INTERNATTUALE

Ecco perché è un grandissimo errore abbattere le Vele di Scampia

Il Comune di Napoli ha approvato il piano da 18 milioni di euro per la riqualificazione della zona di Scampia, il che prevede l’abbattimento di tre delle quattro Vele, gli storici edifici della periferia nord, ad opera dell’architetto Franz Di Salvo. La vela superstite, fa sapere il sindaco Luigi De Magistris, secondo questo nuovo progetto sarà “rigenerata” e predisposta ad accogliere degli imprecisati uffici pubblici.

Un errore. Un errore che costerà al comune quasi venti milioni di euro dei contribuenti per abbattere quelli che per molti sono dei veri e propri monumenti, al pari del Colosseo a Roma, della torre pendente a Pisa, dello stesso Vesuvio a Napoli. Edifici che fanno parte non soltanto dell’urbanistica, ma del tessuto stesso della città, disegnandone lo skyline e le vite degli abitanti della periferia nord di Napoli.

La risposta delle autorità a questo oltraggio architettonico sarà senza la promessa ormai stantia che ciò porterà uno sviluppo del “lavoro”, che di fatto si trasformerà nel solito appalto che andrà alla casuale ditta degli ormai famosi amici degli amici. Finito l’abbattimento, ricostruita una serie di complessi residenziali, dall’anonimo aspetto ordinato e pulito, tutto tornerà esattamente com’era prima. Nel degrado, abbandonando a sé stesso un quartiere la cui delinquenza non è da addurre a questi palazzi che l’hanno caratterizzato, ma nel tessuto sociale che finora l’ha liberamente abitato, tra la negligenza dello Stato e la totale assenza delle forze dell’ordine.

Il male di Scampia non è certo imputabile ad una struttura fin troppo avveniristica per l’epoca in cui è stata concepita, e ultimata a metà degli anni ’70. Non è imputabile a quegli iconici palazzi che volevano rievocare con le loro forme il mare e i vicoli di Napoli, che volevano essere navi in pietra della speranza su di un quartiere desolato. Gomorra, il libro-inchiesta di Roberto Saviano, e i film e le serie che ne sono seguiti, non parla di palazzi, ma delle persone che li hanno trasformati in covi malfamati e piazze di spaccio della droga.

Vele di Scampia skyline dal Parco Pubblico agosto 2016 - internettuale
skyline delle Vele di Scampia dall’interno del Parco Pubblico

È ridicolo nel 2016 credere che l’origine di tutto sia stato il sogno di un architetto, che possa essere un semplice palazzo. Altrimenti, se così fosse, quelle stesse strutture avrebbero dovuto generare lo stesso male a Montreal, in Francia o persino in Giappone. La colpa, se di colpe vogliamo parlare, è di chi in quel sogno architettonico non ci ha mai creduto, abbandonando al suo interno gli abitanti di Scampia in balia di loro stessi. La colpa è di chi ha permesso alla vita e allo spirito di sopravvivenza dei suoi abitanti di sopraffare questi edifici, di avere la meglio e, come un lento terremoto, trasformarli in relitti di pietra abitati da abusivi.

Sono quelle stesse istituzioni, cui adesso fa comodo liberarsi delle Vele, ad aver generato quelli che oggi chiamano mostri.

Fu un errore abbattere i primi tre palazzi gemelli tra la fine degli anni ’90 e gli inizi degli anni 2000, così come lo sarebbe abbatterne altri tre. Poiché disperdere, in strutture più piccole e contenute, famiglie indigenti e ancora avvezze alla malvivenza, è come nascondere lo sporco sotto al tappetto, è il perpetuare di quell’abitudine squisitamente borghese di fingere di non vedere l’elegante rosa in soggiorno.

Abbattere le Vele, celebrate già nel 1981 in film come Le Occasioni di Rosa di Salvatore Piscicelli, significa cancellare la memoria storica del proprio territorio. Significa non voler imparare dal passato che quel luogo continua a rappresentare.

Come se la Polonia decidesse di radere al suolo il campo di sterminio ad Auschwitz solo perché esso rappresentava un luogo di morte e un momento di grande ferocia e crudeltà dell’animo umano. Bisogna imparare dalle proprie vite passate, e così come la Polonia ha saputo trasformare il significato di Auschwitz, facendone oggi luogo di ricordo che ne ha completamente ribaltato il senso originario, Napoli e Scampia dovrebbero rifiorire proprio da quelle strutture che oggi vogliono buttar giù dandogli nuovi contenuti.

È la forma mentis del quartiere che dovrebbe lentamente cambiare.

Non sarebbe più produttivo investire i 18 milioni di euro per costruire e non per abbattere? Non sarebbe molto più significativo per il quartiere l’edificazione di una zona residenziale di lusso con alberghi e strutture universitarie annesse?

Se in una delle Vele, ad esempio, si decidesse di costruire una grande struttura alberghiera con tanto di galleria commerciale e parcheggio coperto, questo comporterebbe una maggiore affluenza in termini di visitatori e, paradossalmente, turisti, che risveglierebbero quello che di fatto è un “quartiere-dormitorio” con una nuova zona di punti vendita che porterebbe, concretamente, lo sviluppo del lavoro. Si pensi ai commessi nei negozi, ai responsabili, alle ditte di pulizia, alle ronde dei servizi privati di sicurezza e vigilanza. Senza contare tutta una serie di manualità e particolare figure professionali che un complesso alberghiero richiederebbe, servito tra l’altro da una stazione della metropolitana della linea1 di Napoli, la stazione Piscinola.

Se un’altra Vela invece diventasse sede universitaria, si pensi alla Federico II o alla SUN e alle tante facoltà e corsi, spesso sovraffollati e in aule molto piccole, ciò porterebbe nel quartiere una affluenza del tutto nuova di studenti, con la conseguente necessità di affittacamere, posti letto, caffè, ritrovi, punti ristoro, palestre e tante altre attività che contribuirebbero a sviluppare il lavoro e a far venire Scampia a contatto con realtà che conosce sostanzialmente poco.

Nel 1977 il Centro Pompidou a Parigi, progettato da Renzo Piano, nacque in un progetto di riqualificazione urbana che è riuscito con successo a portare design, arte e turismo in una zona, nel cuore della capitale Francese, da rilanciare.

Con una struttura alberghiera e una sede universitaria, con una maggiore affluenza e più vita, le due vele superstiti non faticherebbero a trovare nuovi potenziali ed entusiasti acquirenti disposti ad investire e vivere in un quartiere emergente quale quello in cui potrebbe trasformarsi la zona, diventando così complessi residenziali di tutto rispetto al pari dei loro omologhi stranieri.

Vele di Scampia skyline dal Parco Pubblico agosto 2016 due - internettuale
due delle quattro Vele, viste dal Parco Pubblico di Scampia

«Un errore gravissimo» ha detto il critico d’arte Vittorio Sgarbi in merito alla decisione di abbatterle, dai microfoni della trasmissione InOnda di La7: «Un errore di una città di barbari. Perché le vele sono il simbolo di una decadenza materiale e morale, ma proprio per questo dovrebbero esserne il monumento. È ridicolo spendere 18 milioni di euro per buttarle giù. Vanno conservate. Possono essere abbandonate, possono diventare un rudere. Dovrebbero rimanere in piedi. Non so chi abbia avuto questa idea del cazzo di buttare giù le vele perché sono il luogo della droga, del male… si possono sfollare. Qui potrebbe essere la sede di un museo della mafia. Ma anche la presenza materiale dell’edificio potrebbe essere un monito» e infine aggiunge «Un simbolo negativo rimane comunque un simbolo».

Napoli dunque avrebbe bisogno di imparare di più dalla propria storia e dai propri errori, ricordare i luoghi per ciò che sono stati e guardarli per quello che potrebbero diventare, senza vergognarsi del proprio passato, riscrivendo con fierezza il proprio destino, dimostrando al mondo che questo non può essere influenzato da una struttura architettonica, ma che da essa può rinascere e rendere giustizia non soltanto a questi storici palazzi della periferia, ma anche all’architetto che con speranza li ha disegnati.

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“Le Vele” di Scampia, storia incompresa di un progetto futuristico rimasto incompiuto

C’è una Scampia, taciturna, tranquilla, onesta. Quella di cui i giornali e Gomorra non parlano. Un’altra periferia, speculare a quella che Roberto Saviano ha raccontato dieci anni fa nel suo libro, e che stancamente continua a riproporre in uno sceneggiato televisivo che ormai sa più di speculazione che di denuncia.

Vele Scampia matrimonio anni 80 - internettualeÈ la Scampia dei ricordi, quelli della gente perbene che credeva in quel quartiere nuovo a nord di Napoli, sorto tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, e diventato, in poco più di un decennio, suburbio per antonomasia, piazza di spaccio e delinquenza.

È la Scampia di chi qui ci è nato, la Scampia dei matrimoni all’ombra di quei palazzoni, la Scampia di chi passava l’estate a far conserve, la Scampia di ha lavorato alla loro costruzione, di chi ha visto sorgere a poco a poco quelle mastodontiche Vele, oggi simbolo del degrado sociale, quando bianchissime svettavano sullo skyline informe del quartiere, come imponenti navi sul mare.

Olympic Village Montreal Jan 2008 wikipedia - internettuale
Villaggio Olimpico di Montreal

Costruite tra il 1962 e il 1975, su disegno del promettente architetto Francesco Di Salvo, di origine palermitana, laureatosi a Napoli negli anni ’30, Le Vele devono la loro ispirazione allo straordinario progetto architettonico del Parco Olimpico di Montreal, eretto in occasione delle Olimpiadi del 1976, dove questi suggestivi edifici, qui battezzati Villaggio Olimpico, erano le residenze d’eccezione degli atleti. Oggi queste strutture sono un complesso residenziale di lusso, ed hanno lasciato un ricordo indelebile alla cittadina canadese, cambiandone il volto in meglio, per sempre.

Unité d'Habitation de Marseille Le Corbusier - internettuale
Unité d’Habitation de Marseille Le Corbusier

Di Salvo ha tratto il suo concept di progettazione dai principi ideati dal noto architetto Le Corbusier, che nel 1952 realizzò l’Unité d’Habitation de Marseille, edificio di Marsiglia (in Francia) notoriamente conosciuto come Cité Radieuse, che immagina la singola abitazione come una cellula, parte di un organismo più grande, senza una reale distinzione tra urbanistica e architettura, dando così origine ad una vera e propria “città verticale”. L’ingegno influenzò enormemente tutta l’edilizia degli anni ’70 e ’80, che, memore forse dalle prime immagini dei grattacieli d’oltreoceano, diede vita a rade foreste di palazzi dall’enorme slancio verticale.

Ma se i principi sono dell’architetto svizzero, le forme sono ispirate alle strutture “a cavalletto” del nipponico Kenzō Tange, e ad un altro complesso francofono, Marina Baie des Anges, mastodontici palazzi sulla Costa Azzurra, costruiti negli anni ’60 ad opera dell’architetto André Minangoy. Il progetto, considerato futurista, è oggi Patrimonio del XX secolo, e ha aiutato quello che era un vecchio spazio costiero abbandonato a diventare un complesso residenziale di lusso per vacanze.

Marina Baie des Anges - internettuale
Marina Baie des Anges

Erano questi i presupposti e principi cui si era ispirato Franz Di Salvo, quando il ministro del lavoro Amintore Fanfani propose la legge 43/1949 per “incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori”.

Vele Scampia panorama 2016 - internettualeAuspicandosi di dare, con queste caratteristiche costruzioni all’avanguardia, nuova linfa vitale ad una parte periferica del capoluogo partenopeo fino ad allora desolato, l’architetto, come molti della sua generazione impegnati in progetti simili, reinterpretò i temi razionalisti del movimento moderno, riproducendo l’idea del “vicolo” napoletano. Ma l’originario disegno di Di Salvo cambiò in corso d’opera. Per la realizzazione delle Vele infatti furono usati, in tempi non sospetti, prefabbricati contenenti amianto, la cui pericolosità sarà riconosciuta soltanto nei primi anni ’90.

Vela Scampia 2016 - internettuale
Vela, il “vicolo”

Il progetto, in fase di realizzazione, fu completamente stravolto per l’adeguamento sismico, il sistema costruttivo, e la riduzione dello spazio delle scale interne, che comporta un avvicinamento dei due corpi di fabbrica che compongono ciascuna “Vela”, peggiorandone visibilmente l’illuminazione, l’areazione e la vivibilità.

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tronconi della Vela rimasti in piedi dopo l’esplosione

Tre delle sette vele dell’originario progetto di Di Salvo furono abbattute, non senza imbarazzo per le Amministrazioni a causa della loro straordinaria robustezza, tra il 1997 e il 2003, edificando al loro posto nuovi complessi residenziali dalle forme più contenute.

A ridosso delle elezioni di quest’anno, il rieletto sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha ribadito la sua volontà di abbattere i restanti palazzi, ormai abbandonati da tempo, abitati per lo più da abusivi ed extracomunitari: «Il progetto di mio padre è stato stravolto – disse alla stampa Mizzi, figlia dell’architetto all’allora sindaco Rosa Russo Iervolino – sappia il sindaco che quello che hanno realizzato a Scampia è un aborto. Mio padre aveva previsto spazi più ampi, cinema, infrastrutture e giardini».

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Villaggio Olimpico, Montreal 1976

In difesa del grandioso progetto architettonico di Di Salvo, anche il Professor Pasquale Belfiore, che qualche anno fa in occasione di una monografica sull’architetto palermitano disse: «Le Vele di Scampia furono un disegno molto avanzato per quell’epoca, progettato peraltro con il contributo di figure professionali collaterali tra cui economisti e sociologi. Un progetto sostenuto dalla Cassa per il Mezzogiorno che aveva perciò grande disponibilità finanziarie, sicuramente maggiori rispetto ad altre opere di edilizia pubblica, e corrispondeva a un’idea nuova di concentrazione di residenze e attrezzature».

Benché ridotte a relitti di pietra abbandonate in un oceano di degrado, le Vele, al pari di un rinomato monumento, sono ormai simbolo di Scampia, e del tentativo, forse ancor oggi troppo avveniristico, di ridare nuova vita al quartiere con costruzioni che fossero anche belle da vedere, come vele spiegate all’orizzonte.

Vela Scampia - internettuale
Vela, Scampia 2016

«Il cortile interno e la forma della Vela si combina con il momento più umile e vivace della vita di Napoli, il vicolo, con l’opulenta iconografia della città delle acque – dice Ada Tolla dalle autorevoli pagine del New York Times in difesa del progetto di Di Salvo – per me è importante che si riconosca che “le Vele” non sono un fallimento dell’architettura, ma piuttosto un fallimento nell’esecuzione e nella manutenzione. La demolizione è soltanto un modo per nascondere lo sporco sotto al tappeto, ma non è il modo giusto per imparare dal passato».

Ma una struttura può davvero avere così tanto peso sull’impatto sociale? Il degrado sociale è frutto dell’architettura o è l’architettura ad essere stata posta (e poi abbandonata) al degrado sociale? E infine come mai in cittadine come Montreal e Villeneuve-Loubet (in Costa Azzurra) sono complessi di un’edilizia di lusso e a Scampia simbolo dell’abbandono totale?

Vele Scampia anni 80 pastori pecore - internettualeAlla luce delle considerazioni degli esperti, di un progetto tuttavia di design e tristemente infangato, di questa breve storia dell’architettura, e delle tante piccole vicende umane che negli anni hanno abitato questi edifici e il quartiere di Scampia, il passaggio dei pastorelli fino agli anni ‘80, gli sposalizi, funerali, persino la criminalità di questi luoghi, diventata cult in TV, non sarebbe molto più opportuno, e meno dispendioso per le casse del comune, restituire una nuova dignità a ciò che resta di questo grandioso progetto di Di Salvo, riqualificando il suo nome con l’onore che merita e facendo di questi palazzi-simbolo le Fenici di cemento che risorgono dal proprio degrado?