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Colosseo. Un’icona: duemila anni di storia, a Roma fino al 7 gennaio 2018

Dall’avvio dei lavori nel 69 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano al film Lo chiamavano Jeeg Robot del 2016, passando per le settecentesche raffigurazioni del Gran Tour e la PopArt romana di Olivo Barbieri. È davvero grandiosa, come l’opera che celebra appunto, la mostra che ripercorre i duemila anni del Colosseo, storia che è allo stesso tempo anche quella del nostro paese e della nostra cultura.

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il Colosseo di Olivo Barbieri

Parte oggi fino al prossimo 7 gennaio 2018, Colosseo. Un’icona, straordinaria rassegna, all’interno dello stesso Anfiteatro Flavio, che si propone di mostrare anche aspetti inediti o poco noti di uno dei monumenti italiani più famosi e visitati al mondo.

Forma ellittica, 52 metri di altezza, 188 metri di “lunghezza” (asse maggiore) per 156 di “larghezza” (l’asse minore), per una superficie complessiva di 3357 metri cubi, che poteva ospitare fino a 73.000 persone, e che oggi invece accoglie oltre sei milioni di visitatori l’anno. Sono solo alcuni dei numeri di questo straordinario edificio, che ha visto nei secoli non solo i gladiatori, ma anche attività commerciale, residenziale e religiosa che caratterizzò la sua vita durante il Medioevo.

Con la riscoperta del mondo classico, anche il Colosseo esercita un grande fascino sulla società rinascimentale, ispirando architetti e pittori. Luogo di martirio, nel Cinquecento diventa simbolico teatro della Via Crucis.

Con la ripresa degli ideali dell’Antica Roma e l’ideale prosecuzione di ciò che fu l’Impero, nel ventennio fascista diventa ideologico proscenio del potere.

Roman Holiday
La locandina del film Vacanze Romane, 1953

È con i primi film peplum, i primi kolossal in costume, che il monumento entra nell’immaginario collettivo di tutto il mondo: da Quo vadis? con una giovanissima Sophia Loren a Mangia Prega Ama, passando per La Dolce Vita e La Grande Bellezza sono tanti i film che hanno celebrato Roma, e il Colosseo, sul grande schermo. Lo dimostra un film-documento, a cura di Silvana Palumberi per Rai Teche negli anni 2000, con una photogallery dei film selezionati, ma anche il filmato Nuovo Cinema Colosseo, corto che in 23 minuti raccoglie i più importanti film cui il Colosseo ha fatto da sfondo: dal Gladiatore a Vacanze Romane, da La commare a Roma di Fellini.

La rassegna si articola in dodici sezioni ordinate cronologicamente che, come capitoli di un libro, riassumono le tante vite dell’anfiteatro romano, con modelli, studi, disegni, dipinti. Come il Colosseo che Carlo Lucangeli realizzò tra il 1790 e il 1812.

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il Colosseo di Carlo Lucangeli, 1790-1812

Tanti i materiali, esposti qui per la prima volta, che ricostruiscono la vita medievale del monumento romano, per un insieme complessivo di centocinquanta opere e filmati rari, ottenuti grazie alla sinergia con l’Istituto Luce, Cinecittà, a cura di Giorgio Gosetti e Lorenza Micarelli – e la Casa del Cinema.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, con progetto di allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes, la rassegna è promossa dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, che per l’occasione pubblica anche The Colosseum Book, volume che propone alcuni dei tanti itinerari alla scoperta della fortuna post-antica dell’anfiteatro, con un’ampia raccolta di immagini a corredo, ma anche tante pagine letterarie che lo hanno celebrato e ne hanno fatto una vera icona senza tempo dell’arte e dell’archeologia italiana nel mondo.

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Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

ART NEWS, INTERNATTUALE

Museo Egizio di Torino a Catania: ecco perché è un errore parlare di “scippo egizio”

Qualche settimana fa avevo orgogliosamente parlato della “sezione egizia” che il Museo Egizio di Torino avrebbe idealmente aperto a Catania, nel Convento dei Crociferi, consentendo l’esposizione di alcune opere contenute nei depositi, per creare un dialogo tra nord e sud, che non fosse soltanto culturale, ma ideologico, unendo due mondi apparentemente lontani come il nord e il sud del nostro Paese sotto il segno della cultura e del benessere di tutti.

A quanto pare però non è esattamente così. Nei giorni a venire infatti un Comitato ha raccolto oltre 3500 firme on-line contro quello che è stato definito “lo scippo Egizio”.

Obiettivo naturalmente quello di impedire che alcune opere del museo torinese vengano trasportate a Catania, dove, d’accordo con il Ministero dei Beni Culturali, la Fondazione del Museo Egizio in collaborazione con il Comune avrebbero voluto aprire una sorta di sede satellite.

«Dire che i pezzi destinati al prestito non sono esposti ma vengono dai magazzini – ha detto Carlo Comoli, portavoce del comitato – è arrampicarsi sui vetri, ogni grande museo ha reperti nei depositi. Avallare questa operazione significa creare un precedente pericoloso per tutti i grandi musei italiani. L’Egizio è parte dell’identità di Torino, i suoi tesori devono restare qui. La Sicilia, che trabocca di beni culturali, pensi a valorizzarli anziché scippare quelli altrui».

Mi fa sorridere l’idea di Comoli secondo il quale il museo farebbe parte dell’identità di Torino, perché ciò è vero soltanto in parte. Se la costituzione dell’edificio intesa come sede museale e la formazione delle collezioni ivi contenute possono far parte in qualche modo del tessuto cittadino e della sua storia, ciò, per evidenza di cose, non è così per le opere stesse, egiziane, di certo più vicine al territorio siciliano, che non alla fredda terra del Piemonte. Pertanto è ridicolo appellarsi all’identità della città.

Non bisogna dimenticare inoltre che la moda per l’Egitto dilagò in tutta Europa, pertanto non solo a Torino, a partire dal XIX secolo, all’indomani delle campagne napoleoniche nella terra delle piramidi, che portò un nuovo gusto architettonico, ma anche di design oltre che di mero collezionismo di reperti antichi, con particolare attenzione a quelli di provenienza egizia.

Dunque quella dell'”Egitto-mania” torinese non era un fenomeno sviluppatosi nel solo capoluogo piemontese, ha semplicemente portato personalità come Vitaliano DonatiBernardino Drovetti, console generale di Francia durante l’occupazione in Egitto, più vicini alla possibilità di reperire, accumulare e collezionare opere dalle sabbie del Sahara, mettendo insieme 8000 pezzi, acquistati in un secondo momento dal re Carlo Felice, che li unì ad altri reperti collezionati dalla Casa Savoia.

Il Museo Egizio, voluto dal re savoiardo, è dunque l’espressione di una moda, squisitamente europea, che dilagava in quegli anni, e che ha portato anche città come Napoli ad erigere edifici secondo il gusto del momento, come il Mausoleo Schilizzi in stile neo-egizio, o portando nello stesso periodo personalità come Gioacchino Murat a contribuire alla formazione della seconda collezione egizia, dopo Torino, più importante in Italia, oggi custodita ed esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Quella di Torino dunque non è una storia unica che caratterizza la sola città del nord Italia, ma l’espressione più compiuta di un fenomeno diffuso.

È un errore parlare di “scippo egizio” in quanto Catania, con la sua sede egizia di provenienza torinese, diverrebbe un valido vettore per veicolare e incuriosire i turisti a spingersi fino al nord Italia per ammirare le straordinarie collezioni del museo torinese, oltre che a dare la possibilità di ammirare pezzi che altrimenti stazionerebbero nei polverosi depositi del museo e dare un esempio di grande collaborazione tra due identità apparentemente così diverse tra loro.

Con questa apertura nulla è tolto a Torino e al prestigioso Museo Egizio, che rappresenta, e continuerà a rappresentare sempre e a prescindere, un caposaldo, per archeologi o semplici appassionati, dell’Egittologia in Italia e nel mondo. Una sede collaterale a Catania potrebbe invece rappresentare un biglietto da visita per quanti nel sud del paese vogliono saggiare solo una minima parte dell’intero potenziale che il museo invece esprime pienamente.

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Il Museo Poldi Pezzoli a Milano, tra Dante e la Storia dell’Arte Italiana

Proseguendo il mio itinerario alla scoperta delle Case Museo di Milano, lo scorso weekend ho avuto il piacere di visitare il Museo Poldi Pezzoli, in Via Manzoni, 12.

Il Museo è un palazzetto nobiliare costruito nel XVII secolo, è stato riadattato dall’architetto Simone Cantoni in stile neoclassico, che lo aveva ampliato con un grande giardino interno all’inglese, ricco di statue e fontane. Gli ultimi lavori risalgono al 1857, quando viene arricchito da una fontana barocca, che va a completare lo scalone monumentale. È questo che mi accoglie all’ingresso e cattura immediatamente la mia attenzione, così come la curiosità che porta immediatamente a domandarmi come mai Gian Giacomo Poldi Pezzoli, proprietario dell’immobile, sentisse l’esigenza di ascoltare il gorgoglio dell’acqua all’interno della sua dimora milanese. Ma è la stessa casa che sembra rispondermi, con questo scrosciare rilassante che sembra darmi il benvenuto.

mariano-cervone-fontana-barocca-museo-poldi-pezzoli-internettualeCompletamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, della casa originale restano soltanto delle fotografie, che provano a darci un’idea dei sontuosi interni, mentre i pochi arredi superstiti sono oggi inconsapevoli pezzi del percorso museale, come il mastodontico specchio del Salone Dorato. Sì, perché dal 1851 la Casa, per volontà dello stesso Pezzoli che aveva predisposto un lascito all’Accademia di Brera, diventa ufficialmente un museo.

 museo-poldi-pezzoli-vetri-internettualePasseggiando in ambienti che oggi rievocano volontariamente il Medioevo e Dante, è possibile ammirare la vasta collezione d’arte che Gian Giacomo, morto a 57 anni nel 1879, ha accumulato nel corso della sua breve vita. Tanti gli artisti della storia dell’arte italiana che trovano posto all’interno del museo: da Perugino a Piero della Francesca, da Botticelli a lo Spagnoletto. Un florilegio di autori, cui fa da simbolo, come Monna Lisa al Louvre, il profilo nordico del Ritratto di Giovane Dama di Piero Del Pollaiolo.

mariano-cervone-ritratto-di-giovane-dama-piero-del-pollaiolo-1470-1472-museo-poldi-pezzoli-internettualeParticolarmente interessante è la Sala degli Orologi, dove è possibile ammirare dei capolavori di orologeria meccanica, di ogni forma e foggia, purtroppo fermi, che con le loro lancette fisse sembrano ostinarsi a rimandarci a un’epoca il cui fascino è più vivo che mai.

In linea con la sala dei pizzi, quella delle stoffe c’è la temporanea dedicata a Il Gioiello Italiano del XX secolo, esposizione che ripercorre la creatività del nostro Paese nell’alta gioielleria, con oltre 150 pezzi che vanno dall’Art Déco degli inizi del secolo scorso fino alle multiformi e colorate creazioni degli anni ’80. Tiare, bracciali, orecchini, spille, collane. Un percorso che attraversa il gusto squisitamente italiano del nostro artigianato orafo.

Ma è ampio e variegato il percorso museali, che oltre a dipinti e ori, comprende anche una suggestiva Sala delle armi, con armature che guardano il visitatore come un esercito di cavalieri invisibili, e spade che fanno riflettere sulle diverse tipologie e tecniche di combattimento.

museo-poldi-pezzoli-sala-degli-orologi-internettualeUna pagina di storia, non solo della città di Milano, ma dell’intero paese.

Molto bella la terrazza al primo piano dell’edificio, che quasi sembra suggerire la creazione di un caffè letterario, dove invitare i visitatori a disquisire d’arte sorseggiando tè.

Per uno studente di storia dell’arte come me è entusiasmante trovarsi dinanzi a tante opere note, intraviste soltanto attraverso le fotografie di un libro. Il Poldi Pezzoli è un piacevole ritorno a un’epoca di grande fermento culturale di cui dovremmo ricordare più spesso di esserne i discendenti.

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Napoli arriva a Lussemburgo grazie al Museo Archeologico

Spot pubblicitari in metropolitana, un’app e persino un videogioco. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è lanciatissimo nel promuovere la sua rinnovata immagine. Un vero e proprio processo di rebranding, come lo definirebbero gli addetti del marketing, che da qualche anno sta portando lo storico museo partenopeo a proiettarsi in un settore, quello del mercato culturale, sempre più competitivo. Merito, soprattutto, del direttore Paolo Giulierini che, tra incontri letterari, musicali, grandi mostre ed eventi, sta notevolmente alzando il livello qualitativo dell’offerta dell’Archeologico. A questi si aggiunge adesso un prestito d’eccezione che porta il nome del museo a Lussemburgo.

L’Erma di Socrate del museo napoletano, simbolo della libertà di pensiero, sarà infatti la prima opera italiana ad essere esposta nel Palazzo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che già custodisce capolavori di storia dell’arte e dell’archeologia provenienti da tutto il mondo.

Il pezzo è un ritratto in marmo bardiglio di Luni, che risale al III sec. A.C., recentemente restaurata. La scultura faceva parte della collezione dell’antiquario Fulvio Orsini, lasciata in eredità ai Farnese.

Il prestito, arrivato ieri, 9 febbraio, avrà una durata di almeno 18 mesi, e rientra nel progetto OBVIA di diffusione dell’immagine del MANN.

La scultura sarà accolta oggi con una cerimonia ufficiale presieduta dal Giudice italiano prof. Antonio Tizzano, vice presidente della Corte.

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Il Museo Egizio di Torino apre una sezione a Catania

Il Museo Egizio di Torino è senza dubbio uno dei gioielli del nostro Paese. Con i suoi oltre 800.000 visitatori annui, e i suoi 60.000 metri quadri interamente dedicati alla storia dell’Antico Egitto, è il secondo museo al mondo, per importanza, dopo quello di Alessandria d’Egitto, di maggior prestigio e rilievo per le sue collezioni archeologiche.

mariano-cervone-instagram-museo-egizio-di-torino-internettualeChi mi segue su instagram sa che ho avuto modo di visitarlo lo scorso anno, dopo il suo riallestimento del 2015, ritrovandomi con stupore e gioia tra i volti del suo account instagram ufficiale.

È con particolare affetto dunque che oggi parlo ai miei lettori di un’iniziativa che avvicina due realtà lontane come Torino e Catania, riducendo ulteriormente quel divario preconcetto tra il Nord e il Sud Italia.

Il direttore dell’Egizio, Christian Greco, e la presidente Evelina Christilin hanno infatti definito un accordo, insieme alla Soprintendente Luisa Papotti, il sindaco di Catania, Enzo Bianco, e l’assessore alla cultura Orazio Licandro, per portare una sezione nella città etnea all’interno del Convento dei Crociferi.

D’accordo con il Mibact saranno esposti alcuni reperti rimasti finora nei depositi del museo torinese, che potranno così dialogare con le collezioni ellenistiche siciliane.

«L’iniziativa veicola un modello culturale e gestionale di successo» ha detto in merito Papotti. «L’accordo prosegue il percorso di diplomazia culturale iniziato a Torino con progetti di inclusione sociale che in Sicilia possono coinvolgere nuovi pubblici e diffondere legami tra i popoli e le culture del Mediterraneo» fa subito eco la Christilin soddisfatta di questo nuovo progetto culturale e, se vogliamo, sociale.

Soddisfazione anche per il sindaco Bianco, che considera questo il “primo caso italiano di collaborazione fra un grande museo internazionale e una città che pensa alla cultura come volano di sviluppo e di cambiamento”.

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Rinvenuta a Luxor la tomba di uno scriba reale dei ramessidi

Le sabbie d’Egitto possono ancora riservare sorprese. Se pensavate che null’altro potesse essere ancora scoperto, resterete particolarmente sorpresi nel sapere che è stata rinvenuta una nuova tomba di uno “scriba reale” della dinastia dei ramessidi. A rivelarlo il ministero delle Antichità egiziane che, tiene a precisare, dice che il ritrovamento è del tutto casuale, avvenuto durante un’operazione di rastrellamento e pulizia dell’area. Nell’ambito di una missione tomb-of-ramesside-era-royal-scribe-uncovered-in-luxor-interno-internettualeegitto-giapponese, la scoperta è avvenuta sulla riva destra del Nilo, nella zona di El-Khokha. Jiro Kondo, capo della missione, ha definito molto importante questa scoperta, in quanto essa attesterebbe che in questa zona potrebbero esserci anche altre tombe di alti dignitari.

La tomba presenta delle bellissime decorazioni di affreschi e bassorilievi, e presenta, tra l’altro, una “barca solare con quattro babbuini che pregano davanti a una colonna” con geroglifici. Ci sono poi pitture di Iside e Osiride e di ‘sostenitori del proprietario della tomba’”.

Il complesso funerario è a forma di “T”, caratterizzato da un ingresso che precede un’anticamera e poi alla camera funeraria vera e propria.

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Perché è giusto pagare un biglietto di ingresso per musei e monumenti

In questi giorni fa molto discutere la decisione di Dario Franceschini di introdurre un biglietto di ingresso per il Pantheon a Roma. La proposta del Ministro dei Beni Culturali, che dovrebbe essere attuata entro fine mandato, arriva a ridosso di un’altra notizia, quella della sospensione dei lavori di ampliamento del MET di New York.

Il noto museo sulla quinta strada stava infatti espandendo un’area, sotto le direttive dell’archistar britannico David Chipperfield, che avrebbe dovuto ospitare la collezione di arte moderna e contemporanea del magnate del beauty Leonard Lauder.

Il progetto però pare, almeno per il momento, congelato fino al 2024. La spesa per la nuova ala si aggira infatti intorno ai 600 milioni di dollari. Troppo per un museo, il cui accesso al pubblico è a contributo volontario, che sembra avere tagliato i costi di spesa di circa 31milioni di dollari, con conseguenti rallentamenti per mostre ed eventi, tagli al personale e stop delle assunzioni.

A darne notizia allo staff lo stesso Daniel Weiss. Il direttore del MET, chiamato qualche anno fa per risanarne i conti, lo ha infatti comunicato in una nota ufficiale.

Nonostante queste sembrino notizie apparentemente distanti, e per collocazione geografica e per tipologia di museo, è innegabile il fatto che esse pongano il punto di domanda sui costi della cultura.

È vero che è compito di una Nazione garantire la fruizione dei beni architettonici, artistici e culturali ai suoi cittadini, ma è altrettanto vero che monumenti e musei hanno dei costi, spesso molto alti, di mantenimento e manutenzione, non soltanto per il personale che ne gestisce le strutture, ma anche per il restauro delle opere in esse contenute.

Alla luce di questa notizia è facile dunque spiegare il prestigioso prestito fatto dal Metropolitan a Capodimonte, quello de La donna con il liuto del fiammingo Vermeer, attualmente esposto nel museo napoletano.

Se consideriamo che il Pantheon a Roma ha una media di sette milioni di visitatori l’anno, che accedono alla struttura senza pagare alcun biglietto d’ingresso, e che il Metropolitan Museum of Art è il secondo museo più visto al mondo con oltre sei milioni visitatori, che vi accedono con un contributo volontario, sarà facile comprendere quanto l’introduzione di un biglietto fisso, porterebbe un grande beneficio alle due strutture che conseguentemente potrebbe portare minori costi per la gestione e manutenzione. Con un biglietto di ingresso infatti si garantirebbe l’accesso alle opere soltanto a chi è veramente interessato a contemplarle e, implicitamente, contribuire al loro mantenimento, riducendo, allo stesso tempo, l’afflusso incondizionato di chi vi accede anche solo per curiosità, spinto dalla gratuità della struttura.

Inserendo un ticket, che potrebbe aggirarsi intorno ai 12 dollari per il MET, a scomputo degli attuali 25 suggeriti sul sito ufficiale, e un costo, magari anche solo simbolico, per il Pantheon a Roma, si garantirebbe alle due sedi di poter fidare su di una rendita più o meno fissa, dalla quale attingere per coprire quantomeno i costi di intervento ad opere e strutture e, nella più rosea delle prospettive, riuscire anche a finanziare piccole esibizioni temporanee.

Se avete di continuo ospiti nella vostra casa, con il passare del tempo persino le sedie e il pavimento risentiranno dell’usura di chi viene a trovarvi, con un notevole aumento dei costi di manutenzione annui della vostra abitazione.

Gli italiani dovrebbero andare oltre il perbenismo un po’ snob che guarda con disprezzo ai guadagni che provengono dalla cultura e alla sua commercializzazione, ed entrare in una forma mentis più imprenditoriale, che sappia “vendere” l’arte al pubblico, nel rispetto dei luoghi, delle opere e del loro valore artistico-culturale.

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Nasce il Parco Archeologico del Colosseo con un nuovo direttore-manager

C’è aria di cambiamento a Roma. Il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, nell’ottica di valorizzare i beni archeologici e architettonici del paese, continua con le nomine di Direttori-manager internazionali, che sappiano meglio gestire e valorizzare il patrimonio, in un’ottica imprenditoriale. Anche l’Anfiteatro Flavio dunque, ai più noto come Colosseo, ne avrà uno. Nasce infatti un Parco Archeologico del Colosseo che annette il Palatino, i Fori e la Domus Aurea.

In linea con una nuova cultura di impresa che sta doverosamente investendo da qualche anno l’ambito Archeologico-Artistico con la riforma Franceschini del 2014, anche il Colosseo a Roma, come Pompei a Napoli, ridisegna  le competenze dell’area archeologica romana.

colosseo-interno-internettualeCon questa riforma la Soprintendenza Speciale, a scomputo della perdita del  Colosseo, Fori Palatino e Domus Aurea, incorporerà le competenze che erano della soprintendenza ordinaria, che invece verrà del tutto eliminata.

La Soprintendenza Speciale potrà sopravvivere anche grazie al 25-30% degli introiti che arriveranno dai biglietti emessi dal Parco del Colosseo.

Come per gli altri musei autonomi, anche il direttore-manager del Colosseo arriverà da una selezione internazionale.

Il solo cambiamento sostanziale, per il momento, sarà quello del nome dunque, che diventerà Parco Archeologico. Per ora il direttore resta l’attuale soprintendente Massimo Osanna, la riforma e la conseguente selezione prenderanno il via alla scadenza del suo mandato.