LIBRI

Katherine Wilson, la moglie americana che dichiara amore alla “sua” Napoli

Sono incappato nel romanzo La moglie americana di Katherine Wilson per caso, dopo aver letto sulla sovraccoperta che questo romanzo, edito da Piemme e della collana Piemme Voci, farebbe rivivere la magia della Napoli di Elena Ferrante.

Se l’ambientazione a Napoli rimanda inevitabilmente ai romanzi della misteriosa scrittrice partenopea, La moglie americana è forse la perfetta sintesi tra la serie de L’Amica Geniale e Mangia Prega Ama di Elizabeth Gilberth. Non tanto perché, pagina dopo pagina, si evince una ricerca della felicità e dell’amore, quanto perché la Wilson parla della città come riuscita metafora del cibo.

Ogni capitolo infatti ha per lo più il titolo di un piatto tipico della tradizione napoletana, di cui l’autrice si serve per scandire lo scorrere del tempo, le stagioni, per raccontare festività e ricorrenze, analizzate con brio e ironia e talvolta un simpatico derby partenopeo-americano, confrontando abitudini e modi di vivere e vedere le cose.

Un’opera autobiografica in cui l’autrice ricorda i tempi in cui era arrivata nella città di Partenope fresca di studi, e così, come lei, la giovane Katherine del romanzo arriva a Napoli dalla West Coast a metà degli anni ’90 per uno stage al consolato americano.

foto: instagram @marianocervone

Desiderosa di conoscere il mondo, Katherine, il cui nome è perennemente storpiato dalla pronuncia napoletana in “Ketrin”, si immerge nel tessuto urbano di Napoli e in quel modus vivendi squisitamente partenopeo. Parla di tradizioni, sapori, cogliendone con intelligenza sfumature e sensazioni. Dal sartù di riso al polipo, dal ragù al capitone, capitolo dopo capitolo Katherine narra con sagacia di usanze e folklore, passando per delle intelligenti lezioni e riflessioni sulla lingua napoletana e sulle diverse espressioni in dialetto, che ad uno stesso napoletano sfuggirebbero.

Leggere La moglie americana dovrebbe essere un obbligo morale per qualsiasi napoletano.  Non solo perché il romanzo di Katherine Wilson è una dichiarazione d’amore a Napoli, ma perché consente di notare e apprezzare sfumature di Napoli, della borghesia e del popolo.

È bello leggere e leggersi nelle pagine della Wilson, che è stata capace di far sua e rendere perfettamente la mentalità napoletana, divertendo e al tempo stesso emozionando.

E se anche voi state considerando di fare un viaggio a Napoli o volete che qualcuno ve la racconti, correte a leggere questo romanzo, per scoprire l’anima della città raccontata da una moglie americana.

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INTERNATTUALE

Se la Reggia di Caserta diventa il nuovo “Castello delle Cerimonie”

In questi giorni si è molto discusso e si continua a discutere della festa faraonica alla Reggia di Caserta. Si è trattato del matrimonio dell’AD del brand Frankie Morello, Angela Ammaturo, che ha voluto il complesso vanvitelliano per il suo giorno più bello.

Se le polemiche suscitate finora dall’obsoleta filastrocca sulla disparità tra ricchi e poveri, sono abbondantemente superate dal fatto che questa, il noleggio di musei e edifici pubblici, è una pratica più che diffusa all’estero, basti considerare il Guggenheim a New York ma anche la Reggia di Versailles, a far parlare in queste ore è l’aver oltrepassato quella dignità di luogo d’arte che pone sullo stesso piano la Reggia di Caserta al Grand Hotel La Sonrisa a Sant’Antonio Abate, più noto al grande pubblico come il Castello delle Cerimonie.

il florist a cavalcioni sul leone dello scalone della Reggia (foto pagina facebook Camilla Sgambato)

A far discutere in particolare è la foto postata sulla pagina facebook da Camilla Sgambato, parlamentare del PD, che ha (giustamente) mostrato un florist a cavalcioni su di uno dei famosissimi leoni dello scalone principale per allestire il complesso nel giorno delle nozze della Signora Ammaturo.

Ciò che forse sorprende di più è l’immediata la risposta di Mauro Felicori, direttore della Reggia, che fa leva sui numeri totalizzati dal sito casertano nel 2017: 837.848 visitatori con un incremento del 23% rispetto all’anno precedente, ed un introito di oltre 5 milioni di euro.

A questo punto però è doveroso fare un po’ di precisazioni, perché la sola motivazione di un bilancio più che positivo per il sito da sola non basta a giustificare la totale mancanza di rispetto dello stesso.

Che una mentalità imprenditoriale fosse fondamentale per i direttori dei musei italiani, e campani in particolare, era indubbio, come è assiomatico che essi dovessero assumere un comportamento manageriale ponendosi come obiettivo, al pari di qualsiasi azienda, quello di produrre ricchezza per sostenere e alimentare l’intero ciclo museale.

Dipendenti, manutenzioni ordinarie e straordinarie, restauri sono tutte attività necessarie per garantire il naturale ciclo vitale di un’opera, un monumento, un sito o parco archeologico, hanno dei costi ed è giusto ricercare e raccogliere, in un momento storico come il nostro, anche fondi privati affinché questo ingranaggio continui a girare.

Si può e si deve dunque incentivare investimenti da parte di aziende private, vedi il restauro della Fontana di Trevi ad opera di Fendi o quello del Giardino dei Boboli a Firenze finanziato da Gucci, così come è giusto anche incentivare privati facoltosi a ricercare il lusso in una location d’eccezione che per altri è destinata a rimanere solo un sogno.

Ciò che però non bisogna mai dimenticare è il decoro del luogo che si intende, o si intenderebbe, valorizzare, affinché non passi l’errato messaggio che chi paga può tutto, compreso l’uso improprio e del tutto arbitrario di un’opera.

Reggia di Caserta scalone reale – foto da artemagazine.it

Se va bene il fatto che il Direttore Felicori ha autorizzato l’allestimento floreale della scala perché simbolo di gioia collettiva e, a suo dire, ha pensato che “non dispiacesse ai visitatori, anzi”, è assolutamente ingiustificato ed ingiustificabile il fatto che non ha preso le distanze dal comportamento degli allestitori e dal conseguente rischio di poter danneggiare anche in modo permanente il sito o parte dello stesso.

Probabilmente il Direttore Felicori ha dimenticato che lo scalone reale a doppia rampa è un autentico capolavoro dell’architettura tardo-barocca, e che le sculture leonine letteralmente calpestate dai fiorai sono due opere in marmo di Pietro Solari e Paolo Persico del XVIII secolo. La Reggia di Caserta è stata inoltre inclusa nel patrimonio dell’UNESCO dal 1997, e di certo non è un ristorante di quarta categoria da riempire a tutti i costi.

È vero che un evento mondano può talvolta contribuire anche al rilancio di un museo, e a quell’immagine un po’ polverosa e preconcetta che spesso si ha dei luoghi di cultura, ma è altrettanto vero che siti come il Museo Archeologico Nazionale di Napoli attraverso una proficua simbiosi tra archeologia e arte contemporanea, mostre, applicazioni ed un crescente interesse mediatico, che ha portato set di film come Napoli Velata di Ozpetek, fiction rai come Sirene, produzioni Netflix e persino videoclip, ha raggiunto il traguardo dei 500.000 visitatori nel 2017 senza scendere a patti che compromettessero la storia e il prestigio del museo e delle collezioni in esso contenute.

Parimenti la Reggia di Caserta, che conta una notorietà forse maggiore del MANN, ha visto inoltre negli anni film come Angeli e Demoni e Mission Impossible III, attori quali Tom Hanks e Tom Cruise, ma anche fiction rai come Luisa Sanfelice con Letizia Casta con un ritorno mediatico enorme, come se la fama da sola già non bastasse a fare da attrattore turistico, senza considerare documentari che periodicamente le vengono tributati, ultimo proprio quello di Alberto Angela questa sera, Meraviglie, che gli dedicherà un’ampia pagina nella prima serata di raiuno.

Dopo aver visto la foto della Sgambato, è lecito supporre che altri usi impropri del sito siano stati fatti affinché soddisfacesse la funzione di location per ricevimenti, avallata dal fatto che il Direttore nella sua risposta non ha benché minimamente preso le distanze da atti che restano sconsiderati.

Non che la Reggia, successi a parte, goda di una amministrazione ottimale. Appena lo scorso dicembre infatti l’intonaco del soffitto nella Sala delle Dame di Compagnia ha ceduto ed è crollato proprio durante una qualsiasi mattinata di visita. Non ci sono stati feriti, per fortuna, ma tanta paura per una storia che poteva finire peggio.

Ma quello del 2017 non è il solo caso. Già nel 2014 un altro crollo aveva interessato il soffitto della reggia, e l’Huffington post ne parlava addirittura come “Reggia del Degrado”.

Sono andato sul profilo ufficiale del Direttore, e ciò che forse più di tutto mi ha deluso, è il fatto che il direttore non prenda le distanze da tanta superficialità, liquidandola semplicemente con un “verificherò cosa non ha funzionato nella vigilanza”, mentre mi aspettavo che fosse quantomeno un po’ indignato per quella che, a mio avviso, è una grave mancanza (seppur senza danni) di rispetto per l’opera e il sito stesso.

Da studioso di beni culturali e appassionato d’arte, non posso che non chiedermi anch’io come faremo in futuro a pretendere rispetto ai tanti ragazzini che visitano il sito se noi per primi lanciamo il messaggio che il denaro, da solo, giustifica qualsiasi azione?

ART NEWS

Pompei@Madre, straordinaria mostra di “archeologia contemporanea”

Spinto da questa curiosa dicotomia che ha accostato reperti di archeologia addirittura in un museo d’arte contemporanea, il MADRE a Napoli, sono andato a vedere la mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, aperta al pubblico fino al prossimo 30 aprile. Curatore d’eccezione Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, che, insieme ad Andrea Viliani, Direttore del Madre, fa dialogare i reperti dell’antica cittadina romana con le collezioni permanenti delle sale del museo napoletano.

E più che di materia archeologica io parlerei di materia vivente, sì perché i reperti pompeiani sembrano vivere, o per meglio dire rivivere, di vita propria, si trasformano quasi fino a diventare delle installazioni contemporanee.

Sovvertendo quanto il Direttore del MANN, Giulierini, ha fatto portando opere d’arte contemporanea in un museo archeologico, qui è l’Archeologia a spalancare le porte dell’arte contemporanea. E il dialogo funziona. Funziona quando pittura, scultura e persino video-installazioni si intrecciano per dare vita ad un percorso che stimola i sensi.

A cominciare dalle piante e giardini che riproducono i vivaci affreschi del Bracciale d’Oro che intanto dialoga con una parete d’argento.

Archeologia, arte, design si fondono in questo dialogo che vuole essere confronto, che vuole essere prosecuzione. Lo si nota nelle pitture di fine ‘800 di Pierre-Jacques Volaire, che immortala l’eruzione del Vesuvio, che si fa antesignana delle foto che si fanno reportage, e di quel Vesuvio pop-art di Andy Warhol in prestito da Capodimonte.

Anche il calco di un cane ucciso dalla furia del vulcano nel 79 d.C. è riprodotto in serie come i calchi delle sedute dell’artista Nairy Baghramian. Una metodologia di ricerca nata con Giuseppe Fiorelli a Pompei nel XIX secolo e che si fa tecnica di riproduzione artistica come le opere della Factory dell’artista dello stravagante artista di Pittsburgh.

Il percorso inizia dalla bibliografia, dai volumi più antichi che via via si fanno pubblicazioni moderne, capisaldi per gli studi universitari fino a cataloghi di acclamate mostre come Pompei e l’Europa. 1748–1943 al Museo Archeologico nel 2015.

Tanti i reperti da Pompei, dai bronzi alle ceramiche, dai rhyton ai fossili, passando per stacchi di pareti e mosaici, in un mondo colorato e variopinto che mi appare ora più contemporaneo che mai.

È forte la ricerca di stile e design dell’antica Roma, e della cittadina vesuviana in particolare, me ne accorgo quando osservo tavoli e triclini posti al centro della sala decorata dall’opera Ave Ovo Francesco Clemente, dove questi complementi mi appaiono come elementi di arredo moderno.

Suggestivo il confronto con l’opera senza titolo di Jannis Kounellis, l’ancora di una nave, con un mosaico di epoca romana che la ritrae quasi in un gioco di specchi.

Tra i più riusciti esempi di queste conversazioni d’arte, quello tra l’opera di Rebecca HornSpirits, che omaggia Napoli riproducendo una serie di teschi e specchi, riflessione senza tempo sulla vita e sulla morte, e una serie di segni tombali di epoca romana, che si fanno monologo in pietra di un atemporale dopo.

Così come le opere di Sol Lewitt che ritrovano le colorate tessere intrecciate di un mosaico.

Un mondo, quello dell’Antica Pompei, che non è stato mai veramente distrutto da cenere e lapilli, ma si è conservato fino a noi, trasformandosi come materia magmatica viva, influenzando (in)consciamente la nostra vita, il nostro pensiero e la nostra arte.

INTERNATTUALE

Cara Signora De Magistris, non siamo intellettuali, siamo solo cittadini stanchi

Gentile Signora De Magistris,

ho letto il suo sfogo su facebook, ripreso da Repubblica e, ammetto, mi sono sentito naturalmente coinvolto. Non solo perché, ahimè, faccio parte dei tanti che hanno criticato l’operato di suo marito, ma anche per quella strana assonanza con il mio blog, INTERNETTUALE, che probabilmente invece non avrà nemmeno mai sentito nominare. Faccio dunque parte anch’io dei tanti “intellettuali” del web, come ci ha definiti nel suo stato pubblico, di questo straordinario strumento democratico per antonomasia che consente a me, e molti altri, di poter esprimere liberamente il proprio pensiero.

Naturalmente comprendo il suo stato d’animo, quello di moglie del Sindaco, di pasionaria, di donna che difende l’uomo che ama e che, a suo avviso, viene ingiustamente attaccato da certa stampa e da noi “intellettuali”. Ma il fatto è che ormai la politica, e inconsciamente suo marito sui suoi canali social ne dà conferma, è diventata una realtà lontana da quelli che sono i veri problemi del cittadino, ed anche lei parla forse senza una reale cognizione di causa.

Sì perché, vede, il messaggio che arriva, guardando un selfie di suo marito con i The Jackal o con Ferzan Ozpetek o persino sul set di Sens8, mentre la nostra città vive un drammatico momento di stallo, è quello di un uomo che temporeggia facendo altro. Se ci suggerisce di andare a vedere Lo Schiaccianoci al Teatro San Carlo come se fosse un fashion-blogger, quando la città è rimasta senza alcuna copertura del trasporto pubblico per quasi un giorno, vuol dire che il nostro Sindaco è anche quanto di più distante dai problemi reali che affliggono un capoluogo, il nostro, che non ci lascia nemmeno la mera libertà di potere scegliere di andare a vedere uno spettacolo nel giorno di Natale.

Senza dubbio quello di Sindaco è un ruolo difficile, ha ragione, e le nostre, tutte insieme, potranno apparirle come la fiera dell’ovvio. Eppure, a quanto pare, tanto ovvio non è stato, se ci si è ridotti allo stremo di situazioni che erano precarie già da anni e che adesso sono giunte al collasso.

Di certo, è vero, non dev’esser cosa semplice lavorare con serenità su di un territorio flagellato da camorra e negligenza dei cittadini, e potrebbe essere anche vero il fatto che è facile per noi fare i CT-della-nazionale-da-chiacchiere-al-bar o improvvisarci sindaci di Topolinia. Ma resta il fatto che quando suo marito ha deciso di candidarsi, ed ha vinto le elezioni per ben due volte, sapeva a cosa sarebbe andato incontro, conosceva questa realtà, conosceva le condizioni in cui avrebbe lavorato. Ed è ridicolo adesso attribuire a queste quelli che, ad oggi, sono degli insuccessi.

Sarà difficile fare il Primo-cittadino, non lo metto in dubbio, ma, posso assicurarle, ancora più difficile, nella nostra Napoli, è essere proprio un Quisque de populo, come simpaticamente ha apostrofato lei il cittadino medio, l’uomo di strada o, come direbbe Bud Spencer in uno dei suoi film, un pinco pallino qualsiasi.

È difficile quando sei costretto ad aspettare una metro oltre venti minuti con i pannelli informativi che strategicamente dicono “prove tecniche”; quando quella metro di fortuna che riesci a prendere al mattino litigando il tuo posto è così affollata da sentire alitare il vicino sul tuo volto, e nonostante tutto devi sentirti felice per esserci salito; quando aspetti per ore che passi un autobus alle intemperie, con il caldo, con il freddo, con la pioggia; quando persino camminare per strada oltre un certo orario ti terrorizza; quando vivi in periferia e sei circondato da rifiuti e disservizi. Potrei continuare sulle tante cose che ancora non funzionano a Napoli, sugli uffici pubblici spesso con mancanza di personale, sui manti stradali rotti e così tante altre che nemmeno riesco a ricordarle tutte. Un sindaco certamente non può avere il pieno controllo su ogni cosa, ma non può nemmeno dire di esserne allo scuro o, peggio, attribuire questo perdurare di situazioni fuori controllo alle condizioni di partenza, ai mezzi, ai tempi che sono i medesimi per i sindaci di qualsiasi altra città italiana, e che suo marito avrà senza dubbio considerato prima di cimentarsi in questa avventura iniziata ormai nel 2011.

Perché, mia cara Signora De Magistris, anche viverla Napoli è difficile.

Suo marito ha probabilmente confidato sulla capacità di adattamento che noi napoletani da sempre abbiamo, e sul fatto che ci facciamo star bene tutto, e che è molto più probabile che i napoletani scendano in piazza per una partita di calcio che non per difendere un proprio diritto. Ma ciò non toglie che, come qualsiasi altro cittadino medio, ne abbiamo comunque.

Le assicuro che vivere a Napoli, nella vera Napoli, la Napoli del popolo, è ancora più difficile.

Lei parla da privilegiata, da First Lady, da borghese, da professoressa di diritto e da Signora della Napoli-bene che vive sicuramente in un quartiere residenziale, distante da raccolte di rifiuti che non funzionano, da autobus che non passano, da infinite attese di metropolitane che le portano via ore della sua giornata oltre a quelle che già normalmente le toglie un lavoro medio, spesso sottopagato e non confortevole.

Mi creda, è molto più facile girare la città per lavoro con l’auto-blu, e avere la libertà di poterlo fare senza che il suo regalo di Natale, come beffa al danno di non avere un servizio di trasporti pubblico, sia quello di trovare una multa sul parabrezza della macchina che è stata costretta a prendere per andare a lavoro o semplicemente per fare gli auguri ad amici e parenti.

Diritti, questi, che una qualsiasi città di una società civile dovrebbe quantomeno garantire.

È facile parlare quando si frequentano i salotti buoni della borghesia, ma provi lei a calpestare ogni giorno rifiuti che continuano ad accumularsi sui marciapiedi e le strade della periferia e della città, sentendosi come un cittadino di serie B: senza diritti, senza alcuna voce in capitolo, senza nessun’altra possibilità se non quella di dover pagare tasse che le danno la sensazione di gettare il suo denaro dalla finestra per un servizio che non viene erogato con regolarità. Per autobus che non passano, per diritti che non ci vengono concessi.

Proprio in questo momento, mentre le scrivo, il buongiorno dalla mia finestra mi è dato da un cumulo di spazzatura sul marciapiede che l’ASIA non ritira, passandoci di fianco come se non esistesse, a dispetto delle mie tante telefonate e segnalazioni ai numeri preposti. Lei che cos’è che vede dalla sua finestra, Signora De Magistris?

Dovrebbe essere grata ai tanti “intellettuali” che, come me, danno voce ai propri pensieri e, probabilmente, ne danno anche a chi non riesce ad esprimerli come vorrebbe, perché è questa la democrazia, perché è anche questa la conquista del web 2.0, la possibilità di platonici dialoghi virtuali come il nostro, che aprono al confronto, alla conoscenza dell’altro, ad un punto di vista diverso che magari ignoriamo.

Non siamo intellettuali, come lei sarcasticamente ci definisce, non c’è bisogno di esserlo per capire che le cose non vanno bene, siamo soltanto cittadini stanchi di continuare a vivere in una città che amiamo, ma che ogni giorno ci sfibra l’anima.

Se anche lei vivesse gli stessi disagi che la maggior parte dei napoletani sono costretti a vivere, ogni giorno, probabilmente avrebbe le medesime reazioni dinanzi ad un post del nostro sindaco accanto a Fiorella Mannoia, in visita alla mostra dell’Esercito di Terracotta, o suggerire, quasi parodiando, di andare a vedere film e spettacoli teatrali come fosse un influencer.

Lei con quale mezzo è arrivata/arriva al Teatro San Carlo di Napoli, Signora De Magistris? Perché io, da cittadino medio, non ho altre possibilità se non sperare nei nostri trasporti pubblici, calcolando medie di attesa molto lunghe e anticipando di tanto le mie partenze per poter essere puntuale, con qualsiasi condizione climatica.

Per quanto mi riguarda non mi ritengo un uomo di carta stampata o del web. Sono semplicemente una persona che, potrà accorgersene dai miei post, generalmente preferisce parlare di arte e bellezza e non di politica. Perché, come Socrate, so perfettamente di non sapere tante cose. Ma se proprio devo attaccarmi un’etichetta, allora preferisco di gran lunga la sua simpatica locuzione latina, Quisque de populo, con cui in modo galante apostrofa il cittadino medio, quasi a togliere valore alle tante… com’era?! “Semplificazioni ed ovvietà” che però non trovano voce da troppo tempo.

La nostra Napoli in questi anni è decisamente peggiorata. Nei trasporti, nella pulizia, nella criminalità, persino nella manutenzione di strade e costruzioni pubbliche. Le basti pensare alla penosa situazione della Galleria Umberto I, che va avanti da quando ne ho memoria: l’albero che viene messo e puntualmente rubato o buttato a terra dagli scugnizzi dei quartieri, negozi in galleria che continuano a chiudere, uno stato generale di abbandono e degrado, venuto alla luce solo dopo che una persona ha perso addirittura la vita. Situazioni, queste, che si ripetono ciclicamente come l’alternarsi delle stagioni.

La nostra, e la mia in particolare, non è e non vuole essere un’invettiva contro suo marito. Chiaro che non possiamo attribuirgli la “colpa”, né “prendercela” direttamente con lui per situazioni ben più antiche.

Ma converrà con me che è nella persona del Sindaco cui dobbiamo rivolgere le nostre tante ovvietà, che evidentemente continuano a non essere ascoltate.

Le assicuro, da napoletano medio, da “uomo di strada” come quella sua frase latina suggerisce, che vivere a Napoli, e nella periferia in particolare, è difficile tanto quanto farne il Sindaco. È difficile condurre un’esistenza serena in una città con servizi ridotti all’osso da anni; è difficile vivere con dignità la condizione di cittadino (medio, come ci definisce lei); è difficile decidere con orgoglio di restare comunque, di voler vivere e voler morire qui dove si è nati; è difficile persino riuscire a godersi semplicemente le feste, soprattutto continuando ad osservare silenziosamente tanta privilegiata differenza.

È per questo motivo che, confesso, la sua risposta mi ha un po’ deluso, perché mi aspettavo almeno un vago senso di solidarietà, verso quei tanti Quisque de populo, che oggi esprimono democraticamente sul web un malessere che va avanti da troppo, e che hanno contribuito ad eleggere suo marito.

E chiudo questa lettera dicendole che anch’io preferisco non parlare di capacità, perché, come lei stessa ha suggerito, per quelle bastano i dati oggettivi.

Buon Anno, Signora De Magistris. Che il 2018 sia migliore, per tutti.

Mariano Cervone,

un INTERNETTUALE qualunque del popolo

CINEMA

Il MANIFESTO: su Sky Arte HD i 13 volti di Cate Blanchett

Manifesto – poster

Che Cate Blanchett fosse un cavallo di razza ce n’eravamo accorti quando nel 1998 incarnò perfettamente la Regina Elisabetta I nell’omonima pellicola Elizabeth. Da allora la sua carriera è stata una lunga parabola in ascesa, dall’Oscar vinto interpretando l’attrice Katherine Hepburn in The Aviator nel 2005, alla seconda statuetta dieci anni dopo per Blue Jasmine di Woody Allen, dove l’attrice di origine australiana ha interpretato perfettamente le nevrosi di una donna borghese sull’orlo di una crisi di nervi dopo aver perso tutto.

Ma negli anni la Blanchett non ha riposato sugli allori dei premi vinti e delle sue sette nomination, al contrario ha sempre accettato con coraggio di dare volto, anima e corpo a personaggi diversi, dimostrando ogni volta di essere capace di poter interpretare chiunque: da Io non sono qui, dove interpretava addirittura Bob Dylan (vincendo la Coppa Volpi a Venezia) a Carol, dove si è calata nei panni di una madre di famiglia nell’America degli anni ’50 che vive la propria omosessualità repressa con una giovane commessa.

Cate Blanchett in Manifesto (2015)

L’attrice ha addirittura interpretato ben 13 personaggi diversi in un unico film. È successo per MANIFESTO, pellicola diretta da Julian Rosefeldt nel 2015, che arriva domani, 29 dicembre, su Sky Arte HD in prima visione assoluta.

Come suggerisce lo stesso titolo del film, si tratta di tredici manifesti: quello del Partito Comunista, i motti dadaisti, il Dogma 95 e così via, ripercorrendo altrettanti movimenti artistici, attraverso l’interpretazione di straordinari monologhi che rappresentano per Cate una grande prova attoriale.

Rosefeldt ha girato il film in poco più di una settimana, a Berlino e dintorni, traendo l’idea da una sua installazione.

Ogni scenario indaga il rapporto tra società, arte e vita quotidiana nel XX secolo. La Blanchett porta sullo schermo le parole di Marx, Lars Von Trier, Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard, che rivivono attraverso donne molto diverse per storia ed estrazione sociale: da una madre operaia a una giornalista, da una rock star a burattinaia, passando per una clochard. Volti diversi, che parlano ognuno a modo proprio di arte, con monologhi completamente distanti dal proprio mondo, e spesso inascoltati da coloro che stanno intorno, in un curioso gioco di equilibri e contraddizioni che si fa esso stesso arte.

ART NEWS

Le Terme di Caracalla a Roma rivivono grazie al 3D. Ecco com’erano

Se c’è una cosa che i romani sapevano fare, è quella di saper godersi la vita. Mens sana in corpore sano, dicevano, e tra i loro passatempo o attività del wellness, come le definiremmo noi contemporanei.

Le prime terme nacquero, naturalmente, nei pressi di fonti e sorgenti di acque, alle quali si attribuivano dei grandi poteri curativi. L’esplosione di questo fenomeno però arriverà in età imperiale, grazie allo sviluppo delle tecniche che hanno consentito non soltanto di riscaldare l’acqua attraverso focolari sotterranei, ma anche di diffondere aria calda o vapori attraverso gli ipocausti, e dagli spazi sottostanti alla pavimentazione, detti suspensùra.

È Pompei che ci offre il maggior numero di raffinati esempi di complessi termali, ancora oggi ben visibili.

Terme di Caracalla, ricostruzione virtuale della piscina (Natatio)- Foto fornita da Soprintendenza speciale Roma

Un microcosmo, micro-città che rispettavano l’esatta gerarchia del popolo romano, con strutture molto modeste e semplici per la plebe ed altre, più raffinate e sfarzose, per i patrizi.

Come gli antichi egizi, che usavano miscelare nell’acqua sostanze aromatiche e profumate, anche i romani avevano l’abitudine di mischiare con l’acqua profumi o vini speziati.

Proprio come noi oggi, anche i romani conoscevano l’importanza di prendersi cura della propria pelle, attraverso pratiche di scrubbing, attraverso la polvere di equisetoargilla e olio di oliva.

In questi sontuosi ambienti i romani circolavano liberamente, vi erano delle sale per massaggi che venivano fatti con oli e sostanze profumate.

Molto articolate queste strutture che generalmente ruotavano intorno ad un ampio cortile, dove all’interno trovavano posto fontane e statue.

Terme Caracalla, il frigidarium com’era e com’è (foto Soprintendenza)

Tra le stanze di questi ambienti c’era quella con la vasca di acqua fredda, la sala del frigidario, generalmente circolare e sormontata da una cupola e acqua a temperatura bassa, di solito seguita dal calidario, che era rivolto a mezzogiorno in cui trovavano posto delle vasche di acqua calda. Tra questi due ambienti, uno caldo e l’altro freddo, c’era probabilmente un ambiente con una temperatura di mezzo, il tepidario.

Non mancavano ambienti accessori come l’apodyterium, uno spazio non riscaldato destinato agli spogliatoi, ma anche saune, sale di pulizia e palestre.

Insomma il mondo dei romani è molto più vicino a noi di quanto non immaginiamo.

Terme Caracalla, vista generale (foto soprintendenza)

Complesso termale per antonomasia sono senza dubbio le bellissime Terme di Caracalla. Non solo perché la statuaria in esse contenute è oggi esposta all’interno delle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ce ne restituisce l’immagine attraverso queste straordinarie sculture, ma anche perché l’impianto che aveva un’estensione di 337 x 328 metri, si trovava fuori da Porta Capena, posto al Sud per sfruttare meglio l’esposizione solare e illuminato da ampie finestre.

Terme di Caracalla, ricostruzione degli spogliatoi (immagine Soprintendenza Speciale di Roma)

Oggi le terme di Caracalla ritornano in vita grazie ad una straordinaria ricostruzione 3D, che attraverso le più moderne tecnologie di videoproiezione restituisce interamente l’ambiente e i suoi colori originali.

Quest’opera è frutto di una lunga collaborazione e un meticoloso lavoro storico e scientifico fatto dalla Soprintendenza Speciale di Roma e il CNR che hanno ripercorso gli studi a riguardo degli ultimi trent’anni.

Il progetto si intitola Caracalla IV dimensione, ed è stato promosso da Soprintendenza e Coopculture, che lo ha finanziato con un investimento di 100 mila euro.

Un incipit in via sperimentale, questo, che parte con 30 visori. L’obiettivo è quello di incrementarne il numero, e dunque anche le ricostruzioni, con l’arrivo dei mesi caldi, così come anticipa la presidente Coopculture, Giovanna Barni.

Terme Caracalla, palestra orientale com’era con la statua del Toro Farnese (foto soprintendenza)

A questa prima ricostruzione potrebbero anche aggiungersi delle mappe e dei videogame, così come ha già fatto il MANN. Ed è proprio fino all’archeologico nazionale di Napoli, dove i Borbone portarono il gruppo scultoreo di questi luoghi, che arriva questo interessante progetto. I visitatori infatti potranno vedere il Toro Farnese “ricollocato” nel suo ambiente originario.

Una tecnologia avanzata, ma alla portata di tutti, che qualsiasi turista potrà maneggiare con facilità, e scoprire come dovevano apparire in origine questi luoghi di benessere e cura di sé.

È possibile fare questo tipo di visite dallo scorso 20 dicembre. Il costo è di 7 euro che si aggiungono al prezzo del biglietto (intero 8 euro). La prenotazione (consigliata) invece è di 2 euro.

INTERNATTUALE

Luigi De Magistris, il sindaco che fa l’influencer mentre Napoli è in coma

Chi mi segue sul blog lo sa bene, non scrivo mai di politica, né il mio è un tentativo di trasformare il mio sito nella succursale del blog di Grillo. Ma ci sono alcune storie che ti bruciano sulla punta delle dita, nella penna, e che senti il bisogno fisico di scriverle, di tirarle fuori.

I napoletani e coloro che vivono a Napoli hanno imparato, per necessità o diletto, la nobile arte di sapersi arrangiare. È forse questa innata capacità il vero problema della città e dei suoi abitanti, quella di sopravvivere, sempre. Quello che, sin dai tempi delle due guerre, e anche prima, i partenopei hanno trasformato in un vero e proprio modus vivendi, una filosofia di pensiero positivo, che esula dal piangersi addosso, come molti credono, e che fa di quello napoletano un popolo capace di sopravvivere ad ogni cosa e in qualsiasi circostanza.

Ed è probabilmente su questa capacità, che geneticamente continua a trasmettersi di generazione in generazione, che deve aver fondato il suo programma di (non) governo il Sindaco Luigi De Magistris, che dal 2011 (non) amministra questa città.

Sì perché, chi segue la pagina del Sindaco forse se ne sarà già accorto, ma De Magistris deve aver evidentemente confuso la fascia di primo cittadino con quella di Miss Italia. Negli anni ’90 le reginette di bellezza italiane, dopo aver vinto il titolo, spesso girovagavano di centro commerciale in centro commerciale per inaugurazioni ed eventi. Allo stesso modo il Sindaco di Napoli anziché andare in Comune per portare avanti una città ormai allo sbando, sembra molto più affascinato dalle luci della ribalta: party esclusivi, set cinematografici e televisivi, selfie con attori e cantanti. Dalle trasmissioni sulle reti locali alle ospitate su quelle nazionali, De Magistris passa molto più tempo davanti alla camera che in quella del Municipio, postando di volta in volta con orgoglio (e forse bisognerebbe aggiungere con coraggio) le foto dei suoi impegni mondani e glamour, come se fare il sindaco si fosse trasformato in quello di influencer, dove le relazioni con la gente diventano più importanti delle giunte comunali.

Il tutto mentre la città è completamente fuori controllo, abbandonata a sé stessa o ad amministrazioni di quartiere e entità private che ne fanno una terra di conquista.

Metropolitane che somigliano sempre più ad affollati treni cittadini, rifiuti riversati in ogni angolo della città, soprattutto nelle aree periferiche, e linee autobus con macchine rotte e attese medie, nel migliore dei casi, di almeno quaranta minuti.

Il tutto mentre Luigi De Magistris confonde la sua pagina con dicitura di “personaggio pubblico” con quella di “personaggio politico” continuando a postare immagini e commenti che narrano una vita sotto i riflettori.

Microfoni, palchi, inaugurazioni. Sono soprattutto questi gli eventi di gran lunga superiori ai post di oneri e onori di Sindaco, trascurando ormai del tutto un programma politico che nemmeno ricordiamo, e portando a compimento opere come N’Albero (la colossale quanto inutile opera di impalcature sul lungomare a Natale lo scorso anno) e il Corno che quest’anno ne avrebbe dovuto prendere il posto e che invece la decenza e il dissenso dei cittadini ha fortunatamente evitato.

De Magistris fa tesoro della massima latina panem et circenses, pane e giochi circensi, offrendo o credendo di offrire attrazioni che distraggano i cittadini dai reali problemi della città. Il che potrebbe anche funzionare, se non fossimo alla stregua delle forze e in una vera e propria situazione di stallo che non accenna a migliorare.

Dopo un’estate che ha messo a dura prova non solo i residenti ma anche i tanti turisti, con attese dei treni metropolitane che hanno abbondantemente superato i 22 minuti, l’inverno migliora di poco, con carrozze perennemente sovraffollate e corse diradate.

Nel frattempo cadono vetrate dalle chiese, i rifiuti continuano ad ammassarsi per le strade, e Napoli appare come l’ectoplasmatico scenario della grande capitale del regno che è stata, proprio mentre sta paradossalmente vivendo un rinvigorimento del flusso dei turisti che accorrono a frotte per scoprirne bellezze, monumenti e musei.

Mi ha fatto decisamente sorridere il fatto che la Federalberghi su LaRepubblica di Napoli abbia lamentato le poche luminarie e i tanti musei chiusi (tutti quelli nazionali) durante i festivi e non la totale assenza di copertura del servizio dei trasporti nella giornata del 25 dicembre che ha lasciato i turisti letteralmente isolati nelle zone delle loro temporanee residenze a partire dalle ore 13.30, costringendoli a lunghi tragitti a piedi o a non allontanarsi troppo, e costringendo i napoletani non solo a prendere le loro auto (con un maggiore impatto ambientale) per spostarsi per i tradizionali auguri di rito ad amici e parenti.

Anche questo è fare turismo, ma soprattutto cultura d’impresa.

Fingere di incoraggiare ad investire in un settore in cui lo stesso Comune di Napoli e gli altri enti territoriali dimostrano di fatto di non credere davvero, è pura demagogia spicciola a vantaggio delle prossime elezioni.

Basta fare un giro sui social del sindaco per vedere di continuo volti noti come i protagonisti di Sens8Ferzan OzpetekFiorella Mannoia, i The Jackal e tantissimi altri, e tutta una sequela di impegni istituzionali che potrebbero benissimo esulare dall’esserlo. E di certo, va detto, serve sicuramente a poco da parte del Sindaco di Napoli, se non ad auto-assolversi la coscienza, “spingere” su social come instagram i vari eventi e anteprime cui prende parte come se fosse Chiara Ferragni, se poi la sua città non garantisce di poterne ugualmente usufruire a tutti gli altri cittadini e ospiti.

Ogni post rende soltanto più evidente l’abissale differenza tra vivere la città da Primo Cittadino e doverla vivere da cittadino qualunque.

Nel pomeriggio di Natale, e anche oggi, Santo Stefano, Piazza Bellini, come tante altre zone di bagordi nel centro, era una vera e propria discarica a cielo aperto: un puzzo di alcol esala dai tanti bicchieri abbandonati sulle scale, sulle ringhiere, nelle aiuole, mentre per terra sono riverse cicche e cartacce.

Non va di certo meglio in periferia dove in ogni angolo ci sono cumuli di spazzatura ordinaria e straordinaria, accresciuti con maggior rapidità a causa dei cenoni e regali di questi giorni.

Napoli è inconsciamente ritornata ad essere una grande meta turistica, proprio mentre sta vivendo uno stato di morte cerebrale. Un coma che la lascia in vita senza vivere. Un limbo. Dormienti sono le coscienze delle amministrazioni, che hanno generato, e adesso affrontano, situazioni di emergenza, dormienti le coscienze dei cittadini che perennemente si arrabattano, dormienti le coscienze di chi crede che un post o la mera propaganda bastino come endorsement per creare un engagement naturale.

Una città come Napoli, che ambisce a vivere di turismo, servizi come quello della pulizia (ordinaria) e, soprattutto, quello del trasporto pubblico dovrebbe comunque e assolutamente garantirli ai propri cittadini e ai tanti che vengono dall’estero e da altre parti d’Italia in città per godersi un soggiorno di vacanza e non di certo per vivere i disagi del posto.

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500 mila visitatori nel 2017 all’Archeologico di Napoli. Il direttore: «Puntiamo al milione»

Ha il sapore dei premi che i Supermercanti negli anni ’80 davano al milionesimo cliente, ma il traguardo, quello dei 500 mila visitatori per il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, andava di certo celebrato. E così il MANN ha letteralmente premiato il fortunato 500entesimo visitatore entrato nel museo napoletano ieri, che segna un obiettivo che il suo Direttore, Paolo Giulierini, si era prefissato per fine mandato: raggiungere il mezzo milione di visitatori.

Un traguardo davvero importante, che riporta finalmente in auge un museo che per troppi anni è rimasto addormentato, in un letargo culturale che lo aveva quasi alienato e non ha reso giustizia alle sue prestigiose collezioni.

Sale chiuse, poco personale, ed un museo “archeologico”, letteralmente. Era questa la non facile situazione che Giulierini ha ereditato, e che con tenacia e coraggio è riuscito a traghettare nel ventunesimo secolo.

Il MANN infatti si appresta ad inaugurare un’intera ala, che attualmente versa in uno stato di abbandono, che comprenderà una più degna area ristoro con caffetteria, tavoli, un ristorante e persino un auditorium di 300 posti, ma anche una biblioteca e una fototeca e nuovi locali in cui allestire nuove mostre. Il progetto includerà anche una sala multifunzione e ben due sale conferenze di 60 posti ciascuna, più un’ampia zona di deposito.

I lavori avranno inizio a febbraio del prossimo anno, e porterà alla costruzione di ben cinque nuove aree dislocate su quattro livelli di circa 1100 mq ciascuno. I lavori saranno completati nel 2019.

I 500esimi visitatori, in realtà una coppia di americani da New York in visita a Napoli per le vacanze, David e Bori Cevallos, hanno ricevuto in regalo il catalogo della mostra sui Longobardi (Skira editore), partita ieri e che terrà compagnia napoletani e turisti fino al prossimo 25 marzo 2018, e un volume sulla collezione egizia, la cui sala è stata di recente ristrutturata.

Particolarmente soddisfatto il Direttore Giulierini che di questo importante successo ha detto: «Mai il Museo Archeologico Nazionale aveva raggiunto un simile risultato – dichiara Giulierini- Questo museo vale almeno un milione di visitatori e noi, che dopo due anni abbiamo già raggiunto l’obiettivo dichiarato di fine mandato, ci puntiamo con decisione. Porteremo il Museo al vertice in Italia, mentre in Europa e nel mondo siamo già consacrati tra i più importanti organizzatori di mostre».

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Da De Nittis a Gemito, l’impressionismo napoletano a Palazzo Zevallos fino all’8 aprile

In perfetta sintonia con l’atmosfera natalizia di questi giorni, è stata inaugurata alle Gallerie d’Italia a Napoli la mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo, aperta al pubblico fino all’8 aprile.

E già percepisco questa festiva aria ottocentesca, a cominciare dalla bellissima decorazione che quest’anno adorna il monumentale ingresso di Palazzo Zevallos Stigliano a Via Toledo. Una ghirlanda illuminata sospesa a mezz’aria, tra quel senso di Dickens e il fascino vero del XIX secolo.

All’interno un albero di Natale accoglie i visitatori. Bastano questi piccoli tocchi per fare di questa esposizione, di per sé già molto interessante, la scelta perfetta per queste festività.

Non credo sia possibile, ma Palazzo Zevallos mi appare, in questo periodo, ancora più bello e mi restituisce quell’aria che tutti durante il Natale sogniamo di respirare almeno una volta.

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

La mostra è allestita tra il pianterreno e il primo piano. Sono le scene bucoliche di Giuseppe Palizzi quelle che aprono questo percorso espositivo, dove la vita rurale si fa arte: scene di caccia, il mercato dei cavalli, ma anche l’imponente Incitazione al vizio di Michele Cammarano, restituiscono la quotidianità del tempo. Colori vivaci che si alternano a nuance terra, stemperati con pennellate dense, che assumono sulla tela una loro corporeità fino a diventare vere e proprie texture.

Verso la metà del XIX secolo i pittori napoletani entrano a contatto con gli artisti parigini, da Manet a Courbet, generando una proficua contaminazione, che li orienterà verso il realismo che caratterizzerà anche l’impressionismo napoletano.

Le scene monastiche di Toma e Tofano si alternano alla nuda sensualità del Bagno Pompeiano di Domenico Morelli, che ritrae con eccezionale realismo scene antiche e scene bibliche, da La figlia di Jairo alla lapidazione de La Maddalena, che diventano momenti dell’antico quasi fotografati dall’artista.

«Nelle belle serate di luna piena ci si riuniva in terrazza» sono le stesse parole di Giuseppe De Nittis a descrivere la sua opera, che ritrae una scena conviviale, allegra, probabilmente in una taverna sul mare, con tanto di cantori, cui fa da sfondo il bellissimo Palazzo Donn’Anna al chiaro di luna.

Bellissima l’Eruzione sul Vesuvio o, più dialettalmente, Sotto il Vesuvio, tema, quello del vulcano partenopeo, che ritornerà spesso nella pittura di De Nittis, come dimostra la serie di opere qui esposta.

Agli inizi del nuovo secolo i napoletani si fanno sedurre da Gaupil, potente mercante parigino, che offre loro quella visibilità che ne farà maestri, e che li porterà ad esporre le proprie opere anche Esposizioni Universali parisienne.

Vita, vanità, moda si fondono diventando opere che catturano un’epoca come un reportage.

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

I dipinti di queste sale sono come finestre aperte sul secolo scorso, attraverso le quali è possibile ammirare una Napoli bellissima, negli oli di Antonio Leto e Eduardo Dalbono, con le loro spiagge di Capri, pergolati e bagnanti ammalianti come sirene. L’isola azzurra, ma anche Mergellina e la Villa Comunali. La città si è offerta ai suoi impressionisti come un perfetto scenario da catturare e condividere. Ma ci sono anche molte scene d’interni e domestiche in questa bellissima rassegna che sembra sospendere il visitatore.

Da De Nittis a Gemito Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Napoli 2017 2018 Giuseppe De Sanctis

Nel decennio francese, quello che va dal 1806 al 1815 i pittori napoletani sembrano ritrovare il dialogo con il paesaggio. Sono gli anni dell’Ancien Régime quelli in cui gli impressionisti spostano il loro “obiettivo” verso i parchi pubblici e gli spazi aperti, ritraendo le persone che li abitano. Donne eleganti e uomini galanti, fissati in un frangente temporale lontano. Scorgiamo nei dettagli dei loro cappotti, dei cappelli e dei colori un piglio di modernità, quasi contemporaneo, scolpiti da Gemito e dipinti da Giuseppe De Sanctis.

Sembra che gli impressionisti siano quasi la prosecuzione naturale di quell’opera di verità iniziata con Caravaggio, che raffigurano attimi di vita rubati, scevre dalle pose statiche dei secoli prima, impresse sulla tela come precorsici della fotografia.

Sono le strade, i boulevard e i suoi abitanti ciò che a metà del XIX secolo cattura l’attenzione degli impressionisti napoletani, che preferiscono luoghi come i giardini di Lussemburgo e la Senna dal Louvre, ma anche i loggioni dei teatri e la vita borghese.

Bellissime le sculture di Gemito che assumono una nuova dimensione lungo questo percorso espositivo: da Mariano Fortuny ad un Pescatore il realismo travalica la pittura per assumere la consistenza del bronzo.

La mostra dialoga perfettamente con la collezione permanente che diventa naturale prosecuzione, con le sculture di Gemito e nei tanti dipinti di quel tempo che ritraggono una Napoli radiosa prima della Guerra.

A chiudere l’esposizione sono i ritratti di Antonio Mancini, che alla fine dell’800 ritrae giovinetti borghesi e saltimbanchi, figli dei mugnai e scugnizzi, e nei suoi autoritratti anticipa quasi quello che oggi chiamiamo banalmente “selfie”, mostrandosi in studio con un accenno di sorriso come se si stesse specchiando, guardando negli occhi chi osserva. Nei suoi dipinti trovano posto anche Il pazzariello e Bacco, facce diverse di un’unica medaglia che è il popolo di Napoli.

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Il Napoli nel mito, al Museo Archeologico di Napoli fino al prossimo 28 febbraio

Non dev’essere un caso se quest’anno il Napoli Calcio è finito in ben due musei proprio mentre è di nuovo primo in classifica mentre incendia il cuore dei fan come nell’età d’oro degli anni ’80.

Se infatti Museo della Follia di Sgarbi, alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli fino al 27 maggio, ha incluso Maradona in un percorso di Storia dell’Arte che parte da Goya, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ne fa addirittura un mito contemporaneo. Il Napoli nel mito – storie, campioni e trofei mai visti, è questo il titolo della rassegna, che reinterpreterà come veri e propri reperti di archeologia contemporanea tutti quei cimeli, trofei, riconoscimenti e memorabilia di una squadra sportiva che va ben oltre la semplice fede calcistica per i partenopei.

Una mostra che nasce dalla collaborazione con il direttore del museo napoletano, Paolo Giulierini, e la società SSC Napoli, e che trasformerà dal 22 dicembre fino al prossimo 28 febbraio 2018 il MANN in un vero e proprio tempio per i tifosi e per i tanti storici dell’arte che senza dubbio saranno incuriositi da questo insolito accostamento all’archeologia e alla storia dell’arte più pura.

Un percorso cronologico che si snoda nelle tre sale al piano terra che si affacciano sul Giardino delle Camelie, e che dagli albori ai giorni nostri percorrerà tutta la storia di questa squadra nata nel 1926.

Materiali e cimeli sono dell’associazione Momenti Azzurri, nata nel 2007 da un’idea di Dino Alinei e Giuseppe Montanino, in collaborazione con Chrystian Calvelli.

Le testimonianze fotografiche sono state rese possibili grazie al Corriere dello Sport che, grazie alla sinergia con il direttore responsabile, Alessandro Vocalelli, ha fornito materiale fotografico esclusivo sulla squadra e la sua storia. Ma anche lo studio fotografico Carbone ha aperto le sue teche per restituire al pubblico importanti momenti storici della squadra.

Immancabili, per un evento anche mediatico di tale portata, le video-installazioni, rese possibili dalla collaborazione con la RAI, partner televisivo unico, che dai suoi archivi ha messo a disposizione video e filmati storici. Un prezioso contributo ed una importante collaborazione giornalistica, che rende l’idea del valore di questa mostra e di ciò che il Napoli ha significato e significa non solo per la città che rappresenta in serie A, ma per i suoi tifosi che non hanno mai smesso di credere nel sogno azzurro.