MUSICA

Romina Falconi: «Troppa prudenza impedisce le emozioni. Evitate la paura, pure della felicità»

Quando contatto Romina Falconi la prima volta, lo faccio su twitter. Le invio un messaggio diretto e la risposta arriva dopo qualche ora. Non ha bisogno di social media manager, Romina, non ha bisogno di quel filtro perfetto che fa apparire tutto un po’ finto on-line, messo lì, in posa. I croissant al mattino con le peonie, l’abito griffato, le foto truccata in accappatoio, il tweet giusto. Oggi tutte giocano a fare le fashion blogger, persino le cantanti o le attrici, ma Romina no, è diversa dalle altre. I fan lo avevano capito già quando, dopo la partecipazione a X Factor, in controtendenza, rifiutò un contratto con la SonyMusic: «Più che un rifiuto ad un contratto Sony è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”» precisa.

Oggi Romina ritorna a due anni dal suo primo album, Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, compendio di un lavoro in tre parti pubblicato in altrettanti momenti nel 2014 come EP.

Ma in questi due anni la Falconi non se n’è stata in panciolle o soltanto rinchiusa nello studio di registrazione a preparare questo lavoro, ma ha inciso il brano Who Is Afraid of Gender? con il cantante Immanuel Casto, che è diventato l’inno del Gay Pride 2016.

Romina Falconi sulla copertina del singolo “Cadono Saponette”

Il suo nuovo lavoro si intitola Cadono saponette, come il primo brano da cui è tratto, e che in un mix di suoni elettronici e internazionali, presenta in modo moderno, e forse un po’ alternativo, l’eterno dilemma dell’amore.

Qual è lo spirito con cui presenti “Cadono saponette”?

«Sicuramente molto maturo. In Cadono Saponette affronto un male comune e lo faccio usando una figura retorica in modo ironico. Il “bicchiere mezzo vuoto” promette un futuro meno scioccante (quando ti aspetti il peggio e arriva una bella notizia non puoi che goderne) ​​ ​ma la troppa prudenza impedisce di vivere davvero ogni benedetta emozione. In questa canzone c’è molto di me: le mie origini popolari, il mio modo di rendere tutto leggero anche se c’è un fondo di amaro… il grottesco è il vestito che mi calza meglio. Bisogna evitare di avere paura, pure della felicità».

Questo brano è un po’ la prosecuzione ideale di “Il mio prossimo amore”, un amore bello, ma di cui diffidi: com’è cambiato il tuo rapporto con l’amore e quanto di questo brano riflettete la tua vita amorosa?

«Sono un’ottima amica ma una pessima amante. Mi salva la complicità che instauro con il partner: io non sono brava a fare la mogliettina, diciamo che il mio partner si ritrova a convivere con il suO migliore amicO. Ho la fortuna di essere stata molto amata e di aver amato tanto. ​ La cosa che mi interessa di più quando scrivo è immortalare un momento. Non mi importa chi ha ragione e chi torto: amo trattare situazioni difficili e dare voce ai sentimenti taciuti. Nei miei brani non sto a fare morali o a chiedere la pace nel mondo; a me importa solo il preludio delle situazioni, spiegare che l’incazzatura è umana quanto l’innamoramento. Nessuno deve sentirsi solo; facile dire: amo l’amore (semo boni tutti), preferisco più dire che l’amore, quando è Amore, può essere bellissimo ma può anche devastarti.

Col senno di poi siamo bravi tutti a dire “cosa è meglio fare”, è “il prima” che non viene molto raccontato nella musica pop. Tutto quello che scrivo ha qualcosa di me, è molto più facile parlare di qualcosa che ho vissuto, anche solo per un momento»

Pur cantando canzoni d’amore, non sei mai stata una cantante da rima “cuore amore”, ma hai sempre usato immagini forti, proprio come in questo caso, “cadono saponette” come in un carcere…

«​Sono nata a Torpignattara, quartiere malfamato ma estremamente affascinante. Vedi di tutto dalle mie parti, ma guai a far sentire solo qualcuno. Il senso di fratellanza che ho visto nella mia “Piccola Parigi”, poche volte l’ho visto in giro. Le immagini forti danno un senso preciso, non puoi chiedere ad una come me di censurare quella cruda naturalezza nell’esporre le cose, perché perderei l’ottanta per cento della mia essenza. Ho fatto una scelta tempo fa: mi sono promessa di cantare solo quello che mi rappresenta sul serio ed è bellissimo sapere che molte persone, lì fuori, mi amino esattamente per come sono. La libertà è un valore immenso per quelli come me, costa cara ma vale la pena rischiare. Non è mai la retorica a salvarci, al massimo ci salva Nietzsche, Henry Miller, Pasolini e Troisi…».

Nella carriera c’è il rifiuto di un contratto con la SonyMusic…

«Più che un rifiuto, è stato più un “ehi ragazzi, mi avete fatto firmare questo contratto per il talent, ora che non sono più nel programma, liberatemi che ho bisogno di pensare a me”. Loro, bravissimi, mi hanno lasciata andare. Fare tutto di corsa, cavalcare l’onda dell’esposizione mediatica mi fa un po’ paura. Ho voluto partire da zero, dallo studio, canzoni da arrangiare e un concept da curare piano piano. Ho sempre stimato artisti che hanno creato fondamenta solide grazie ad un lavoro certosino, fatto di sacrifici e studi».

“Il pessimismo in amore è una fortuna”: un’arma di difesa?

«Ci sono tre tipi di persone: quelle che non fanno molti sforzi, ma ottengono il massimo dalla vita; quelle che “a volte va male e a volte va bene”, la maggioranza; e quelli che dicono “ecco qui: ora cade la saponetta e la devo raccogliere”. Io, neanche a dirlo, sono in questa categoria, di quelli che devono sudarsi tutto, grati per le piccole gioie che arrivano, piano piano sia chiaro. Non è sfortuna, è proprio una vita da film di Tarantino, una vita “viva”. Quando ti aspetti il bicchiere mezzo vuoto, difficilmente resti deluso. Sicuramente è una difesa, ma in quel testo esorto principalente me stessa a lasciarmi andare di più».

Spesso nei tuoi brani parli diversità, lo scorso anno con Who is afraid of gener? hai cantato con Immanuel Casto l’Inno del Gay Pride 2016: quanto ha ancora bisogno l’Italia di trattare questi argomenti?

«L’Italia ha fatto grandi passi avanti, ma se penso a quello che volevamo davvero… c’è ancora tanta strada da fare. Un po’ è la mentalità e un po’ il fatto che se internet è “sul pezzo”, la tv generalista non è così avanti come sembra. Come ho cantato insieme a Casto: “vogliono farci vivere nell’oscurità, chi è il vero mostro?”. Penso che sia fondamentale nelle canzoni, nei film e nell’arte in generale, insistere. Il minimo che possiamo fare è rendere questo paese migliore per le future generazioni».

Sulla copertina del tuo album Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, ti sei fatta fotografare con una mannaia: in tempi di violenza sulle donne, quanto è importante un’immagine del genere e quanto ancora deve battersi una donna per i suoi diritti?

«Quella copertina è il mio orgoglio. Il senso era: “ci saranno robe crude, la copertina già dice tutto. Femmina fuori, muratore dentro: eccomi. Ho conosciuto e vissuto con donne succubi dei loro uomini. Non ho avuto un’infanzia facile, ma grazie a mia madre sono diventata una leonessa e se vedo l’accenno di un maltrattamento per strada sono capace di diventare un coccodrillo. Lo scenario, a mio parere, è il seguente: riviste femminili che molto spesso ci fanno sentire dei cessi orrendi. “Parità… parità…” e poi ancora ci sono donne che crescono con la consapevolezza che è l’uomo a portare i pantaloni, donne che insegnano alle loro figlie che lo scopo della vita è assecondare i mariti, i quali hanno il potere e il diritto di fare tutto. Su facebook uomini insulsi si permettono di dire frasi come “la donna lo stupro all’inizio lo vive male, poi durante l’atto si abitua…”. Parliamo di musica? Una casa discografica famosa, di cui preferisco non fare il nome, non mi ha accettato perché “Romina, si vede troppo che hai un sesso”. Non ne capivo il senso, poi ho capito che in quell’etichetta, gli artisti sembrano abbastanza asessuati. Pariamo di quanta libertà aveva una cantante negli anni ’80 e quanta invece ne ha adesso. Non voglio annoiarti, ma stiamo messi maluccio… da PornHub alla clausura, trovi di tutto su internet, ma nella musica non è possibile avere una via di mezzo. Alle giovanissime consiglio: amate, studiate, fare le casalinghe coi figli, le donne in carriera, le puttane, le caste, purché sia una scelta vostra. Io sono diventata l’ometto che avrei voluto sposare, ma mi va bene così».

Sei mai stata vittima di un abuso, nell’accezione più ampia del termine, pensiamo anche allo stalking…

«Assolutamente sì, e il problema è che dopo una violenza pensi di stare tu nel torto. Non basta solo dire “donne, ragazze, ragazzi, denunciate!” perché in certi momenti so per certo che a malapena hai la forza di tirare avanti. È importante dire anche alla famiglia, agli amici più stretti di tenere gli occhi aperti perché le violenze sono più frequenti di quanto possiamo credere. La violenza psicologica è ancora più subdola quindi occhi stra-aperti. Lo stalking? Così com’è, questa legge non è abbastanza secondo me».

Il tuo è un sound british, americano, ma i testi riflettono un vissuto importante: quanto è difficile esporsi e perché senti l’esigenza di farlo?

«Quando scrivo non penso mai al livello di esposizione. Non penso mai neanche se un brano è pubblicabile o meno, perché se avessi quel pensiero costante non riuscirei a scrivere neanche una sola parola. Sapere che mi sto esponendo troppo mi bloccherebbe. Invece la scrivo, la canto, la pre-produco, faccio sentire la canzone alle persone più fidate e chiedo il loro parere. Dalle reazioni capisco cosa fare. Scrivo continuamente sono una pessima coinquilina perché mi isolo in cucina o in camera e se non fosse per gli altri mi dimenticherei pure di mangiare. Faccio questa vita da quando ho 15 anni, se oggi facessi un altro lavoro comunque leggerei tantissimo per poi scrivere canzoni. Una volta è stato esilarante: il giorno dell’uscita dell’EP mi chiama il mio manager e mi dice: “con Stupida Pazza si nota molto il disprezzo che hai per te stessa a volte…” e ho risposto: “Cazzo, è vero!”. Non ci avevo pensato, capisci? Sono stata mesi a cambiarla, a scegliere il suono delle parole e solo poche ore prima del lancio mi sono accorta di tutto quel mea culpa. Che voi fa’, sono un macello…».

Quali sono i prossimi progetti e le sorprese che ci riservi entro l’anno e quali le date per vederti di persona?

«Spero di cantare a Lucca uno di questi giorni del Lucca Comics and Games, dovremmo riuscire ad organizzare tutto per bene. Sto preparando un disco, la cui uscita è prevista per il 2018, con dei musicisti pazzeschi: Gary Novak e Reggie Hamilton e con i miei meravigliosi produttori: Maximilian Rio, pronto a tutto, ormai mi sopporta ore e ore, e Marco Zangirolami che è una delle persone più concrete e geniali che abbia mai conosciuto. La Freak & Chic (etichetta della cantante, ndr), oltre ad essere la factory creativa che ogni artista meriterebbe, è diventata da un anno anche la mia società (mi hanno fatto socia!!!) e mi accompagna passo passo facendomi sentire al sicuro».

Un sogno nel cassetto che ancora vuoi realizzare…

«Sentire una mia canzone in un film, nel disco nuovo ci sono due canzoni lente, con archi e timpani, sarebbe un’esperienza incredibile».

Qui il link per ascoltare il nuovo brano su Spotify.

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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

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Katy Perry torna con “Witness”, tra elettronica e dance. Ecco com’è

Katy Perry è tornata e cambia pelle, dimostrando di essere un vero cavallo di razza, che va oltre il fenomeno musicale del momento o il colpo di fortuna. Lei, che nel 2011 ha eguagliato il primato di Michael Jackson in 53anni di storia delle classifiche americane, diventando la seconda artista (e la prima donna) ad aver avuto ben cinque canzoni nella top-chart estratte da un unico album, Teenage Dream.

A quattro anni dal fortunatissimo PRISM, la cantante di Santa Barbara ritorna adesso con WITNESS, testimone, e c’è già chi grida al capolavoro, a dispetto dei primi singoli estratti non proprio fortunatissimi.

Che la Perry avesse intenzione di cambiare sound, l’avevamo intuito già lo scorso febbraio, quando ritornò un po’ a sorpresa con Chained to the Rhythm, brano in collaborazione con Skip Marley che vira verso un’elettronica più matura e meno commerciale. Ma il pezzo si ferma soltanto alla numero 4. Per correre ai ripari la cantante ha provato a rimediare con Bon Appétit, altro singolo, altra collaborazione: questa volta c’è il gruppo hip hop Migos, continuando ad indagare quelle sonorità elettroniche, a tratti lounge, che caratterizzano un po’ tutto questo nuovo lavoro dell’artista, ma la ricezione è persino peggiore e il singolo si arena addirittura al 59esimo posto in classifica.

Lo scorso maggio invece è stata la volta di Swish Swish (a mio avviso tra i migliori pezzi) in cui gioca la carta della rapper che da Bionic di Christina Aguilera a David Guetta ha provato a salvare la carriera a tanti big e non con collaborazioni e sperimentazioni non sempre riuscite, ma musicalmente interessanti, Nicki Minaj. Il brano è un campionamento di Star 69 dei Fatboy Slim. Scritto dalla stessa Perry è prodotto dal DJ Duke Dumont, la cui impronta vagamente dance è fortissima.

Il pezzo ha un’accoglienza migliore nelle chart dance, arrivando al settimo posto, non abbastanza tuttavia da scalare i posti alti nella classifica generale.

Ma Witness, composto da ben 15 tracce nella versione standard, potrebbe ancora riservare qualche sorpresa, a cominciare dalle ipnotiche Roulette e Déjà Vu.

Da tenere d’occhio Bigger than me e Save as Draft, in cui ritornano le sonorità del singolo del passato inverno, Rise, e lo spirito combattivo dell’artista che chiude questo lavoro con un’intensa ballad, Into me you see.

artwork di copertina di WITNESS di Katy Perry

E se come me vi siete chiesti il perché di una copertina in cui l’artista si copre gli occhi e guarda con la bocca, sappiate che dell’artwork la cantante ha detto: «La musica mi ha permesso di viaggiare, ha rieducato la mia mente e ha cambiato la mia prospettiva su tante cose. La mia educazione e la mia coscienza vengono dalla mia voce, ed esattamente così che io vedo, ed è ciò che oggi testimonio a voi e ciò che voi testimoniate a me. Ed è per questo motivo che l’occhio è nella mia bocca».

MUSICA

Ecco “le migliori” di Mina e Celentano

Mina e Celentano ritornano con Le migliori. A quasi vent’anni dal loro primo album di duetti, era il 1998 quando uscì Mina Celentano, la Tigre di Cremona e il Molleggiato presentano questo secondo lavoro discografico in tandem, che, tra indiscrezioni e rinvii, i fan hanno aspettato oltre un anno. Niente paperini questa volta, nessuna versione cartoon simil fumetto-Disney. I due cantanti ci mettono la faccia, e poco importa se è frutto di Photoshop, perché lo fanno a loro istrionico e ironico modo, un po’ provocatorio, apparendo in copertina a metà strada tra mannequin e entraineuse. Sì, perché è probabilmente questo il senso di quest’album. Come “prostitute” musicali, le dodici nuove canzoni del disco devono essere di tutti e andare con tutti. Dev’essere questo il messaggio che segretamente lega copertina e titolo, trasformandosi in colpo di genio. E a giudicare da un primo ascolto la mission è decisamente riuscita.

mina-celentano-le-migliori-album-cover-copertina-recensione-internettualeAnticipato dalla spagnoleggiante Amami qualche settimana fa, l’album è uscito ieri, ed è subito una sorpresa. Sì, perché se il lead-single strizzava l’occhio a quella radiofonica strategia commerciale, gli altri brani invece sono la naturale evoluzione di due percorsi musicali che ritornano ad intersecarsi. Se il brano Acqua e sale era specchio fedele degli anni ’90, con Le migliori Mina e Celentano si rinnovano, pur restando fedeli a sé stessi.

E loro, che hanno cantato alcune tra le più belle canzoni d’amore della musica italiana, non potevano che celebrare ancora questo nobile sentimento anche in nuovo lavoro, come dimostrano le ballad È l’amore, Se mi ami davvero, Ti lascio amore, in cui i due interpreti giocano con il ritmo, i vocoder, le influenze latineggianti e velati omaggi alla canzone italiana.

Un album che non ha paura di sperimentare, sfociando persino nel reggae travolgente di Ma che ci faccio qui. Bellissima la rarefatta ballad Sono le tre.

Formula che vince insomma non si cambia: come nel loro primo lavoro insieme anche in questo album trovano posto delle tracce soliste, in cui vengono fuori le loro anime. La voce di denuncia di Celentano ritrova il tema della guerra ne Il bambino col fucile, cantando gli orrori dei bambini-soldato. Temi, questi, che sono stato il filo conduttore dell’artista dei suoi ultimi concerti all’Arena di Verona.

Mina invece ritrova la sua vena un po’ malinconica, che da Veleno (2002) caratterizza la sua voce e la sofferenza di testi che parlano di amori spesso tormentati, con il brano Quando la smetterò, in cui la voce è nuda, scevra da artifizi elettronici, accompagnata solo dal pianoforte.

Bellissimi gli ultimi duetti che chiudono una tracklist perfetta: Come un diamante nascosto nella neve, brano dal ritornello orecchiabile, ma dal testo non banale, e il remix di Prisencolinensinainciusol, omaggio ad un grande successo di Celentano del 1972, in cui Adriano parodiava l’allora nascente moda della musica angloamericana con una lingua inventata, che qui incontra la produzione di Benny Benassi e il featuring d’eccezione di Mina.

Ma aspettate a fiondarvi a comprarlo. Secondo alcune indiscrezioni, l’album potrebbe avere a breve una seconda edizione natalizia, che includerà due nuovi inediti, forse due brani composti da Caparezza e Giuliano Sangiorgi, oltre che al primo album di duetti del 1998.

Con questo lavoro i due cantanti italiani hanno dimostrato alle nuove generazioni che si può essere musicalmente all’avanguardia e al tempo stesso sperimentare nuovi sound senza per questo snaturarsi, con la classe, e forse la consapevolezza, di essere due numeri uno che, non paghi di aver già fatto la storia della musica, hanno ancora voglia di riscriverla.

MUSICA

Lady Gaga spiazza tutti: “Joanne”, così diverso da ciò che pensi

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Lady Gaga, Joanne cover (2016)

Dimenticate il pop di Pokerface, i fasti di Bad Romance o il kitsch di Applause. Lady Gaga è tornata con Joanne, e il suo quarto album da studio è totale rottura con il passato. Ad un primo ascolto delle undici tracce della standard edition infatti Lady Gaga è più rock e meno pop.

Miss Germanotta ha sostituito parrucconi e occhialoni con jeans strappati e codino, e torna questa volta con un sound più ruvido, grezzo, a tratti country. Un sound asciutto, con meno orpelli, una naturale evoluzione che i suoi fan avevano appena percepito con il singolo Yoü and I, tratto da Born this way nel 2011.

Lo dimostra il brano Million reasons, ballad acustica con cui Gaga ha provato a correggere il tiro del poco fortunato Perfect Illusion, lead single dell’album, pubblicato lo scorso settembre, che ha il triste primato per la cantante di essere il primo brano ad aver mancato la top ten.

Ma sono tanti invece i brani che muovono i passi dal primo singolo, che mostrano l’anima più aggressiva dell’artista. A cominciare da Diamond Heart, che apre la tracklist.

Strizza l’occhio al country la titletrack, Joanne, una delle tracce più personali, che conferma quanto questo disco, a differenza dei precedenti, sia un lavoro più intimo, autobiografico, in cui Gaga parla di se stessa, della sua famiglia, dei suoi sentimenti.

Tra i pezzi più radiofonici c’è Dancin’ in circles, che strizza un po’ l’occhio all’ultima Sia, con un ritmo dal retrogusto orientaleggiante, ed è forse uno dei brani migliori del disco.

Ma il meglio di sé Germanotta lo dà nelle tracce che chiudono questo lavoro, come Sinner’s Prayer e Come to Mama, più orecchiabili dei brani in apertura.

Ricorda le ballad anni ’80 Hey Girl. A chiudere questo lavoro atipico, l’intensa Angel Down.

Il disco mette momentaneamente da parte lustrini e provocazioni, e mostra un’artista matura che, a otto anni dal suo debutto, ha voglia di sperimentare con immutato entusiasmo. Forse, a differenza dei suoi lavori precedenti è meno radiofonico, e non avrà molta eco nei club e nelle classifiche, ma Lady Gaga ha comunque voglia di dimostrare che oltre le provocazioni c’è molto di più.

MUSICA

Lady Gaga pubblica “Perfect Illusion” e ricorda molto un’altra hit di Madonna

È destinato a far discutere Perfect Illusion, nuovo attesissimo singolo di Lady Gaga, che ritorna a due anni da Applause e da un album, ARTPOP, che aveva un po’ tradito le aspettative di vendita.

Ma in questi due anni Miss Germanotta non se n’è rimasta in panciolle, e nel frattempo ha portato a casa un Grammy Awards come Best Traditional Vocal Album, incidendo un disco, Cheek to Cheek, in coppia con Tony Bennett, e addirittura una nomination agli Oscar come miglior canzone per il brano Til it happens to you, colonna sonora del documentario The Hunting Ground, che parla della violenza sessuale nei campus universitari americani. Ma in questi anni Lady Gaga ha trovato anche il tempo di recitare in serie TV cult come American Horror Story: Hotel, vincendo per il suo ruolo un Golden Globe come miglior attrice in una serie televisiva.

Perfect Illusion arriva dunque dopo due anni di silenzio, musicali, e un periodo ugualmente ricco, riportandoci quella Gaga-cantante che tutti abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Il singolo anticipa un album, ancora senza titolo, la cui pubblicazione pare sia prevista per il 2017, e per la quale, secondo le prime indiscrezioni, dovremo ancora aspettare il lancio di altri due brani nei prossimi mesi prima dell’uscita.

lady-gaga-perfect-illusion-single-cover-internettualePerfect Illusion inaugura una nuova Gaga-Era, come anticipato dalla stessa artista più volte nelle passate settimane. Più rock, aggressiva, meno pop e forse vagamente meno dance.

Eppure come già fu per Born this way, ad oggi la hit di maggior successo dell’artista di origine italiana, anche Perfect Illusion risente, forse un po’ troppo, dell’indiretta influenza di Madonna.

Se Bortn this way infatti ricordava a primo impatto Express Yourself, riprendendone le note e il significato, Perfect Illusion, che parla di un amore finito, di questa “perfetta illusione” in linea con gli amori estivi finiti agli inizi di settembre, ricorda invece già nelle prime note del ritornello quella Papa don’t preach del 1986, in cui Madge cantava il delicato, quanto peraltro attualissimo, tema della gravidanza adolescenziale e dell’aborto.

Non sono mancante le prime reazioni sui forum di musica che hanno immediatamente notato l’assonanza, dividendo il popolo della rete, e dei fan, tra chi non vuole assolutamente notare il plagio, o l’omaggio a seconda dei punti di vista, e chi pensa che siano assolutamente identiche.

Insomma che Germanotta abbia rieditato in chiave rock un vecchio successo di Miss Ciccone o no, ai fan poco importa. Lady Gaga è finalmente tornata, ma noi speriamo che nel suo prossimo album oltre questa perfetta illusione, è proprio il caso di dirlo, ci sia molto di più.

MUSICA

ZHU pubblica “Generationwhy”, la colonna sonora perfetta per i party di fine estate

Ancora poco noto nel nostro paese, ZHU, classe 1989, è un promettente cantante, musicista e produttore discografico statunitense. Dopo aver riscosso un notevole successo con il singolo Faded nel 2014, torna adesso con l’album d’esordio Generationwhy per Columbia Records.

Quattordici tracce elettroniche, con influenze anni ’70 e ’80 soprattutto, a metà tra pezzi strumentali e brani cantati, che rappresentano la perfetta colonna sonora per l’estate o per un party in piscina. Lo si intuisce dal sound, a tratti lounge, di brani come Palm of my hand, in cui il produttore cino-americano cita Samba pa ti di Santana, rivisitandola in un onirico piano che si fonde con i sintetizzatori e le vocalist, rimandando addirittura a Enigma nel parlato in francese e in un sax di fondo che ci fa viaggiare fino agli anni ’90.

Un sound ballabile, che ti fa venire voglia d’estate, di luccichii e aperitivi, come i brani Numb, Money o In the morning, il cui testo è una citazione del brano Touch me del 2001 del DJ portoghese Rui da Silva.

È colta invece la citazione dell’intro che riportano le parole e la voce della poetessa americana Maya Angelou.

Ricorda quasi un pezzo da backstage di haute couture o uno spot per la bella stagione la titletrack Generationwhy, dal ritornello orecchiabile, il messaggio chiaro, we are people of this generation, apparteniamo a questa generazione, e l’arrangiamento di grande impatto che molto mutua dagli anni ’80.

Sensuale e fresco il brano Good life, così come il ballabile Hometown Girl, tra i pochi brani interamente cantato con l’uncredited di Jaymes Young.

ZHU è un produttore aperto alla collaborazione, che nei suoi pezzi non disdegna i cori di Nikola Rachelle Bedingfield per il pezzo Reaching.

Pezzi deep-house, ipnotici, con influenze e forme musicali che si fondono in un unico album omogeneo ma non per questo noioso.

MUSICA

Adele incanta l’Arena di Verona

Più tragica della tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta a Verona poteva esserci soltanto lei, Adele, Nostra Signora delle Lacrime, che nel suo mini-tour italiano all’Arena di Verona il 28 e 29 maggio ha emozionato e commosso i quindicimila spettatori accorsi da ogni dove per ascoltare la sua voce. La cantante britannica è in giro per il mondo con il tour a supporto del suo ultimo album da studio, 25, ed è proprio da quest’ultimo che parte la sua tappa italiana, da quella Hello, primo singolo estratto, diventato in poche settimane un vero e proprio fenomeno social e di vendite, ma anche di critica. Sì, perché Adele, tanto amata dai suoi fan, è anche osannata dalla critica.

E se nei suoi testi sa essere introspettiva, cupa, malinconica, quasi “triste”, costringendo anche il più cinico dei presenti a piangere, nella vita reale invece si diverte e sa divertire il suo pubblico, con aneddoti divertenti e con una energia e solarità che forse non t’aspetti.

È ironica e autoironica, ha saputo interagire con il pubblico e ha definito il suo concerto una grande “sessione di pianto”.

La scaletta prosegue con Rumor has it, ennesimo successo, questa volta da 21, l’album che nel 2011 è polverizzato ogni record vendendo quasi trenta milioni di copie e restando in classifica per oltre un anno.

Tanti i riconoscimenti per la 28enne londinese, dai suoi sei Grammy all’Oscar vinto per Skyfall, colonna sonora dell’omonimo film di 007 del 2012, che ha eseguito chiedendo quanti fossero i fan del noto agente segreto inglese.

A chiudere il concerto una inedita parentesi acustica di brani Million Years, Don’t You Remember e Love in The Dark.

Estasiati i fan che hanno chiesto i bis di quelli che sono i successi più grandi di sempre, Rolling in the deep e Someone like you.

MUSICA

La ragazza dai capelli rosa: da “Amici 15” ecco chi è Elodie Di Patrizi

Un po’ Noemi, un po’ Emma, un po’ Mia Martini. È difficile classificare la voce di Elodie Di Patrizi, in arte solo Elodie, che ha stregato pubblico e critica dell’ultima edizione di Amici 15. Tanto impeccabile in italiano quanto sorprendente in lingua francese, che ha saputo regalare non poche emozioni con brani di qualità e mai scontati, che ha voluto interpretare nonostante non occhieggiassero al grande pubblico. E non poteva che andare a lei il premio della critica del programma di Maria De Filippi, seguito da quello di RTL 102.5 che ha decretato Un’Altra Vita, il brano scritto per lei da Fabrizio Moro, il miglior inedito di questa edizione del talent di Canale 5.

Capello à la maschietto rosa e viso pulito. La sua immagine ricorda un po’ il look della cantante Pink negli anni ’90, quella di There you go. Romana di nascita, Leccese di adozione, è stata per questo paragonata anche ad una Alessandra Amoroso-prima-maniera, che il programma della De Filippi invece l’ha vinto.

Elodie Un'Altra Vita EP cover disco - internettualeInfluenzata da interpreti jazz e soul come Nina Simone, si piazza al secondo posto del programma Mediaset, dietro il vincitore Sergio. Ma si sentirà ancora parlare di questa venticinquenne dai capelli rosa, che pubblica adesso Un’Altra Vita, l’EP che prende il titolo dal suo inedito nel quale trova posto anche un altro brano scritto per lei da Moro, Giorni spensierati.

Ed è proprio la vita il tema principale intorno al quale ruotano le otto tracce di questo lavoro discografico di debutto, che presenta al pubblico questa giovane interprete come cantante melodica, spesso emozionata e emozionante, che ritroviamo in Due anime perse e Le imperfezioni della vita. Brani che cantano la vita sì, ma anche l’amore.

Nelle tracce finali ricorda davvero la Amoroso, la cui impronta è chiara in Una strada infinita, La bellezza del mondo e, in chiusura, Tutto questo.

Elodie è per ora il “prodotto” seriale della macchina dei talent, che mescola in questo primo progetto msusicale melodia e testi déjà vu non particolarmente originali. Tuttavia, siamo pronti a scommetterci, la giovane leccese è un diamante grezzo pronto a liberarsi dell’involucro del talent che l’ha lanciata per affermarsi nel mondo della musica italiana… e non solo.

MUSICA

“Dangerous Woman” di Ariana Grande è il miglior disco del 2016: ecco perché

Ariana Grande Dangerous Woman album cover - internettualeSi intitola Dangerous Woman, in uscita domani, il nuovo album di Ariana Grande, che torna con questa nuova raccolta di inediti a due anni dal successo di My Everything. Anticipato dal singolo Focus, quando ancora il progetto si chiamava Moonlight, il disco è stato ribattezzato in corso d’opera prendendo il nome dalla titletrack lanciata come singolo lo scorso marzo. Perché è proprio questo che la cantante di origini italiane adesso vuole dimostrare di essere ai suoi fan, una donna pericolosa. Donna sì, perché alla soglia dei ventitré anni vuole uscire dall’orbita delle teen idol, per tentare di proiettarsi nel firmamento delle artiste che contano davvero. E le premesse in questo nuovo lavoro ci sono tutte, non solo perché la Grande, spesso paragonata a Mariah Carey, è una delle migliori voci emergenti, ma anche, e forse soprattutto, perché Dangerous Woman è senza dubbio l’album della svolta, quello della maturità artistica di cui il disco precedente era solo il preludio.

Quaranta minuti di musica che si suddividono nelle quindici tracce della Deluxe Edition, che spaziano dal Pop all’R&B. Ad aprire il disco c’è proprio la ballad Moonlight, calda, avvolgente, sofisticata, ma probabilmente non abbastanza aggressiva e per questo relegata a mera traccia, che tuttavia con il suo ritornello orecchiabile arriva al primo ascolto.

È in brani R&B come Let me love you (in coppia con Lil Wayne), o quelli che strizzano l’occhio al pop, come Be Alright, che è impossibile non pensare, ascoltandola, alla Mariah degli anni ’90, con suadente voce in falsetto e cori che accompagnano un ritmo irresistibile. Ma è in brani come Into you che la vera Ariana viene fuori.

Prodotto, tra gli altri, dal Re Mida della musica statunitense, Max Martin, il disco trova il suo apice in uno dei pezzi migliori del disco, Leave me Lonely, in cui l’artista sfodera la potenza della sua voce limpida, duettando con la voce graffiante di Macy Gray.

La sensualissima in Touch it, in chiusura, è la chiara dimostrazione che Ariana pericolosa lo è davvero, ma, soprattutto che è una donna che sa mettersi in gioco e vincere. Dangerous Woman è infatti un florilegio di potenziali singoli, con brani di altissima qualità che ne fanno uno degli album migliori del 2016, e di Ariana (la) Grande erede di Mariah Carey.