ART NEWS

La collezione di un Principe. A Palazzo Zevallos a Napoli fino al 7 aprile

Con l’arrivo delle festività natalizie, inizia a Napoli un periodo particolarmente florido per gli eventi d’arte, che vogliono conquistare il pubblico partenopeo e parte di quei turisti che giungono a frotte, per presepi e tradizioni. Ad aprire le danze quest’anno ci hanno pensato le Gallerie d’Italia, che nella loro storica sede di Palazzo Zevallos a Via Toledo, portano anche per quest’anno un evento da non perdere.

Rubens, Van Dyck, Ribera. La collezione di un principe, questo il titolo completo della rassegna che dal 6 dicembre fino al 7 aprile 2019, riporta a Napoli, e all’interno di Palazzo Stigliano parte di una prestigiosissima collezione appartenuta alla famiglia Vandeneynden, che abitò proprio nella sontuosa dimora napoletana di Via Toledo a partire dagli ultimi decenni del XVII secolo.

Sono 36 i capolavori che ritornano nelle stesse stanze che hanno abitato, tra cui le opere di Van Dyck, Rubens e Ribera.

Una collezione intima, che consentirà al pubblico di conoscere la famiglia Vandeneynden, Giovanni, ricco e potente commerciante fiammingo, che scelse Napoli come residenza per se stesso, per meglio servire le sue clientele, come era solito per molti altri commercianti del Nord Europa.

Vandeneynden aveva acquistato Palazzo Zevallos dal figlio di Juan de Zevallos Nicastro, duca di Ostuni, Francesco, e ne aveva commissionato la ristrutturazione ad un monaco certosino, fra’ Bonaventura Presti, attivo a Napoli come architetto.

Il mercante era anche uno squisito collezionista d’arte, e negli anni aveva raccolto opere straordinarie.

La mostra vuole essere un suggestivo viaggio nell’arte del Seicento del panorama italiano ed internazionale, con un focus particolare sulla produzione delle Fiandre.

La collezione vantava opere tuttora celebri, come il Banchetto di Erode di Rubens (ora a Edimburgo), e ancora esemplari di Anthony van Dyck, Aniello Falcone, Luca Giordano, Mattia Preti, Jusepe de’ Ribera, Salvator Rosa, Massimo Stanzione, Guercino, Annibale Carracci, ma anche Jan Brueghel, Jan Miel, Andrea Vaccaro e numerose nature morte nonché paesaggi e battaglie di altri maestri fiamminghi.

Prestiti eccezionali da musei nazionali ed internazionali, che hanno reso possibile questo straordinario ritorno a “casa”, nelle medesime stanze dove a lungo furono custoditi.

Annunci
ART NEWS

Napoli: stazioni d’arte e metti da parte

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stata da poco inaugurata una mostra dedicata alle stazioni della metropolitana di Napoli. Meta di attrazione per turisti, per i loro colori e le architetture avveniristiche, le stazioni entrano con progetti, fotografie e rendering a far parte di Metro & The City, esposizione che fino al prossimo 31 dicembre 2018 si propone di ripercorrere la storia di questo ampio progetto.

Ma oltre le immagini promozionali, quali sono le reali condizioni di salute di queste opere?

Tra attese estenuanti, vagoni affollati e tratte ridotte, ho fatto un giro per le Stazioni dell’Arte, quel complesso, si legge letteralmente su wikipedia, artistico-funzionale composto da quindici fermate della metropolitana di Napoli, in cui è stata prestata particolare attenzione a rendere gli ambienti belli, confortevoli ed efficienti. Insomma una vera e propria opera d’arte (quasi) in movimento, che i turisti ci invidiano e vengono a frotte a vedere come un vero e proprio monumento, e che ha portato, nel 2012, l’elezione di TOLEDO come stazione più impressionante d’Europa, per il Daily Telegraph e addirittura più bella del mondo per la CNN, assegnando a MATERDEI un decoroso 13esimo posto su scala mondiale.

stazione UNIVERSITÀ

Un progetto nato nel 1995, che ha portato nel tempo installazioni d’arte anche in quelle stazioni originariamente non nate sotto questo concept che tuttora segue queste linee guida, come VANVITELLI, dove successivamente è stata applicata la sequenza di Fibonacci di Mario Merz.

Un vero e proprio museo d’arte contemporanea che i cittadini, attese a parte, possono percorrere al costo di 1,10 €, il biglietto di una corsa singola, e che ha portato artisti quali Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis solo per citarne alcuni, senza considerare la copia in vetroresina dell’Ercole Farnese, il calco in bronzo della Testa di Cavallo (detta Carafa, il cui originale è all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli), o quella del Laocoonte.

Opere che hanno reso l’arte contemporanea senza dubbio più vicina, e sebbene i napoletani continuino ad ignorare quali siano i nomi degli artisti che hanno realizzato le installazioni che quotidianamente li accompagnano, di certo hanno imparato a familiarizzare con le loro opere, come il profilo continuo, Conversational profile della stazione UNIVERSITÀ.

Più archeologica quella MUNICIPIO che propone invece alcuni reperti rinvenuti durante gli scavi per la sua realizzazione, mentre all’uscita MONTECALVARIO, quella che collega la stazione Toledo con i Quartieri Spagnoli ci sono opere fotografiche di artisti come il noto fotografo Oliviero Toscani.

La stazione DANTE è stata disegnata invece dalla compianta archistar Gae Aulenti, che per l’omonima piazza in cui è ubicata ha voluto rispettarne l’originario impianto 700ntesco.

Ma se anche prendere la metropolitana è diventata, a Napoli, una full-immersion nell’Arte, i tanti disagi e disservizi cui è continuamente sottoposta la LINEA 1, ne fanno anche un’esperienza folkloristica, dove il turista si ritrova affascinato dal ritardo come se fosse parte di un colorato viaggio di un Paese del Sud America.

E se per i treni, le cui attese sforano abbondantemente ancora i 20 minuti, l’imperativo è ancora aspettare, augurandoci di poter vedere presto un miglioramento che renda più vivibile e civile viaggiare in metropolitana, ci si aspetterebbe che almeno le stazioni fossero trattate come opere d’arte. Da qualche mese a questa parte ho così deciso di impiegare le mie attese ad osservare le condizioni, oltre che la bellezza delle stazioni napoletane. Ed è proprio ad uno sguardo più attento che è possibile notare neon spenti, pannelli luminosi completamente bui, pezzi di scale (o meglio, battiscopa) che mancano.

sequenza Fibonacci, stazione Vanvitelli (Napoli)

I numeri della sequenza di Fibonacci infatti, risultano spenti, così come i pannelli della stazione Toledo che dovrebbero rappresentare il mare, o i versi della Divina Commedia del sommo Poeta.

Ma non solo. Con la pioggia ritornano le transenne nella stazione Museo, che subisce da anni evidenti infiltrazioni, e mancano i battiscopa e nella stazione Università che proprio in quella Toledo.

Colpa, a volte, dell’esuberanza dei ragazzini, dell’inciviltà di chi maltratta le nostre infrastrutture, certo, ma anche di chi dovrebbe vigilare su queste architetture garantendone una regolare conservazione, a maggior ragione se poi sono, o almeno dovrebbero essere, considerate come opere d’arte.

Insomma le stazioni dell’arte sembrano un po’ abbandonate a loro stesse, con sbarramenti che ciclicamente ritornano sempre negli stessi punti, sempre con le medesime condizioni meteo, a riprova di problematiche note ma che vengono perennemente rattoppate, senza una vera manutenzione ordinaria o straordinaria, senza una vera cura quotidiana che ne preservi l’originario aspetto, e dia loro la considerazione non solo di stazioni funzionali, ma anche di opere architettoniche decorative.

stazione MUSEO, transenne per le infiltrazioni d’acqua

Tuttavia, osservando le condizioni fatiscenti delle stazioni e aspettando per ore treni che non passano, viene da chiedersi se non sarebbe stato meglio investire in assunzioni e macchine i milioni di euro che invece abbiamo speso in architettura e design, e se non sarebbe stato meglio aspettare pochi minuti un treno in una stazione anonima, anziché sostare per ore sotto una stilosa quanto affollata banchina.

Parafrasando un noto proverbio, sembra che a Napoli valga il detto stazioni d’arte e metti da parte.

ART NEWS

RES RUSTICA: i sapori dell’Antica Pompei al MANN di Napoli fino al 18 febbraio

In un momento storico come il nostro, in cui tanta attenzione è rivolta al cibo, tra EXPO, fiere e il proliferare di programmi televisivi di cucina e cooking show, anche l’arte può contribuire a raccontare la grande passione e la tradizione del nostro Paese. E se qualche locale si è cimentato nella riscoperta delle millenarie ricette dell’Antica Pompei, una mostra invece ci svela l’originario aspetto di ciò che mangiavano i romani alle pendici del Vesuvio. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha infatti deciso di chiudere l’anno, e un ciclo di grandi mostre, proprio con RES RUSTICA, imponente mostra che dal 21 novembre al prossimo 18 febbraio 2019, svela la Collezione dei Commestibili di Pompei. E non è di certo un caso se il museo napoletano abbia deciso di farlo proprio nell’Anno del Cibo Italiano, il 2018, facendosi così promotore della nostra grande ricchezza agroalimentare.

Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C., questo il titolo completo dell’esposizione, apre la sala numero 94, adiacente al grande plastico di Pompei, in cui è mostrata una mappa con le antiche rotte che gli Antichi seguivano per approdare sulle coste italiane dall’Oriente: pesche, olive, agli, melagrane, carrube, fichi, datteri, sono soltanto alcuni dei prodotti che, una volta, animarono la tavola e la quotidianità dei romani.

Oggi questi frutti ci appaiono molto diversi di come dovevano apparire ai tempi, in condizioni di estrema fragilità, carbonizzati e non.

Grazie all’importante contributo del prof. Gaetano Di Pasquale e della dott.ssa Alessia D’Auria del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è stato risolto anche un piccolo giallo: i ritrovamenti di alcune vinacce infatti sembrano risalire ad appena il XVIII secolo, non di età romana dunque, ma di epoca borbonica. Si potrebbe trattare dei primi tentativi di viticoltura, voluti o casuali, operati durante gli scavi e i primi ritrovamenti pompeiani.

A rendere questo percorso di archeobotanica più comprensibile, alcuni video (in italiano e in inglese) che vanno ad illustrare questi preziosi reperti in relazione alle contemporanee conoscenze e scoperte.

Una seconda sala invece è dedicata all’utilizzo dei commestibili nella quotidianità, con utensili da cucina, dispense, e corredi da tavola.

Tra i reperti più interessanti, la bottiglia contenente ancora olio di oliva, mostrata da Alberto Angela in occasione della conferenza al MANN per la presentazione del programma Stanotte a Pompei.

Non solo istituzioni scientifiche. Tra i mecenati che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento, anche ROSSOPOMODORO, che ha sostenuto l’intervento di valorizzazione della Collezione dei Commestibili del MANN.

I visitatori dell’Archeologico potranno così ammirare olive e noccioli, frutti di fico interi o spaccati, cereali, legumi, castagni e molto altro.

Nata con Carlo di Borbone e i primissimi scavi, la Collezione dei Commestibili, per volere dello stesso sovrano, andrò a costituire la Wunderkammer, stanza delle meraviglie con le mirabilia più curiose e di maggior pregio. Precluso al pubblico per anni, il nucleo ritorna a far parte delle collezioni del museo a partire dal 2018, e viene finalmente restituito al pubblico con un evento che mette già l’acquolina in bocca, e risveglia i nostri appetiti di arte e non solo.

MUSICA

La lotta di San Michele. L’opera musicale a San Lorenzo Maggiore il 7 dicembre

Si intitola San Michele l’Angelo dell’Apocalisse l’opera musicale che andrà in scena venerdì 7 dicembre alla Basilica di San Lorenzo Maggiore. Nel cuore della sacralità e della tradizione natalizia napoletana, a due passi da San Gregorio Armeno.

Un’opera musicale dalla narrazione vigorosa. Come suggerisce lo stesso titolo, ispirata a quello che forse è il libro più forte della Bibbia, l’Apocalisse.

Protagonista assoluto non poteva che essere lui, San Michele Arcangelo, Principe delle milizie celesti, che combatte Lucifero, l’angelo ribelle, in una appassionata lotta tra bene e male che va avanti dalla notte dei tempi.

Scritta dal compositore Simone Martino, vanta la prestigiosa collaborazione del poeta Lorenzo Cioce in collaborazione con Padre Gaetano Saracino per la dimensione spirituale.

Un testo dunque qualitativamente alto, diretto da Andrea Palotto e prodotto da AriluMusic.

Ma lo spettacolo sarà anche una preziosa occasione per fare beneficenza. L’intero ricavato della serata infatti andrà a In Nome di Concetta ONLUS, associazione che si propone la nobile causa di assistere gli ammalati oncologici e le loro famiglie, offrendo un aiuto concreto a chi lotta.

Tanti gli obiettivi già raggiunti dall’Associazione attraverso l’organizzazione di eventi e raccolte fondi, come tiene a sottolineare il Presidente dell’Associazione, Alfredo Amoroso: «È grazie a voi che l’Associazione Vive, con il vostro sostegno siamo riusciti ad aprire uno sportello d’ascolto presso il reparto di Oncologia dell’ ospedale Monaldi di Napoli supportando il lavoro di un’esperta psico-oncologa, a donare un acquario alla struttura, ad acquistare una videocamera ad alta definizione 3D per la microchirurgia in laparoscopia per il reparto di oncologia pediatrica dell’ Ospedale Pausillipon Santobono di Napoli, ad istituire venti borse di studio destinate ad abili ricercatori oncologici per la partecipazione al master in “Interventi bio-psico-sociali e relazionali nelle malattie croniche e terminali dell’età evolutiva” presso l’ Università Suor Orsola Benincasa oltre a collaborazioni con le strutture ospedaliere per l’implementazione di progetti volti ad aiuti concreti agli ammalati e alle loro famiglie».

L’appuntamento, assolutamente da non perdere, è dunque per il 7 dicembre alle ore 20.30 alla Basilica di San Lorenzo Maggiore a Napoli.

Per info e prenotazioni:

INDC Onlus: Centro direzionale Napoli Is. E7, 14° piano

Basilica San Lorenzo Maggiore: P.zza S.Gaetano 316, Napoli

Email: segreteria@indconlus.org | info.arilu@libero.it

Telefono: 081 7509011

Mobile/whatsapp: 329 0631381

http://bit.ly/SanMichele_operaMusicale

TELEVISIONE

Ad Halloween tremate: le streghe son tornate!

Ti accorgi che stai davvero invecchiando quando iniziano a fare remake e reboot di serie che guardavi da ragazzino. Quest’anno, giusto in tempo per Halloween, sono due i serial che si rifanno a vecchie serie televisive degli anni ’90. Su Netflix infatti è arrivata la prima stagione di Sabrina, vita da strega che per l’occasione diventa Le terrificanti avventure di Sabrina, mentre sul network americano CW ha fatto il suo debutto Charmed. Ma dimenticate gatti parlanti e zie pasticcione o il Potere del Trio.

Le due serie infatti ritornano con protagoniste e toni decisamente diversi rispetto al passato, indagando storie che qui si fanno a tinte fosche. Sabrina Spellman, che tutti ricorderanno per Melissa Joan Hart, è qui interpretata dalla giovane Kiernan Shipka, vive ancora con le sue zie Ilda e Zelda, che hanno però un’agenzia di pompe funebri proprio sul retro della loro casa di famiglia.

Kiernan Shipka in Le Terrificanti avventure di Sabrina

Qui la giovane streghetta deve compiere 16 anni, e ricevere il suo “battesimo oscuro”, rinunciando per sempre alla sua metà umana scrivendo il suo nome nel libro oscuro della Bestia. Ma farlo per la ragazza non è facile, perché significherebbe rinunciare all’amore di Harvey, suo coetaneo umano e compagno di liceo, il quale, dichiarandole il suo amore, le ha appena reso questa terribile decisione più difficile.

È da qui che parte la storia, tratta in origine dal fumetto di Roberto Aguirre-Sacasa, e che noi ricordavamo grazie alla sit-com che ebbe ben sette stagioni.

E se la serie Netflix mantiene almeno i (nomi dei) personaggi, i millennials dovranno dimenticare le iconiche sorelle Halliwell, ricordato dai più come quello che fu il ritorno televisivo post-Beverly Hills 90210 di Shannen Doherty e il quasi debutto di Holly Marie Combs e Alyssa Milano che con questa produzione trovarono la fama internazionale.

Streghe, in originale Chamred, mantiene intatto quel mix di ironia, magia e azione, ritrovando però tre protagoniste completamente diverse per storia e, persino, per etnia. Se molti, alla notizia di questo reboot, speravano in un coinvolgimento delle tre interpreti originali, così non è stato, e la storia, anche se per molti aspetti simile, è completamente diversa. Qui infatti le sorelle… Vera, alla morte della loro mamma, vedono bussare alla porta Macy, che dice di essere una loro sorella, anzi, sorellastra. Scenario, questo, che riporta alla quarta stagione della serie originale, con l’ingresso di Rose McGowan al posto della Doherty. E se persino la casa è sulla falsariga dell’iconica architettura originale, anche la città è cambiata, da San Francisco all’immaginaria Hilltown.

Anche la caratterizzazione dei personaggi è molto diversa: la sorella di mezzo è dichiaratamente omosessuale e con tanto di compagna, la sorella più piccola ha il potere della telepatia e non della premonizione, mentre due sorelle sono ispaniche, una afro-caraibica.

Simile il pilot, che vede la scoperta casuale dei propri poteri e il combattimento con il primo demone.

Melonie Diaz, Sarah Jeffery e Madeleine Mantock sono le tre streghe che hanno l’arduo compito di farci dimenticare delle originali sorelle Halliwell, raccogliendo l’eredità non facile di una serie che, insieme a Desperate Housewives, vanta il primato del più alto numero di stagioni, ben otto, con un cast di protagoniste completamente

Alyssa Milano, Holly Marie Combs, and Shannen Doherty in Charmed (1998)

femminile. Per farsi un’idea basti pensare che persino l’iconico cult degli anni ’70, Charlie’s Angels, si fermò a quota cinque.

Ma se Sabrina, prodotta da Netflix, riesce a convincere nonostante i toni più dark, e può contare su di una seconda stagione già confermata, per Charmed (per la quale noi italiani dobbiamo aspettare raidue la prossima estate) è difficile immaginare un lungo futuro pari a quello del suo predecessore.

In entrambi i casi una sola cosa è certa: per questo Halloween, tremate. Le streghe son tornate!

LIFESTYLE

L’arte fa bene alla nostra salute. Lo dice la medicina

Sì, di primo acchito può sembrare uno di quei titoli per fare condivisioni. Ma è tutto assolutamente vero.

A Montreal, Sud del Canada, i medici hanno cominciato a prescrivere ai propri pazienti delle visite nei musei gratuiti. Secondo questa nuova concezione della medicina, se è vero che riso fa buon sangue, ed è la migliore cura, anche l’arte avrebbe degli effetti terapeutici e dunque benefici sul corpo e sulla mente. I medici canadesi pare che stiano iniziando a prescrivere visite nei musei per le patologie più disparate, dal diabete alle malattie croniche passando per la depressione.

«Nel XXI secolo – dice Nathalie Bondil, direttore generale del Museo delle Belle Arti di Montreal – la cultura sarà ciò che l’attività fisica è stata per la salute nel ventesimo secolo».

I visitatori potranno così creare un programma personalizzato per promuovere il benessere attraverso l’arte, e prestarsi volontariamente per creare delle collaborazioni di ricerca con i medici per studiare gli effettivi benefici sulla salute delle visite museali.

Pare infatti che l’associazione dei medici di Montreal abbia unito le proprie forze affinché sia possibile “prescrivere arte”: «Ci sono sempre più prove scientifiche sull’arte come terapia – ha spiegato Hélène Boyer, vice presidente dell’associazione medica».

Ogni prescrizione consentirà ad un massimo di due adulti e due bambini di età non superiore ai 17 anni, di entrare gratuitamente in un museo fino a 50 volte l’anno. In molti credono, sbagliando, che queste possano essere cure per i soli problemi mentali, in realtà sono tanti i benefici che la visita in un museo può apportare: «L’arte infatti – continua la Boyer – aumenta il nostro livello di cortisolo e il nostro livello di serotonina. Noi secerniamo ormoni quando visitiamo un museo e questi ormoni sono responsabili del nostro benessere».

Chissà se presto anche in Italia avremo prescrizione a base di musei e non più di psicofarmaci. Nel frattempo però siamo paghi del fatto che entrare in un museo è un vero toccasana non solo per l’anima, ma anche per il benessere di tutto il nostro corpo.

LIFESTYLE

Cotonella, l’intimo di qualità che rispetta l’ambiente

Siamo ormai in autunno inoltrato, le foglie cadono, i viali si colorano d’arancio, e i primi venti autunnali rinfrescano le nostre giornate. La maggior parte di noi, rientrati da tempo a lavoro, è proiettata verso i colori caldi di questo periodo dell’anno, mentre l’aria più frizzantina del mattino sui mezzi pubblici o rientrando la sera a casa, ci fa capire che è tempo del cambio di stagione.

Se, come me, vivete questi sbalzi climatici, e volete essere preparati a questa mezza stagione (eh già, a quanto pare, esistono ancora!), allora la vostra scelta deve essere Cotonella.

Chi non ricorda questo marchio come ambasciatore di bellezza nel nostro Paese?! Nato in Italia, a Edolo per la precisione, agli inizi degli anni ’70, con la sua linea underwear si è ben presto imposto come leader nel settore dell’intimo, diventando subito portabandiera di quel made in Italy che vuole essere soprattutto sinonimo di alta qualità.

Il brand bresciano ben presto si è evoluto, espandendo lo spettro di prodotti che oggi vanno dall’intimo alla maglieria, offrendo così ai suoi clienti una vasta gamma di articoli tra cui scegliere, di diverse forme, colori, modelli e tessuti.

40 anni di esperienza che hanno portato Cotonella a sviluppare e produrre articoli per uomo, donna e bambino che vanno dall’underwear alla corsetteria, dalla maglieria ai pigiami. Una capacità produttiva tale che ha portato l’azienda a toccare le 50.000 unità giornaliere, e la cifra record di 12 milioni di pezzi nel 2011.

Un marchio di valore e di valori, quello di Cotonella, da sempre attento a combattere lo sfruttamento della manodopera minorile, e selezionando un personale maggiorenne altamente qualificato.

Tra i fiori all’occhiello dell’azienda, un laboratorio qualità interno che, attraverso test e strumentazioni sofisticate, è attento alla selezione e alla qualità delle materie prime. Ma Cotonella vanta anche tanti altri primati, tra cui l’utilizzo di cotone biologico, test in laboratorio e il riconoscimento Certificazione Oeko-Tex (fiducia nel tessile), che attesta un riconoscimento che sancisce l’osservanza di tutte le normative igieniche ed ecologiche.

Un motivo in più per scegliere prodotti Cotonella, per chi vuole il pieno rispetto dell’ambiente e della persona. Ma il brand dell’arco di Brescia farà soprattutto la gioia delle Signore, da sempre più attente al mondo del fashion e alle nuove tendenze, con un’ampia selezione di maglie e di abiti Cotonella, che coniugano moda, stile e, soprattutto convenienza, rappresentando un ampio ventaglio di capi per trovare quello che meglio si addice alla propria personalità ed esprimere completamente se stesse.

ART NEWS

I Racconti dell’Arte. Sergio Gaddi racconta (in anteprima) la mostra di Escher a Napoli

Non potevo perdere un grande appuntamento con l’arte. Se poi si tratta dell’anteprima di una delle mostre più attese a Napoli, si trasforma in un vero e proprio dovere morale per un amante dell’arte che vuole andare oltre quadri e raffigurazioni. L’occasione è I Racconti dell’Arte, che nella Sala Di Stefano al terzo piano del PAN ha dato un assaggio ai presenti di cosa sarà Escher, la grande retrospettiva che il gruppo Arthemisia porta al Palazzo delle Arti di Napoli dal 1 novembre fino al prossimo 22 aprile 2019.

il curatore Sergio Gaddi

A narrare con maestria, passione ed entusiasmo Sergio Gaddi, curatore di mostre, che attraverso video, animazioni, ricostruzioni 3D e tante immagini ci ha proiettati nell’illogico mondo dell’artista olandese.

Suddiviso in cinque macro-sezioni, il percorso non può che partire dagli inizi e l’Italia, paese che Escher scopre e ama al punto da trasferirvici e viverci ben 12 anni. Ma non è l’arte rinascimentale, nota nel mondo, ad attrarlo. L’incisore olandese è particolarmente attratto dai paesaggi italiani e dalla bellezza del suo territorio, dai panorami senesi, da quella Magna Grecia che cercherà di catturare attraverso i templi di Segesta. E lo fa con quella precisione quasi fotografica delle sue incisioni e con quello straordinario talento.

Sebbene il suo maestro, Samuel Jessurun de Mesquita, tenterà di iniziarlo a quell’Art Nouveau tanto in voga agli inizi del ‘900, Escher ben presto troverà una sua strada e una sua espressione artistica che lo porterà via via ad allontanarsi dalle linee morbide di quello stile, indagando forme, immagini, prospettive e sovvertendone ogni regola al limite dell’illogico e della follia.

Non a caso le sue immagini saranno tanto di moda negli anni ’70 e tanto amate dagli hippy, che le declineranno in colori psichedelici osannando il maestro come un poeta vate la cui ispirazione doveva, a loro dire, essere frutto di sostanze oppiacee e stupefacenti.

Ma quello di Escher è talento puro, e genialità, e quell’andare oltre proiettandosi senza paura nella creatività più pura.

Non manca la sezione dedicata all’amore e alla Campania, non perché la mostra faccia adesso tappa a Napoli, ma perché nella nostra regione, e a Ravello per la precisione, il talentuoso grafico conobbe Jetta Umiker, grande amore della sua vita.

Siamo negli anni ’30, gli anni in cui l’artista comincerà a sperimentare con la geometria, creando immagini speculari come Exlibris, in cui il Vesuvio e la lava non sono altro che due figure simmetriche, o il colossale dipinto (che sarà presente in mostra) Metamorfosi 2, in cui Escher passa da una semplice raffigurazione a complesse evoluzioni di figura che si tramutano, tra l’altro, anche nel panorama di Atrani, a lui molto caro.

Affascinato dai paesaggi, si possono percepire persino echi di Van Gogh nelle sue opere, non perché volessero rappresentare un omaggio, ma perché ciò era la prova che Escher conosceva la storia dell’arte e, inevitabilmente, ne era influenzato, così come doveva averlo influenzato il Duomo di Siena, vero capolavoro dell’architettura rinascimentale italiana, nel disegno delle sue di architetture impossibili, che non potevano che ricordarmi un altro grande incisore fantasioso (di cui vi ho già parlato), Piranesi.

a sinistra un’opera di Piranesi, a destra un’architettura impossibile di Escher

Un’ampia sezione è dedicata alla tassellatura, e a quelle raffigurazioni con un senso di horror vacui che non lasciavano nemmeno uno spazio vuoto, e che tramutavano persino delle forme orientaleggianti ispirate ad Istanbul in pattern dalle più strane forme riempitive. Riempitivi a contrasto, forme e figure che, con demoni e altri indefiniti mostri e animali, citano addirittura un altro olandese, Bosch.

cover dell’album On the run dei Pink Floyd

Durante quella che è una vera e propria lectio magistralis, Gaddi non risparmia aneddoti e riferimenti musicali: Rolling Stones, i Pink Floyd, Simon & Garfunkel. Ma non sono solo citazioni di un gusto raffinato, ma artisti che in qualche modo si sono confrontati con il grande genio. E così scopriamo che ad un irriverente Mick Jagger, che aveva osato dargli del “tu” in una lettera, era stata rifiutata la proposta di usare una sua immagine per un album della sua band, che i Pink Floyd invece utilizzarono una sua immagine per il disco On the run del 1973, o che il testo di Simon&Garfunkel, the sound of silence, a detta del curatore comasco, è la perfetta sintesi e essenza del lavoro dell’artista.

Ma Escher è stato anche un artista che ha dato una forma visiva alle leggi scientifiche, ha studiato a lungo gli aspetti della rifrazione, il riflesso di una sfera, strutture, geometrie, mentre le sue opere attingevano da artisti come il fiammingo Jan van Eyck o il Parmigianino.

Bellissimi i suoi incroci tra la realtà bidimensionale e il 3D, che indagano dimensioni e spazialità.

Escher, vincolo d’unione

Ultima sezione non poteva che essere Escher-mania, e tutto ciò che il suo lavoro ha rappresentato e rappresenta per noi contemporanei che continuiamo ad ispirarci alle sue opere: da Magritte, che tanto mutua dal suo Vincolo d’Unione, agli spot in televisione, passando per i Simpson, tutti almeno una volta lo hanno (in)consapevolmente citato.

Quello di Escher è uno di quei casi in cui quella delle opere precede la sua fama, ma dopo questa mostra al PAN nessuno a Napoli dimenticherà il suo nome.

Grazie a Sergio Gaddi per questo affascinante racconto.

ART NEWS

L’eruzione di Pompei non fu il 24 agosto. Un’iscrizione oggi rivela la vera data

Che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., quella che distrusse l’antica città di Pompei, non fosse avvenuta in agosto, ne avevamo avuto la percezione quando gli scavi hanno restituito frutta di stagione e altri indizi che non facevano pensare ad un mese caldo. Ma che gli stessi scavi potessero restituire concretamente la data esatta dell’accaduto, fugando ogni dubbio, questo proprio non lo immaginavamo.

Il ministro Alberto Bonisoli con il sovrintendente Massimo Osanna mostrano la scritta su un muro degli scavi di Pompei (foto ANSA/Ciro Fusco)

È stato annunciato questa mattina, da direttore del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, insieme all’attuale Ministro della Cultura Alberto Bonisoli.

Un’iscrizione a carboncino avalla la tesi che l’eruzione fosse avvenuta ad ottobre. La scoperta riguarda la Regio V di Pompei, mentre l’iscrizione fa riferimento al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, che corrisponde dunque al 17 ottobre.

L’iscrizione a carboncino, trovata a Pompei, a supporto della teoria che la data dell’eruzione fosse ad ottobre e non ad agosto del 79 d.c., ANSA/ Ciro Fusco

A scriverlo un operaio bontempone che ha lo ha probabilmente scritto sul muro di una stanza che doveva essere in ristrutturazione proprio in quel momento, scrivendo la data all’interno di una frase scherzosa.

Già nel XIX secolo era stato il caldo di un ramo di bacche, che fa generalmente frutti in autunno, aveva destato qualche perplessità in merito alla datazione della famigerata eruzione che distrusse la cittadina pompeiana. Ma anche il rinvenimento di melograni e alcuni bracieri facevano presagire che gli ultimi giorni della cittadina romana non fossero proprio estivi o quantomeno caldi.

La Villa del Giardino portata alla luce durante i lavori di scavo al siro archeologico di Pompei dove e’ stata ritrovata anche l’ iscrizione a carboncino, trovata a Pompei, a supporto della teoria che la data dell’eruzione fosse ad ottobre e non ad agosto del 79 d.c., ANSA/ Ciro Fusco

Dopo tante speculazioni e ipotesi in merito oggi arriva finalmente la conferma, che sposta la data dal 24 agosto, convenzionalmente accettato dagli studiosi, al 17 ottobre del 79 d.C.

Una scoperta “straordinaria” la definisce il Ministro dei Beni Culturali, Bonisoli, che in una nota sottolinea che questi nuovi scavi rappresentano l’eccezionale competenza del nostro Paese.