Napule” a’riggina. Ma il percorso narra anche di un aspetto meno noto della carriera cinematografica dell’attore, il suo legame con la pubblicità della Lambretta insieme a Franca Faldini, o quando la Perugina l’ha scelto, anticipando i tempi dei tanti cantanti e volti noti che oggi sono testimonial del noto cioccolatino, come volto per il famoso Bacio.

La mostra si chiude con Totò e il cinema, allestita nel Piccolo Refettorio, dove sono esposti manifesti, locandine e fotobuste dei 97 film che hanno visto protagonista Totò e che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

A fare da supporto all’evento c’è  il catalogo ufficiale, realizzato da Skira, introdotto da una prefazione di Goffredo Fofi.

L’esposizione è curata da Alessandro Nicosia, che ha coordinato anche la direzione generale del progetto, insieme al giornalista Vincenzo Mollica, e prodotta da C.O.R, Creare Organizzare Realizzare resterà aperta al pubblico, ben oltre il Maggio dei Monumenti, tenendo compagnia visitatori e turisti fino al prossimo 9 luglio.

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La Traviata orientale di Ferzan Ozpetek strega il San Carlo fino al 5 maggio

È una Traviata Turca, parafrasando il titolo di un noto film di Totò, quella con cui Ferzan Ozpetek ritorna al Teatro San Carlo di Napoli. E l’impronta cinematografica del regista de Le Fate Ignoranti, che firma di nuovo l’opera di Giuseppe Verdi dopo l’esordio nella stagione 2012/2013, è palese. A cominciare dall’overture che qui si fa quasi titolo di testa, con la proiezione gigante del volto di Violetta, la soprano Maria Mudryak, che con il suo sguardo interpreta la musica che di lì a poco la vedrà protagonista assoluta della scena.

Poi il buio. Il sipario si alza, mentre gli ultimi flash di macchine fotografiche e smartphone sovversivamente tentano di fermare la magia di quell’istante, lampeggiando nella sala scura come fulmini in lontananza tra le nubi.

Bellissima la scenografia, ad opera del premio Oscar Dante Ferretti, che in apertura restituisce allo spettatore una bellissima casa dell’alta borghesia francese di chiara influenza orientale. Tappeti, specchi, narghilè, cuscini disseminati un po’ ovunque sul pavimento, gli arredi, persino la carta da parati esprimono uno squisito gusto mediorientale.

Ozpetek infatti sposta in avanti le lancette del tempo: nella versione del regista Violetta non vive nel XIX secolo come nel testo originale, ma nella Parigi d’inizio ‘900, quella della Bella époque, quando la (ri)scoperta dell’Oriente influenzò il design e la moda.

Gli spettacoli, già tutti sold out, hanno visto il debutto della giovane Mariangela Sicilia nel ruolo della protagonista, che si è alternata a Maria Grazia Schiavo e Maria Mudryak.

Ed è perfettamente a suo agio la Mudryak, giovane soprano kazako, nei sontuosi costumi che Alessandro Lai ha disegnato per la sua Violetta Valéry, catturando l’attenzione sulla giovane protagonista, fasciata da un elegante abito di velluto rosso con ricami ottomani, di spilbergiana memoria, che metaforicamente la isola dalle altre figure femminili che compongono il bellissimo quadro d’apertura di una festante società borghese del XX secolo.

La Mudryak si muove altera e spavalda, e il primo atto si conclude così presto che quasi sembra duri più l’intervallo, tanta è l’attesa per il proseguo della storia.

Violetta è una donna dal passato turbolento, di cui si innamora, ricambiato, l’altoborghese Alfredo Germont.

Le luci si riaccendono, e quasi mi sembra di aver dimenticato di trovarmi nel teatro d’opera più antico d’europa. Mi ci vuole qualche istante per guardarmi intorno e apprezzare il fasto, l’eleganza delle lampade, la raffinatezza delle decorazioni dei palchi, sulle quali il suono scivola e si riverbera nell’aria creando un’acustica perfetta.

Guardo le reazioni degli spettatori intorno a me, ed è chiaramente percepibile l’euforia che gli attori trasmettono con le loro voci vibranti e la loro interpretazione di uno spartito che continua a stregare il mondo dal 1853 su libretto di Francesco Maria Piave.

È più lungo il secondo atto, che si divide tra il breve idillio amoroso di Violetta con il suo amato Alfredo, e il sacrificio che le chiede il padre di lui affinché suo figlio non si accompagni a una donna di dubbia morale che potrebbe mettere a repentaglio il buon nome della famiglia e in pericolo il matrimonio dell’altra sua figlia con un giovane di nobile casato.

Bellissimo il duetto tra Violetta e Giorgio Germont, il padre di Alfredo, cui dà voce il baritono Marco Caria, che sfodera una intensa capacità interpretativa, al punto da oscurare in più momenti lo stesso Alfredo, il giovane Matteo Falcier.

La Traviata che con quasi 700 recite è l’opera più rappresentata al Lirico di Napoli, si conferma come storia senza tempo e straordinariamente contemporanea, denunciando quanto il pregiudizio e le convenzioni sociali talvolta siano più forti di un amore che prova a riscattare un’eroina tragica dal suo turbolento passato.