INTERNATTUALE

Presentate all’F8 le nuove funzioni di instagram: ecco tutte le novità

Grandi novità dal mondo dei social e di instagram in partcolare. Se in molti, me incluso, continuiamo ad essere preoccupati per lo shadowban e la minore visibilità che inevitabilmente a colpito le immagini di tutti, Zuckerberg e soci guardano già al futuro e, archiviata la parentesi di fuga dati sensibili, hanno presentato al pubblico dell’F8, la conferenza degli sviluppatori facebook dove sono state presentate i cambiamenti che interesseranno il web.

A entrare nel mirino del social network sono adesso Tinder e le app di incontri. Pare infatti che all’interno della piattaforma social sarà possibile incontrare persone, proseguendo l’ottica di connessione tra le persone sempre più reale e meno virtuale.

immagine Later.com

Tante le novità anche per quanto riguarda instagram. Gli amanti del social fotografico infatti presto si relazioneranno con una nuova home page. La novità più grande, presentata ieri all’F8, riguarda proprio Instagram Explorer, completamente ridisegnata, e che pare arriverà molto presto.

immagine da Later.com

La nuova home page, pare, che non mostrerà soltanto un con i post più popolari in base a ciò che ti piace e a ciò che si guarda, ma consentirà di navigare i contenuti a seconda dei propri interessi attraverso la funzione “canali“.

Questa funzione renderà l’esperienza di navigazione più personale, permettendo agli utenti di scegliere cosa guardare e con cosa interagire, ma soprattutto con post che ti piacciono davvero, piuttosto che guardare post che instagram “pensa” ti possano piacere.

Questo forse dovrebbe un po’ aprire anche gli utenti dalle micro o macro bolle dei propri follower permettendo un maggior engagement.

L’intelligenza artificiale, sulla quale sempre più prodotti puntano, interesserà anche instagram e, ha detto Tamar Shapiro, che questo algoritmo opererà una classificazione dei contenuti, con un risultato più personalizzato.

Se adesso è possibile chattare con un altro utente e rendere questa videochat live, una delle nuove funzioni che sarà aggiunta sul social fotografico è la possibilità di fare videochat di gruppo in privato, con una nuova icona che apparirà nella sezione messaggi in alto a destra.

Ancora filtri e realtà aumentata. Il social continua a fare battaglia (vincendo) a Snapchat, con l’aggiunta di nuove divertenti funzioni, con la possibilità di creare filtri personalizzati, per la gioia di brand e influencer.

Molti amano condividere nelle proprie stories la musica che ascoltano. Ma se finora dovevate accontentarvi del silenzioso screenshot di Spotify, con i prossimi aggiornamenti, come già accade per facebook, potrete condividere i brani che state ascoltando direttamente attraverso Spotify, includendo così anche l’audio.

E infine, per combattere il bullismo, il social network di fotografia includerà una funzione che impedirà commenti offensivi o molesti.

Non c’è ancora una data ufficiale, per il momento dobbiamo aspettare, ma una cosa è sicura: presto ci saranno nuovi cambiamenti.

Le immagini da later.com, qui l’articolo con tutte le informazioni.

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LIBRI, TELEVISIONE

Piccole Donne: su SkyUno arriva la serie BBC dal romanzo di Louisa May Alcott

L’ultima versione che la mia generazione può ricordare è quella del 1994 con Winona Ryder nel ruolo di Joe March. Piccole Donne sta per ritornare sugli schermi, anzi, per essere precisi, sui piccoli schermi. Tre puntate che ripercorreranno la storia ispirata all’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, a 150 anni esatti dalla sua pubblicazione. Un romanzo di formazione diventato non solo un classico, ma un vero e proprio cult, che racconta le vite delle quattro ragazze March: Joe, Amy, Meg e Beth e le scelte che le porteranno a diventare, come recita il titolo, delle piccole donne.

A raccogliere idealmente il testimone della Ryder c’è questa volta Maya Hawke (figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke), che vedremo anche nella terza stagione di Stranger Things, mentre Amy avrà il volto di Kathryn Newton, già apparsa in un’altra mini-serie cult, Big Little Lies con Nicole Kidman.

Tra i volti più noti Willa Fitzgerald, famosa al pubblico per le sue partecipazioni in serie cult come GothamScream la serie e Royal Pains, mentre Beth ha il volto della bellissima Annes Elwy.

Con loro un cast di prim’ordine: dalla candidata all’Oscar Emily Watson alla veterana Angela Lansbury, nota in Italia soprattutto come La Signora in Giallo, Oscar onorario nel 2014 e vincitrice di ben quattro Tony Awards, e Michael Gambon, l’Albus Silente della serie cinematografica Harry Potter.

Emily Watson, Kathryn Newton, Maya Hawke, Willa Fitzgerald, and Annes Elwy

Siamo nel Massachusetts negli anni della Guerra di Secessione, il capo famiglia, Robert, parte per il fronte, lasciando la sua piccola famiglia di donne a casa. La madre Marmee e le loro quattro figlie.

Joe, anticonformista e ribelle, che fa da dama di compagnia all’anziana zia, la creativa Amy, che ama disegno e pittura, l’introversa Beth che suona il piano, e la sorella maggiore, Meg, che cerca approvazione e affermazione nella società.

Negli anni tante sono state le produzioni cinematografiche che hanno trasposto questa storia intramontabile: dal bianco e nero di Harley Knoles del 1933, ad una delle versioni più celebri, quella del 1949 a colori, di Mervyn LeRoy, che aveva come protagoniste Elizabeth Taylor, bionda e boccolosa per l’occasione, e Janet Leigh (che diventerà musa di Hitchcook per il film Psycho), e il nostro Rossano Brazzi (lanciatissimo all’estero) che interpretò il professore che sposa Joe.

Nel 1988 il romanzo ispira addirittura un anime, Una per tutte tutte per una, trasmesso in Italia sulla rete Mediaset, Italia1.

Questa mini-serie è invece prodotta dalla BBC One e arriva in Italia nella prima serata di SkyUno HD a partire dal prossimo 11 maggio.

ART NEWS

Dei, eroi, uomini. Il Maggio dei Monumenti di Napoli dedicato a Giambattista Vico

Iniziata ufficialmente con un weekend di anticipo, il 28 aprile, la rassegna Maggio dei Monumenti, appuntamento irrinunciabile per i napoletani, è giunta alla sua XXIV edizione. Tema di quest’anno, a 350 anni esatti dalla sua nascita, Giambattista Vico, e L’età degli Dei, l’età degli Eroi, l’età degli Uomini, che accompagnerà i turisti e i partenopei fino al prossimo 3 giugno.

Giambattista Vico, figlio di Napoli e suo rappresentante, nacque nel cuore del centro storico della città, è stato un fervido lettore, animato dalla curiosità per il mondo, studioso di filosofia e di diritto.

Giambattista Vico è anche un perfetto esempio di dignità: allevò una famiglia numerosa con mezzi modesti, e visse in una casa poco più grande di quella in cui era nato.

Oggi ci restano opere meravigliose, che testimoniano la sua vita e la sua sensibilità.

L’edizione del Maggio dei Monumenti di quest’anno celebra il centro storico della città, patrimonio dell’UNESCO, attraverso gli occhi del suo illustre cittadino: chiese gotiche, rinascimentali e barocche, gli eleganti palazzi signorili, gli antichi monasteri, le sedi di istituzioni culturali e luoghi di studio sono protagonisti della più grande festa della Cultura del mondo.

Reading, spettacoli teatrali, conferenze, mostre, installazioni multimediali, visite guidate guideranno visitatori, curiosi e appassionati, attraverso le strade di Napoli nel segno della scoperta della figura del filosofo napoletano.

Tra gli appuntamenti da segnare in agenda un ciclo di conferenze Dialogo impossibile con Giambattista Vico immaginato dal professor Vincenzo Vitiello con Vincenzo Vitiello, Enzo Salomone e Paolo Cresta, il 5 e il 6 e il 26 e 27 maggio, nella sala convegni della Società Napoletana di Storia Patria al Maschio Angioino.

Una conferenza di Fabiana Cacciapuoti indagherà e confronterà Vico e Leopardi il 10 maggio, nella Sala del Capitolo di San Domenico Maggiore; mentre un’altra conferenza su Vico in San Domenico sarà condotta da Biagio De Giovanni il 17 maggio.

Chiude il ciclo il 29 maggio il filosofo Gennaro Carillo con una conferenza su Vico nella sala Loggia al Maschio Angioino.

Non solo reading e convegni, ma anche musica. Nella Villa Comunale ci sarà una serie di concerti ed eventi con la rassegna All’ombra di Vico.

Tra le curiosità, per gli amanti di instagram e di chi vuole tangibilmente catturare questo momento, una colossale statua di Giambattista Vico in cartapesta alta dieci metri è stata realizzata apposta per la rassegna e sarà collocata a Piazza Municipio.

Tra gli eventi da segnalare c’è l’apertura straordinaria della Cappella di Santa Maria di Pignatelli, in Largo Corpo di Napoli, dopo lavori di restauro che hanno riportato all’antico splendore questo straordinario monumento rinascimentale.

Il programma di questa interessante edizione è stato realizzato grazie alla collaborazione il comitato scientifico istituito dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli quali l’Istituto per la Storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Consiglio Nazionale delle Ricerche con la professoressa Manuela Sanna coordinatrice per il CNR delle celebrazioni per il 350° anniversario dalla nascita di Giambattista Vico.

A dare man forte per i contributi non poteva mancare l’Accademia di Belle Arti di Napoli, che con la cattedra Graphic Design guidata da Enrica D’Aguanno e tanti giovani talenti ha realizzato l’immagine grafica coordinata della manifestazione.

Sono felice e anche orgoglioso di poter dire che il Maggio dei Monumenti di quest’anno coincide con un altro importante evento culturale, quello di Napoli Città Libro, prima edizione del Salone del Libro e dell’editoria che si svolgerà all’interno del suggestivo complesso di San Domenico Maggiore dal 24 al 27 maggio, con un ricchissimo programma di oltre 100 eventi.

Per leggere il programma completo dell’intera rassegna, ecco il link.

ART NEWS

Visita nel sottosuolo della Pietrasanta a Napoli: nuovo percorso dal 24 aprile

Non è una semplice inaugurazione, quella che ha avuto luogo oggi alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ma una vera e propria restituzione al popolo partenopeo e ai turisti della città di Napoli.

Alla presenza dell’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e di Monsignor Vincenzo De Gregorio, Rettore della Basilica della Pietrasanta, e il Presidente dell’Associazione Pietrasanta Onlus, il Dottor Raffaele Iovine.

Un progetto importante per il quartiere e per la città, iniziato nel 2011 e che trova oggi, con questa nuova apertura, una concreta realizzazione ed una prospettiva per un immediato futuro.

Sì, perché è una storia che si sovrappone quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e quella di Napoli, la città che da oltre quattro secoli la ospita. Una storia che affonda le sue radici in quell’epoca greco-romana quando questa Basilica del XVII secolo, era ancora un tempio pagano dedicato alla dea Artemide.

Questo punto, in Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, era crocevia recettivo di quella cultura greca, assuefatta a sua volta da quella egizia: dal culto della dea Iside, cui era dedicato un tempio dove oggi sorge Cappella Sansevero, ai riti pagani che in epoca romana hanno portato alla costruzione del Tempio della dea Diana, di cui oggi restano alcune tracce nei marmi di riuso del campanile romanico nella piccola piazza, datato X-XI secolo, che porta addirittura la firma dei Cavalieri Templari, che con le loro croci avrebbero segnato questi luoghi, conferendo loro un’aura di misticismo capace di trascendere persino il mero valore religioso.

La città greco-romana cambia, si evolve, ma resta sempre fedele al suo folclore e ai suoi culti che da pagani diventano cristiani, e il tempio di Diana si tramuta in un luogo di apparizioni diaboliche. Neapolis intanto diventa Napoli, mentre la sua storia continua ad intrecciarsi con quella del monumento che la abita, in una danza sospesa a mezz’aria tra mitologia e religione, che cedono il passo alle credenze popolari e la superstizione più pura, che da sempre caratterizzano la città.

Ed è proprio per esorcizzare la presenza del diavolo, che qui vi sarebbe apparso sotto forma di maiale, spaventando con i suoi terribili grugniti gli abitanti del quartiere, che venne eretta la Pietrasanta.

La chiesa sarebbe stata dunque una sorta di amuleto in pietra contro il demonio per volere della Madonna, che sarebbe apparsa in sogno a San Pomponio, vescovo di Napoli, indicandogli il punto dove erigere la sua chiesa. La Basilica divenne così la prima costruzione a Napoli dedicata al culto della Vergine, prendendo per questo motivo il nome di Santa Maria Maggiore. “Pietrasanta” poiché secondo la leggenda al suo interno sarebbe custodita una pietra che concedeva l’indulgenza plenaria a chi la baciava.

Secondo le fonti al suo interno sarebbe stato sepolto addirittura un pontefice, Papa Evaristo, quinto vescovo di Roma.

Ha ripreso vita e colore questa monumentale chiesa, nelle nuance crema della facciata e il porpora dei tetti, che il certosino lavoro di restauro di questi anni le hanno restituito. La costruzione è un’opera di maturità dell’architetto Cosimo Fanzago (architetto, tra l’altro, del Palazzo Donn’Anna a Napoli e di Palazzo Zevallos in Via Toledo) che, con i suoi venti metri, ha realizzato la cupola più alta della città.

Oggi la basilica è sede dell’importante polo culturale da cui prende il nome, che ha realizzato diversi eventi, ma anche mostre curate dal critico Vittorio Sgarbi, tra cui i Tesori Nascosti (chiusa lo scorso luglio) e il Museo della Follia (ancora in corso fino al 27 maggio) ospitando al suo interno artisti quali Caravaggio, lo SpagnolettoGuercinoBaconLigabueGoya.

Dal 1653, anno di fondazione della basilica, ad oggi, Santa Maria Maggiore ha accompagnato i napoletani anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, proteggendoli nel ventre dei suoi sotterranei. Sì, perché sotto il pavimento maiolicato, ad opera della bottega Massa (la stessa del Chiostro di Santa Chiara, per intenderci) c’è tutto un mondo altro, che recenti studi e un lungo lavoro di musealizzazione stanno riportando, letteralmente, in superficie e che porterà di diritto la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta nel novero dei monumenti di Napoli assolutamente da non perdere.

Da domani, 24 aprile, apre ufficialmente il progetto LAPIS: I segreti della Pietrasanta, questo il titolo del progetto, farà sì che la Basilica non aprirà soltanto le porte della sua navata centrale al pubblico, ma anche quelle del suo sottosuolo, dando così inizio ad un nuovo straordinario percorso di visita, che unisce sapientemente tradizione e tecnologia: pannelli retroilluminativideoproiezionirealtà aumentata. Sono questi i punti di forza di un percorso sotterraneo unico nel suo genere, che racconta la storia della Basilica e, al tempo stesso, quella della sua città, Napoli.

INTERNATTUALE

La Gaiola a Napoli: storia dell’isola maledetta che abitò anche Virgilio

A Napoli primavera fa rima con Gaiola. Con l’arrivo della stagione degli amori e i primi caldi, gli adolescenti e gli studenti che marinano la scuola, ma anche tutti coloro che vogliono rubare qualche raggio di sole in anticipo hanno un solo rituale: andare alla Gaiola.

Situata di fronte alla costa di Posillipo, l’Isola della Gaiola, oggi è parte del Parco Archeologico di Posillipo, dove è possibile visitare anche l’omonimo Parco Sommerso della Gaiola.

Il piccolo isolotto, vera e propria quinta teatrale di uno scenario marino da sogno, è ascritto anche negli annali della storia. Sulle sue coste infatti si schiantò il sommergibile Giacinto Pullino, che comportò la cattura del tenente di vascello Nazario Sauro, che trovò così la morte.

E proprio la morte o la sventura sarà un tema ricorrente su queste piccole isole collegate tra loro solo da un ponticello incuneato tra gli scogli, dove oggi sorge la villa che Filippo Negri fece costruire nel 1874, che la rivendette a seguito del suo fallimento.

Da questo momento la villa continuerà a passare di mano in mano, portando un triste destino ai suoi proprietari.

Negli anni ’20 è lo svizzero Hans Braun, proprietario dell’immobile, che viene ritrovato morto e avvolto in un tappeto. Anche la moglie non ebbe sorte migliore. Di lì a poco infatti annegò, attraversando il mare con la seggiovia che la collegava alla terraferma.

Negli anni ’30 anche un collegio di orfanelli trova la morte nelle acque della Gaiola, mentre erano in barca per una gita.

La villa passa così nelle mani di Otto Grunback, che muore d’infarto proprio durante un suo soggiorno nella villa. La stessa sorte tocca anche all’industriale farmaceutico Maurice-Yves Sandoz, morto suicida in un manicomio in Svizzera per aver saputo del fallimento della sua azienda. Non era vero, ma l’industriale non lo ha mai saputo.

Successivo proprietario della villa un altro industriale, dell’acciaio questa volta, il barone Paul Karl Langheim, il quale fu trascinato sul lastrico dai festini e dagli efebi di cui amava circondarsi.

Ma sono tanti anche i nomi noti che l’hanno abitata, da Norman Douglas, scrittore inglese autore di Terra delle Sirene, a Giuseppe Paratore, senatore della Repubblica Italiana, passando per Gianni Agnelli che subì la morte di molti familiari, tra cui quella del figlio Edoardo, e Jean Paul Getty, il cui nipote, Jean Paul Getty III (come racconta anche l’ultima pellicola di Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo) fu rapito a Roma dalla ‘drangheta, e subì, durante i lunghi mesi di prigionia, l’amputazione dell’orecchio. La maledizione della villa sembra aver seguito il nipote di Getty fino in America, dove anni dopo ebbe problemi celebrali in seguito a una overdose di droga.

Rilevata la villa, Gianpasquale Grappone vede fallire la sua società di assicurazioni, Lloyd Centauro, nel 1978.

Messa all’asta, l’isola diventa definitivamente proprietà della Regione Campania, ponendo fine, o forse è più corretto dire “sospendendo” la maledizione.

Ma quale sarebbe il motivo di tanta negatività?

Nel 1960 Paratore avrebbe rinvenuto nei fondali dell’isola il volto di una Gorgone, un affresco di muro datato, secondo un esperto dell’epoca, II secolo d.C. e questa sarebbe una delle origini della maledizione. Il senatore, inorridito dalla raffigurazione lo avrebbe fatto murare nella villa sulla terraferma.

Ma secondo una tesi molto più accreditata, e diffusa, la colpa sarebbe tutta di Virgilio. Sì, il poeta dell’Eneide, che tanta parte della sua vita avrebbe trascorso nella città di Napoli, secondo alcuni biografi si sarebbe avvicinato al neopitagorismo, una corrente filosofica molto diffusa in Magna Grecia, e nell’antica Neapolis sua colonia.

Ad accreditare tale tesi ci sarebbe anche, nel 1700, la frequentazione di questo posto da parte del Principe di SanseveroRaimondo De Sangro, grande estimatore del poeta latino, che qui vi giungeva con la carrozza e i cavalli per fare dei rituali esoterici.

Sul piccolo isolotto della Gaiola, il poeta avrebbe infatti fondato la sua scuola, la cosiddetta Scuola di Virgilio, dove il poeta-mago avrebbe (condizionale d’obbligo) praticato arti magiche e fatto pozioni che ne avrebbero inquinato le acque intorno e l’aura, dando origine alla maledizione che contribuisce perpetuarne il fascino.

ART NEWS

Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

CINEMA

L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, il film che Rupert Everett ha girato a Napoli

Qualche giorno fa vi avevo parlato di tutte le produzioni che hanno interessato e interessano Napoli in queste settimane: spot pubblicitari, fiction, film. Tutti sembrano volere un pezzetto di questa città e della sua magica atmosfera.

Ultimo, solo in ordine cronologico, Rupert Everett, che esordisce alla regia con The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, pellicola già presentata alla Berlinale, e che arriva finalmente domani, 12 aprile, al cinema.

L’attore di Sai che c’è di nuovo?, che tanto ha risentito dell’influenza dello scrittore inglese nella sua cinematografia, basti ricordare i bellissimi Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest.

Con questo film l’attore oggi vuole proporre quasi un ritratto inedito del noto scrittore inglese, che ha fatto della libertà personale, al pari delle sue stesse opere letterarie, un vero e proprio manifesto.

Dichiaratamente omosessuale, Wilde è stato un personaggio sopra le righe per la società britannica del XIX secolo. Anche Napoli non sarà estranea alla sua prorompente personalità, al punto che, al suo arrivo nella città di Partenope (dove in parte Everett ha girato il suo film) la stessa Matilde Serao ne scriverà sul quotidiano Il Mattino.

Questo film vuole raccontare il periodo più cupo della vita dell’autore di Dorian Gray, compresa la sua prigionia per la sua omosessualità con l’accusa di gross public indecency.

Sono gli anni del De profundis, quelli in cui Wilde seguirà il suo amante, Alfred Douglas a Napoli, soggiornando con lui a Villa Del Giudice a Posillipo.

Come Wilde, anche Rupert Everett ha da tempo fatto il proprio coming out. Lui, che del film oltre che regista è anche interprete, incarna perfettamente lo spirito del noto aforista e giornalista inglese, e quella personalità eccentrica che lo ha reso famoso in tutto il mondo. La sua sembra quasi una catarsi, professionale e personale, attraverso la quale tenta probabilmente di riscattarsi artisticamente e assurgere a quel posto nell’Olimpo dorato che Hollywood finora non gli ha propriamente riconosciuto.

In un’epoca in cui ancora si combatte per il riconoscimento della parità dei diritti civili, o ancora si tenta di negarli, The Happy Prince, Il Principe Felice, è un film di grande spessore per la comunity LGBT, che mostra la difficoltà di essere se stessi.

Insieme a Everett un cast di attori straordinario: dal Premio Oscar Colin Firth, nel ruolo di Reggie Turner, a Emily Watson che interpreta Constance Wilde. A interpretare l’amante dello scrittore de Il fantasma di Canterville Alfred Bosie Douglas, l’attore britannico Colin Morgan, famoso in Italia per la serie televisiva Merlin.

La pellicola è distribuita in Italia da Vision Distribution. Girato in Baviera, in Francia, in Belgio e a Napoli, il film promette anche location suggestive e panorami mozzafiato a strapiombo sul mare, che aggiunti allo straordinario cast di attori, rappresenta senza dubbio un valore aggiunto e un motivo in più per riscoprire una storia e un autore straordinariamente contemporaneo.

ART NEWS

La Napoli d’inizio ‘900 rivive nelle cartoline del Touring grazie a Google

Il set con le auto d’epoca de L’Amica Geniale nelle scorse settimane ce ne ha dato un’idea, ma come appariva davvero Napoli negli anni ’50 e ’60? Se volete scoprirlo, da oggi c’è una sezione in più su Google Arts and Culture dove alla sezione Qui vicino, grazie al sistema di geolocalizzazione del vostro computer o del vostro smartphone, potrete scoprire come apparivano i luoghi della vostra città o di quelle che vi interessano e vi affascinano della nostra bella Italia. Dal Colosseo al Duomo di Milano, passando per la Valle dei Templi a Ostia Antica. Sono tantissime le località che è possibile ripercorrere come in una vera e propria macchina del tempo, grazie alle cartoline digitalizzate dal noto motore di ricerca.

cartolina d’epoca (da artsandculture.google.com)

Inventate nel 1865 in Germania, le cartoline fanno la loro comparsa in Italia quasi un decennio dopo. A partire dal 1874 infatti le cartoline sono diventate molto popolari, che quasi erano riuscite a sostituire le tradizionali lettere.

Touring Club Italiano, in collaborazione con Musicart, porta così on-line un archivio di 5000 cartoline d’epoca, che Google Arts&Culture ha messo a disposizione sul suo portale.

Non si tratta soltanto di un archivio di ricordi straordinari, ma anche di una vera e propria ricostruzione dei siti storici e turistici della nostra penisola che ci appare così senza tempo, e forse nostalgicamente ci dà la percezione di un’epoca di cui sentiamo ancora fortemente la mancanza.

Monumenti, piazze, panorami, siti ci riportano indietro nel tempo fino all’inizio XX secolo, per scoprire i cambiamenti che hanno inciso sulle città che amiamo e abitiamo.

Non potevo naturalmente non concentrarmi sulla mia amata Napoli, e rivederla come forse doveva apparire ai miei genitori o ai miei nonni: carrozze, poche auto, sciarpe, bastoni e guanti, crinoline e piume, mi danno quella suggestione che continua a permeare gli edifici storici, i palazzi nobiliari, le vie del centro.

Dai primi anni del ‘900 fino agli anni ’70, quando la rivista del Touring Club Italiano invitò i propri lettori e associati ad inviare le cartoline delle loro vacanze e dei loro viaggi.

Di questo prestigioso archivio digitale fa parte anche il Fondo Santarelli, donato da Mirella Santarelli, socia del Touring e collezionista, che alla sua morte ha lasciato all’associazione di promozione di promozione turistica diverse migliaia di cartoline.

INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Instagram “shadowban”: come evitare il ban delle foto dal nuovo algoritmo

Nelle settimane passate vi ho parlato dello shadowban. Che cos’è? Chi usa instagram sa bene che il social network fotografico già da tempo sta aggiornando l’algoritmo con cui le nostre immagini (e i video) vengono mostrati agli altri. Lo shadowban è quel fenomeno che riduce notevolmente la visibilità delle vostre immagini tra chi non segue il vostro account. Una bolla virtuale che rinchiude le vostre foto nel solo recinto dei followers.

Se nel precedente articolo (che vi linko qui) molto spazio avevo dato alle informazioni reperite dal web su siti specializzati, quello che state per leggere adesso è invece frutto di una mia personale ricerca basata sulla mia esperienza con l’app di Zuckerberg.

Chi mi segue sa che il mio, come quello di molti altri che fanno comunicazione, è un account business. Le ragioni per cui mi occorre un profilo di questa tipologia sono molteplici, e spesso esulano la narcisistica ragione di includere la dicitura “blogger” sotto al mio nome.

Un account business, infatti, a differenza di uno tradizionale, include tutta una serie di funzioni aggiuntive tra cui le statistiche, tracciando anche l’origine dei propri visitatori, e i link nelle stories, che spesso utilizzo per rimandarvi direttamente ad articoli come questo.

Per questo motivo trovavo già strano che molti siti specializzati consigliassero agli account business di ritornare al profilo tradizionale per uscire da questo fantomatico shadowban.

Comincio subito con le buone notizie: lo shadowban non riguarda l’account, ma solo la singola foto.

Come l’ho scoperto? Perché ho notato che, a dispetto del calo (ormai fisiologico) di like, alcune immagini continuano a riscuotere più successo di altre, il che suggerisce che il “blocco” non va ad incidere su tutto il profilo, ma soltanto su alcune foto che, classificate come “spammose” (che l’Accademia della Crusca mi passi il termine!) saranno “shadowbannate”.

Come faccio a saperlo?

Molti di voi avranno consultato il sito https://shadowban.azurewebsites.net che riportava un risultato senza dubbio fuorviante in merito al vostro stato e a quello delle vostre foto. Ma ieri, in modo del tutto casuale, sono inciampato su di un tool ben più affidabile, che compara le ultime dieci immagini del vostro profilo per capire se e quali immagini sono state effettivamente bannate.

Il link è questo qui, https://triberr.com/instagram-shadowban-tester

Dopo aver inserito il nick dell’account instagram che volete controllare, il sito farà una analisi degli ultimi dieci posto, dicendovi se tra questi ci sono delle foto shadowbannate, ovvero oscurate, e quali siano gli hashtag da eliminare.

Sembra infatti che instagram stia facendo una vera e propria battaglia per un uso più consapevole e attinente alle immagini. Se prima infatti era produttivo ricorrere a tutti e 30 hashtag consentiti, adesso bastano pochi, ma mirati hashtag, e augurarsi che la propria immagine sia abbastanza interessante da suscitare reazioni e like reali, che non siano più determinate dai BOT (gli automatismi) che prima invece il social consentiva.

Era mia abitudine, come forse anche la vostra, inserire tutta una lunga lista di hashtag nel primo commento dell’immagine, ma spesso così facendo si rischia di sceglierne alcuni che instagram considera spam, soprattutto se utilizzate programmi come Tag o’ matic, che se da un lato sono particolarmente utili per trovare spunti per quelli correlati e darvi qualche idea, dall’altro vi portano il rischio di utilizzare quelli che instagram ha invece segnalato come uso inappropriato.

Ragion per cui un altro consiglio è quello di usare gli hashtag con moderazione e pertinenza alle vostre foto.

Inutile inserire #sunnyday per una foto che magari ritrae un prato fiorito.

Un altro fattore da non sottovalutare è la qualità delle vostre immagini. Era un consiglio che mi faceva arrabbiare quando lo ritrovavo su altri siti, perché anche io peccavo forse un po’ di presunzione ritenendo che le mie immagini fossero qualitativamente valide. Ma mi è bastato fare un giro dello stream principale, per vedere che la competizione si fa sempre più dura, tra i professionisti del settore, le reflex e colori sempre più brillanti.

Evitate dunque foto troppo “filtrate”, a meno che voi non vogliate restituire una atmosfera specifica, ma inutile ricorrere ad un filtro vintage per una Ford Ka. La nuova moda, avrete notato, è quella di foto apparentemente naturali. Quindi giocate con i livelli, le curve, i contrasti, le saturazioni, i colori.

Se invece volete farvi notare per uno stile ben preciso, allora lavorate sulla vostra identità fotografica (queste invece le ragioni per cui io ho deciso di farlo), ma siate perfettamente riconoscibili nel marasma di immagini che quotidianamente vengono pubblicate.

Sembra banale suggerirlo, ma create una interazione con i vostri contatti. Non bisogna mai partire dalla presunzione di avere qualcosa e dare per scontato che ci sia un pubblico disposto ad ascoltare, perché quello dei social è un mondo dove ognuno dice cose più o meno interessanti. Sta dunque a noi saperci raccontare e destare interesse: fate domanderaccontate cosecreate un vostro personale “storytelling.

Infine ultimo suggerimento, ma non meno importante: una brutta foto non vale la pena di essere pubblicata. Se avete degli scatti che non vi convincono, utilizzateli al massimo per le vostre stories, così da tenere vivo il vostro account, senza però incidere sulla qualità del vostro lavoro. Non serve a niente documentare ogni singola portata del pranzo di Natale, o fotografare ogni anno il mare che fa da sfondo alle gambe nude al sole come wurstel.

Date importanza al contenuto delle vostre immagini così come alla loro forma, seguite le mode, ma non confondetevi con la massa. L’importante è sapersi distinguere.

È difficile emergere, soprattutto quando non ci sono agenzie che curino i vostri contenuti e vi suggeriscano strategie ben precise.

E in ultimo, ma non meno importante: INSISTETE, INSISTETE, INSISTETE.

Se volete seguirmi, il mio instagram è questo:

http://instagram.com/marianocervone

ART NEWS

L’arte per le strade di Montesanto a Napoli

L’arte contemporanea ha ridefinito il concetto stesso di arte, che sempre più spesso esce dal biancore asettico delle pareti dei musei, per amalgamarsi sempre più spesso nel tessuto paesaggistico e urbano. Se sul Lago d’Iseo ne è stato un esempio Christo, con la sua colossale opera, The Floating Piers, che ha portato sulle acque del Sebino una passerella gialla lunga circa 3 chilometri, a Napoli, anni addietro, in principio furono le stazioni della metropolitana a farsi installazioni e vere e proprie attrazioni turistiche e veri e propri musei gratuiti per i viaggiatori, portando artisti del calibro di Kounnelis e Pistoletto.

Da oggi però il capoluogo partenopeo potrà vantare anche un altro progetto d’arte contemporanea, che entra a far parte direttamente del tessuto urbano.

È con questa premessa che parte il progetto MontesantoArte promosso dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee-Museo Madre, realizzato in collaborazione con Quartiere Intelligente.

Quattro artiste hanno creato delle opere site-specific per l’omonimo quartiere di Montesanto.

Mariangela BrunoFrancesca BorrelliElena Mazzi e Valentina Miorandi, quattro donne, tutte under 35.

Le opere, che turisti e redisenti potranno ammirare sono The Dot della Bruno, installazione luminosa posta sul tetto di Quartiere Intelligente.

Francesca Borrelli ha invece creato Fern‘s Bookcase, che prova ad unire il mondo della cultura a quello della natura.

Elena Mazzi ha invece pensato una performance live dal titolo Karaoke. A che serve parlà si nisciuno te dà aurienza realizzando un confronto diretto con gli abitanti del quartiere.

Mentre Valentina Miorandi ha immaginato un video, seguito di Conkè delle Drifters, duo composto dalla Miorandi e da Sandrine Nicoletta Chatelain, che è stato realizzato in collaborazione con la comunità di Montesanto.

Un progetto, questo, che avvicina l’arte alla strada e alle persone che la abitano.