LIBRI

Katherine Wilson, la moglie americana che dichiara amore alla “sua” Napoli

Sono incappato nel romanzo La moglie americana di Katherine Wilson per caso, dopo aver letto sulla sovraccoperta che questo romanzo, edito da Piemme e della collana Piemme Voci, farebbe rivivere la magia della Napoli di Elena Ferrante.

Se l’ambientazione a Napoli rimanda inevitabilmente ai romanzi della misteriosa scrittrice partenopea, La moglie americana è forse la perfetta sintesi tra la serie de L’Amica Geniale e Mangia Prega Ama di Elizabeth Gilberth. Non tanto perché, pagina dopo pagina, si evince una ricerca della felicità e dell’amore, quanto perché la Wilson parla della città come riuscita metafora del cibo.

Ogni capitolo infatti ha per lo più il titolo di un piatto tipico della tradizione napoletana, di cui l’autrice si serve per scandire lo scorrere del tempo, le stagioni, per raccontare festività e ricorrenze, analizzate con brio e ironia e talvolta un simpatico derby partenopeo-americano, confrontando abitudini e modi di vivere e vedere le cose.

Un’opera autobiografica in cui l’autrice ricorda i tempi in cui era arrivata nella città di Partenope fresca di studi, e così, come lei, la giovane Katherine del romanzo arriva a Napoli dalla West Coast a metà degli anni ’90 per uno stage al consolato americano.

foto: instagram @marianocervone

Desiderosa di conoscere il mondo, Katherine, il cui nome è perennemente storpiato dalla pronuncia napoletana in “Ketrin”, si immerge nel tessuto urbano di Napoli e in quel modus vivendi squisitamente partenopeo. Parla di tradizioni, sapori, cogliendone con intelligenza sfumature e sensazioni. Dal sartù di riso al polipo, dal ragù al capitone, capitolo dopo capitolo Katherine narra con sagacia di usanze e folklore, passando per delle intelligenti lezioni e riflessioni sulla lingua napoletana e sulle diverse espressioni in dialetto, che ad uno stesso napoletano sfuggirebbero.

Leggere La moglie americana dovrebbe essere un obbligo morale per qualsiasi napoletano.  Non solo perché il romanzo di Katherine Wilson è una dichiarazione d’amore a Napoli, ma perché consente di notare e apprezzare sfumature di Napoli, della borghesia e del popolo.

È bello leggere e leggersi nelle pagine della Wilson, che è stata capace di far sua e rendere perfettamente la mentalità napoletana, divertendo e al tempo stesso emozionando.

E se anche voi state considerando di fare un viaggio a Napoli o volete che qualcuno ve la racconti, correte a leggere questo romanzo, per scoprire l’anima della città raccontata da una moglie americana.

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ART NEWS

Raffaello, l’eco del mito tra passato e futuro. A Bergamo fino al 6 maggio

La mia visita a Bergamo inizia con un viaggio in treno molto suggestivo, che comprende uno scambio a Lecco. Il treno regionale è di quelli dalle ampie vetrate, attraverso le quali, come al cinema, scorgo panorami innevati come nell’Orient Express.

È tanta la gioia che mi rende felice come un bambino, questo viaggio, già prima di giungere alla mia meta, l’Accademia Carrara.

Raffaello e L'eco del mito mostra Accademia Carrara Bergamo 2018 (Mariano Cervone instagram) - internettuale
Mariano Cervone da instagram @marianocervone

Una salita per una ripida funicolare e un dedalo di stradine di acciottolato lombardo mi portano da Raffaello. L’occasione è la mostra L’Eco del Mito, una mostra che si ripropone di indagare l’influenza che il maestro urbinate ha avuto già sui suoi contemporanei e su tutti quei raffaelleschi che hanno provato a portarne avanti l’eredità artistica.

Raffaello nasce a Urbino, la città ideale di Federico da Montefeltro. Un ambiente, quello del centro Italia, in cui il maestro urbinate recepisce e fa sue le prime contaminazioni, sotto le vestigia del suo maestro Perugino.

Un percorso di storia dell’arte che svela quanto Raffaello, negli anni della formazione, si sia lasciato influenzare anche dal Pinturicchio, come racconta il Vasari nelle sue Vite o, come naturale che sia, è stato influenzato anche dal padre, il pittore Giovanni de’ Santi, nella cui bottega apprese le tecniche di disegno e pittura.

Sono molti i prestiti di questa esposizione, dalla Galleria Corsini di Firenze alla National Gallery di Londra, dal Louvre alla Pinacoteca di Brera. Molti dipinti arrivano da fondazioni private, precluse al pubblico, ed è dunque un’occasione unica per confrontare le opere raffaellesche con i suoi contemporanei e successori.

Dal Perugino eredita il gusto di colori morbidi, volti ieratici, la volumetria dei tessuti.

Nel cosiddetto Libretto Veneziano, appunti di studio scritti probabilmente da un suo allievo, ritroviamo i viaggi di studio.

Matita nera e penna su carta. Sono questi gli strumenti con cui sono ritratti uomini illustri e vedute di Urbino, che cedono il passo agli studi anatomici e la bronzistica greco-romana.

Raffaello mi appare in tutto il suo splendore, in una sua Madonna con bambino benedicente. Gli occhi lievemente sferici, la sacralità dei loro volti sereni.

Alcune opere ritornano per la prima volta insieme dopo la loro realizzazione: Nicola da Tolentino resuscita due colombe, il Miracolo degli Impiccati e Nicola da Tolentino soccorre un fanciullo che annega. Frammenti della Pala Baronci, realizzata dal magister nel 1500.

È evidente l’influenza giottesca nel miracolo delle colombe: un momento ritratto all’interno di una camera da letto, cui manca la quarta parete come una scenografia teatrale, vede il santo disteso al centro della scena in gesto benedicente.

In San Michele e il Drago Raffaello ricorda il pittore olandese Hieronymus Bosch, con figure mostruose e scene apocalittiche che si ispirano alla Divina Commedia dantesca: colori vibranti e la forza nei movimenti concitati rendono la dinamicità della scena.

Il percorso è un’ascesi artistica straordinaria, con un allestimento in tessuto molto bello.

Manifesto di questo evento è il suo San Sebastiano, ritratto dall’artista come un giovane uomo alla moda, raccolto in una contemplazione privata, intima, con grande attenzione per le lussuose e lavorate vesti, e per quella freccia, che si fa strumento di Dio, tenuta tra le dita quasi come una penna. Il maestro urbinate sfugge l’iconografia tradizionale, ed è qui messo in relazione con Pinturicchio e Perugino, con una bellissima Maddalena, un San Sebastiano e una Elisabetta Gonzaga.

Uno dei momenti più emozionanti di questa rassegna è ritrovarsi faccia a faccia con La Fornarina, vera e propria icona della storia dell’arte italiana, al pari della Gioconda vinciana. Sorride con sguardo languido, ed è solo ammirandola da vicino che mi accorgo di una velata sensualità, e malizia dei suoi gesti.

Non solo la sua opera, ma anche la sua figura di artista è rimasta viva nei posteri. Lo dimostra il ritratto di un Raffaello intento a dipingere la Madonna della Seggiola di Dionigi Faconti, ma anche nei ritratti immaginari di Cesare MussiniFelice Schiavone, che raccontano l’amore tra l’artista e la sua amata, dimostrando quanto questo legame alla fine del ‘700 era già entrato nella leggenda.

L’ultima sezione di questo grandioso excursus d’arte è dedicato alla storia dell’arte contemporanea. Ed è qui, che con grande sorpresa e gioia, posso ammirare addirittura un Picasso.

Un’eco, quello di Raffaello, che si riverbera nel passato e nel futuro, in ciò che c’è stato prima e in ciò che, dopo la sua morte, prosegue. Per sempre.

ART NEWS

Quattro dinosauri si aggirano per le strade di Bergamo. Ecco dove:

Al mio arrivo in stazione a Bergamo ho trovato un Indricotherium (non sapevo cosa fosse, finché non l’ho googlato), sotto leggeri fiocchi di neve. Sono giunto in città in occasione della mostra Raffaello e l’Eco del mito, e come prima cosa invece mi ritrovo faccia a faccia con un animale enorme: un dinosauro. L’ho sfiorato proprio come un asteroide sfiora il pianeta Terra, e mai similitudine mi sembra più appropriata. Sarà facile immaginare la mia espressione nel vedere anche in Piazza Cittadella un altro dinosauro in carne ed ossa… o quasi.

Stazione di Bergamo, dal profilo instagram @marianocervone

Se l’idea mi rimanda alla promozione hollywoodiana di un film della saga Jurassic Park, scopro subito, e da qui il mio post, che l’evento è stato invece creato per celebrare il centenario del Caffi, il Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo.

Come un bambino, memore dei film di Steven Spielberg degli anni ’90, non potevo non fare una foto con tanto di dinosauro e posa simil-spaventata.

Sono felice di essere incappato in questa promozione collaterale che ha dislocato in giro per la città un bel po’ di esemplari estinti, benché terrà le sale del museo chiuse al pubblico ben oltre la mia partenza, fino al 9 marzo. Il motivo però è dei migliori, e l’occasione è solenne. Il museo infatti è impegnato nell’allestimento di questa grandiosa (è proprio il caso di dirlo) mostra, Noi abbiamo 100 anni, loro molti di più: dinosauri al museo.

L’esposizione celebrativa aprirà ufficialmente al pubblico il prossimo 10 marzo, e sarà la protagonista delle sale del museo fino al 30 settembre.

Saranno 50 i dinosauri, per la gioia soprattutto dei più piccoli, che potranno essere ammirati insieme ad altri animali estinti, fossili, calchi, ricostruzioni e animali imbalsamati.

Museo di Scienze Naturali di Bergamo E. Caffi, da profilo instagram @marianocervone

Se volete (come me) sentirvi esattamente come Sam Neill nel film Jurassic Park del 1993, allora dovrete dirigervi proprio davanti al museo bergamasco, dove vi attende proprio un Diplodocus, mentre in Piazza Vittorio Veneto, tra il Donizetti e il Municipio, vi aspetta un Pachyrhinosaurus.

Se invece siete a caccia del re di tutti i dinosauri, andate verso l’Ospedale Giovanni XXII, e troverete ad accogliervi il terribile Tyrannosaurus Rex, che vi farà dubitare dell’estinzione di questi mastodontici mammiferi.

ART NEWS

Il Museo Archeologico di Napoli, tra successi, nuove sale e le mostre del 2018

È un momento davvero magico, quello che sta vivendo il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che nella prima domenica del mese di febbraio ha tagliato il record di 8000 visitatori, classificandosi al terzo posto, su scala nazionale, dei siti più visitati dopo il Colosseo e i Musei Romani.

Una crescita del 60% degli spazi espositivi negli ultimi dodici mesi, e la chiusura record per il 2017 con 500.000 visitatori, hanno aperto nuovi scenari per questo 2018 appena cominciato.

A questi va naturalmente aggiunto il risvegliato interesse da parte dei media per il museo, che l’hanno voluto come silenzioso protagonista di film come Napoli Velata di Ferzan Ozpetek, la fiction Sirene su raiuno o videoclip come Mystery of Love, colonna sonora del film nominato agli Oscar di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome.

MANN, sala del Toro Farnese (instagram @marianocervone)

Tra le iniziative, come vi ho già ampiamente anticipato qui, quella di nuovi spazi che eleveranno il museo napoletano al livello dei suoi grandi omologhi europei: nuovi spazi espositivi, una sala conferenze, una caffetteria sono soltanto alcune delle “Grandi opere” che attualmente interessano il MANN. Ma sono tante le novità che vedremo di qui a pochi mesi, a cominciare da nuovi allestimenti che meglio presenteranno le collezioni permanenti, passando per le tante mostre che animeranno quest’anno.

Se l’anno passato si è chiuso con la bellissima mostra sui Longobardi, che terrà compagnia al pubblico fino al 25 marzo, le festività pasquali porteranno un’altra grande rassegna incentrata sulle armi dei gladiatori. Ma non sarà il solo evento di rilievo che terrà impegnate le sale del museo che, all’insegna di questo innovativo connubio archeologico-contemporaneo che ha felicemente portato artisti della scena contemporanea nelle sale del museo di archeologia, vedranno una mostra su Star Wars e una su Pompei e gli Etruschi, che illustrerà invece quanto le due culture si sono influenzate a vicenda durante la dominazione romana e quanto invece si sono distanziate le une dalle altre sviluppando ognuna le proprie peculiarità.

Dopo tanti anni, e sono particolarmente felice di poterlo scrivere, pare che riapriranno la sezione dedicata alla Preistoria (che si trova nei sottotetti del museo) e quella dedicata alla Magna Grecia. Due ritorni, questi, che, uniti alle ritrovate sezioni egizia ed epigrafica, vede completare a poco a poco l’offerta del museo e il suo potenziale di attrattore turistico e vettore concorrenziale di cultura: «Il 2018 vedrà il cambio di marcia nell’attenzione per gli allestimenti, il decoro e i cantieri di lavoro nel Palazzo» ha anticipato il direttore Paolo Giulierini che con gioia ha annunciato un aumento di 10.000 presenze nel mese di gennaio di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2017. Un segno, questo, che fa presagire che il 2018, Anno Europeo del Patrimonio, è decisamente iniziato sotto un buon auspicio, lasciando ben sperare per “una nuova fase – continua il diretore – dopo la quale consegneremo alla città un museo con pochi pari in Italia e in Europa”.

ART NEWS, CINEMA

Napoli Svelata: i luoghi, i culti, le credenze e le citazioni del film di Ozpetek

Spinto dalle tante condivisioni e commenti al mio post su Napoli Velata, ho deciso di scriverne uno per svelarvi, letteralmente, tutto ciò che c’è dietro al film. A cominciare dalle location che hanno animato l’ultima pellicola di Ferzan Ozpetek in questi giorni nelle sale, e i posti dove i protagonisti, Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi, hanno dato vita a questa storia a metà strada tra culto, occulto e superstizione.

Un articolo dunque a vantaggio dei tanti appassionati di cinema alla ricerca dei set dei loro film preferiti e di quanti invece amano fare turismo cinematografico che, in una città come Napoli, è un valore aggiunto ai già tanti posti che è possibile vedere.

Palazzo Mannajuolo
(foto instagram da @marianocervone)

E non posso che cominciare dai crediti del film, e dal trailer che impazza in televisione, con quella scala ellittica che tanto sta entusiasmando gli appassionati d’architettura. Si tratta della scala elicoidale di Palazzo Mannajuolo, storica dimora della borghesia di Napoli, posta ad angolo tra Via Filangieri e Via dei Mille, strade dello shopping di lusso per antonomasia. Il palazzo, in squisito stile liberty, è stato costruito tra il 1909 e il 1911 ad opera dell’architetto Giuseppe Ulisse Arata, che ha realizzato questa straordinaria architettura che si adatta perfettamente allo snodo a Y delle strade in cui è posta.

Chiesa del Gesù Nuovo
(foto instagram da @marianocervone)

Non poteva mancare Piazza del Gesù, con la facciata dell’omonima Chiesa del Gesù Nuovo e il suo caratteristico bugnato, costituito da piramidi aggettanti, che ne fanno una delle architetture più note della città e, insieme all’obelisco dedicato all’Immacolata posto al centro della piazza, anche uno dei luoghi esotici ed esoterici più affascinanti.

Museo Archeologico Nazionale di Napoli
(foto instagram da @marianocervone)

I napoletani e quanti hanno vissuto la città la scorsa estate lo sapevano già. Alcune delle riprese del film sono state fatte all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza, tra record di visitatori, arte contemporanea e persino applicazioni per smartphone. Giovanna Mezzogiorno si muove sinuosa tra le sale del gabinetto segreto, quelle in cui sono custoditi gli affreschi pompeiani provenienti dai lupanare, i bordelli del tempo, che avevano il compito di sollecitare la fantasia e l’erotismo. Una citazione, quella di Ozpetek, che dopo la Centrale Montemartini di Roma che apre il suo film Le Fate Ignoranti, ritorna tra la scultura classica e la pittura romana, esaltando le forme eroiche del nudo virile e l’erotismo millenario che lega gli esseri umani gli uni agli altri.

Stazione di Toledo – Napoli
(foto instagram da @marianocervone)

Non mancano le ormai note stazioni dell’arte della metropolitana. Toledo. Già vista in altri corti, film e fiction televisive come Sirene, quella che è stata definita la stazione più bella d’Europa, ritorna prepotentemente anche nel film di Ozepetek, che non cede però alla tentazione di riprenderne l’ormai arcinoto foro che riproduce i fondali marini. Il regista rende omaggio agli artisti che hanno creato opere site specific proprio per le stazioni delle metro di Napoli, da Michelangelo Pistoletto alla stazione Garibaldi, inquadrato di sfuggita a Oliviero Toscani e la sua Razza umana/Italia che troneggia nel sottopasso di Montecalvario.

Nei meandri di sotterranei è stata invece allestita (probabilmente – se ne sapete di più i vostri commenti sono ben accetti) la bottega d’antiquariato di una torbida Isabella Ferrari e Lina Sastri, che collezionano sculture, dipinti, arredi e monili preziosi.

Il monumentale ingresso dove Adriana rivede Andrea è di Palazzo Carafa della Spina, architettura del XVII secolo di Via Benedetto Croce disegnata probabilmente dall’architetto Domenico Fontana. Secondo alcuni l’ingresso, rimaneggiato nel corso del XVIII secolo secondo un gusto barocco, è da addurre a Martino Buonocore, mentre secondo altri sarebbe addirittura di Ferdinando Sanfelice che nello stesso periodo si occupò anche di Palazzo Filomarino sulla stessa strada.

Le vie dove passeggiano Adriana e sua zia sono invece quello dello shopping borghese, anche queste già viste in Sirene. Parlo di Via Calabritto, passo che collega Piazza Vittoria a Piazza dei Martiri.

I napoletani l’hanno ribattezzato Lido Mappatella: da sempre spiaggetta libera in cui partenopei e non si bagnano nelle acque di Napoli, caratterizza la scena dove la protagonista ha un colloquio privato con un poliziotto, con il Castel dell’Ovo a far da sfondo alla soleggiata scena, che ha dato uno scorcio sulla Riviera di Chiaia.

Galleria Principe di Napoli
(foto instagram da @marianocervone)

Ozpetek è ritornato anche in un posto molto amato dal cinema e dagli sceneggiati televisivi, la Galleria Principe di Napoli, di fronte al Museo Archeologico Nazionale, dove Giovanna Mezzogiorno assiste ad un suggestivo spettacolo di tamburi. Maltrattata e trascurata, la galleria sta oggi rifiorendo come centro delle arti, ed è già stata protagonista di film come Il Talento di Mr. Ripley, con Matt Damon, e la fiction Pupetta con Manuela Arcuri.

Farmacia degli Incurabili a Napoli
(foto da trailer Napoli Velata)

Il luogo dove Pasquale, alias Peppe Barra, fa un’affascinante visita guidata a degli interessati turisti, è la Farmacia degli Incurabili, realizzata da Bartolomeo Vecchione, ospita oltre 400 vasi maiolicati realizzati all’epoca da Donato Massa, ceramista artefice del più noto Chiostro di Santa Chiara, della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e, più avanti sulla stessa via, della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Il luogo dove avviene una caratteristica tombola napoletana è invece la terrazza della Certosa di San Martino, con una straordinaria vista sul Vesuvio e su Napoli.

Adriana incontra Pasquale verso la fine del film nel cuore della Napoli popolare, il quartiere Mercato, nei pressi della Stazione Centrale.

A chiudere questa carrellata di monumenti c’è Cappella San Severo, nota per la scultura del Cristo Velato ad opera di Giuseppe Sanmartino.

Se invece eravate tra quelli che si chiedevano dove fosse il sontuoso appartamento della zia, interpretata da una bellissima Anna Bonaiuto, sappiate che si tratta dell’appartamento privato di un’amica del regista che, per l’occasione ed esigenze di copione, ha acconsentito che fosse completamente ri-arredato secondo il gusto baroccheggiante mostrato nella pellicola, e che nella realtà si trova a Piazza del Gesù.

I più attenti avranno senza dubbio notato che alcune riprese del film si sono svolte a Palazzo Sanchez de Leon. Ozpetek ha ottenuto dal proprietario, il principe Caracciolo, di poter girare in questi luoghi che, nella loro storia hanno visto due sole altre produzioni cinematografiche, quella di L’oro di Napoli, con Vittorio De Sica, e Viaggio in Italia di Rossellini. È qui che sarebbe ubicata la casa di zia Adele.

Straordinaria la gentilezza di Rosaria Vaccaro, attrice che ha recitato proprio in Napoli Velata, che, leggendo il mio post, raccoglie la mia richiesta, e tiene a farmi due precisazioni. E come non aggiungere con piacere questo prezioso contributo?! Così apprendo che la scena in cui Adriana incontra Pasquale è sì nel Quartiere Mercato, ma più propriamente alle spalle di Porta Nolana, caratteristica strada di pescivendoli, più nota al popolo napoletano come ‘ngoppe ‘e mure (sulle mura).

Sono felice invece di apprendere una cosa che ignoravo: la scena dove Adriana aspetta per il consulto con la veggente, interpretata magistralmente da una enigmatica Marialuisa Santella, è il Lanificio accanto a Santa Caterina a Formiello.

Parto dei Femminielli
(foto da trailer Napoli Velata)

Si è parlato di un film colto, quello di Ozpetek, che con questa pellicola ha forse messo in luce le somiglianze tra Napoli e la sua natia Istanbul. E lo è. Napoli Velata, infatti, con citazioni e riferimenti a culti misterici, si apre con il tradizionale parto dei femminielli, rito apotropaico pagano che, proprio attraverso un velo, consente di intravedere soltanto il momento cruciale della nascita: «La verità non va guardata in faccia nuda e cruda ma la devi sentire, intuire. Il velo non occulta, ma svela» quasi ricordando quel velo di Maya teorizzato dal filosofo Arthur Schopenhauer.

Ma il tema del velo è ricorrente in tutto il film, e ricompare anche durante la visita guidata di Pasquale, alla Farmacia degli Incurabili che, secondo la leggenda, sarebbe stata costruita lungo un percorso di iniziazione massonica che attraverserebbe un velo sorretto da due angeli, che rappresenterebbero i misteri della magia e dell’alchimia, concludendosi con un altorilievo che rappresenta un utero, ricollegandosi direttamente a questo tema della nascita e della vita.

A chiudere il film è un altro velo, l’ultimo, quello marmoreo scolpito da Sanmartino, che ha avuto il pregio di riprodurre fedelmente nella pietra dura la Sacra Sindone, in un tema di morte e resurrezione che si rincorrono in un eterno ciclo di vita che si rinnova, e che si conclude nel vicolo San Severo con il rumore dei passi di Adriana, rimandando direttamente a quella leggenda, squisitamente napoletana, che vuole che a mezzanotte, nei vicoli di Spaccanapoli si odano ancora il rumore degli zoccoli e della carrozza del principe Raimondo de Sangro che continua, con il suo alone di mistero, a proteggere questa Napoli velata che Ozpetek ha saputo raccontare.

Le immagini provengono dal mio account instagram @marianocervone

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INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ecco perché il mio feed su instagram è così diverso da tutti gli altri

In pochi lo sanno, ma lo scorso ottobre instagram ha compiuto sette anni. Se all’inizio questo social network dedicato alla fotografia aveva fatto la gioia di chi come me amava il fascino vintage di polaroid e foto d’epoca, che era possibile ricreare con i suoi famosi filtri, col passare del tempo è diventato qualcosa d’altro, ed ha perso quella spontaneità, quell’“instant” delle nostre foto che ci divertivamo a pubblicare semplicemente per celebrare un momento. Oggi sono oltre 700 i milioni di utenti iscritti. In Italia quelli attivi sono ben 8 milioni. Per rendervi conto della portata di questo fenomeno, basti pensare che è l’equivalente di una prima serata di Sanremo in TV, in termini di audience. Tutti i giorni.

Il 53% degli utenti del nostro paese sono donne. Appassionate di moda soprattutto, ma anche fotografe, fashion e food blogger.

Da foto distratte fatte con rudimentali camere degli smartphone, instagram si è trasformato, e continua a trasformarsi, in un network di professionisti e, compresa la grande importanza di questo social in ascesa, ognuno tenta più o meno maldestramente di rubare un pezzetto di notorietà da questo grande pubblico che ruota intorno a fotografie perfette e attimi finti.

Gran maestri del selfie, professionisti della posa plastica, visual e interior designer, ma soprattutto fotografi e videomaker. Ricreiamo situazioni con lo smaccato intento di affascinare, raccogliere like e commenti, per crescere o creare popolarità.

Instagram ormai ha perso l’immediatezza che contraddistingueva le nostre prime immagini, mutandosi in una vera e propria guerra dell’immagine a colpi di relflex e shooting fotografici.

Feed sempre più concettuali e monocromatici, ognuno alla ricerca di un proprio stile, o soggetto, che paradossalmente lo rende uguale agli altri: finto.

Basta fare un giro nella ricerca per accorgersi che, fatta eccezione per influencer e personaggi famosi, l’home page è un tripudio sì di raffinatezza e cura dei dettagli, ma a svantaggio di quella “istantaneità”, è proprio il caso di dirlo, con cui un tempo ci raccontavamo.

Come se app e filtri per raggiungere quell’innaturale aspetto di perfezione non fossero già stati abbastanza, ecco che per provare a risalire la china, o i trend, bisogna imparare ad essere fasulli.

Colazioni sempre più abbondanti, variegate e ricche, in finissime porcellane e toni pastello. Pranzi e cene rigorosamente scattati dall’alto, da quella verticalità di immagine cui ci stiamo abituando. E poi newsfeed color crema con poche nuance delicate ad enfatizzare uno stile proprio, omologandosi però alle mode imperanti del web.

il feed del mio profilo @marianocervone

Il risultato è feed belli da vedere, ma impersonali. Immagini che non contrastano con le altre, che seguono concept ben precisi, ma che non raccontano più una persona, ma solo la professione. Un popolo di pseudo-famosi senza un reale pubblico, ma circondati da altri che vorrebbero emergere da questo mare di profili anonimi.

Per un po’ ci ero cascato anche io. Mi ero fatto prendere da questa smania virtuale di piacere ad ogni costo, dal brand che ti regala questo o quello e tu devi in qualche modo promuoverlo, lasciandomi sedurre dal narcisistico potere del like, da quei tanti cuoricini che ti danno quell’illusoria sensazione di sentirti amato e ammirato al pari di una vera star, quando molti invece provenivano da BOT, un sistema di automatizzazione di azioni che consente di far crescere il proprio profilo attraverso una meccanica interazione di profili.

La sete di popolarità aumenta, e per sedarla si comincia a postare foto in orari strani: emisfero est, emisfero ovest, Stati Uniti, 12.00, 17.00, si cominciano a mettere insieme una serie di nozioni trovate per caso sul web che si rincorrono a piccoli esperimenti quotidiani.

Poi nel maggio scorso instagram cambia la sua politica, abolendo i BOT, abolendo tutti quei servizi che da instagress in poi consentivano, tramite il pagamento di un abbonamento, di mettere like e commenti senza star lì delle ore a farlo materialmente. Cambia l’algoritmo, i trasgressori saranno puniti con lo shadowban, una sorta di “bolla” in cui vengono rinchiusi, che consentirà di mostrare le foto soltanto a chi già segue il proprio profilo, senza comparire nella ricerca senza risalire i trend. Un esilio virtuale senza una reale soluzione: tanti i consigli e le voci che si rincorrono sul web, sui canali YouTube, poche le informazioni affidabili per poterlo evitare o eliminare.

In questo modo si premiano le foto, le interazioni si fanno reali, la guerra più accesa. Se da un lato l’algoritmo rende difficile la vita di coloro che cercavano scappatoie verso una celebrità irreale, adesso sono i contenuti quelli che contano davvero.

E allora scatti professionali, bokeh, luoghi esotici e location di grido. Rapporti genuini che si basano su di una finzione scenica, come un proscenio teatrale.

È per questo motivo che nel mio profilo, @marianocervone, troverete soltanto immagini mie, fatte con il mio telefono, tratte da momenti reali della mia vita, dove anche le mise en scene sono la semplice ricerca estetica di un qualcosa che sto facendo davvero: che sia un tè, un regalo, la lettura di un romanzo o un piatto che mangio è la pura espressione della bellezza di una vita che amo e che mostro così com’è. Perché è questo che dovremmo raccontare di nuovo tutti su instagram, gli istanti reali.

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La Città dei Balocchi, la perfetta atmosfera di Natale. A Como fino a gennaio

Il mio Natale quest’anno è arrivato in anticipo come uno spot CocaCola in TV. Dopo aver criticato per anni il precoce arrivo di Babbi Natali e renne, che già da fine ottobre invadono televendite e vetrine in strada, ho voluto anch’io prendermi un assaggio di festività in anticipo. E quasi ci sono rimasto male quando ho visto che per il weekend del 19 scorso, il tradizionale Albero di Natale nella Galleria Vittorio Emanuele II, che oggi invece troneggia con tutti i suoi scintillanti Swarovski, era ancora in fase di allestimento.

Tiffany & Co Milano Duomo di Milano Christmas Tree Albero di Natale - internettuale
l’Albero di Natale di Tiffany in Piazza Duomo a Milano (instagram @marianocervone)

Ho potuto sognare, eleggendo quello che, a mio avviso, è quest’anno l’albero più intimo e caldo di Milano, quello di Tiffany in Piazza Duomo, che solo a guardarlo fa venire voglia di sentirsi una novella Audrey Hepburn che, anziché colazione, nella gioielleria ci passa addirittura tutte le vacanze.

Ma per una vera e propria immersione nella magica atmosfera natalizia, mi sono diretto a Como, dove da quasi un quarto di secolo viene allestita la Città dei Balocchi. Giunta alla sua ventiquattresima edizione, ha preso ufficialmente il via lo scorso 25 novembre, e terrà compagnia comacini e non fino al prossimo 7 gennaio 2018.

Al mio arrivo in piazza sento immediatamente le voci di un coro che dal vivo intona brani festosi.

Mercatini di Natale, luci e canti tradizionali. Sono questi i tre ingredienti sapientemente amalgamati, che ne fanno un posto perfetto anche per famiglie. Qui il profumo della frutta candita e dei dolci, si confonde con quello dei prodotti tipici e artigianali degli altri chalet. Cacciagione, salumi, ma anche formaggi stagionati e birre. È come fare un piccolo tour enogastronomico di tutta l’Italia e, di regione in regione, ogni stand offre e propone un assaggio di affettati e caci.

È impossibile sottrarsi alla tradizione di un buon vin brûlé, e scaldarsi con i suoi sentori aromatici di cannella e chiodi di garofano. È la prima volta che lo bevo, e subito sento questo vino caldo divamparmi dentro come un fuoco, mentre continuo a passeggiare tra le bancarelle, piccole wunderkammer delle meraviglie, dove scopro la calda lana di alpaca, colorate ceramiche e infinite decorazioni e idee regalo.

Comprare in questi mercatini diventa quasi un dovere civico, per sostenere quell’artigianato, squisitamente italiano, che ci regala prodotti di altissima fattura.

Ma non mancano lungo questo percorso anche bancarelle dall’oriente, con sete, stoffe e lavorazioni dal gusto più esotico.

Mi dirigo verso il centro della piazza, cuore pulsante di questo micro-mondo, e scorgo una bellissima pista di pattinaggio, dove bambini, adulti e fidanzatini si divertono e sorridono come in un film di Nancy Meyers.

All’imbrunire tutto cambia. I profili del Duomo di Como, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, si illuminano, splendendo nella notte grazie alle più moderne tecnologie di illuminazione. Led che ne disegnano i contorni, e vestendo i palazzi della piazza principale della città lariana con colori sgargianti, stalattiti e pupazzi di neve, ma anche con foreste di alberi e videoproiezioni.

È in questo tripudio di colori e suoni che decido di sorseggiare una cioccolata calda (per me rigorosamente con panna) in piazza, mentre assisto all’accensione di queste moderne luminarie, annunciate dagli squilli di tromba dal balcone del Broletto, sede originaria del Comune di Como.

Proseguo la mia passeggiata, perdendomi tra stradine illuminate e negozi, tra le ultime offerte del Black Friday e le occasioni di stagione.

io e il mio brezel (seguitemi su instagram su @marianocervone)

Anche Porta Torre è colorata in questa sera di festa: i suoi 40 metri di altezza sono il telo di pietra perfetto su cui proiettare auguri e forme variopinte.

Concludo la mia serata con un Brezel, nella sua declinazione altoatesina, con speck e formaggio fuso, certo che dovrò aspettare di ritornarci tra un anno per godere di un giorno indimenticabile come questo.

Insomma, se Carlo Collodi fosse nato in Lombardia, Pinocchio non sarebbe andato in un Paese, ma a Como, in una Città dei Balocchi dove ogni giorno è Natale.

Se volete seguire i miei spostamenti, consigli di viaggio e di cultura, seguitemi su instagram a @marianocervone

ART NEWS

Botero all’AMO di Verona fino al prossimo 25 febbraio

Famiglia con animali

È un mondo variopinto e colorato, quello di Fernando Botero, che con le sue opere ha raccontato con ironia e gioia la sua Colombia e la storia dell’arte. Opere, personaggi e luoghi accomunati figure opulente, forme tondeggianti e toni sgargianti, che fanno di una sua mostra un gioco in cui perdersi e divertirsi.

Dopo Roma, l’evento co-prodotto dal Gruppo Arthemisia e MondoMostre Skira arriva all’Amo-Palazzo Forti di Verona fino al prossimo 25 febbraio. E se non siete riusciti a vederla al Vittoriano nella Capitale, allora non dovete perdere l’occasione di (ri)scoprire questo originale artista, che passa con nonchalance dalla scultura alla pittura, con immutato brio.

Un tratto distintivo che l’artista tiene a mantenere per essere riconoscibile tra i tanti, e per raccontare nel suo originalissimo modo il mondo che lo circondava.

Mariano Cervone, profilo instagram @marianocervone

Ho scoperto un artista che vive della sua arte, molto legato alla sua terra di origine e ai personaggi che ne hanno disegnato la storia, eppure Botero è un uomo che sa prendere in giro la vita con sagace ironia. Vederlo al Vittoriano questa estate mi ha divertito molto, ed è stata la perfetta conclusione di una sera d’estate.

La Fornarina, una delle opere di Fernando Botero

Questa mostra, che caldamente consiglio, è un modo per avvicinarsi all’arte divertendosi, allontanando la polverosa idea di esposizione che annoia. Al contrario non ho potuto trattenere qualche sorriso dinanzi alle espressioni buffe di ritratti di famiglia o di gruppo, come i preti, gli ambasciatori, le donne.

50 le opere selezionate per questo evento, che raccontano in parte la sua vita, le persone e le personalità che l’hanno influenzata, e i luoghi abbandonati e ritrovati che hanno caratterizzato il lungo corso della sua carriera. Una serie di mostre, questa, con cui Fernando Botero celebra il suo 85esimo compleanno.

Curata da Rudy Chiappini, la mostra s’intitola semplicemente Botero, e ha visto la stretta collaborazione dello stesso artista per mettere insieme le opere che raccontano gli ultimi due decenni in particolare della sua ampia produzione.

Favolistico, ironico, giocoso, ma anche vagamente trasgressivo e all’avanguardia. Nell’arte di Botero non mancano infatti monumentali nudi e scene d’amore di cortigiane e clienti, viaggiando dalle calde atmosfere del Sud America all’Italia, in un mix di sentimenti e sensazioni, che vanno dall’ironia tipica delle sue opere alla nostalgia per la sua terra di origine.

Venere e Cupido, una delle opere di Fernando Botero

Dieci le sezioni che raccontano le diverse fasi della sua pittura. Non mancano divertenti riferimenti agli artisti del passato, dai Coniugi Arnolfini alla Fornarina di Raffaello, da Velasquez a Goya passando per Piero Della Francesca e Leonardo.

Tante anche le colorate nature morte che i visitatori potranno incontrare lungo il percorso, e che consentiranno un’attenta riflessione anche sulla poetica dell’artista e sui sentimenti che hanno generato questi dipinti forse meno noti, ma perfettamente riconoscibili, di un artista che è riuscito a lasciare il segno nel mondo dell’arte contemporanea diventando già classico.

LIFESTYLE

Thor of Sweden, l’Ancora dal design minimal svedese

Oggi è iniziata la Milano Fashion Week, la settimana della moda che porta nella capitale lombarda, fino a lunedì 25, l’haute couture che vedremo nella prossima stagione.

Due maxischermi in città, uno in Piazza San Babila e l’altro in Piazza Gae Aulenti, per seguire un evento che porta quest’anno ben 63 sfilate e 159 collezioni, per trovare tra le nuove proposte il proprio stile personale senza però rischiare di apparire demodé e antiquati.

Mentre ci toccherà aspettare ancora qualche giorno prima che magazine patinati e riviste di settore ci suggeriscano le tendenze migliori da indossare, ecco un accessorio di cui fashion blogger e fashionisti, non possono più fare a meno, e lo abbinano frequentemente alle loro mise quotidiane e agli outfit che propongono sui loro social network.

Chi gira su instagram come me lo sa bene, i bracciali con le Ancore sono già da qualche anno ormai un vero e proprio must per gli amanti del fashion. Questo accessorio è diventato nel giro di poche stagioni un classico intramontabile, che ognuno, soprattutto nella bella stagione, vuole sfoggiare al polso per sentirsi alla moda.

Sono tanti i falsi e le imitazioni da cui guardarsi. Se volete un oggetto di design, ma soprattutto di alta qualità, allora dovreste preferire lo stile minimal-chic del brand svedese di Thor of Sweden.

bracciale Thor of Sweden, instagram @marianocervone

Ho ricevuto questo bellissimo bracciale questa mattina e subito sono stato preso dalla smania di parlarvene.

Non appena l’ho indossato ho subito percepito quella piacevole sensazione di accessorio esclusivo, un oggetto di lusso, ma non per questo proibitivo.

Questo marchio produce nel suo studio e nella sua fonderia di Stoccolma una vasta linea di bracciali unisex accomunati dal tipico design dell’ancora stilizzata riconoscibile anche sul celebre logo.

Il disegno scandinavo coniuga perfettamente l’eleganza alla modernità, realizzando un gioiello classico senza tempo.

Come il celebre martello della divinità teutonica Thor, questi bracciali si propongono di incarnare la forza, la potenza, l’autostima, il successo e la determinazione per chi li indossa, e sono pensati per chi vuole un design sofisticato e innovativo al tempo stesso, esternando quella forza interiore che si trova in ognuno, sviluppando e migliorando la propria attrazione.

Materiali di grande durezza e resistenza, che vanno dall’oro 18 carati all’argento, passando per il rodio dando vita ad una collezione che si declina perfettamente con ogni stile.

Tante le combinazioni di colori e rifiniture, dall’oro rosato al grigio chiaro, dal bianco al nero per adattarsi perfettamente a qualsiasi genere, età, abbinamento.

LIFESTYLE

L’eyewear alla moda e di qualità con sconti fino al 70%. Ecco dove:

Nice to see you, dice così la mia confezione che mi è stata appena recapitata per posta, piacere di vederti. Un gioco di parole che mi anticipa già il contenuto dell’involucro. È così che si presenta GlassesUSA.com ai suoi clienti che ordinano occhiali, da vista e da sole, attraverso l’omonimo sito web.

Un ampio catalogo virtuale, che offre decine di brand tra cui scegliere e centinaia di modelli, tra i quali riuscirete a trovare sicuramente il vostro stile, ottenendo sconti che arrivano fino al 70% su prezzi al dettaglio, e per i nuovi clienti che vogliono ricevere sconti e promozioni possono ricevere coupon e promo sottoscrivendo la newsletter dal sito.

Un paio di occhiali da vista, con montatura e lenti, costa appena 48 $, con la prescrizione gratuita delle lenti inclusa con ogni montatura.

io indosso gli occhiali MUSE, seguite la mia pagina instagram: @marianocervone

Ray-Ban, Oakley, Armani, Gucci, Persol, Prada sono soltanto alcune delle griffe che è possibile trovare navigando le pagine del sito internet. Una selezione vastissima con oltre 2500 stili diversi. Modelli classici, iconici, che hanno fatto la storia dell’eyewear, e che continuiamo inconsciamente ad ammirare nei film della vecchia Hollywood, sulle copertine dei rotocalchi d’epoca, sulle riviste patinate. Ma anche montature dal taglio moderno, contemporaneo, quasi futuristico, per chi invece è alla ricerca di un accessorio stiloso, fashion, particolare.

Ma GlassesUSA.com è un sito completo per l’eyeglasses, che affianca agli occhiali una vasta scelta di lenti, trattando con i principali produttori. Da Acuvue a Biomedics, da Avaira a Air Optix. Per chi vuole vedere con chiarezza, ma con discrezione, o chi per sfizio, noia o gioia vuole cambiare il colore dei propri occhi.

Lenti fatte da ottici professionisti presso i laboratori della casa. Standard, bifocali, progressive. Ce n’è per tutti i gusti e le esigenze.

uno dei tanti modelli che potete trovare su GlassesUSA.com

Ai più grandi e blasonati marchi, c’è tutta una serie di produzioni proprie di GlassesUSA.com come Ottoto, MUSE, Amelia E. Due linee con due stili molto diversi: la prima è l’ideale per chi vuole un design che omaggia la nostra Italia, le sue forme, la sua moda. Occhiali da vista, con lenti di qualità, ma anche da sole per il mare, la città, il tempo libero. In metallo o in plastica, squadrati o tondeggianti, per vestire l’essenza del tricolore e di quell’allure italiano senza tempo.

MUSE invece è per chi ama quello stile vintage, un po’ retro, a metà tra James Dean e Lana Del Rey. Occhiali che solcano un modo di essere come un bambino ricalca un disegno, e lo fa proprio, rivisitandolo con la sua personalità.

Chi mi conosce sa bene che non poteva che ricadere su questa seconda linea la mia scelta, optando per un modello che mi ricorda quelli anni ’60 di John Fitzgerald Kennedy.

È palpabile la qualità di questa montatura, che già al tatto sento robusta, forte, ed è letteralmente visibile la qualità delle lenti attraverso le quali vedo un’immagine nitida, pulita, non distorta, ma allo stesso tempo mi sento schermato e protetto dai raggi UV.

i miei nuovi occhiali MUSE, da GlassesUSA.com

Un colpo di fulmine. Questi occhiali da sole sono resistenti e leggeri. È una sensazione bellissima quella di passeggiare per le vie della mia città, con un paio di occhiali confortevole, che mi fa sentire bene con me stesso, mi fa sentire a mio agio con il mio volto, donandomi quella sicurezza di indossare un accessorio che riesce a trasmettere quella sensazione da cui nasce il vero benessere. Quella che ti fa sentire a proprio agio, più protetto e, soprattutto, anche più alla moda.

Il sito offre inoltre un simpatico quanto utile strumento, quello dello specchio virtuale, attraverso il quale caricare una propria fotografia e provare virtualmente ogni montatura, per scegliere quella più adatta al proprio viso.

Se siete ancora titubanti sugli acquisti on-line, sappiate che questi sono acquisti a zero rischi: il trasporto e la restituzione sono gratuiti, garantendo il rimborso totale della spesa al 100% entro 14 giorni dalla consegna, senza dover motivare il reso.

Chiudo la scatola, e mi accorgo che sotto c’è scritto see you next time, ci vediamo la prossima volta. Sì, sono sicuro che questa non sarà l’ultima. Arrivederci, GlassesUSA.com.

Sfogliate il catalogo e comprate gli occhiali dei vostri sogni risparmiando fino al 70%.

Ecco il link!