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La Città dei Balocchi, la perfetta atmosfera di Natale. A Como fino a gennaio

Il mio Natale quest’anno è arrivato in anticipo come uno spot CocaCola in TV. Dopo aver criticato per anni il precoce arrivo di Babbi Natali e renne, che già da fine ottobre invadono televendite e vetrine in strada, ho voluto anch’io prendermi un assaggio di festività in anticipo. E quasi ci sono rimasto male quando ho visto che per il weekend del 19 scorso, il tradizionale Albero di Natale nella Galleria Vittorio Emanuele II, che oggi invece troneggia con tutti i suoi scintillanti Swarovski, era ancora in fase di allestimento.

Tiffany & Co Milano Duomo di Milano Christmas Tree Albero di Natale - internettuale
l’Albero di Natale di Tiffany in Piazza Duomo a Milano (instagram @marianocervone)

Ho potuto sognare, eleggendo quello che, a mio avviso, è quest’anno l’albero più intimo e caldo di Milano, quello di Tiffany in Piazza Duomo, che solo a guardarlo fa venire voglia di sentirsi una novella Audrey Hepburn che, anziché colazione, nella gioielleria ci passa addirittura tutte le vacanze.

Ma per una vera e propria immersione nella magica atmosfera natalizia, mi sono diretto a Como, dove da quasi un quarto di secolo viene allestita la Città dei Balocchi. Giunta alla sua ventiquattresima edizione, ha preso ufficialmente il via lo scorso 25 novembre, e terrà compagnia comacini e non fino al prossimo 7 gennaio 2018.

Al mio arrivo in piazza sento immediatamente le voci di un coro che dal vivo intona brani festosi.

Mercatini di Natale, luci e canti tradizionali. Sono questi i tre ingredienti sapientemente amalgamati, che ne fanno un posto perfetto anche per famiglie. Qui il profumo della frutta candita e dei dolci, si confonde con quello dei prodotti tipici e artigianali degli altri chalet. Cacciagione, salumi, ma anche formaggi stagionati e birre. È come fare un piccolo tour enogastronomico di tutta l’Italia e, di regione in regione, ogni stand offre e propone un assaggio di affettati e caci.

È impossibile sottrarsi alla tradizione di un buon vin brûlé, e scaldarsi con i suoi sentori aromatici di cannella e chiodi di garofano. È la prima volta che lo bevo, e subito sento questo vino caldo divamparmi dentro come un fuoco, mentre continuo a passeggiare tra le bancarelle, piccole wunderkammer delle meraviglie, dove scopro la calda lana di alpaca, colorate ceramiche e infinite decorazioni e idee regalo.

Comprare in questi mercatini diventa quasi un dovere civico, per sostenere quell’artigianato, squisitamente italiano, che ci regala prodotti di altissima fattura.

Ma non mancano lungo questo percorso anche bancarelle dall’oriente, con sete, stoffe e lavorazioni dal gusto più esotico.

Mi dirigo verso il centro della piazza, cuore pulsante di questo micro-mondo, e scorgo una bellissima pista di pattinaggio, dove bambini, adulti e fidanzatini si divertono e sorridono come in un film di Nancy Meyers.

All’imbrunire tutto cambia. I profili del Duomo di Como, la Cattedrale di Santa Maria Assunta, si illuminano, splendendo nella notte grazie alle più moderne tecnologie di illuminazione. Led che ne disegnano i contorni, e vestendo i palazzi della piazza principale della città lariana con colori sgargianti, stalattiti e pupazzi di neve, ma anche con foreste di alberi e videoproiezioni.

È in questo tripudio di colori e suoni che decido di sorseggiare una cioccolata calda (per me rigorosamente con panna) in piazza, mentre assisto all’accensione di queste moderne luminarie, annunciate dagli squilli di tromba dal balcone del Broletto, sede originaria del Comune di Como.

Proseguo la mia passeggiata, perdendomi tra stradine illuminate e negozi, tra le ultime offerte del Black Friday e le occasioni di stagione.

io e il mio brezel (seguitemi su instagram su @marianocervone)

Anche Porta Torre è colorata in questa sera di festa: i suoi 40 metri di altezza sono il telo di pietra perfetto su cui proiettare auguri e forme variopinte.

Concludo la mia serata con un Brezel, nella sua declinazione altoatesina, con speck e formaggio fuso, certo che dovrò aspettare di ritornarci tra un anno per godere di un giorno indimenticabile come questo.

Insomma, se Carlo Collodi fosse nato in Lombardia, Pinocchio non sarebbe andato in un Paese, ma a Como, in una Città dei Balocchi dove ogni giorno è Natale.

Se volete seguire i miei spostamenti, consigli di viaggio e di cultura, seguitemi su instagram a @marianocervone

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ART NEWS

Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

ART NEWS

Napoli Città Libro incontra lo scrittore algerino Kamel Daoud, domenica 26 novembre

Quando Napoli è rimasta orfana di Galassia Gutenberg, la prestigiosa Fiera del Libro che dai primi anni ’90 al 2009 ha portato editori e cultura nella nostra città, è stato difficile razionalizzare la perdita. La primavera del 2010, dopo vent’anni esatti, fu la prima a non vedere quel prestigioso salone dell’editoria che, nato alla Mostra d’Oltremare, finì con lo spiaggiarsi nella Stazione Marittima, prima di morire come una specie in estinzione. In tanti in seguito, in modo maldestro, hanno provato a portare avanti l’eredità o, per meglio dire, a colmare quel vuoto che la kermesse dell’ideatore ed editore napoletano Franco Liguori aveva lasciato. Galassie sotterranee, saloni mediterranei. Nulla.

Paradossalmente Napoli, che nel 1470 è stata tra le prime città italiane ad adoperare proprio la stampa a caratteri mobili ideata da Johannes Gutenberg, di cui la fiera, omaggiando il titolo dell’opera del sociologo Marshall McLuhan, La Galassia di Gutenberg, in cui si parla dell’importanza dei mass media, portava il nome.

Senza saperlo presi parte alla penultima edizione della fiera, di cui oggi mi resta soltanto la cartolina di un somarello che legge che io ho fatto incorniciare. Era il 2008.

A raccogliere oggi il testimone, e l’impegno di fare cultura al Sud, ci pensa Napoli Città Libro, “nuovo capitolo di una eterna storia d’amore che si basa sul sentimento comune che coinvolge gli appassionati di letteratura del Mezzogiorno e non solo” così come si legge sulla pagina facebook ufficiale.

Attraverso una serie di iniziative ed eventi, Napoli Città Libro offre ai napoletani l’opportunità di incontri e confronti con personaggi di grande spessore. Intellettuali, giornalisti, scrittori, facendo della lettura il patrimonio comune da difendere e custodire.

E il già lungo calendario di eventi si arricchisce ulteriormente con un incontro davvero strardonario. Nell’ambito di questo nuovo slancio vitale per Napoli, per la cultura e per i libri, lo scrittore algerino Kamel Daoud incontrerà il pubblico napoletano al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli in Via dei Mille, domenica 26 novembre alle ore 11.00.

Lo scrittore, che ha saputo fare della cronaca un vero e proprio filone letterario di tendenza con il suo nuovo libro, Le mie indipendenze (edito in Italia da La Nave di Teseo), offre ai suoi lettori uno spunto di riflessione su tre argomenti di grande attualità per il nostro Paese e per un’Europa che cambia: gli uomini, la religione, la libertà.

Progressista, le sue idee decisamente liberali lo hanno allontanato dal radicalismo islamico più estremo, portando l’autore ad abbandonare il mondo del giornalismo, scrivendo esclusivamente per il quotidiano algerino Le quotidien d’Oran, di cui è anche capo-editore.

Quello di Daoud è un incontro di grande spessore, che apre uno spaccato su ciò che il mondo sta vivendo in questo periodo. Con lui interverranno la giornalista Titta Fiore, responsabile Cultura de Il MattinoEnzo D’Errico, direttore de Il Corriere di Mezzogiorno e Ottavio Ragone, responsabile Cultura della redazione napoletana di La Repubblica.

CINEMA

“Caccia al Tesoro”, l’omaggio dei Vanzina a Napoli. Dal 23 novembre al cinema

C’è una Napoli che ha voglia di essere raccontata, e che trascende lo stereotipo ormai logoro di camorra, o l’esasperata spettacolarizzazione di quel sistema criminale raccontato in Gomorra più votato allo share che alla verità. Ed è quella Napoli misterica che proverà a raccontare Ferzan Ozpetek in Napoli Velata (dal 28 dicembre al cinema), è la Napoli da cartolina nelle prime sere tv rai di Sirene di Ivan Cotroneo, ed è persino la Napoli della borghesia delittuosa de I Bastardi di Pizzofalcone.

Sono tante le serie e le produzioni che vedono protagonista Napoli, la mia città, e sono tante quelle che provano finalmente a raccontarne il folklore, la tradizione, la spiritualità, l’allegria che permea ogni singolo sanpietrino o vasolo delle sue strade.

Enrico e Carlo (D) Vanzina durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

È questo che devono aver pensato i Enrico e Carlo Vanzina, quando hanno diretto Caccia al Tesoro, commedia degli equivoci sul tentativo di rubare il Tesoro di San Gennaro e che, sin dalla trama, inequivocabilmente ci riporta alla mente la commedia e la Napoli raccontata già dal regista Dino Risi nel 1966 in Operazione San Gennaro.

«Le citazioni sono in parte inconsce – hanno detto i due fratelli Vanzina all’ANSA – ma quello che veramente volevamo fare con questa ‘favola realista’ era raccontare Napoli al di là dei soliti stereotipi come la camorra, la droga e la disperazione».

Un film che, secondo i due registi italiani, prova proprio a concentrarsi su di una parte troppo spesso trascurata della città, quella “con il cuore che nessuno fa più vedere”.

Una foto di scena del film ‘Caccia al tesoro’, Roma, 21 novembre 2017

La pellicola, che arriva nelle sale domani, 23 novembre, per Medusa, esce in 350 copie, ed ha un cast davvero d’eccezione, a cominciare da una coppia ormai consolidata del cinema italiano, Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso, che i registi definiscono “un po’ i Totò e Peppino di oggi”.

Insieme a loro altre due bellissime attrici partenopee, Christiane Filangieri e Serena Rossi, ma anche l’attore comico Max Tortora.

Esilarante sin dalla trama che vede protagonista Domenico Greco (Salemme) attore teatrale di serie B, che vive a sbafo nella casa di sua cognata Rosetta (la Rossi), vedova di suo fratello. Il figlio di quest’ultima è gravemente malato di cuore, per salvarlo occorre un’operazione costosissima. Disperati pregano la statua del Santo patrono di Napoli, dalla quale sembra fuoriuscire una voce che li autorizzerebbe a rubare il tesoro per sopperire a questa necessità.

In quel momento però in chiesa c’è anche Ferdinando (Buccirosso) che avendo assistito alla scena ed essendo lì per chiedere anch’egli una grazia, pretende di entrare a far parte del colpo come socio.

Un film dunque che sin dall’inizio rende omaggio al grande Nino Manfredi, protagonista del film di Risi, con battute, situazioni e, naturalmente, location e che porterà la neo-banda di criminali in erba a girare in lungo e in largo il nostro paese e non solo, da Napoli passando per Torino e Cannes.

(da sinistra) Carlo Vanzina, Francesco Di Leva, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme, Serena Rossi, Christiane Filangieri, Gennaro Guazzo e Max Tortora durante il photocall del film ”Caccia al Tesoro”, Roma, 21 novembre 2017. ANSA / ETTORE FERRARI

Nel cast anche il giovanissimo Gennaro Guazzo, che con Serena Rossi aveva già recitato nell’esilarante commedia Troppo Napoletano.

Un film che allontana i Vanzina dai loro cine-panettoni e li proietta di diritto nel ritrovato slancio del nostro cinema per quella commedia all’italiana dai toni gentili e divertenti che tante pellicole ha saputo e continua oggi a regalarci.

Ecco il trailer:

ART NEWS

L’atlante dei cammini d’Italia, per scoprire le bellezze naturali del nostro Paese

Da qualche settimana è stato attivato on-line un portale web che mappa tutti i cammini che è possibile percorrere a piedi: www.camminiditalia.it è questo il sito che è stato presentato agli inizi del mese al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma, in presenza del ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del TurismoDario Franceschini.

Non sono mai stato un amante dei percorsi naturalistici, francamente ho sempre preferito i cammini cittadini, anche per svariati chilometri, distratto, forse, da boutique, negozi e gente che contribuiscono senza dubbio a rendere più leggero il mio incedere. Eppure, ogni volta che cammino in autostrada, mi accorgo che gli scorci, i colori e i panorami più belli, soprattutto illuminati dall’alba o dal tramonto sono proprio quelli naturalistici. Nessuna skyline, per quanto moderna, avveniristica e suggestiva potrà mai competere con lo splendore della natura. Me ne sono accorto ieri, percorrendo l’autostrada che da Cesenatico mi ha portato a Milano, dove ho ammirato distese immense di alberi tinti d’oro, di turchese, d’arancio fino a quello scintillio crepuscolare che precede il tramontare del sole.

il portale del sito http://www.camminiditalia.it

È così che mi sono ricordato della presentazione di questo portale che rappresenta la prima pagina ufficiale dei cammini d’Italia. Una mappatura, un vero e proprio atlante virtuale dove trovare idee e suggerimenti per tutti i percorsi da fare a contatto con la natura: dal Cammino di Dante, attraversando i luoghi in cui in esilio il poeta compose la Divina Commedia, alla Via degli Dei, dal Sentiero del Dürer alla Via degli Abati passando per i tanti cammini francescani, laureatani e benedettini, oltre a tutti quelli dedicati ai santi.

Ogni percorso attraversa da Nord a Sud il nostro paese, e si prefigge come compito quello di incentivare il turismo sviluppando nuovi modelli di fruizione e gestione sostenibile per garantire e favorire l’integrazione ambientale-paesaggistica, insieme alle attività agricole, artigianali e turistico-culturali del sistema Paese.

Il progetto rientra nel Piano Strategico del Turismo del quinquennio 2017-2022, ed è una costola, o se vogliamo una vera e propria prosecuzione, di una iniziativa avviata nel 2016 con L’Anno Nazionale dei Cammini.

Naturalmente non tutti i percorsi sono o saranno ammessi al portale, a meno che non rispondano a precisi requisiti tra cui “la fruibilità dei percorsi, la segnaletica orizzontale e/o verticale, la descrizione online della tappa, i servizi di alloggio e ristorazione entro i 5 km dal Cammino, la manutenzione del percorso garantita dagli Enti locali, la georeferenziazione ed un sito in cui sono raccolte le principali informazioni per i viaggiatori” ha spiegato il Direttore generale del Turismo del MibactFrancesco Palumbo.

Sto già sfogliando il sito, molto intuitivo e ben fatto, che, alla sezione cammini d’Italia, mi conduce ad una mappa del nostro paese dove posso selezionare i percorsi in relazione al nome o alla collocazione geografica, per veri e propri spunti di viaggio o itinerari aggiuntivi a mete già prefissate.

Sono oltre 40 quelli che, ad oggi, è possibile trovare sulle pagine web, per intraprendere un percorso personale e spirituale, da soli o con gli amici, a contatto con le tante bellezze e meraviglie di cui soltanto questa nostra bellissima Italia è capace.

ART NEWS

Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

TELEVISIONE

Milly Carlucci arriva a Napoli: «È un quadro meraviglioso che apre il cuore»

Il carrozzone di Ballando con le Stelle arriva a Napoli.

Milly Carlucci insieme alla simpaticissima Carolyn Smith, Raimondo Todaro, Vera Kinnunen, il maestro Stefano Oradei danno vita allo spin-off itinerante Ballando on the road, vero e proprio talent (scouting) alla ricerca di volti comuni da trasformare in stelle da far ballare nella prima serata di Raiuno.

Presentato dalle Gallerie Auchan e realizzato in collaborazione con Caffè Motta, dopo la Lombardia e il Veneto, lo show live della nota conduttrice televisiva approda adesso a Napoli, nella vivacissima piazza del Parco Commerciale Auchan di Giugliano, dove il popolo napoletano avrà la possibilità di dar sfogo alla propria passione per il ballo e tutto il talento per questa disciplina particolarmente apprezzata dagli italiani.

Uomini e donne di qualsiasi età (anche minorenni), professionisti o semplici appassionati, potranno così cimentarsi in qualsiasi tipo di danza e partecipare ufficialmente al casting. Ciascun candidato potrà partecipare ad una sola delle tappe italiane, scegliendo una sola categoria: la categoria Pro, riservata agli atleti agonisti con un curriculum di gare nazionale ed internazionale e esperienza nell’insegnamento della danza; la categoria Open, per semplici appassionati di balli di gruppo o di coppia senza alcuna esperienza agonistica.

L’appuntamento è per questo weekend, il 18 e il 19 novembre dalle ore 13.00 per una due giorni all’insegna del divertimento, e la possibilità di vedere da vicino gli amatissimi volti del programma di raiuno.

Ho avuto il privilegio di scambiare qualche battuta con la straordinaria Milly Carlucci che, in vista di questa importante tappa, ha ampiamente parlato di Napoli e del programma che ritornerà con la nuova edizione su raiuno.

La raggiungo telefonicamente, mi risponde Milly in persona e la mia voce già trema, perché lei è una delle Signore della televisione italiana. Più pacata rispetto ai toni concitati cui siamo abituati a sentirla in televisione, mi parla con una naturalezza disarmante, senza sottrarsi ad alcuna domanda.

Qual è lo spirito di questo spin-off su strada del suo programma?

«È il tentativo di portare verso di noi tutta questa massa di talenti che esistono in Italia. Stando chiusi dentro le nostre “torri d’avorio” noi non ci accorgiamo di tutto ciò che succede fuori. Fuori dallo studio c’è un mondo che crea nuovi stili, contaminazioni, fusion, e noi vogliamo raccogliere anche da loro stimoli per crescere, per cambiare, per essere update».

Tanti i VIP in questi appuntamenti, ma anche e soprattutto persone comuni che possono così sentirsi “stelle”: come è cambiato negli anni il modo di essere telespettatori?

«È chiaro che oggi spesso chi guarda la televisione vuole, ambisce, ne ha meno timore reverenziale. Si è creato un linguaggio condivisi da tutti quanti. La televisione spesso ha mostrato esempi di gente che viene esaltata perché litiga, perché becera, perché fa delle cose tremende. Credo che sia bello quando tu vedi invece come spontaneamente nella nostra nazione, da nord a sud, crescono invece dei talenti mozzafiato».

A proposito di litigi, mi chiedevo se il cambio di tono del suo programma, se pensa a Selvaggua Lucarelli e Asia Argenti prima o Alba Parietti dopo, sia una scelta autorale…

«No, non è una scelta autorale. Non è che uno dice “oggi cominciamo a fare così…”. È certo che oggi il nostro clima, in generale, è diverso: se dieci anni fa le cose non venivano esplicitate è uno si prendeva una critica di buon ordine, in silenzio, oggi se qualcuno ti critica la prima risposta è “perché?!”, “non è vero…”. C’è una forma di mancanza di timore reverenziale anche nei confronti di una cosa come la giuria che poteva essere un’istituzione».

Cosa succede durante le tappe di Ballando on the road?

«Sono due giornate di provini in cui vediamo sia professionisti che fanno il ballo di professione, non solo quello latino. Da lì abbiamo scelto per Ballando con le Stelle Valeria Balzerova, Ornella Boccafoschi, Marcello Nuzio proprio in coppia con Alba Parietti. Al di là di questi prendiamo quelli come i ballerini di bhangra, che è un genere di danza indiana, che noi mostriamo nel programma per proporre una sfida ai nostri concorrenti».

E poi ci sono i non-professionisti…

«Sì, poi c’è quella che chiamiamo OPEN, aperta a tutti. E lì c’è veramente uno sciorinamento di talenti incredibili. In questi anni, questo è il terzo, trovammo una coppietta di bambini di sei anni di Napoli, che furono visti nel nostro programma durante il serale e furono invitati per fare un programma a Los Angeles da una produzione americana. Quest’anno ci sarà una nuova sinergia che darà la possibilità di andare a New York».

Com’è il suo rapporto con il pubblico?

«Strepitoso! Se immagini che ci sono persone che aspettano anche per otto ore di fila in piedi, perché ci troviamo nella piazza di un centro commerciale dove non ci sono sedie, al massimo ci si può appoggiare ad una balaustra per chi è vicino alla pista, e guardi questi provini con una pazienza ed una forza fisica pazzesche. C’è una voglia di partecipare, di accompagnare un amico un familiare, ma l’entusiasmo è tale che si applaude il talento, anche se potrebbe prendere il posto di chi accompagni».

Cosa si aspetta dal popolo napoletano?

«Da Napoli mi aspetto quella creatività che solo i napoletani hanno e che secondo me porterà molte sorprese. Perché come io spesso dico a chi partecipa, i passi sono quelli, è quello che porti, la fantasia… Quindi forza, napoletani!».

Un ricordo che ha di questa città…

«Ci sono stata molte volte per lavoro. L’immagine che ho di Napoli è di una gouache vivente, reale. È qualcosa che ti apre il cuore, è meravigliosa. Ci sono posti in Italia, e Napoli è uno di questi, che sono stati benedetti da Dio, che hanno una bellezza sovrumana e vanno conservati. Bisogna amarli e conservarli».

Farebbe una finalissima di Ballando a Napoli, al Teatro San Carlo, ad esempio?

«Il San Carlo sarebbe uno scenario pazzesco per la finale. Di fatti gli inglesi, che fanno tutta la trasmissione in studio, la finale la fanno in una grande sala ottocentesca che è quella di Blackpool. Sarebbe meraviglioso…».

Il programma resta fedele a se stesso, ma ha saputo adeguarsi ai tempi che cambiano…

«Quello che siamo è nel titolo, Ballando con le Stelle. Ma abbiamo approfondito il rapporto con i personaggi, dando più spazio alle loro storie, emozioni, al racconto di chi sono. Ci siamo evoluti anche tecnicamente, facendo cose come la realtà aumentata, per creare ambientazioni virtuali ultra ultra moderne».

In un video mostrato dalla trasmissione Detto Fatto lei ha lasciato intendere che Giovanni Ciacci, stylist del programma, potrebbe partecipare a Ballando in coppia con un uomo…

«Abbiamo fatto un casting per capire se avesse davvero voglia di mettersi sulla strada del dimagrimento che aveva promesso. Bisogna stare in forma per avere la possibilità di affrontare ore di allenamento. Ciacci ha fatto il provino per questo motivo. Ci ha proposto un’idea di ballo con due uomini… noi siamo legati a dei regolamenti di due federazioni mondiali di ballo. Per loro una cosa è il ballo uomo-uomo donna-donna come duo, come lo sono state le Kessler, in cui ballano in sincro e ripetono affiancate lo stesso movimento. Altra cosa è ballare abbracciati, come ad esempio in un tango. Adesso dobbiamo capire se è una cosa che fa parte di questo loro regolamento».

Un messaggio a tutti quelli che nella loro vita vogliono ballare, intesa nell’accezione più ampia del termine, ma non ne hanno il coraggio…

«C’è sempre un messaggio ed è quelli di inseguire i propri sogni, di provare sempre. Non arrenderti al primo tentativo. Essere respinti non significa essere dei falliti, ma è solo un modo per capire la propria strada e proseguire, continuare a sognare».

Queste tutte le altre tappe:

Il 25 e 26 Novembre il talent attraverserà lo stretto per approdare in Sicilia, presso la Galleria Auchan Porte di Catania (Via Gelso Bianco, 95121 Catania CT). Nel weekend tra il 2 e 3 Dicembre ancora una splendida località del sud, in Puglia presso il Centro Commerciale Auchan Mesagne di Brindisi (Via Appia, 72023 Mesagne). Il gran finale per l’edizione 2017 è atteso a Roma il 16 e 17 Dicembre presso il Centro Commerciale Auchan di Casalbertone (Via Alberto Pollio, 50, 00159).

LIFESTYLE

“Colazione da Tiffany”, adesso è davvero possibile farlo

Se anche voi avete sognato tante volte di fare colazione da Tiffany, insieme a Holly Golightly, guardando l’omonimo film del 1961 con Audrey Hepburn, sappiate che da oggi questo sogno può diventare realtà. Non occorrerà più infatti passeggiare con cappuccino e cornetto in mano sul marciapiede della quinta strada per ammirare le vetrine della nota gioielleria di New York. All’interno del noto flagship store apre da domani infatti Blue Box Cafè, assolutamente il primo nel suo genere.

Le aspiranti (e gli aspiranti) Holly Golightly potranno infatti ammirare l’inizio di Central Park dall’alto del quarto piano della nota boutique di New York. Come i suoi noti gioielli di design, anche la boulangerie non poteva essere da meno: un caffè e un croissant, in perfetto stile Hepburn, costerà ben 29 dollari, con un’ampia scelta di avocado toast, uova tartufate e salmone affumicato con burro.

Situato al quarto piano di 727 Fifth Avenue, il luxury caffè si trova in un rinnovato spazio che offrirà anche la visione di un’ampia collezione di accessori per la casa e collezioni di lusso. Capo creativo di questo nuovo interessante progetto, che consente una vera colazione con Stile, è Reed Krakoff, direttore artistico della maison dallo scorso gennaio.

Il piano del caffè offre uno sguardo sulla collezione quotidiana di oggetti di Krakoff, tra cui racchette da ping-pong in noce con impugnatura in pelle blu e rossa, e le “tazzine di carta” rese in finissima porcellana cinese.

Un piano che si propone di attrarre un pubblico fondamentalmente giovane, forse già attratto da Tiffany ma forse allontanato dall’alto costo di pregiatissimi oggetti che, come Holly, può ammirare soltanto dalle sue vetrine, e che si propone adesso di attirare quel nitrito pubblico di instagrammer e fashion blogger che con i loro scatti possano restituire pubblicità alla famosa gioielleria.

«È un nuovo motivo per visitare e scoprire il quarto piano della nostra gioielleria di New York – ha detto a Vanity Fair il vicepresidente Richard Moore, cui si deve la gestione della boutique e il design delle sue famosissime vetrine – ci auguriamo che attiri clienti che possano così scoprire la quotidianità di una casa completamente allestita dalla nuova collezione di arredo e accessori di lusso firmati Tiffany».

In perfetto stile Tiffany, nel caffè dominano i colori che hanno reso celebre la gioielleria nel mondo, come il suo verde, e finissime porcellane rigorosamente Krakoff.

La sensazione sarà quella di pranzare all’interno di una delle famosissime scatoline di Tiffany: «Il design di questo spazio – continua Moore –  nasce dall’idea di una full-immersion nel mondo di Tiffany. Non solo la sensazione di ritrovarsi in una confezione Tiffany, ma circondati anche dall’ospitalità di Tiffany».

Gli ospiti della gioielleria potranno così avere una visione esclusiva sul noto parco newyorkese e poi sentirsi completamente avvolti dal lussuoso mondo della maison.

LIFESTYLE

Il raffinato lusso di un wood watches by JORD

In questo periodo dell’anno siamo tutti alla ricerca di un regalo, per noi stessi, per premiarci di un anno di lavoro, o per gli altri in vista di occasioni speciali e festività. Qualcosa che rappresenti i nostri sentimenti e sia, al tempo stesso, unico e speciale.

Le idee migliori, come da qualche tempo a questa parte, arrivano dai social, da instagram in particolare, dove è possibile carpire, ben prima di media e magazine, quali sono i nuovi trend del momento.

Se come me, utilizzate il vostro profilo (questo il mio) anche per scoprire le nuove tendenze, vi sarete accorti che il must del momento è l’orologio in legno.

Vi ho già parlato di questo materiale come tendenza anche per gli accessori della telefonia mobile, ma sono tante le sue applicazioni nel fashion, che vanno dagli occhiali da sole ai papillon.

Tra i brand più raffinati del momento c’è senza dubbio Wood Watches by JORD, marchio leader nel settore del luxury artigianale dell’orologeria.

Da JORD non misurano la vita in minuti, ma in momenti. I suoi orologi infatti non sono soltanto per chi ama il lusso e ha un posto dove essere, ma sono fatti soprattutto per chi ha un luogo dove andare e una storia da raccontare.

Realizzati tutti in legno naturale, gli orologi JORD sono fatti nel pieno rispetto della natura, dalla quale sono generati quasi come il distacco di una biblica costola. È altissima la qualità dei legni pregiati di questi orologi che trovano la forza dell’acciaio che si fondono insieme per dare vita ad oggetti dal design esclusivo e alla moda.

Dietro JORD non ci sono soltanto dei designer e un certosino lavoro di ricerca, ma artigiani e veri e propri artisti che investono la loro manualità e maestria.

Ricevere un orologio JORD ti fa sentire come un bambino la mattina di Natale. È davvero un’emozione che non è possibile rendere con le parole, ma quando stringi il raffinato cofanetto, anch’esso in legno, tra le tue mani, capisci subito che quello che stai stringendo è un oggetto esclusivo. Perché il vero lusso si nasconde nei dettagli. Nella scatola, il cui cassetto segreto, quasi invisibile, contiene un certificato di garanzia e le maglie dell’orologio qualora come me decidiate di farlo pervenire già su misura; il lusso si nasconde nel wooden tag legato al cinturino, il lusso si nasconde nella corona marchiata JORD, in quel design che non è solo moda, ma eleganza esclusiva, che distinguerà il vostro orologio da qualsiasi altro.

Un orologio JORD è un accessorio indispensabile da sfoggiare, ma, al contrario di qualsiasi altro omologo in acciaio, è leggero, e lascia al polso quella sensazione di agilità.

È vastissima la collezione JORD, che va dai quadranti chiari a quelli trasparenti che lasciano intravedere gli ingranaggi, passando a quelli colorati. È su questo che ricade la mia scelta: ho prediletto il blue, come i colori del mare della mia città.

Un’esperienza sensoriale, che mi lascia l’emozione di indossare un accessorio fine, che mi distingue dagli altri con una sobria eleganza, in cui lusso non è ostentazione, ma possesso. Così come il tempo che non è scandito dallo ticchettio del mio orologio, ma dai battiti del mio cuore quando l’ho indossato.

E voi, quale modello sceglierete?

Per il mio crono in foto ecco il link

Wood Watches by JORD sito ufficiale

Se volete uno sconto esclusivo invece ecco il link

Luxury Wooden Watch
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ART NEWS

La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.