INTERNATTUALE

Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è incontrarsi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale.

È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, il ritocco fotografico in stile Vogue, il filtrino instagram che trasforma anche i bruchi in farfalle, ha inizio quest’apparentemente confidenziale conversazione. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso e l’inquadratura mezzo-busto à la Lilli Gruber, per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 da nonna.

Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è superata. Abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero come Anna Tatangelo le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo assomiglia a Jessica Fletcher, e che aveva, del tutto casualmente, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e che di fatto sono quindici), mentre tu stai già maledicendo i loro amici fotografi che proprio non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ricordando le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia un libro di ricette di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano in realtà da aforismi.it, strascicate tra gerghi dialettali, che giustificano quelle K su WhatsApp che fingevi di non notare.

È in quel momento che capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, che anche Kate Upton c’ha un filo di pancia, e saresti disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiama rughe d’espressione, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di riaccompagnarti a casa, mentre tu maledici la tua superficialità, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembrava uno scatto del calendario Maxim.

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INTERNATTUALE, LIFESTYLE

Ecco perché il mio feed su instagram è così diverso da tutti gli altri

In pochi lo sanno, ma lo scorso ottobre instagram ha compiuto sette anni. Se all’inizio questo social network dedicato alla fotografia aveva fatto la gioia di chi come me amava il fascino vintage di polaroid e foto d’epoca, che era possibile ricreare con i suoi famosi filtri, col passare del tempo è diventato qualcosa d’altro, ed ha perso quella spontaneità, quell’“instant” delle nostre foto che ci divertivamo a pubblicare semplicemente per celebrare un momento. Oggi sono oltre 700 i milioni di utenti iscritti. In Italia quelli attivi sono ben 8 milioni. Per rendervi conto della portata di questo fenomeno, basti pensare che è l’equivalente di una prima serata di Sanremo in TV, in termini di audience. Tutti i giorni.

Il 53% degli utenti del nostro paese sono donne. Appassionate di moda soprattutto, ma anche fotografe, fashion e food blogger.

Da foto distratte fatte con rudimentali camere degli smartphone, instagram si è trasformato, e continua a trasformarsi, in un network di professionisti e, compresa la grande importanza di questo social in ascesa, ognuno tenta più o meno maldestramente di rubare un pezzetto di notorietà da questo grande pubblico che ruota intorno a fotografie perfette e attimi finti.

Gran maestri del selfie, professionisti della posa plastica, visual e interior designer, ma soprattutto fotografi e videomaker. Ricreiamo situazioni con lo smaccato intento di affascinare, raccogliere like e commenti, per crescere o creare popolarità.

Instagram ormai ha perso l’immediatezza che contraddistingueva le nostre prime immagini, mutandosi in una vera e propria guerra dell’immagine a colpi di relflex e shooting fotografici.

Feed sempre più concettuali e monocromatici, ognuno alla ricerca di un proprio stile, o soggetto, che paradossalmente lo rende uguale agli altri: finto.

Basta fare un giro nella ricerca per accorgersi che, fatta eccezione per influencer e personaggi famosi, l’home page è un tripudio sì di raffinatezza e cura dei dettagli, ma a svantaggio di quella “istantaneità”, è proprio il caso di dirlo, con cui un tempo ci raccontavamo.

Come se app e filtri per raggiungere quell’innaturale aspetto di perfezione non fossero già stati abbastanza, ecco che per provare a risalire la china, o i trend, bisogna imparare ad essere fasulli.

Colazioni sempre più abbondanti, variegate e ricche, in finissime porcellane e toni pastello. Pranzi e cene rigorosamente scattati dall’alto, da quella verticalità di immagine cui ci stiamo abituando. E poi newsfeed color crema con poche nuance delicate ad enfatizzare uno stile proprio, omologandosi però alle mode imperanti del web.

il feed del mio profilo @marianocervone

Il risultato è feed belli da vedere, ma impersonali. Immagini che non contrastano con le altre, che seguono concept ben precisi, ma che non raccontano più una persona, ma solo la professione. Un popolo di pseudo-famosi senza un reale pubblico, ma circondati da altri che vorrebbero emergere da questo mare di profili anonimi.

Per un po’ ci ero cascato anche io. Mi ero fatto prendere da questa smania virtuale di piacere ad ogni costo, dal brand che ti regala questo o quello e tu devi in qualche modo promuoverlo, lasciandomi sedurre dal narcisistico potere del like, da quei tanti cuoricini che ti danno quell’illusoria sensazione di sentirti amato e ammirato al pari di una vera star, quando molti invece provenivano da BOT, un sistema di automatizzazione di azioni che consente di far crescere il proprio profilo attraverso una meccanica interazione di profili.

La sete di popolarità aumenta, e per sedarla si comincia a postare foto in orari strani: emisfero est, emisfero ovest, Stati Uniti, 12.00, 17.00, si cominciano a mettere insieme una serie di nozioni trovate per caso sul web che si rincorrono a piccoli esperimenti quotidiani.

Poi nel maggio scorso instagram cambia la sua politica, abolendo i BOT, abolendo tutti quei servizi che da instagress in poi consentivano, tramite il pagamento di un abbonamento, di mettere like e commenti senza star lì delle ore a farlo materialmente. Cambia l’algoritmo, i trasgressori saranno puniti con lo shadowban, una sorta di “bolla” in cui vengono rinchiusi, che consentirà di mostrare le foto soltanto a chi già segue il proprio profilo, senza comparire nella ricerca senza risalire i trend. Un esilio virtuale senza una reale soluzione: tanti i consigli e le voci che si rincorrono sul web, sui canali YouTube, poche le informazioni affidabili per poterlo evitare o eliminare.

In questo modo si premiano le foto, le interazioni si fanno reali, la guerra più accesa. Se da un lato l’algoritmo rende difficile la vita di coloro che cercavano scappatoie verso una celebrità irreale, adesso sono i contenuti quelli che contano davvero.

E allora scatti professionali, bokeh, luoghi esotici e location di grido. Rapporti genuini che si basano su di una finzione scenica, come un proscenio teatrale.

È per questo motivo che nel mio profilo, @marianocervone, troverete soltanto immagini mie, fatte con il mio telefono, tratte da momenti reali della mia vita, dove anche le mise en scene sono la semplice ricerca estetica di un qualcosa che sto facendo davvero: che sia un tè, un regalo, la lettura di un romanzo o un piatto che mangio è la pura espressione della bellezza di una vita che amo e che mostro così com’è. Perché è questo che dovremmo raccontare di nuovo tutti su instagram, gli istanti reali.

LIFESTYLE

Aroundly, l’app gratuita che trasforma lo smartphone in guida turistica virtuale personalizzata

È la storia di un sogno, di un’amicizia e di riscatto del Sud, quella di Aroundly, applicazione mobile che sta rapidamente scalando le classifiche di download negli store digitali, che permette di trasformare un viaggio in un percorso esperienziale e, al tempo stesso, social. Un nuovo modo di scoprire la propria città grazie a chi la conosce meglio o scoprirne di nuove attraverso gli occhi di chi le conosce meglio, e che trasformerà la propria visita in un’esperienza da condividere.

Disponibile per iOS e Android dallo scorso dicembre, Aroundly è un fenomeno anche virale che si sta rapidamente diffondendo sui profili instagram dei travelblogger di tutta Italia, ed io, in quanto viaggiatore novizio che si appropinqua a scoprire le bellezze della nostra penisola, non potevo esimermi dall’intervistare il suo creatore, Vito Santarcangelo.

Ingegnere informatico di 30 anni e PhD Student in Computer Vision presso l’Università di Catania, Vito decide nel 2014 di fondare la iInformatica S.r.l.s. insieme al suo migliore amico Giuseppe Oddo, conosciuto nelle aule del politecnico di Bari. Oggi la società è composta da un team di ragazzi provenienti dal Sud (tra cui un napoletano) e si propone come obiettivo quello di realizzare esperienze digitali, che hanno una particolar vocazione per l’innovazione. Ad aiutarli nell’impresa tutto un team di programmatori.

Partiamo dall’inizio: che cos’è Aroundly?

«È un esperimento scientifico e sociologico innovativo di guida turistica virtuale personalizzata».

Negli store si legge che Aroundly consente di scoprire percorsi inediti: come funziona esattamente?

«Il progetto brevettato dalla iInformatica è un sistema di navigazione personalizzato sulle caratteristiche del singolo viaggiatore, considerando anche sesso, età, compagnia, stile di viaggio e tempo a disposizione. E dà la possibilità di condividere il proprio tour con altre persone in un’ottica di “leader-followers”».

Perché un viaggiatore, o traveller come si definiscono oggi, dovrebbe scaricarla?

«Aroundly ha una base di conoscenza costruita da esperti del posto. In ogni città sono stati coinvolti ragazzi esperti del proprio territorio. L’applicazione, infatti, annovera molti brillanti giovani delle varie accademie delle belle arti italiane. Non è la classica app con un elenco o mappa di monumenti da visitare, ma rappresenta una esperienza egocentrica costruita su misura che accompagna il viaggiatore come un amico del posto».

Come nasce l’idea di quest’app?

«L’idea è ben rappresentata dalla frase del video di lancio, realizzato dal regista Nicolò Montesano: “buon istante a tutti i viaggiatori”. L’obiettivo dell’app è quello di valorizzare ogni istante del proprio viaggio e regalare emozioni in una esperienza digitale completamente nuova».

Qual è il concept che c’è dietro?

«In un mondo caratterizzato da una forte attenzione alla singola persona (basti pensare ad instagram, social network egocentrico per antonomasia), abbiamo pensato di voler rendere unica l’esperienza del viaggio, cercando di fornire contenuti utili anziché generici che caratterizzano la maggior parte delle app turistiche e i siti on-line. Il tutto finalizzato ad una valida promozione e valorizzazione del nostro territorio, in cui spesso il turista, straniero e non, si trova disorientato».

L’app è per ora disponibile per alcune città del Sud Italia: quali sono le prossime città in cui sarà possibile utilizzarla?

«L’app annovera dieci città del sud e un solo esperimento al nord, con Trieste. Sbarcherà a giorni in Puglia con il lancio di Alberobello e Lecce. Per la Basilicata ci sarà il lancio di Maratea. È anche previsto un esperimento all’estero, nella città bulgara di Plovdiv, che sarà capitale europea della cultura del 2019 insieme alla mia Matera. Stiamo raccogliendo numerosissime proposte di molti ragazzi per l’estensione di Aroundly in altre città, e ciò ci rende notevolmente orgogliosi e fiduciosi sul futuro dell’app».

Non solo travel, ma anche, se vogliamo, “social”…

«Conoscere nuova gente e condividere l’esperienza sono gli ingredienti vincenti per vivere al meglio il proprio viaggio».

Quanto impegno richiede oggi sviluppare un’applicazione?

«Aroundly ha richiesto uno sviluppo di oltre un anno. App più semplici come iPlaya, una delle nostre prime app, realizzata per la gestione degli stabilimenti balneari e prenotazione degli ombrelloni, ha richiesto quattro mesi».

Chi sono gli sviluppatori?

«L’app ha visto la firma dei nostri brillanti dipendenti Michele Di Lecce e Vincenzo Ribaudo. Alcune delle nuove funzionalità sono state sviluppate da Alberto Tuzzi e Diego Sinitò. Tutta la grafica invece è stata realizzata da Antonio Ruoto».

Quanto è difficile fare impresa al Sud oggi?

«È uno scenario complesso, ma dalla sua complessità nascono sfide altamente motivanti. Il team tutto made in Sud, siciliani, campani, sardi e lucani, è sicuramente il nostro punto di forza oltre che motivo di orgoglio».

Cosa speri per il futuro di questa app?

«Aroundly è un’iniziativa no-profit e mi auguro possa estendersi su tutto il territorio nazionale e possa diventare anche un punto di riferimento per i turisti oltre i confini della nostra nazione».

Cosa suggerisci a chi viaggia con Aroundly?

«Di raccontarsi ad Aroundly. È la cosa migliore per modellare un percorso personalizzato, grazie all’intelligenza artificiale della nostra app».

Un viaggio che ognuno dovrebbe fare nella vita…

«Consiglio a tutti un tour del Sud Italia. La nostra Italia meridionale regala sempre esperienze magiche grazie ai suoi posti unici, che raccontando di storia, culture e tradizioni restituiscono esperienze sensoriali fatte di immagini, suoni e profumi indimenticabili».

Per maggiori informazioni:

www.aroundly.it

www.iinformatica.it

INTERNATTUALE

La mitica Polaroid compie 70 anni

Oggi proviamo a riprodurne gli effetti attraverso APP per smartphone con quelli che comunemente chiamiamo filtri: instagram in primis, ma anche Retrica, le più famose, provano da qualche anno ormai a restituire il fascino dell’usura della pellicola fotografica quando i contorni diventavano meno nitidi e i colori sbiadivano assumendo delle nuance che oggi definiamo “vintage”. Erano gli anni della Polaroid, rivoluzionaria macchina fotografica in grado di stampare subito le immagini catturate con il proprio obiettivo. Da allora sono passati esattamente settant’anni, quando nel 1937 lo scienziato americano Edwin Land fondò in Massachusetts la Polaroid Corporation.

andy-warhol-polaroid-interno-internettualeDa quel momento il mondo della fotografia cambiò completamente, offrendo la possibilità di vedere il proprio scatto materializzarsi davanti ai propri occhi in pochi minuti, antesignana di quella fotografia digitale che solo a partire dai primi anni 2000 offrirà la medesima sensazione senza dispendio di pellicola.

Certo, oggi i colori forse sono molto più brillanti, i neri più intensi, e possiamo scattare anche in HDR, High dynamic range imaging, con maggior nitidezza e realismo, senza che le immagini da noi catturate, che stipiamo su file e memorie virtuali, invecchino di un solo istante, ma nessuna delle tecnologie in nostro possesso potrà mai darci indietro la sensazione nostalgica del tempo che passa come continueranno a fare invece le vecchie polaroid.

Passeranno dieci anni, dalla sua invenzione, per l’arrivo sul mercato nel 1948, ma il modello di maggior successo fu la Folding Pack, ma è soltanto negli anni ’70, con la SX-70, modello più venduto dell’epoca, che arriva il boom e la moda della “foto istantanea”, che si fa arte alla portata di tutti. Lo dimostra Andy Warhol, che fece della Polaroid un’estensione naturale della sua espressione artistica, fotografando intellettuali, modelle, sportivi, attori. Le Polaroid infatti si trasformarono per l’artista statunitense il canovaccio, la base delle sue ben più note serigrafie.

Ma le Polaroid rappresentano anche delle drammatiche pagine di storia italiana. La loro immediatezza infatti divenne spesso strumento criminale nei rapimenti, quale garanzia dell’esistenza in vita degli ostaggi.

Tristemente iconiche le immagini del rapimento del Presidente del Consiglio, Aldo Moro, nel 1978, prigioniero delle Brigate Rosse.

Il nuovo rigurgito vintage ha riportato in auge la foto in tempo reale: il gruppo Polaroid, in collaborazione con Fujifilm, ha infatti reintrodotto dalla fine degli anni ’90 dei nuovi modelli di macchina fotografica in grado di stampare su pellicola SX-70, con un rilancio della linea da qualche anno a questa parte.

INTERNATTUALE

Vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no in un video su facebook

Mutuata dall’app Periscope, la nuova moda imperante in questo momento su facebook è senza dubbio quella del “video in diretta”. Lanciata già alla fine della scorsa primavera, questa nuova funzione è diventata trend soltanto a partire dall’estate, quando tutti, armati di smartphone, hanno cominciato a familiarizzare con l’occhio della telecamera e trasmettere “in diretta” dal posto in cui si trovavano in vacanza. Oltre il selfie, oltre il video pre-registrato, oltre lo stato e lo spesso ingiustificato motivo di dire ciò che si pensa.

La voglia di mostrarsi e (dire di) esserci è sempre più grande, e così si fa sapere agli altri cosa si sta facendo in quel momento, mostrandolo.

Video spesso fatti da soli, lontani da occhi indiscreti che possano scorgerci mentre parliamo con il telefono in mano cercando in vano di sembrare spontanei, e che trasudano di solitudine e voglia di attenzione.

Una nuova forma di esibizionismo, questa, spesso fondata sul nulla, che mostra soltanto la vacuità di monologhi monosillabici fondamentalmente inutili, rivolti ad una silenziosa platea virtuale cui interessa ancora meno, per di più stizzita dalle tante notifiche rosse che ogni giorno inondano il telefono cellulare e il proprio profilo facebook per segnalare che Tizio o Caio stanno trasmettendo ora in diretta.

Lo streaming è l’ultimo desolante e desolato tentativo della società contemporanea di affermare la propria presenza in una comunità che continua ad avere soltanto voglia di dire e ben poca di ascoltare, nell’affollata stanza virtuale dei social in cui tutti parlano con smanie di protagonismo ma sono in pochi quelli che riescono soprattutto a sentire l’altro.

Poca empatia, ma anche tanta solitudine. Si desidera ostentare un benessere psico-fisico che spesso non c’è, mostrando il panorama da sogno o la città figa con il monumento alle spalle, quando la sola cosa lampante in una persona che trova il tempo di riprendere se stessa per le strade del mondo, è quella malcelata disperazione che prova inutilmente a trovare consolazione in una lista per lo più di semplici contatti.

Già, contatti. Perché facebook, da oltre dieci anni ormai, ha totalmente inflazionato la parola “amicizia” che vola di bocca in bocca al primo “aggiunto” per caso con un touch distratto sul display del proprio tablet. “Siamo amici su facebook” si sente ripetere più spesso, come se questo bastasse da solo a creare un legame reale che spesso invece non va oltre qualche like o commento, verso quello che è fondamentalmente lo sconosciuto di turno.

facebook-live-video-streaming-celebritiesTrasmettiamo in diretta per lo stesso motivo per cui gli uomini primitivi scrivevano sulle pareti delle caverne, per dire di esserci stati, per raccontare una quotidianità fatta di niente, e un vuoto nel cuore che vorremmo riempire attirando l’attenzione di “quella persona”, rivolgendoci invece ad un popolo che non ci conosce e a cui interessa ancora meno farlo. Sconosciuti in una lista troppo ampia di nomi creata soltanto per appagare il nostro narcisismo, per promuovere la propria attività o pagina, senza però considerare veramente gli altri, asserendo, implicitamente, di essere migliori di quelli che abbiamo “tra gli amici”.

Un esibizionismo orizzontale che trasforma ognuno di noi in una telecamera puntata in confessionali di fortuna dove proviamo a comunicare senza il reale desiderio di dire qualcosa, ma solo la narcisistica voglia di farsi guardare e sperare di essere visti per come vorremmo e non per come siamo realmente.

Puntiamo il dito contro Tiziana C., che ha fatto l’errore di diffondere on-line un momento intimo della sua vita privata, ma non ci accorgiamo che ci rendiamo complici di questa pornografia del nulla, che toglie soltanto emozione e spontaneità ai nostri momenti, a quella vita che dovremmo vivere ogni giorno e non riprendere dal cellulare.

Un concerto da uno spalto troppo distante, una serata in discoteca in un gruppo di amici appaiati, una passeggiata per stradine scoscese e isolate. Si trasmette in diretta perché, in una società fatta soltanto di immagine, io ho qualcosa da dire che dire non è, nell’inutile tentativo di rendere interessante una vita scialba, che non vorrei vivere ma che riprendendo mi illudo che sembri migliore. Sì, perché si dice che i momenti felici non hanno foto, e probabilmente nemmeno video in diretta. E allora smettetela di riprendere la vostra vita come se foste Belén Rodriguez: vivete in diretta sì, ma nella vita vera, no su facebook.

LIFESTYLE

Tutti pazzi per “PRISMA”, l’app per smartphone che trasforma le foto in opere d’arte

PRISMA app AppleStore iOS - internettualeChi ha provato ad avere un effetto quadro con Photoshop, lo sa bene, l’effetto, a dispetto del software da migliaia di euro, è decisamente frustrante. Per chi è alle prime armi infatti è difficile riuscire ad ottenere una buona simulazione pittorica con il programma di casa Adobe senza smanettarci vicino un bel po’. A questo devono aver pensato i programmatori russi di PRISMA, l’app che in queste settimane ha velocemente scalato le classifiche di download nell’Apple Store per iPhone e iPad e che ha fatto il suo debutto anche su sistema Android.

Grazie a questa applicazione gratuita sarà possibile trasformare, letteralmente, le vostre foto in vere e proprie opere d’arte, o quantomeno riprodurre lo stile pittorico delle maggiori e riconoscibili correnti artistiche degli ultimi due secoli: dal cubismo all’impressionismo. De Chirico, Monet, Picasso, Mondrian. Sono solo alcuni dei riconoscibili stili che i filtri dell’applicazione propongono. Grazie a PRISMA sarà possibile ottenere credibilissimi schizzi a matita o fumetti, con una credibilissima elaborazione.

PRISMA è il software ideale per chi vuole ottenere qualcosa che esuli dall’ormai tradizionale filtro vintage che tanti altri applicativi, da instagram in poi, offrono da tempo, e vuole rendere i propri scatti più originali.

Tra le opzioni la possibilità di inviare una mail agli sviluppatori suggerendo uno stile che possa essere sfuggito. Chissà che la prossima release non contenga proprio quello suggerito da voi! Magari uno stile in geroglifico egiziano.

PRISMA di default appone un visibile watermark ad ogni immagine, che è possibile rimuovere attraverso i settaggi.

Unica nota dolente il taglio quadrato delle immagini, senza una reale possibilità di scegliere un diverso rapporto per lo scatto, che si spera sia superato nei prossimi aggiornamenti.

PRISMA app AppleStore iOS style - internettuale

INTERNATTUALE

Ecco perché tutti sono ossessionati da “Pokémon Go”

Pokémon Go. Tutti ne parlano, tutti ne sono ossessionati. Ma perché?

Nati a fine anni ’90 come cartone animato, fanno il debutto (italiano s’intende) come anime sulle reti Mediaset. Un successo inarrestabile che porterà negli anni Pikachu e i suoi piccoli amici combattenti zoomorfi persino al cinema. Non potevano mancare i giochi naturalmente. Per Game Boy Color, l’allora consolle del momento, con la versione Pokémon Blue e Pokémon Rossa.

Pokémon Go logo - internettualeNel mondo Pokémon, ogni personaggio della saga ha uno specifico potere che corrisponde al suo “tipo”. E così un pokémon acquatico come una tartaruga avrà il potere dell’acqua.

Da luglio, dopo le release per le varie consolle a pagamento, è uscito Pokémon Go, primo della sua generazione per smartphone. Immediato il successo di quest’app che ha letteralmente ossessionato la generazione di quasi-trentenni.

Il gioco si fa social. Il giocatore ha a sua disposizione un Pokemon, tra Bulbasaur, Charmander e Squirtle. Nel corso dell’esperienza di gioco il player può incontrare e catturare altri Pokemon selvatici che si scontrano in apposite palestre. È possibile ottenere la Poké Ball e altri strumenti ricorrendo alle monete del gioco o acquistandoli all’interno del market dell’app.

Realizzato da Niatic in collaborazione con Game Freak, The Pokémon Company e Nintendo, per iOS e Android, il gioco utilizza la particolare tecnica della realtà aumentata, proiettando, attraverso il GPS, i nostri piccoli amici intorno al mondo che ci circonda, per un’esperienza di gioco ancora più reale.

Ma perché tutto questo successo?

Senza dubbio l’effetto nostalgia gioca gran parte del ruolo, facendo rivivere ai fan della saga la loro infanzia, di quando a otto anni erano ossessionati con il franchise animato. La nostalgia, secondo gli esperti, può essere molto potente per una nuova, ma al tempo stesso familiare esperienza.

«Nel momento in cui è in atto l’effetto nostalgia e evoca emozioni positive, il nostro cervello può sostituire la domanda “Mi rende felice?” con “È un buon gioco?”» ha spiegato il Dottor Jamie Madigan a Time.com.

La nostalgia dunque ha una potente influenza su tutta la cultura pop, come evidenziano anche i sequel e i reboot al cinema questa estate. Questo capita perché generalmente sono associati con sensazioni positive, e aiuta le persone a sentirsi più vicine le une alle altre condividendo ricordi.

La stessa parola nostalgia, dal greco nostos, ritorno a casa, e algos, dolore, letteralmente significa “dolore del ritorno”, e indica una sorta di “malattia di casa”, la disperata voglia, da parte di ognuno, in tempi nefasti come questi, di sentirsi al sicuro nella casa dei propri ricordi.

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Ho vissuto tre giorni senza linea dati sul telefono: ecco cosa è successo

Qualche giorno fa ho deciso di cambiare il mio costoso piano tariffario per il traffico dati: sono prevalentemente a casa col WI-FI e non ha molto senso pagare un abbonamento di 5 GB al mese per quei pochi momenti in cui sono fuori. Così mi loggo sul sito del mio operatore e disattivo il rinnovo dell’offerta, in attesa di sceglierne uno più adatto alle mie esigenze.

Nel frattempo sono stato invitato da alcuni amici per il fine settimana in centro. Con mia sorpresa scopro solo al mio arrivo che sono scoperto da traffico dati poiché l’ultima offerta finiva prima di quanto avessi inizialmente previsto.

Uno smarrimento che ha continuato a farmi percepire la vibrazione del telefono in tasca anche quando di fatto il cellulare era semplicemente in stand-by, immobile.

Superata la mia smania iniziale di tirarlo fuori ogni tre minuti per controllare messaggi WhatsApp e notifiche varie, ho iniziato a metabolizzare che avrei vissuto senza linea dati per tutto il weekend.

Ho provato a rubarla ai miei amici, ma dalla stanza in cui ero il segnale non era eccellente. Mi sono appoggiato a quella di Bar e negozi via via, ma per qualche arcano motivo le connessioni “#FREE” non funzionano mai adeguatamente.

iphone 6 instagram app social - internettualeComincio a camminare per le vie della città e dinanzi al mare, ad uno scorcio, la particolarità dei posti o dei piatti al ristorante, con piglio à la Mario Testino for Vogue, faccio quelle che penso siano le foto del secolo, pronto a condividerle immediatamente su instagram, già pregustando la pioggia di cuori per le “genialate” del momento. Ma solo dopo ricordo di non poterlo fare, così, dopo lo scatto, resto ancora un po’ in contemplazione, imprimendo nella mia mente e nel mio cuore le immagini che normalmente mi sarei fiondato a “filtrare” subito dopo e postare on-line, ignorando i presenti e quanto mi circondasse per almeno dieci minuti in attesa del geo-tag o di distinguere un effetto vintage dall’altro dal mio schermo inondato dal sole.

Mi è ritornato in mente quando negli anni ’90, fieri delle nostre Olympus compatte e rullini da 36 foto, centellinavamo gli scatti con maggior attenzione, godendoci di più i luoghi, le sensazioni, i profumi, il sole sulla pelle.

Sono entrato in un grande magazzino: come ogni punto commerciale che si rispetti ha una radio in streaming personale, che trasmette lo stesso genere di canzoni e passa soltanto le proprie pubblicità. Ascolto un brano anni ’50, che immediatamente avrei “shazammato” alla ricerca del titolo e della voce che mi sorprende. Avrei preso lo smartphone, tentato di aprire l’app con celerità e probabilmente smadonnato per quei minuti infiniti che Shazam prende all’inizio prima di avviarsi completamente ed essere operativo.

Sono invece rimasto lì, incantato. Ancora oggi non so chi cantasse o di quale brano si tratti e non posso riascoltarlo cercandolo su YouTube. Ma quella sensazione, quel momento di gioia, la tenerezza è dentro di me. Certo, forse in futuro lo dimenticherò, ma quel momento io l’ho VISSUTO.

Il weekend si è concluso con una serata-pizza. Sono stato presso una nota pizzeria della città, dove ho aspettato circa un’ora. Un’attesa nel vicolo estenuante, con il rischio che piovesse, la pressione della folla che spintona e un molesto negoziante di graffe di fronte che ha letteralmente seviziato la gente che affollava il vicolo con uno stereo sparato a tutto volume con scadente musica italiana a palla.

Probabilmente avrei ingannato l’attesa ignorando i miei amici e sbizzarrendomi a condividere stati goliardici su facebook, selfie tra la calca per sentirmi figo o messaggiando con qualcun altro. Ma ho aspettato. Ho letto l’impazienza negli occhi dei miei amici, ho guardato le luci nel vicolo, ho ascoltato il chiacchiericcio delle persone intorno a me.

Ci affatichiamo a condividere momenti che non viviamo nemmeno. Perché la verità è che non ci importa nemmeno più divertirci, ma di farlo sapere agli altri. Oggi forse tendiamo troppo a digitalizzare la nostra vita, a cercare di rendere eterno (e trendy) quel “carpe diem” oraziano che dovremmo semplicemente vivere, sentire, percepire nell’anima.

P.S. in più ho risparmiato il 30% della batteria. È una buona cosa anche questa.

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Il primo appuntamento nell’era di internet: ecco com’è conoscersi dopo la chat

Nell’era di internet il primo appuntamento è spesso il seguito di una primigenia conoscenza virtuale. È un po’ come un colloquio di lavoro: superata la prima preselezione fotografica, con scatti dell’estate a Scauri dell’’85, col ritocco fotografico in stile Vogue, o il filtrino instagram di turno con cui i bruchi diventano farfalle, ha inizio questo primo colloquio virtuale. Spesso via Skype, con tanto di webcam HD attiva, le luci giuste da far concorrenza a Barbara D’Urso a Pomeriggio Cinque e le inquadrature da notiziario televisivo per nascondere quella massa adiposa che non riusciamo a smaltire dal Natale del ’95 dalla nonna, e via. Una scheda del browser su Google e l’altra sul traduttore, per arricchire conoscenze e cultura in realtà inesistenti, fingendo di sapere chi sia un Lannister, che la squillo in Pretty Woman era Julia Roberts e non Lory Del Santo, o persino come salutare in swahili per fare bella figura. Insomma per inserire esperienze fittizie in un curriculum altrimenti vuoto.

E subito si parte con una sequela di domande che è sempre la stessa: “Che lavoro fai?”, “Da dove?”, “Che cerchi?”, “Che fai nel tempo libero?” al punto da non sapere se ti sei iscritto ad un sito di incontri o all’Istituto Nazionale di Statistica.

Dopo qualche ora di conversazione, ci si convince che l’interlocutore virtuale dall’altra parte dello schermo sia quell’anima gemella che la vita reale ci ha invece negato, così lanciamo il numero di telefono, tendando la fortuna come il giocatore ai dadi in un Casino di Las Vegas.

La preselezione è riuscita, abbiamo un appuntamento che ha strappato il nostro sabato sera all’ennesima puntata di C’è Posta per Te.

Mentre sei in bagno ad estirpare anche l’ultimo bulbo pilifero da zone non consone, come Anna Tatangelo con le sopracciglia nel 2008, pregusti già l’attesa per questo nuovo volto D&G col corpo da intimo di Calvin Klein che ti parla dallo schermo.

È solo quando scendi in macchina che ti accorgi che il Gabriel Garko sembra più Gabriele Cirilli, che la Jessica Rizzo sembra in realtà Jessica Fletcher, che aveva, accidentalmente ovvio, dimenticato di dirti di avere dieci anni di più (che nella realtà sembrano almeno dodici e di fatto sono quindici), e tu maledici i loro amici fotografi che non perdono il vizio di fare esperimenti con la reflex.

La serata prosegue stancamente, ripercorrendo le ultime quindici uscite, mentre entrambi vi chiedete come mai siano tutte finite più in fretta della carriera di Alberto Tomba nel cinema, quando scopri che crede che Colazione da Tiffany sia l’ultimo libro di Benedetta Parodi e che quelle citazioni virtuali arrivavano da aforismi.it, tra gerghi dialettali che giustificano quelle K su WhatsApp cui fingevi di non badare, e tu capisci che la tua era soltanto una proiezione mentale, e che chi ti sta parlando ha il quoziente intellettivo di Sara Tommasi.

Una serata tutto sommato come tante. Tu sei lì a fissare il volto del tuo interlocutore, e proprio mentre ti convinci che anche Barbra Streisand ha un suo fascino nonostante il nasone, e che persino la Bellucci c’ha un po’ di pancia, e sei disposto a soprassedere persino su quei crateri, che eufemisticamente chiami rughe, che il filtro “amaro” di instagram aveva nascosto come tasse non pagate all’Agenzia delle Entrate, arriva già la sentenza di Mister Braccino corto dell’83, che, con la stessa voglia di pagare di un portoghese a Genova, ti chiede di dividere il conto un attimo prima di dirti (onestamente, s’intende) “non sei il mio tipo”.

Sì, ‘sta divinità di instagram e ‘sto bidet (ignorante) coi capelli, ti ha appena liquidato, e adesso pare sia pure seccato di ritornare a casa con te, mentre tu ti maledici, giurando a te stesso che è la prima volta che ti lasci abbindolare on-line da un foto che sembra uno scatto del calendario Maxim.

LIFESTYLE

Le cinque app da avere sul proprio smartphone per selfie sempre d’effetto

“Mamma, come fanno i bruchi a diventare farfalle? Con instagram, amore!”. Questa nota frase, che ormai gira sui social da un po’ di tempo, racchiude quella che potremmo definire la guida di oggi. Oltre ai consigli dati la scorsa settimana nel primo articolo dedicato al “selfie perfetto”, per ottenere un risultato, inutile mentire, c’è bisogno anche di qualche aiutino, il FILTRO.

Chiamato comunemente filtro, si tratta di un effetto che dà alla fotografia quello che tutti definiscono “effetto vintage”, ovvero riproduce pellicole del passato dando la sensazione di una foto vecchia/consunta dal tempo. Questi filtri, spesso, aiutano anche nei selfie in quanto vanno ad attenuare/accentuare luci e ombre dell’immagine, enfatizzando o nascondendo pregi e difetti, come il colore degli occhi o una ruga di troppo tramite una serie di sovraesposizioni o alterazione di colori.

Ecco quali sono i programmi migliori gratuiti e a pagamento:

  1. INSTAGRAM:

Vero e proprio social-fotografico, instagram è l’applicazione per la fotografia mobile per antonomasia. Gratuito, col vantaggio di tanti i filtri che si possono applicare alle proprie immagini, e altrettanti strumenti che permettono di regolare ogni aspetto della fotografia: dal contrasto alla luce, dalle ombre alla vignettatura, passando per filtri colore e sfumatura. È questa l’app. che non deve mai mancare nel vostro smartphone per immagini dal suggestivo sapore retro.

  1. RETRICA:

È una delle applicazioni più note ed utilizzate tra i giovanissimi. Se da un lato ha il merito di avere filtri ed effetti che mancano ad instagram, dall’altro la versione gratuita ha due svantaggi: scatta direttamente con l’applicazione del filtro (leggete il primo articolo per capire che non si fa) applica il logo “retrica” in un angolo della foto. Se proprio volete utilizzare questa applicazione, il consiglio è quello di acquistare la versione a pagamento in questo modo potrete applicare tutti i filtri in un momento successivo allo scatto e non avrete il logo del programma apposto sulla vostra immagine.

  1. POMELO:

Applicazione gratuita, che consente di sbloccare altri filtri condividendo l’applicazione sul proprio profilo social (instagram, twitter o facebook che sia). Molti dei suoi filtri sono simili a quelli di retrica, col vantaggio di poterli applicare in un secondo momento a qualsiasi immagine contenuta nel vostro smartphone e senza apposizione di loghi e completamente gratuita. Questo software ha inoltre il vantaggio di aver sviluppato una versione anche per Windows e altri dispositivi, pertanto si potrà operare anche su immagini con risoluzioni più alte provenienti da telecamere.

  1. KITCAMERA:

Disponibile soltanto per sistema Apple, kitcamera è un programma a pagamento che contiene tantissimi filtri con simulazioni di pellicole analogiche, lenti e cornici, che possono essere acquistate e aggiunte in diversi pacchetti. La simulazione è davvero molto realistica, e contiene tutta una serie di effetti di leak light, perdite di luci e bagliori per effetti davvero sorprendenti.

  1. BLACK:

Il bianco e nero, si sa, conferisce un fascino particolare. Se volete una simulazione di vecchie pellicole in bianco e nero, BLACK è senza dubbio l’applicazione gratuita ideale. Facile da utilizzare. Si carica la propria immagine e si sfogliano i vari effetti che vengono applicati in diretta. Per sbloccare tutti gli altri settaggi e regolazioni però, è necessario acquistare il programma, così da poter intervenire su luci, ombre, livelli e quant’altro.

Questi i cinque applicativi da scaricare assolutamente. La prossima settimana invece, parleremo delle applicazioni per fotoritoccare la propria immagine dal cellulare, senza photoshop.