ART NEWS

I Racconti dell’Arte. Sergio Gaddi racconta (in anteprima) la mostra di Escher a Napoli

Non potevo perdere un grande appuntamento con l’arte. Se poi si tratta dell’anteprima di una delle mostre più attese a Napoli, si trasforma in un vero e proprio dovere morale per un amante dell’arte che vuole andare oltre quadri e raffigurazioni. L’occasione è I Racconti dell’Arte, che nella Sala Di Stefano al terzo piano del PAN ha dato un assaggio ai presenti di cosa sarà Escher, la grande retrospettiva che il gruppo Arthemisia porta al Palazzo delle Arti di Napoli dal 1 novembre fino al prossimo 22 aprile 2019.

il curatore Sergio Gaddi

A narrare con maestria, passione ed entusiasmo Sergio Gaddi, curatore di mostre, che attraverso video, animazioni, ricostruzioni 3D e tante immagini ci ha proiettati nell’illogico mondo dell’artista olandese.

Suddiviso in cinque macro-sezioni, il percorso non può che partire dagli inizi e l’Italia, paese che Escher scopre e ama al punto da trasferirvici e viverci ben 12 anni. Ma non è l’arte rinascimentale, nota nel mondo, ad attrarlo. L’incisore olandese è particolarmente attratto dai paesaggi italiani e dalla bellezza del suo territorio, dai panorami senesi, da quella Magna Grecia che cercherà di catturare attraverso i templi di Segesta. E lo fa con quella precisione quasi fotografica delle sue incisioni e con quello straordinario talento.

Sebbene il suo maestro, Samuel Jessurun de Mesquita, tenterà di iniziarlo a quell’Art Nouveau tanto in voga agli inizi del ‘900, Escher ben presto troverà una sua strada e una sua espressione artistica che lo porterà via via ad allontanarsi dalle linee morbide di quello stile, indagando forme, immagini, prospettive e sovvertendone ogni regola al limite dell’illogico e della follia.

Non a caso le sue immagini saranno tanto di moda negli anni ’70 e tanto amate dagli hippy, che le declineranno in colori psichedelici osannando il maestro come un poeta vate la cui ispirazione doveva, a loro dire, essere frutto di sostanze oppiacee e stupefacenti.

Ma quello di Escher è talento puro, e genialità, e quell’andare oltre proiettandosi senza paura nella creatività più pura.

Non manca la sezione dedicata all’amore e alla Campania, non perché la mostra faccia adesso tappa a Napoli, ma perché nella nostra regione, e a Ravello per la precisione, il talentuoso grafico conobbe Jetta Umiker, grande amore della sua vita.

Siamo negli anni ’30, gli anni in cui l’artista comincerà a sperimentare con la geometria, creando immagini speculari come Exlibris, in cui il Vesuvio e la lava non sono altro che due figure simmetriche, o il colossale dipinto (che sarà presente in mostra) Metamorfosi 2, in cui Escher passa da una semplice raffigurazione a complesse evoluzioni di figura che si tramutano, tra l’altro, anche nel panorama di Atrani, a lui molto caro.

Affascinato dai paesaggi, si possono percepire persino echi di Van Gogh nelle sue opere, non perché volessero rappresentare un omaggio, ma perché ciò era la prova che Escher conosceva la storia dell’arte e, inevitabilmente, ne era influenzato, così come doveva averlo influenzato il Duomo di Siena, vero capolavoro dell’architettura rinascimentale italiana, nel disegno delle sue di architetture impossibili, che non potevano che ricordarmi un altro grande incisore fantasioso (di cui vi ho già parlato), Piranesi.

a sinistra un’opera di Piranesi, a destra un’architettura impossibile di Escher

Un’ampia sezione è dedicata alla tassellatura, e a quelle raffigurazioni con un senso di horror vacui che non lasciavano nemmeno uno spazio vuoto, e che tramutavano persino delle forme orientaleggianti ispirate ad Istanbul in pattern dalle più strane forme riempitive. Riempitivi a contrasto, forme e figure che, con demoni e altri indefiniti mostri e animali, citano addirittura un altro olandese, Bosch.

cover dell’album On the run dei Pink Floyd

Durante quella che è una vera e propria lectio magistralis, Gaddi non risparmia aneddoti e riferimenti musicali: Rolling Stones, i Pink Floyd, Simon & Garfunkel. Ma non sono solo citazioni di un gusto raffinato, ma artisti che in qualche modo si sono confrontati con il grande genio. E così scopriamo che ad un irriverente Mick Jagger, che aveva osato dargli del “tu” in una lettera, era stata rifiutata la proposta di usare una sua immagine per un album della sua band, che i Pink Floyd invece utilizzarono una sua immagine per il disco On the run del 1973, o che il testo di Simon&Garfunkel, the sound of silence, a detta del curatore comasco, è la perfetta sintesi e essenza del lavoro dell’artista.

Ma Escher è stato anche un artista che ha dato una forma visiva alle leggi scientifiche, ha studiato a lungo gli aspetti della rifrazione, il riflesso di una sfera, strutture, geometrie, mentre le sue opere attingevano da artisti come il fiammingo Jan van Eyck o il Parmigianino.

Bellissimi i suoi incroci tra la realtà bidimensionale e il 3D, che indagano dimensioni e spazialità.

Escher, vincolo d’unione

Ultima sezione non poteva che essere Escher-mania, e tutto ciò che il suo lavoro ha rappresentato e rappresenta per noi contemporanei che continuiamo ad ispirarci alle sue opere: da Magritte, che tanto mutua dal suo Vincolo d’Unione, agli spot in televisione, passando per i Simpson, tutti almeno una volta lo hanno (in)consapevolmente citato.

Quello di Escher è uno di quei casi in cui quella delle opere precede la sua fama, ma dopo questa mostra al PAN nessuno a Napoli dimenticherà il suo nome.

Grazie a Sergio Gaddi per questo affascinante racconto.

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L’eruzione di Pompei non fu il 24 agosto. Un’iscrizione oggi rivela la vera data

Che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., quella che distrusse l’antica città di Pompei, non fosse avvenuta in agosto, ne avevamo avuto la percezione quando gli scavi hanno restituito frutta di stagione e altri indizi che non facevano pensare ad un mese caldo. Ma che gli stessi scavi potessero restituire concretamente la data esatta dell’accaduto, fugando ogni dubbio, questo proprio non lo immaginavamo.

Il ministro Alberto Bonisoli con il sovrintendente Massimo Osanna mostrano la scritta su un muro degli scavi di Pompei (foto ANSA/Ciro Fusco)

È stato annunciato questa mattina, da direttore del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, insieme all’attuale Ministro della Cultura Alberto Bonisoli.

Un’iscrizione a carboncino avalla la tesi che l’eruzione fosse avvenuta ad ottobre. La scoperta riguarda la Regio V di Pompei, mentre l’iscrizione fa riferimento al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, che corrisponde dunque al 17 ottobre.

L’iscrizione a carboncino, trovata a Pompei, a supporto della teoria che la data dell’eruzione fosse ad ottobre e non ad agosto del 79 d.c., ANSA/ Ciro Fusco

A scriverlo un operaio bontempone che ha lo ha probabilmente scritto sul muro di una stanza che doveva essere in ristrutturazione proprio in quel momento, scrivendo la data all’interno di una frase scherzosa.

Già nel XIX secolo era stato il caldo di un ramo di bacche, che fa generalmente frutti in autunno, aveva destato qualche perplessità in merito alla datazione della famigerata eruzione che distrusse la cittadina pompeiana. Ma anche il rinvenimento di melograni e alcuni bracieri facevano presagire che gli ultimi giorni della cittadina romana non fossero proprio estivi o quantomeno caldi.

La Villa del Giardino portata alla luce durante i lavori di scavo al siro archeologico di Pompei dove e’ stata ritrovata anche l’ iscrizione a carboncino, trovata a Pompei, a supporto della teoria che la data dell’eruzione fosse ad ottobre e non ad agosto del 79 d.c., ANSA/ Ciro Fusco

Dopo tante speculazioni e ipotesi in merito oggi arriva finalmente la conferma, che sposta la data dal 24 agosto, convenzionalmente accettato dagli studiosi, al 17 ottobre del 79 d.C.

Una scoperta “straordinaria” la definisce il Ministro dei Beni Culturali, Bonisoli, che in una nota sottolinea che questi nuovi scavi rappresentano l’eccezionale competenza del nostro Paese.

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Nell’Antica Pompei emerge il prezioso altare del culto dei Lari

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta Vesuvio

Continua a riservare grandi sorprese Pompei, la città sommersa dal Vesuvio, protagonista qualche settimana fa dell’ultimo speciale di Alberto Angela su raiuno. Sommersa dalla furia del vulcano campano nel 79 d.C., la città cominciò a riemergere solo nel XIX secolo grazie alle prime campagne di scavo borboniche.

Da allora sono emersi negli anni affreschi, mosaici e sculture che ci hanno restituito un’immagine più nitida che mai, facendone “la più viva delle città morte”.

Ultimo grande regalo che il Parco Archeologico di Pompei ci ha fatto è un altare per il culto dei Lari. Si tratta di spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo la tradizione romana, vegliavano sulla famiglia.

Ce ne parla in anteprima esclusiva l’ANSA, dove è possibile vedere le prime immagini dello straordinario rinvenimento. Sull’altare è raffigurata anche una coppia di serpenti, un pavone e degli animali in lotta con un cinghiale.

La scoperta è stata fatta nella Regio V di Pompei, e rappresenta un vero e proprio “giardino incantato”, e si inserisce nel consolidamento dei lavori del Grande progetto Pompei: «Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei

Uno scorcio del Giardino Incantato rimerso a Pompei durante i lavori di scavo a ridosso di Porta

fronti di scavo – ha detto Massimo Osanna, direttore degli scavi – che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l’area non scavata di Pompei».

In linea con il gusto del tempo, interno ed esterno si confondono in una raffigurazione che porta la natura all’interno dell’antica domus, dove scorgiamo uccelli che volano, un pozzo, una grande vasca colorata e il ritratto di un uomo con la testa di cane, che ai più potrebbe ricordare il culto egizio di anubi: «Una stanza meravigliosa ed enigmatica – commenta Osanna – che ora dovrà essere studiata a fondo».

Il rinvenimento rappresenta ad oggi il più grande Larario del mondo romano, e presenta ancora i resti carbonizzati delle offerte fatte a queste divinità.

Nulla però è dato sapere su chi fosse il proprietario della opulenta domus romana, ma rappresenta senza dubbio un affascinante enigma per gli studiosi.

Le foto sono dell’ANSA, scattate per l’occasione da Ciro Fusco.

Qui il link per la gallery completa.

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Siamo tutti parte della “performance art” di Banksy

“L’arte non si vende. L’arte si distrugge!” gridava Riccardo Pazzaglia nel film Il Mistero di Bellavista a metà degli anni ’80, impersonando un pittore pazzo che accoltellava i suoi dipinti subito dopo averli completati.

E sono tante le opere nella storia dell’arte distrutte o andate perdute, la cui iconica forza però è rimasta indelebile come un’impronta nella mente e nelle pagine di storia dell’arte. Da Caravaggio a Leonardo Da Vinci, solo per citare i più noti. A loro si aggiungerà anche quello di Banksy, che, provocatoriamente s’intende, ha compiuto un’azione destinata a far discutere ancora.

Da qualche giorno infatti il mondo dell’arte non parla d’altro. Me ne accorgo dagli stati di facebook di amici e appassionati, che continuano a commentare con ammirato stupore la sua impresa. Venerdì 5 ottobre, il misterioso streetartist, la cui identità è ancora ben nascosta dietro al noto pseudonimo, ha venduto da Sotheby’s a Londra una delle sue opere più famose, Girl With Balloon, battuta all’asta per 1,04 milioni di sterline, pari a 1,18 milioni di euro. L’opera però si è autodistrutta in pochi secondi, davanti agli occhi esterrefatti di banditori e presenti in sala, subito dopo l’aggiudicazione. All’interno della cornice infatti pare ci fosse un distruggi-documenti che ha fatto scivolare la raffigurazione a brandelli.

Subito dopo l’artista ha postato un’immagine dell’accaduto su instagram con scritto “Going, going, gone…”: «Sembra che siamo appena stati Banksy-zzati» ha detto il direttore di Sotheby’s Alex Branczik.

E mentre il mondo si chiede se questo gesto aumenterà o meno il valore dell’opera, mi chiedo se questo non possa essere considerata una nuova tipologia di performance artistica, al pari di Marina Abramović, dove tutti siamo stati chiamati a partecipare con la nostra sorpresa social(e), interrogandoci ancora una volta sul concetto stesso di arte oggi, in un mondo dove la digitalizzazione e la riproduzione in altissima definizione ha reso immortale l’immagine, permettendo persino la ricostruzione di un Caravaggio rubato a Palermo nel 1969.

Se è proprio negli anni ’60 che nasce e si sviluppa la performance art, l’azionismo, con artisti del calibro di Yōko Ono, Philippe Petit, Hermann Nitsch, facendo dell’interazione con il pubblico parte integrante del proprio messaggio artistico, Banksy ci ha trasformati tutti in quella sua bambina con il braccio teso che tenta invano di afferrare un palloncino rosso, simbolo di un desiderio che sfugge proprio come il suo stesso dipinto tagliato a strisce, che si fa rimpianto suo e nostro.

Una rivoluzione persino per la performance art, in una presenza-assenza dell’artista che si fa beffe del suo pubblico, e se la ride interagendo attraverso i social.

Un gioco (d’arte) di scatole cinesi, in cui l’opera è forse il nostro rammarico, la nostra ammirazione, il nostro stupore dinanzi a quell’auto-distruzione davanti ai nostri occhi impotenti.

Se per Andy Warhol poteva essere una riproduzione in serie e per Piero Manzoni addirittura merda (ma d’artista), tramutandosi via via in un percorso esperienziale unico ed irripetibile per lo spettatore e lo stesso artista, c’è da chiedersi se non ricorderemo anche di quella di Banksy come della più grande performance art della storia, di cui abbiamo inconsciamente fatto parte. Di sicuro per adesso è la più costosa.

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Margherita Sarfatti: dal Duce all’arte italiana. Al Museo del Novecento di Milano

Gli annali la ricorderanno principalmente come una delle amanti di Benito Mussolini, ma Margherita Sarfatti, al secolo Grassini, di origine ebraica, era una donna libera e di grande intelligenza, ed è stata anche, e forse soprattutto, una mecenate illuminata e di grande cultura, proteggendo artisti come Mario Sironi, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci e tanti altri che andranno a costituire il cosiddetto Gruppo del Novecento. Nomi e opere che ritroviamo oggi all’interno del Museo del Novecento di Milano fino al prossimo 24 febbraio 2019, in una monumentale rassegna che arriva in contemporanea anche al Mart di Rovereto, inaugurando così la stagione autunnale di grandi mostre.

Al piano terra del museo milanese diverse sale provano a raccontare la vita e le gesta di questa interessante figura femminile. Siamo nella prima metà del ‘900, e Milano, città in cui la Sarfatti muove i primi passi nella borghesia del tempo, avvicinandosi via via a quell’ideologia nazionalista che la porterà alla direzione della rivista Gerarchia, fondata proprio dal Duce nel 1922.

Milano, città all’avanguardia e del cambiamento, si fa largo tra le grandi capitali d’Europa. È l’anno dell’Esposizione Internazionale del 1906, quella del Parco Sempione per intenderci, e tutto il mondo guarda con ammirazione a questa città e alla modernità dei suoi trasporti e delle sue costruzioni architettoniche.

Sculture, pitture, video-installazioni e persino abiti sartoriali d’epoca, lettere, manifesti e libri. È una rievocazione accurata, realizzata grazie alla produzione del Mart di Rovereto su di un progetto di Daniela Ferrari e il supporto di Ilaria Cimonetti e dei ricercatori dell’Archivio del ’900 del Mart, nel quale è conservato il prezioso Fondo Sarfatti.

Wildt, Carrà, de Chirico, Morandi. Sono tantissimi gli artisti che si snodano lungo questo percorso espositivo, che, come la vita dell’artista, si alterna quasi tra luce e ombra, e sala dopo sala si fa riflessione sul concetto di arte e di bellezza, e ci porta nella mente di una donna che sposò in pieno, forse per amore, la causa di quel fascismo di cui, nel 1938 con l’introduzione delle leggi razziali, fu essa stessa vittima scappando prima a Parigi, dove pros

eguì le sue attività di dotta e letterata, e poi in Uruguay e Argentina.

Margherita farà ritorno in Italia soltanto nel 1947, quasi dieci anni dopo, ritirandosi a Cavallasca (n

ei pressi di Como), dove si dedicherà ad un libro di memorie, Acqua Passata (pubblicato nel 1955). Morirà all’età di 81 anni nel 1961.

La mostra del Museo del ‘900 a lei dedicata è una retrospettiva sull’ultimo grande movimento artistico conosciuto dal nostro Paese, quello che con quella stessa denominazione, Novecento, voleva rievocare i fasti del Rinascimento e di quelle epoche che con i loro stessi numeri, a caratteri cubitali, ‘400 e ‘500 in primis, erano state in grado di evocare e trasmettere la grandezza dell’uomo e la rinascita dell’arte italiana conosciuta nel mondo.

Le immagini della mia visita sul mio profilo instagram, @marianocervone

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L’Art Nouveau di Alphonse Mucha a Bologna fino al 20 gennaio

Inizia oggi, sabato 29 settembre, e si concluderà il prossimo 20 gennaio 2019, la grande retrospettiva dedicata ad Alphonse Mucha, uno dei massimi esponenti dell’Art Nouveau. L’imponente retrospettiva, che raccoglie ben 80 opere (di cui 27 esposte per la prima volta in Italia), trova spazio nelle sale settecentesche di Palazzo Pallavicini a Bologna, le stesse che nel 1770 accolsero l’enfant prodige Wolfgang Amadeus Mozart che vi si esibì appena quattordicenne.

manifesto per Gismonda, 1895

Curata da Tomoko Sato, la rassegna è organizzata dalla Mucha Foundation, e cercherà di offrire al visitatore uno sguardo inedito sulle opere e la poetica dell’artista, diventato famoso nella Parigi di fin-de-siècle.

Ceco di origine, Mucha è stato soprattutto un pittore, scultore, ma oggi lo definiremmo anche illustratore e maestro della comunicazione: nel corso della sua carriera infatti cartelloni teatrali per la diva Sarah Bernhardt e immagini pubblicitarie con donne eleganti, definendo quello che fu chiamato le style Mucha. Nato nel 1860, ha anticipato di quasi un secolo il concetto warholiano che coniugava arte, comunicazione e produzione in serie: «Sono stato felice di essere coinvolto in una forma d’arte destinata alla gente e non ai soli salotti eleganti – dirà lo stesso Mucha dei suoi cartelloni pubblicitari – Arte poco costosa, accessibile al grande pubblico e che ha trovato dimora nelle abitazioni più povere così come nei circoli più influenti».

Colorate e vivaci, le sue composizioni si sono sempre distinte per l’eleganza, e la capacità di mescolare grazia femminile alla bellezza della natura, non dimenticando mai motivi floreali, fitomorfi e riferimenti a mondi fantastici.

Questa mostra sembra particolarmente interessante perché pone al centro del percorso di visita la bellezza come aspetto teorico, indagandone ed eviscerando questo concetto nel corso delle sale espositive, raggruppate per argomenti tematici. Si susseguono così Donne-Icone e MuseLe Style Mucha-Un linguaggio visivoBellezza-Il potere dell’ispirazione.

Ad aprire il percorso di visita Gismonda, primo vero manifesto teatrale realizzato per l’attrice Bernhardt, che qui ricorda una dea bizantina, raffigurata quasi come su di un vetro di una cattedrale. È proprio da quel famoso 1 gennaio 1895 che Mucha ricevette molte lodi, la sua fama crebbe e gli furono commissionati molti cartelloni pubblicitari, e la stessa Bernhardt, colpita dal successo di quella raffigurazione, offrì all’artista un contratto per produrre tutte le scenografie e i costumi di scena, oltre che i manifesti, di tutte le sue produzioni teatrali.

Ma il suo non fu mai un lavoro statico, ma una perenne ricerca verso nuove forme, che questa mostra indaga, fino ai suoi studi per la decorazione dell’allora nuovo Municipio di Praga o il manifesto per la mostra Epopea Slava, che si tenne a Praga e Brno in occasione del decimo anniversario della nascita della sua Cecoslovacchia.

TELEVISIONE

Il ritorno dei Bastardi di Pizzofalcone e la Napoli più autentica

Insieme a L’Amica Geniale, I Bastardi di Pizzofalcone sono stati la serie che ho inseguito quest’anno per le strade di Napoli, e che hanno portato il fascino del cinema in città. Ma, se non ho visto nemmeno l’ombra degli attori, finalmente questa serie arriva, anzi ritorna, nella prima serata di raiuno, a partire dal prossimo lunedì 8 ottobre e in anteprima esclusiva, per la prima volta, sulla piattaforma streaming RaiPlay.

Un ritorno particolarmente gradito quello di questa serie che mescola sapientemente crime, mistery e sentimenti: «Questa seconda serie fa diventare caro agli spettatori ogni singolo personaggio e anche la città di Napoli. Sono fiero del prodotto che è venuto fuori, perché ho una grande affettività nei confronti di ogni mio personaggio» ha così commentato con orgoglio lo scrittore Maurizio de Giovanni, dalla cui saga letteraria sull’ispettore Lojacono, è stata tratta l’omonima fiction rai.

La serie è stata presentata in occasione della 70esima edizione del Prix Italia, contest organizzato dalla rai ritornato a Capri dove nacque nel 1948.

Cambio della guardia alla regia, che vede per questa seconda stagione Alessandro D’Alatri, che ha fatto uscire anche l’anima della città, non solo Pizzofalcone, storico quartiere di Napoli alle spalle della ben nota Piazza Plebiscito, ma anche l’essenza vera del suo popolo: «Avevo voglia di far trasudare la città nel racconto, farla sentire e respirare – ha detto il regista – perché Napoli è una città che amo perché ha mantenuto un’autenticità nei rapporti».

L’ispettore Lojacono vivrà la sua storia d’amore con la collega Laura Piras. La storia infatti riprende proprio lì dove l’avevamo lasciata, con un brindisi sul terrazzo del commissariato di Pizzofalcone, che nella prima serie rischiava di chiudere.

Confermato il cast che vede ritornare al fianco di Alessandro Gassman e Carolina Crescentini, Antonio Folletto, Tosca d’Aquino, Massimiliano Gallo, Gianfelice Imparato, Simona Tabasco, Gioia Spaziani, Serena Iansiti, Luigi Petrucci.

Tra le prime location riconoscibili dalle foto promozionali, vi posso anticipare, c’è Piazza Dante e il Complesso di Santa Maria la Nova.

Sono impaziente di vedere questo prodotto televisivo che definisce i contorni di una città, Napoli, che è sì criminalità, ma anche folclore, cultura, arte, tradizione. In questa serie infatti emergono panorami, scorci, leggende, posti, persone. Emerge una città viva, ricca, da far conoscere.

ART NEWS

A Cuma riemerge una tomba del II secolo a.C. perfettamente conservata

È una Campania ancora da scoprire, quella che qualche giorno fa ci ha restituito una spettacola tomba, oggetto di studio degli archeologi, rinvenuta nell’antica necropoli di Cuma, città ad ovest di Napoli.

A fare la scoperta Priscilla Munzi, ricercatrice del Centre Jean Bérard (CNRS – École française de Rome) e Jean-Pierre Brun, professore del Collège de France, che da quasi vent’anni lavorano all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, sulla costa tirrenica, proprio di fronte all’Isola di Ischia.

Nuova tomba scoperta nel parco archeologico dei Campi Flegrei. Per gentile concessione E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS/École française de Rome)

Secondo le fonti storiche questa è considerata come la più antica colonia greca in Occidente, fondata dai greci provenienti da Eubea intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.

Importantissima la scoperta di questa tomba, la cui datazione risale al II secolo a.C., le cui pitture conservano perfettamente la scena di un banchetto.

Tematica, quella del banchetto, che ritorna di frequente. Proprio nell’ambiente magnogreco vale ricordare la ben più nota Tomba del Tuffatore, risalente al 480 a.C., che alla raffigurazione del defunto che si tuffa idealmente nel mondo dei morti, vede affiancata scene simposiali con dieci uomini adagiati sui tipici triclini con aria festante.

Il simposio era un momento conviviale in cui solo gli uomini bevevano discorrendo, intrattenendosi in conversazioni colte, e che faceva seguito proprio al momento del banchetto.

Nuova tomba scoperta nel parco archeologico dei Campi Flegrei. Per gentile concessione E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS/École française de Rome)

Entrambi i momenti, quello del banchetto e quello del simposio, grande fortuna conoscono in ambiente etrusco, che adatta e fa propri questi modelli, rielaborandoli a seconda della sensibilità del contesto in cui erano recepiti, non è insolita la scena del banchetto, che ritorna anche nell’arte etrusca, i cui esempi più noti sono La tomba della Caccia e della Pesca e la Tomba del Frontoncino (entrambe a Tarquinia).

Una scoperta, quella di Cuma, che pone al centro l’importanza archeologica di quest’area, e che meriterebbe da parte delle amministrazioni locali, maggior attenzione per renderne più agevole la fruizione, con migliori collegamenti su gomma e una maggiore promozione, per quello che è un patrimonio unico al mondo.

INTERNATTUALE

Instagram, un popolo di influencer senza followers

Fino a qualche tempo fa c’era un proliferare di siti di self-publishing, che lusingavano i potenziali scrittori con la promessa di essere indipendenti e trovare la notorietà in questa sorta di piattaforma social. Erano i primordi di myspace e facebook si faceva largo, e non c’era ancora, forse, la consapevolezza che dal web potessero nascere delle vere e proprie star, ma probabilmente già se ne coltivava la possibilità.

La falla di queste piattaforme è che non c’è un pubblico di scrittori, ma, una volta iscritto, sei solo un aspirante-scrittore in un popolo di aspiranti-scrittori, che tenta maldestramente di promuovere il proprio lavoro ad altri che fanno altrettanto, in un reciproco scambio di like, di finti commenti e finte letture.

Io stesso ne ho provati tanti, prima di affidare il mio primo, e finora unico, romanzo, alla piattaforma wattpad, confidando che almeno un lettore nell’etere, scaricata l’app possa leggermi. Ma da qui a sperare di diventare il nuovo Dan Brown della letteratura, ce ne passa. E così riflettevo sul fatto che anche instagram si è trasformato in un popolo di aspiranti webstar, “influencer” si chiamano oggi, con la sola differenza che mentre nelle piattaforme di self-publishing c’è più o meno talento o quantomeno un lavoro (buono o cattivo che sia), sul noto social di fotografia ognuno vuole trovare la notorietà pur non avendo alcuna capacità.

Se in principio tutti volevamo quest’app solo per i “filtri ” e la possibilità di portare indietro i nostri scatti con effetti vintage, oggi la vogliamo per esserci, per sentirci fighi, per condividere le nostre foto al mare, per la notorietà.

Sono milioni i profili business che si bollano come “Blog personale”, fondati sul nulla, che ambiscono o sperano di essere qualcuno solo perché con la tecnica ormai logora del follow/defollow sono riusciti a racimolare qualche migliaio di seguaci, o ne hanno acquistati almeno 10.000 al mercato nero del web per meno di 8 €.

Non c’è più una vera audience della rete, non ci sono più i follower, i “telespettatori” di un tempo che riconoscevano l’altrui professionalità con ammirazione, ma solo un popolo che dal fondo della piramide social(e) tenta di imitare chi occupa il gradino più in alto, in una sequela di “posso farlo anch’io”, soltanto perché internet e le immagini conferiscono l’illusoria sensazione che basti uno smartphone, un filtro e una didascalia per trasformarsi in qualcosa d’altro pur non avendo alcun titolo o capacità per farlo.

Un appiattimento dovuto alla democrazia della tecnologia che consente a tutti, poveri e ricchi, belli e brutti, dotti e stolti, di fare le medesime cose con altrettanta facilità.

La parte più drammatica è che in molti, soprattutto giovanissimi, credono che basti questo oggi per affermarsi al mondo, complice la perdita di importanza o prestigio di lauree e titoli di studio (visti come qualcosa di polveroso e noioso), e forse anche di premier e ministri della nuova generazione che amministrano l’Italia stringendo tra le mani a malapena un diploma.

Non c’è più preparazione, non c’è più meritocrazia, non c’è più spirito di sacrificio. A che servono ore ed ore di studio quando postando una foto on-line puoi ricevere 3000 like ed essere popolare nella home page per almeno un giorno?

E se il primo decennio degli anni 2000 ha visto proliferare migliaia di blogger (tra cui il sottoscritto) che tentavano con i loro post di mostrare sagacia, intelligenza e capacità di scrittura, lavorandoci, oggi tutti sono convinti che basti un selfie e taggare un brand d’abbigliamento per fare tendenza.

Persino le concorrenti di Miss Italia sono cambiate negli anni:  negli anni ’90-2000 molte studiavano giornalismo e sognavano la fascia come trampolino di lancio, oggi quasi tutte hanno profili instagram affollatissimi e vanno in TV più per aumentare il bacino di seguaci on-line che non per il titolo stesso di più bella del Paese.

Anche il mercato e il marketing stanno cambiando, lo sa bene Daniel Wellington, noto brand di lusso, che sul social fotografico ha trovato fama e prestigio regalando agli esordi i suoi ormai iconici orologi ai cosiddetti micro-influencer, coloro che avevano un seguito di almeno 5000 persone.

Se si è “figli d’arte” o si riceve l’endorsement da parte di qualcuno, allora il gioco è fatto: Chiara Ferragni, ad esempio, di tanto in tanto segnala questa o quella fashion-blogger da seguire, forte dei suoi 15 milioni di seguaci che continuano a crescere in maniera esponenziale, mentre sono tantissimi i figli e parenti dei VIP che si riciclano on-line come influencer e fashion blogger.

Ma non c’è più un vera e propria distinzione tra il pubblico e la webstar, tra chi segue e chi vuole farsi seguire, ma tutto è inglobato in un appiattimento fotografico in cui tutti vogliono porsi sullo stesso livello in base ai numeri, senza una distinzione, né consapevolezza, della qualità dei propri contenuti.

E d’altronde come si potrebbe, se a decidere chi sta sopra e chi sotto è un algoritmo che oggi si tenta di aggirare con il like bombing? Instagram è ormai popolato solo da persone che vogliono mostrare e mostrarsi, lasciando a tutti gli altri il quasi ingrato compito di restarsene in disparte e semplicemente seguire.

Perché forse si sa, parafrasando un vecchio detto, chi sa fa e chi non sa si mette su instagram. Tutti vogliono farlo non perché siano realmente capaci, ma solo perché ne hanno la possibilità.

Insomma Italia popolo di Santi, naviganti, poeti e influencer.

Sono pochi quelli che, come me (lo dico senza falsa modestia), cercano di farsi strada proponendo anche qualcosa di più concreto sul web (come il sito che state leggendo), che vada al di là di una semplice immagine su instagram, e che dia l’idea che oltre la singola foto c’è decisamente di più.

Ragion per cui, se siete giunti alla fine del mio post e vi è piaciuto, se volete seguirmi anche su instagram, questo è il mio profilo @marianocervone, e se volete invece raccontarmi la vostra esperienza, commentate o scrivetemi.

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La Signora della domenica è tornata: bentornata a casa, zia Mara!

La Signora della domenica è ritornata, e non c’è show televisivo che tenga. Dopo quattro anni di assenza, Mara Venier ritorna al timone di quello che forse è il suo programma preferito, Domenica In. E da subito la domenica ha preso una piega decisamente diversa. Avvezzi ormai da troppo tempo a programmi trash, litigi, diete improbabili, contese di denaro e dinastiche, avevamo quasi dimenticato la freschezza di uno spettacolo che divertisse senza becere trovate.

Mara Venier è visibilmente emozionata all’ingresso nello storico studio di raiuno, che l’ha vista tante volte regina degli ascolti, eppure è sicura di sé, una sorridente padrona di casa, che scandisce con precisione e consapevolezza le parentesi di una scaletta in cui si susseguono attualità, cronaca rosa e goliardici momenti di intrattenimento.

Si comincia con il caso Asia Argento, e l’accusa di molestie nei confronti dell’allora diciassettenne Jimmy Bennett, in un salotto dai toni decisi, ma non accesi, in cui intervengono senza latrati mediatici, Vittorio Feltri, Roberta Bruzzone, Vera Gemma in un dibattito in cui si battibecca, ma non si litiga, dove anche il pubblico in studio espone con educazione la propria opinione.

Tanto rumore, forse, per nulla, l’intervento di Romina Power, in cui il pubblico aspettava qualche strascico della “telenovela Carrisi”, nata in altri salotti televisivi di rotocalchi e reality, e che qui trova solo i toni pacati di un racconto di famiglia, del ricordo dell’attore Tyrone Power e dell’attrice Linda Christian, madre della cantante che a Cellino San Marco ha trovato una seconda casa.

E mentre su altre reti si ricerca lo schiamazzo, Mara “starnazza” ballando il ballo del qua qua con Romina Power, rispondendo con ondeggiante eleganza al voyeurismo televisivo che ricerca la polemica a tutti i costi.

Un intervento emozionante, che ha visto protagoniste anche le due figlie della cantante, Cristel Carrisi, intervenuta con un videomessaggio, e Romina Power Jr. in collegamento da New York.

Simpatico il tabellone con la bella Alessia Macari, nelle vesti di simpatica valletta ciociara del programma, e l’intro à la Renzo Arbore con una sigla che rimanda ai tempi di Quelli della notte, e a le edizioni degli anni ’90.

Non mancano gli imprevisti in questa domenica del ritorno, come la mancata partecipazione di Gina Lollobrigida ricoverata per un controllo in ospedale, presentata al pubblico senza clamori, allarmismi o inutili suspence.

Ma non è solo una domenica leggera, quella di Mara Venier, che dà spazio anche a temi importanti, come il cyber-bullismo e la violenza sulle donne, realizzando una bellissima intervista a Teresa Giglio, mamma di Tiziana Cantone, che si è tolta la vita dopo un video diventato virale in rete che la vedeva protagonista.

Immediate le reazioni del popolo della rete e di twitter, che fa subito trendare in vetta l’hashtag #Domenicain, facendo del programma anche un successo social.

Insomma, Mara Venier è ritornata più in forma che mai. Garbata, mai volgare, divertita e divertente, riproponendo una Domenica in che coniuga tradizione e innovazione, con una formula che intrattiene, convince, fa sorridere e emozionare.

Bentornata a casa, zia Mara!