INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Starbucks Milano: caffè, design e tradizione italiana. Ecco perché vale la pena andarci

Una nuova multinazionale fa il suo ingresso nel mercato italiano, e tutti a puntare il dito sulla nostra perdita di identità. Starbucks ha aperto ufficialmente le sue porte al pubblico a Milano, diventando così il primo store nel nostro Paese e, pare, secondo i bene informati non sarà l’ultimo.

Da sempre paradiso di frappuccini e muffin, da quando nel lontano 1971 Howard Schultz diede il nome del primo ufficiale di coperta di Moby Dick al primo store di Seattle, in origine fondato da tre studenti universitari.

Da allora Starbucks si è trasformato in un marchio di successo esportato in tutto il mondo: da New York a Parigi, dall’Inghilterra all’India, rivoluzionando il modo di bere caffè e creando un vero e proprio standard.

Bibitoni da sorseggiare lentamente durante la mattinata, stringendo tra le mani bicchieroni di carta, è questo nell’immaginario di noi europei, e probabilmente di tutto il resto del mondo, un’immagine simbolo del sogno americano.

Ultimi Paesi in cui la bella sirena del caffè tostato approda sono proprio l’Italia e l’Uruguay. Ma attenzione: a differenza di altre catene giunte nel nostro Paese da anni che con i loro prodotti hanno esportato anche il proprio stile, basti pensare a McDonald’s o Burger King, in cui ogni punto vendita è uguale all’altro, la storica catena di caffè americana qui arriva con una Starbucks Reserve Roastery, come a Seattle e a Shangai, una vera e propria sede di torrefazione del caffè lasciata a vista dei clienti, che vuole contribuire a rendere quello del caffè un momento esperienziale.

Sede deputata a questo importante debutto milanese è Palazzo Broggi, meglio noto come il Palazzo delle Poste in Piazza Cordusio 3. L’edificio fu costruito in occasione del rifacimento della piazza alla fine del XIX secolo, e faceva parte di un piano regolatore con cui si riorganizzava e ristrutturava la zona tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco.

A progettare il palazzo l’architetto che gli diede il nome, Luigi Broggi, e fu inaugurato nel 1901. La facciata è in stile umbertino, declinazione italiana del neo-barocco, corrente eclettica che mette insieme elementi gotici e barocchi originari del Rinascimento. Un’architettura che ben potrebbe ricordare i palazzi ottocenteschi newyorkesi. Tuttavia gli architetti non hanno ceduto al fascino di fare di questa sede un’omologa statunitense, bensì hanno deciso di rendere omaggio alla città e alla nazione che li ospita. A cominciare dal design, che non poteva che essere stiloso nella capitale del design italiano, con influenze anni ’70, marmi che richiamano i colori del Duomo di Milano e luci che vogliono ricordare invece il Castello Sforzesco.

Qui tutto ruota intorno ad un bancone bakery che sforna prodotti del panificio Princi di Milano.

The “clacker board” is shown at the Starbucks Reserve Roastery in Milan, Italy on Sunday, August 02, 2018. (Joshua Trujillo, Starbucks)

Ma non è bastato questo omaggio all’Italia, e alla sua tradizione, ai benpensanti che hanno commentato la diretta facebook di Corriere che mostrava i locali per la prima volta. Spiriti patriottici che inneggiano al caffè italiano (e alcuni al caffè napoletano addirittura, benché siamo in terra lumbard), mostrando un alto senso civico e nazionalista.

Molti hanno invocato il “bar sotto casa”, gridando al caro vecchio espresso.

Eppure è lecito chiedersi se tutte queste persone abbiano sempre preferito il pescato italiano al sushi, i mobili di Cantù all’IKEA, le Geox alle Nike.

La verità, che ci piaccia o no, è che le multinazionali e i franchising esistono, e spesso generano nel nostro Paese più lavoro di quanto imprenditori e aziende italiane non facciano: questa sede infatti offre lavoro a 300 persone.

Qui non si vuole insegnare a noi italiani a bere, né tantomeno fare, il caffè. Questa è una catena che viene nel nostro Paese in punta di piedi, con umiltà, senza imporre né esportare frappuccini e muffin per i quali è diventato famoso, ma ha deciso di presentarsi con un concept unico nel suo genere, ambendo quasi a diventare sede divulgativa, mostrando il processo di tostatura di quei chicchi che danno origine a quella miracolosa miscela nera, fondamentale per i nostri momenti di pausa, unendo il design e quel senso di lusso squisitamente italiano e milanese in particolare (qui un caffè costa 1.80 € mentre uno americano 3.5 €).

E nella patria dell’Happy Hour il bar del piano alto non poteva che essere dedicato all’aperitivo. Perché qui non c’è ostentazione del marchio o dei cappuccini giganti. Starbucks Milano si fa momento esperienziale, per scoprire che oltre il nero bollente di una tazza di caffè c’è tutto un mondo, genuinamente italiano.

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ART NEWS

Napoli: la Cappella di Santa Maria dei Pignatelli restituita alla città dopo mezzo secolo

Chiusa al pubblico da oltre mezzo secolo, la Cappella Pignatelli è finalmente restituita al pubblico. Già inserita nel calendario di eventi del Maggio dei Monumenti appena concluso, questa chiesa, situata proprio tra Piazzetta Nilo e Via San Biagio dei Librai a Napoli, apre le sue porte grazie ad un restauro e, soprattutto, alla volontà di recupero dell’Università partenopea Suor Orsola Benincasa.

Divenuta negli anni persino un deposito di sedie, la cappella entra adesso nel progetto Centro Storico di Napoli-Sito Unesco, che la riporta così all’originario splendore.

La Cappella di Santa Maria dei Pignatelli, questo il nome completo, fu costruita nel XIV secolo per la famiglia Pignatelli di Toritto, come cappella privata annessa all’omonimo palazzo. Restaurata e ampliata tra il 1477 e 1736, vede i suoi interni affrescati nel XVIII secolo da Fedele Fischetti, pittore, tra l’altro della Reggia di Capodimonte e del Palazzo Reale a Napoli. Il pittore napoletano realizza l’Assunta sull’altare maggiore.

Al suo interno, a sinistra, c’è il sepolcro di Carlo Pignatelli, realizzato dallo scultore Angelo Aniello Fiore.

Sull’altare della cappellina c’era anche un dipinto dello spagnolo Bartolomè Ordonez, oggi posto nel Museo di Capodimonte.

L’Università Suor Orsola Benincasa è divenuta proprietaria dell’immobile negli anni ’90, a seguito di una donazione della famiglia Pignatelli.

Il restauro è stato reso possibile grazie al finanziamento europeo del Grande Progetto Centro Storico di Napoli-Sito Unesco, attuato dal Comune di Napoli.

La cappella sarà finalmente restituita al pubblico lunedì 25 giugno alle ore 18.00, quando, dopo cinquant’anni d’oblio, potrà avere inizio una nuova vita per questo piccolo gioiello rinascimentale.

ART NEWS

Storia del Museo Ginori: ascesa, caduta e rinascita del museo di Sesto fiorentino

Se la bellezza è una necessità, allora nutrila con stile. È così che recita il sito web ufficiale di Richard-Ginori, storico marchio di produzione ceramica, che ha fatto di una squisita ricerca estetica la propria vocazione, sin dal lontano 1735, votando il proprio nome ad un’Arte diventata già icona.

Sinonimo di eccellenza italiana, oggi il brand, Richard-Ginori, è noto ed apprezzato in tutto il mondo. Fondato dal marchese Carlo Ginori, è suo il merito di aver dato origine alla Manifattura della porcellana di Doccia.

Sin dai primi anni di attività, Ginori decise di destinare alcuni locali al pianterreno della Villa Ginori di Doccia alla raccolta di modelli, ceramiche e terre formatesi nel primo periodo di vita della fabbrica.

Ben consapevole dell’alta qualità delle proprie porcellane e del loro significato artistico, già nel 1754 Ginori dimostrò la precisa volontà di una loro musealizzazione, creando un’apposita Galleria in cui esporre queste opere.

A poco più di un secolo dalla sua fondazione, la Ginori fu acquisita dalla milanese Soc. Ceramica Richard, diventando il marchio che oggi tutti conosciamo. L’originario nucleo delle raccolte storiche restò nei depositi della Villa di Doccia, cui negli anni si aggiunsero nuovi oggetti di proprietà Richard-Ginori.

Il progetto dell’attuale museo è dell’architetto toscano Pier Niccolò Berardi e Fabio Rossi. Le collezioni comprendevano l’originario lascito Ginori che si arricchì dei pezzi realizzati dopo la fusione con la Richard.

Richard-Ginori 1735 lottatori ceramica porcellana biscuit Museo Doccia Sesto fiorentino Vaso ad orcino Gio Ponti, Prospettica - internettuali
Giò Ponti

Inaugurato nel 1965 ha tristemente chiuso le sue porte al pubblico nel maggio del 2014, mentre la fabbrica delle pregiate porcellane era già stata acquistata all’asta nel 2013 dalla maison di moda Gucci.

Di grande valore la collezione del museo, che comprende statue e statuine di pregevole fattura di ispirazione michelangiolesca, con corpi vigorosi e nudi eroici, o rinascimentale, riproducendo opere come il Ratto delle Sabine del Giambologna, o ottocentesche, impresse nella porcellana lucida e finissima o l’elegante e opaca biscuit.

La Richard-Ginori vede tra le sue collezioni delle sue ultime creazioni anche le decorazioni del designer milanese Giò Ponti, che caratterizzò i primi anni ’20, rileggendo alla propria maniera l’Art Déco.

Lo scorso 27 novembre il museo è stato finalmente comprato dallo Stato Italiano, attraverso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con conseguente lascito della collezione che è stata così utilizzata per il pagamento delle tasse attraverso opere d’arte.

Ed è proprio da questa acquisizione che parte la ventiquattresima edizione di Artigianato e Palazzo, cui parteciperò e di cui vi parlerò, nella quale è stata allestita la Mostra Principe dedicata proprio alla Richard-Ginori. Durante i quattro giorni della rassegna, che si terranno al Giardino Corsini a Firenze, saranno infatti raccolti fondi per la riapertura del museo, identitario dell’arte e della pregiata manifattura fiorentina.

ART NEWS, LIFESTYLE

Artigianato e Palazzo: dal 17 maggio al Giardino Corsini di Firenze nel nome di Ginori

Nata nel 1995 da un’idea di Neri Torrigiani, e promossa dalla Principessa Giordana Corsini, la mostra Artigianato e Palazzo, a Firenze dal 17 al 20 maggio, si propone l’obiettivo di divulgare la squisita manualità degli artigiani fiorentini, da sempre maestri nella produzione delle pelli più raffinate e delle porcellane di pregio, dell’oreficeria e della scultura. Ce lo dice la storia stessa del capoluogo toscano, che sin dal tempo dei Medici, si è affermato come città d’arte e di quelle arti che hanno fortemente contribuito alla diffusione di quel made in Italy come sinonimo di eccellenza nel mondo.

Giardino Corsini dall’alto

Giunta alla sua 24esima edizione, anche quest’anno rappresenta l’occasione ideale, quanto unica, di immergersi nella rigogliosa natura del Giardino Corsini, gioiello dell’architettura paesaggistica rinascimentale, che apre i suoi cancelli per fare da pittorica quinta a questa straordinaria rappresentazione dell’italianità.

facciata Museo di Doccia
interno del museo Ginori

Protagonista di questa quattro giorni, è la Mostra Principe del Museo Doccia Ginori, sede dedicata alla storica bottega di produzioni ceramiche artistiche o, è proprio il caso di dire, di Arte, le cui produzioni hanno arricchito le collezioni di privati e poli museali di tutto il mondo. Dal XVIII secolo, vestendo le tavole e i saloni dei sovrani del Regno d’Italia, passando per l’Art Déco dei primi del ‘900, Ginori ha accompagnato e accompagna la storia del nostro Paese. Mission dell’evento è proprio quella di raccogliere fondi per la riapertura del Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia, recentemente acquistato dal Mibact, e che vanta una bellissima collezione dal rinascimento fiorentino a Giò Ponti.

Sarà possibile ammirare per la prima volta, fuori dalla fabbrica di Sesto Fiorentino, i maestri della Manifattura specializzati nelle varie lavorazioni: dalla colatura della “borbottina” fino alla decorazione, testimonianza di un sapere che continua a tramandarsi ininterrottamente.

Food, design, artigianato, cultura. Sono queste le parole che meglio rappresentano l’essenza di questo evento, cui prenderanno parte nomi noti come Drusilla FoerLuca CalvaniSerra Yilmaz tanto per citarne alcuni.

Ritorna per la quinta edizione BLOGS & CRAFTS i giovani artigiani e il web, iniziativa collaterale dell’evento, che ha portato nel bellissimo Giardino Corsini 10 artigiani under 35 vincitori del concorso saranno ospitati in una speciale Limonaia completamente ristrutturata dove potranno lavorare ed esporre le loro creazioni. Allo stesso tempo sono stati selezionati i più brillanti blogger, ed il sottoscritto è onorato e orgoglioso di farne parte, selezionati nel 2018 per un live blogging di tutta la Mostra, e per raccontare gli artigiani e i loro ospiti.

Da non perdere, ed io ve lo racconterò tutto, il momento Ricette di Famiglia. Realizzato con la collaborazione di Richard GinoriRiccardo Barthel e Desinare: si tratta di un appuntamento gastronomico, realizzato dalla giornalista Annamaria Tossani, che alle 18.00, nel Giardinetto delle Rose, insegnerà ai presenti come addobbare le proprie tavole, in compagnia di ospiti illustri che racconteranno la storia degli oggetti e proponendo ricette realizzate dagli chef di Desinare.

L’evento vede anche la partecipazione della Fondazione Ferragamo e degli Starhotels, di cui avrò il piacere oltre che il privilegio di essere ospite.

Tra le novità di questa edizione i food track, che coniugheranno street food e tradizioni culinarie regionali, confermando che l’arte e lo stile, sempre più influenzano anche, e soprattutto, la cucina contemporanea, per un piacere degli occhi prima ancora del palato.

Mi emoziona molto l’idea di prendere parte a questo evento, che vi racconterò con dovizia di particolari e foto sul mio blog e, naturalmente, live sul mio profilo instagram, e su tutti i miei canali social, augurandomi di riuscire a restituirvi l’aristocratica atmosfera di Artigianato e Palazzo, che è ricerca di bellezza e di arte in tutte le declinazioni della vita.

Per il sito ufficiale:

www.artigianatoepalazzo.it

I miei link:

Instagram @marianocervone per seguire il mio hashtag ufficiale #InternettualeInFlorence

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Visita nel sottosuolo della Pietrasanta a Napoli: nuovo percorso dal 24 aprile

Non è una semplice inaugurazione, quella che ha avuto luogo oggi alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ma una vera e propria restituzione al popolo partenopeo e ai turisti della città di Napoli.

Alla presenza dell’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e di Monsignor Vincenzo De Gregorio, Rettore della Basilica della Pietrasanta, e il Presidente dell’Associazione Pietrasanta Onlus, il Dottor Raffaele Iovine.

Un progetto importante per il quartiere e per la città, iniziato nel 2011 e che trova oggi, con questa nuova apertura, una concreta realizzazione ed una prospettiva per un immediato futuro.

Sì, perché è una storia che si sovrappone quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e quella di Napoli, la città che da oltre quattro secoli la ospita. Una storia che affonda le sue radici in quell’epoca greco-romana quando questa Basilica del XVII secolo, era ancora un tempio pagano dedicato alla dea Artemide.

Questo punto, in Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, era crocevia recettivo di quella cultura greca, assuefatta a sua volta da quella egizia: dal culto della dea Iside, cui era dedicato un tempio dove oggi sorge Cappella Sansevero, ai riti pagani che in epoca romana hanno portato alla costruzione del Tempio della dea Diana, di cui oggi restano alcune tracce nei marmi di riuso del campanile romanico nella piccola piazza, datato X-XI secolo, che porta addirittura la firma dei Cavalieri Templari, che con le loro croci avrebbero segnato questi luoghi, conferendo loro un’aura di misticismo capace di trascendere persino il mero valore religioso.

La città greco-romana cambia, si evolve, ma resta sempre fedele al suo folclore e ai suoi culti che da pagani diventano cristiani, e il tempio di Diana si tramuta in un luogo di apparizioni diaboliche. Neapolis intanto diventa Napoli, mentre la sua storia continua ad intrecciarsi con quella del monumento che la abita, in una danza sospesa a mezz’aria tra mitologia e religione, che cedono il passo alle credenze popolari e la superstizione più pura, che da sempre caratterizzano la città.

Ed è proprio per esorcizzare la presenza del diavolo, che qui vi sarebbe apparso sotto forma di maiale, spaventando con i suoi terribili grugniti gli abitanti del quartiere, che venne eretta la Pietrasanta.

La chiesa sarebbe stata dunque una sorta di amuleto in pietra contro il demonio per volere della Madonna, che sarebbe apparsa in sogno a San Pomponio, vescovo di Napoli, indicandogli il punto dove erigere la sua chiesa. La Basilica divenne così la prima costruzione a Napoli dedicata al culto della Vergine, prendendo per questo motivo il nome di Santa Maria Maggiore. “Pietrasanta” poiché secondo la leggenda al suo interno sarebbe custodita una pietra che concedeva l’indulgenza plenaria a chi la baciava.

Secondo le fonti al suo interno sarebbe stato sepolto addirittura un pontefice, Papa Evaristo, quinto vescovo di Roma.

Ha ripreso vita e colore questa monumentale chiesa, nelle nuance crema della facciata e il porpora dei tetti, che il certosino lavoro di restauro di questi anni le hanno restituito. La costruzione è un’opera di maturità dell’architetto Cosimo Fanzago (architetto, tra l’altro, del Palazzo Donn’Anna a Napoli e di Palazzo Zevallos in Via Toledo) che, con i suoi venti metri, ha realizzato la cupola più alta della città.

Oggi la basilica è sede dell’importante polo culturale da cui prende il nome, che ha realizzato diversi eventi, ma anche mostre curate dal critico Vittorio Sgarbi, tra cui i Tesori Nascosti (chiusa lo scorso luglio) e il Museo della Follia (ancora in corso fino al 27 maggio) ospitando al suo interno artisti quali Caravaggio, lo SpagnolettoGuercinoBaconLigabueGoya.

Dal 1653, anno di fondazione della basilica, ad oggi, Santa Maria Maggiore ha accompagnato i napoletani anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, proteggendoli nel ventre dei suoi sotterranei. Sì, perché sotto il pavimento maiolicato, ad opera della bottega Massa (la stessa del Chiostro di Santa Chiara, per intenderci) c’è tutto un mondo altro, che recenti studi e un lungo lavoro di musealizzazione stanno riportando, letteralmente, in superficie e che porterà di diritto la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta nel novero dei monumenti di Napoli assolutamente da non perdere.

Da domani, 24 aprile, apre ufficialmente il progetto LAPIS: I segreti della Pietrasanta, questo il titolo del progetto, farà sì che la Basilica non aprirà soltanto le porte della sua navata centrale al pubblico, ma anche quelle del suo sottosuolo, dando così inizio ad un nuovo straordinario percorso di visita, che unisce sapientemente tradizione e tecnologia: pannelli retroilluminativideoproiezionirealtà aumentata. Sono questi i punti di forza di un percorso sotterraneo unico nel suo genere, che racconta la storia della Basilica e, al tempo stesso, quella della sua città, Napoli.

ART NEWS

Quattro dinosauri si aggirano per le strade di Bergamo. Ecco dove:

Al mio arrivo in stazione a Bergamo ho trovato un Indricotherium (non sapevo cosa fosse, finché non l’ho googlato), sotto leggeri fiocchi di neve. Sono giunto in città in occasione della mostra Raffaello e l’Eco del mito, e come prima cosa invece mi ritrovo faccia a faccia con un animale enorme: un dinosauro. L’ho sfiorato proprio come un asteroide sfiora il pianeta Terra, e mai similitudine mi sembra più appropriata. Sarà facile immaginare la mia espressione nel vedere anche in Piazza Cittadella un altro dinosauro in carne ed ossa… o quasi.

Stazione di Bergamo, dal profilo instagram @marianocervone

Se l’idea mi rimanda alla promozione hollywoodiana di un film della saga Jurassic Park, scopro subito, e da qui il mio post, che l’evento è stato invece creato per celebrare il centenario del Caffi, il Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo.

Come un bambino, memore dei film di Steven Spielberg degli anni ’90, non potevo non fare una foto con tanto di dinosauro e posa simil-spaventata.

Sono felice di essere incappato in questa promozione collaterale che ha dislocato in giro per la città un bel po’ di esemplari estinti, benché terrà le sale del museo chiuse al pubblico ben oltre la mia partenza, fino al 9 marzo. Il motivo però è dei migliori, e l’occasione è solenne. Il museo infatti è impegnato nell’allestimento di questa grandiosa (è proprio il caso di dirlo) mostra, Noi abbiamo 100 anni, loro molti di più: dinosauri al museo.

L’esposizione celebrativa aprirà ufficialmente al pubblico il prossimo 10 marzo, e sarà la protagonista delle sale del museo fino al 30 settembre.

Saranno 50 i dinosauri, per la gioia soprattutto dei più piccoli, che potranno essere ammirati insieme ad altri animali estinti, fossili, calchi, ricostruzioni e animali imbalsamati.

Museo di Scienze Naturali di Bergamo E. Caffi, da profilo instagram @marianocervone

Se volete (come me) sentirvi esattamente come Sam Neill nel film Jurassic Park del 1993, allora dovrete dirigervi proprio davanti al museo bergamasco, dove vi attende proprio un Diplodocus, mentre in Piazza Vittorio Veneto, tra il Donizetti e il Municipio, vi aspetta un Pachyrhinosaurus.

Se invece siete a caccia del re di tutti i dinosauri, andate verso l’Ospedale Giovanni XXII, e troverete ad accogliervi il terribile Tyrannosaurus Rex, che vi farà dubitare dell’estinzione di questi mastodontici mammiferi.

LIFESTYLE

Edenlandia riapre al pubblico. Ritorna a Napoli “la gioia di giornate spensierate”

L’ultima volta che sono stato all’Edenlandia Janet Jackson cantava All for you. Sono trascorsi un po’ di anni da quando trascorsi quell’ultimo, bellissimo, giorno nel famoso parco di divertimenti napoletano in compagnia di amici.

Mi ritorna alla mente le volte in cui mi portava mio padre, in macchina, ed io capivo quando eravamo quasi arrivati oltrepassando la galleria che porta nel quartiere di Fuorigrotta a Napoli.

Aperto al pubblico dal 1965, ha avuto alterne fortune, passando dai successi degli anni ’90, ad un primo tentativo di rinnovarsi cambiando le modalità di accesso con l’ingresso forfettario con il bracciale, fino alla decadenza nel primo decennio degli anni 2000.

Edenlandia prendeva ispirazione dall’omologo parco Californiano di Disneyland che aveva aperto nella periferia di Los Angeles un decennio prima, e a questo si ispira anche il logo del parco, con un castello ed un carattere che molto ricordano quello disneyano.

Il castello vero e proprio arriverà qualche anno più tardi, con il Castello di Lord Sheidon.

Edenlandia, il Trenino (foto
del 1965 da wikipedia)

Ancora ricordo la musica, le risate, lo schiamazzo della gente con lo zucchero filato e le code per le giostre a tema: il trenino, il Far West e, il mio preferito, le cascate dei tronchi, tappa per me irrinunciabile.

Edenlandia diventa una vera e propria attrazione turistica con i suoi 38 mila metri quadri di divertimento, e sarà superata solo nella metà degli anni ’70, quando Gardaland, con i suoi 500 mila metri quadri di superficie e giochi, aprirà al pubblico.

Edenlandia, Cascata dei Tronchi (foto del 1965 da wikipedia)

Nei primi anni 2000 arriveranno nuovi giochi, quelli da brivido, con cadute libere e sfide alla forza di gravità. Ma l’epoca dei parchi divertimento sembra ormai superata, e con essa quella spensierata aria di divertimento. Le giostre si fanno tristi, la folla sembra diradarsi, e il parco sembra meta solo dei giovanissimi. Complice l’età adulta, che cambia la concezione del divertimento, ma anche, forse, la rapida diffusione dell’home-gaming con la PlayStation, dei Tomb Raider, dei Resident Evil, dei Gran Turismo che ci facevano vivere avventure, paura e brivido con un realismo all’ora inimmaginabile, che preludeva ad una chiusura nelle mura domestiche, ad un isolamento, e ad un divertimento fatto di joystick, pad e primi giochi in 3D.

La società che se ne occupava dal 2003, Park and Leisure, dichiarerà fallimento nel 2011.

Da questo momento si parlerà più volte di ristrutturazioni e riaperture, senza mai arrivare ad una conclusione vera e propria.

Nel 2015, sotto il nome di New Edenlandia S.p.A. un gruppo di imprenditori rileva la proprietà, facendo ufficialmente partire i lavori nel dicembre dello stesso anno.

Oggi, a quasi tre anni dai lavori, il parco sembra finalmente pronto per riaprire i suoi cancelli al pubblico di grandi e piccoli. Non c’è ancora una data ufficiale, ma, pare, che il nastro d’inaugurazione possa essere tagliato già ad aprile.

Tante le novità, che traghettano Edenlandia nel 2018 e che, alle 15 attrazioni “storiche” vedrà l’affiancamento di 13 nuove attrazioni, per un totale di 38 attrazioni, quindici punti ristoro, il teatro dei piccoli e un PalaEden con 600 posti a sedere, più aree commerciali e di intrattenimento. Un investimento di oltre 8 milioni di euro che si propone, con questa apertura, di riqualificare l’area occidentale di Napoli e restituire ai suoi abitanti e non solo “la gioia di giornate spensierate”: «Edenlandia – ha detto Gianluca Vorzillo, della GCR Outsider, società che lo scorso agosto ha acquisito la maggioranza della New Edenlandia spa – non sarà solo un parco giochi, ma un vero parco di intrattenimento con giostre, aree spettacoli e un’ampia zona food con la presenza di marchi nazionali e internazionali».

Le immagini che vi ho proposto sono quelle del 1965 pubblicate da wikipedia, a mio avviso bellissime.

ART NEWS

Seduzione e Potere da Cagnacci a Tiepolo. La nuova mostra di Sgarbi a Perugia

Sono ancora visioni private quelle che ci offre Vittorio Sgarbi con la sua serie di mostre che sta promuovendo l’arte nascosta del nostro paese. Dopo la mostra de I Tesori Nascosti nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Napoli, conclusasi con successo lo scorso 20 luglio, il noto critico d’arte italiano è già pronto per una nuova mostra. Seduzione e potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo è questo il titolo della rassegna che sarà inaugurata dopodomani, sabato 29 luglio a Gualdo Tadino in provincia di Perugia.

La mostra sarà allestita all’interno della Chiesa monumentale di San Francesco e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 dicembre.

La rassegna è stata realizzata con la consultazione scientifica di Vittorio Sgarbi, con il patrocinio della Regione Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e vede la collaborazione del professore di storia dell’arte Antonio D’Amico.

Un percorso al femminile, che si propone di raccontare la figura della donna nell’arte e nella storia, focalizzandosi sulle potenti armi di seduzione femminile e il potere che le donne hanno esercitato e avuto. Dalla mitologia ai racconti biblici, passando per le allegorie, le donne si muovono sinuose con pathos, un pizzico di misticismo, la teatralità e, soprattutto, la loro sensualità.

E se nella mostra napoletana appena chiusa era la Maddalena Addolorata di Caravaggio la regina di tutte le opere, in questa esposizione c’è un’altra Maddalena al centro della scena, quella portata in cielo dagli angeli di Francesco Cairo, che anche in questa ascesi mantiene intatta tutta la sua grazia di donna che è in qualche modo perdonata e addirittura celebrata.

29 gli artisti italiani che tra Cinquecento e Settecento si sono dedicati alla figura femminile, oltre trenta i capolavori che vanno da Simone Peterzano a Giulio Cesare Procaccini, da Lionello Spada a Mattia Preti, passando per Luca Giordano e Giambattista Tiepolo e i figli Giandomenico e Lorenzo Tiepolo.

La stessa sensualità che ritroviamo Cleopatra di Guido Cagnacci, che raffigura la regina d’Egitto morente, ma sempre bellissima.

«I visitatori potranno ammirare capolavori di artisti di grande fama nazionale ed internazionale e opere d’arte inedite – ha detto Antonio D’Amico – Gualdo Tadino diventerà capitale italiana della seduzione sia per ospitare questa mostra sia per le bellezze che la città propone».

Anche per questa mostra Sgarbi riesce a mettere insieme collezioni private italiane ed estere, dalla Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Forlì alle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Opere che generalmente non godono della vista dei visitatori che potranno così ammirare questi meravigliosi capolavori.

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Il Museo Archeologico di Napoli riapre la Sezione Epigrafica

Lo scorso 30 maggio il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha inaugurato la Sezione Epigrafica, frutto di una attenta selezione, punta dell’iceberg di un patrimonio museale ben più ricco, ha ritrovato finalmente nuova dignità espositiva.

Una sezione non facile, questa, se si considera che i reperti qui esposti sono spesso appannaggio dei soli studiosi, citati già tradotti in volumi e ricerche scientifiche.

Dal marmo al tufo, dalla pietra al bronzo, le epigrafi esposte, antiche iscrizioni in latino e greco, osco, raccontano di leggi o di una quotidianità che qui si fa curiosità postuma.Scenografico l’allestimento che unisce ai faretti, supporti in ferro e acciaio, che colmano il vuoto dei frammenti, riproponendone altezze e misure così come dovevano apparire in origine.

Leggerle tutte sarebbe impossibile, così come leggerne le approfondite didascalie a corredo che talvolta traducono altre invece spiegano più ampiamente il significato.

Fregi di templi, iscrizioni funerarie, ma anche affreschi provenienti da Pompei. La storia, ma anche tante storie, scorrono davanti ai miei occhi nella sala sotterranea, estensione naturale della bellissima sezione egizia inaugurata lo scorso anno, cui è collegata attraverso una passerella.

Dalla lingua greca ai popoli italici, passando per Roma e la romanizzazione. Un percorso lungo secoli, che arriva fino a Pompei e che va ad arricchire e completare la già preziosa offerta del noto museo napoletano.

Continua dunque il processo di trasformazione che sta portando il museo nel nuovo millennio, mutandolo in agguerrito competitor dei più grandi e blasonati musei europei, e che ne fa un punto di riferimento su scala globale per il mondo greco-romano.

Un allestimento che si propone di avvicinare cittadini e visitatori a questo patrimonio unico al mondo, che trova la sua carta vincente nei preziosi reperti provenienti dall’antica cittadina romana all’ombra del Vesuvio.

Un percorso che – come ricorda Carmela Capaldi, docente dell’Università Federico II che ha collaborato alla realizzazione di questa nuova sezione – era già stato inaugurato nel 1994, completato in parte nel 2000 e che trova oggi il suo ideale e più ragionato compimento.Ordinata cronologicamente, la sezione parte dall’arrivo dei greci sulle coste campane, dal loro alfabeto mutuato dai fenici fino alle popolazioni italiche.

All’ingresso della sala una moderna carta geografica che ripercorre questo percorso, mostrando visivamente il processo di colonizzazione che ha portato alla nascita della scrittura, di queste testimonianze senza tempo, della storia stessa della nostra civiltà.

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Teatro Alla Scala, la grande stagione lirica 2017/2018 a Milano

Si preannuncia una stagione molto ricca quella del Teatro Alla Scala a Milano, la cui inaugurazione, tradizionalmente fissata il 7 dicembre, giorno in cui si festeggia il patrono Sant’Ambrogio, vede quest’anno l’apertura con Andrea Chenier per la regia di Mario Martone. A dirigere l’orchestra per il regista de Il Giovane Favoloso ci sarà il maestro Riccardo Chailly. Ad illuminare la scena ci penserà invece l’acclamatissima soprano Anna Netrebko insieme al marito Yusif Eyvazov intonerà le arie scritte da Umberto Giordano, riportando sul teatro milanese, dove l’opera fu eseguita la prima volta nel 1896, la suggestione della rivoluzione francese e il tormentato amore tra il poeta francese, che dà il nome all’opera, e la bella Maddalena di Coigny.

Sono 15 i titoli in cartellone, che compongono il calendario 2017/2018, dove trovano posto ben otto nuove produzioni, tra cui la prima mondiale di Fin de Partie di Gyorgy Kurtag.

Die Fledermaus di Strauss diretto da Zubin Mehta, Simon Boccanegra con Leo Nucci diretto da Myung-Whun Chung, Orphée et Eurydice con Juan Diego Florez e sul podio il maestro Michele Mariotti.

Una stagione celebrativa, che vede inoltre il Don Pasquale diretto da Chailly, Francesca da Rimini di Zandonai, e una eccezionale Aida che vede la regia di Franco Zeffirelli, che festeggerà così il suo 95esimo compleanno.

Leggendo le opere in cartellone si evince un ampio respiro internazionale per il noto teatro milanese, che va oltre la lirica italiana, e che vedrà anche Fierrebras di Schubert con Daniel Harding a dirigerne l’orchestra, ma anche il Fidelio, questa volta con la bacchetta di Chung, il Pirata di Bellini, Ali baba e i 40 ladroni con la regia di Liliana Cavani, Ernani di Verdi, La finta giardiniera di Mozart ed Elektra.