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Ritrovata la testa dell’Afrodite di Doidalsas nel Parco di Ostia Antica

Come molti, ho trascorso il sabato sera a guardare Ulisse. Contrariamente a quanto il mio profilo instagram possa suggerire, il mio weekend l’ho trascorso in compagnia di Alberto Angela, che ha realizzato una bellissima puntata (prima di due) su Roma e sul sottosuolo romano. Nell’episodio, che vi linko qui nel caso ve lo foste perso, si faceva riferimento a quante sorprese può ancora riservare il sottosuolo.

A giudicare dalla scoperta di qualche giorno fa c’è da dire che è proprio vero.

Venerdì scorso è stata rinvenuta infatti una testa di Afrodite sepolta dal terreno all’interno del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Immediatamente, data l’acconciatura dei capelli, si è pensato a Afrodite di Doidalsas o comunque ad una musa. A ipotizzarlo sono state le archeologhe Mariarosaria Barbera, direttrice del Parco, e Cinzia Morelli, senza escludere nessun’altra possibilità.

Se l’ipotesi fosse confermata, si tratterebbe dell’opera dello scultore del III secolo a.C., che avrebbe ritratto la dea al bagno, con capelli raccolti sulla sommità del capo e uno chignon appoggiato sulla nuca.

Potrebbe naturalmente trattarsi di una replica di età romana del celebre modello greco cui si è ispirato l’artista.

Il fortuito ritrovamento è avvenuto a seguito di ordinari lavori di manutenzione nei terreni di riporto di epoca post-classica.

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Gli igers e i blogger di Napoli al museo MADRE per Pompei@Madre

Vedere una mostra di archeologia all’interno di un museo d’arte contemporanea, è già di per sé un evento eccezionale. Avere la possibilità di vederla, guidati dal direttore in persona, è la quintessenza del voyeuristico piacere cui un amante della storia dell’arte possa ambire.

Vi avevo già parlato di Pompei@Madre, la straordinaria mostra allestita dal Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, noto ai più con l’acronimo di MADRE, che terrà banco nelle sale del Palazzo Donnaregina a Napoli fino al prossimo 30 aprile.

L’occasione è stata uno speciale #InstameetPompeiMadre, organizzato sabato 17 marzo dal museo in collaborazione con igersnapoli, che ha riunito gli instagrammer napoletani e non solo, e i blogger che, come me, si occupano (anche) di arte. Accompagnati dal Direttore Andrea Viliani, abbiamo fatto una visita esclusiva all’interno di questa bellissima esposizione, che ha messo in dialogo l’archeologia alla contemporary art.

Smartphone innanzitutto, ma anche reflex, compatte e, sì, persino qualche analogica. Ognuno nel suo personalissimo modo, vuole catturare un pezzo di mostra o di museo, e raccontarlo attraverso i propri canali social e le proprie pagine on-line.

Una giornata che ha messo a dura prova la resistenza delle batterie dei nostri dispositivi, e ha dato libero sfogo alla smania di fotografare ogni pezzo o allestimento di una mostra che ha letteralmente incantati.

Varchiamo idealmente quella che è stata concepita come una Domus Contemporanea. Ed è proprio una porta quella che vediamo al centro del colorato atrio, in cui i sgargianti colori caldi dell’opera di Daniel Buren fanno da sfondo al “negativo” in gesso della porta di una casa dell’antica Pompei. Una felice intuizione con cui l’allora soprintendente, Giuseppe Fiorelli, nella metà del XIX secolo aveva portato alla luce corpi e oggetti dalla devastata terra pompeiana, che altrimenti noi contemporanei non potremmo vedere. E così proprio come quei calchi in gesso dei tanti pompeiani che trovarono la morte in quella terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., anche molti altri oggetti hanno impresso la loro impronta tra la cenere e i lapilli che coprirono la cittadina romana 2000 anni fa.

Entusiasta quanto emozionato, il direttore ci introduce alla mostra: «La novità della nostra mostra è che vuole essere un modo per guardare il tempo – dice – e a quella “materia archeologica” che non è qualcosa che rimarrà in eterno. Ma cambierà».

Sono soprattutto questi gli oggetti fortemente voluti da Viliani in questa esposizione, quelli feriti, compromessi, che portano addosso le cicatrici del tempo e di un evento che li ha inevitabilmente segnati, e talvolta cambiati, per sempre: «La nostra idea, che questa mostra lancia – ci tiene a sottolineare Viliani – è che la materia archeologica pompeiana distrutta, può diventare materia per la creazione di nuove opere d’arte se affidate ad artisti contemporanei».

Sì, perché Pompei@Madre rappresenta la volontà di sconfiggere il pregiudizio sul contemporaneo, guardandolo attraverso ciò che per molti è considerato classico, dimostrando che tutto è stato contemporaneo e forse lo è ancora: «Contemporaneo – prosegue Viliani – è il modo di guardare le cose» proprio come seppe fare l’archeologo e studioso Salvatore Settis, quando scrisse il futuro del classico, introducendo quel concetto di resilienza, quella capacità di adattamento e sopravvivenza che caratterizza oggi gli oggetti e la città stessa di Pompei.

Risaliamo le scalinate di Palazzo Donnaregina, ascoltando la voce del direttore che echeggia negli ambienti del museo. Siamo rapiti, mentre ci avviciniamo in quelli che dovevano essere gli ambienti circostanti della casa, come topolini con il pifferaio magico.

Un triclinio, un tavolo, lampade dalle forme falliche. Oggetti d’uso quotidiano che qui acquistano una valenza nuova, una coscienza storica, dove tutto si fa nostalgia ed ogni cosa diventa arte e suggestione, perfettamente incastonati tra i trasgressivi affreschi di Francesco Clemente e le sue maioliche della site specific Ave Ovo, che celebra i simboli di Napoli e quelli della sua infanzia.

Un pavimento “a canestro”, in cui tessere a mosaico colorate, si intrecciano, dialoga con i due cerchi bicolore di Sol Lewitt, 10000 lines, tratteggiati, appunto, da diecimila linee di uguale lunghezza in ordine sparso. Non sono stati realizzati dall’artista americano, scomparso nel 2007, ma secondo sue precise istruzioni, perché, questo il concetto rivoluzionario, per il minimalista Lewitt, che concepita l’arte “as idea”, come qualcosa di riproducibile seguendo delle indicazioni precise, proprio come nell’antica Pompei, quando un pavimento di tal pregio era semplicemente realizzato da una maestranza che aveva acquisito la tecnica dal suo predecessore.

E quasi ci sembra di calpestarlo, quel pavimento pompeiano che affacciava sul mare, e sentiamo quasi la brezza marina e l’aria salina del golfo.

Bellissimo il dialogo non solo artistico, ma spirituale, è proprio il caso di dirlo, con l’opera Spirits di Rebecca Horn, l’artista tedesca che con i suoi teschi e i suoi specchi aveva omaggiato la città di Napoli, il culto per le anime pezzentelle, che trova adesso in alcune lapidi antropomorfe la naturale prosecuzione a ritroso nel tempo di questo ciclo che da sempre caratterizza la città e i suoi abitanti, in un gioco di suoni, luci e ombre, sospese tra la vita e la morte.

Le sale si susseguono una dietro l’altra, e i reperti dell’antica città alle falde del Vesuvio si alternano alle installazioni e opere delle collezioni permanenti. Il nostro percorso, questo vero e proprio cammino iniziatico tra antichi ritrovamenti e lavori recenti, si chiude con un’olla. Un vaso panciuto, dalla particolare pigmentazione verde, punteggiata da schizzi bianchi e blu, e dai colori caldi del collo. Sembra incrostato, a metà tra un reperto di un relitto sott’acqua e un’opera espressionista.

«Questa è la nostra Grace Kelly!» esclama il direttore con orgoglio, indicando questo antico vaso che cattura completamente la nostra attenzione, mentre Viliani prosegue un elenco di nomi di dive dagli anni ’50 ad oggi, che possano meglio incarnare l’iconico significato che questo pezzo ha per l’intera mostra.

È incredibile pensare che non c’è un artista dietro questo avveniristico “design”, o che forse il suo artefice è il Vesuvio. Sì, lo stesso ritratto da Andy Warhol, giunto in queste sale direttamente da Capodimonte. Il Vesuvio, la cui furia distruttrice ha sepolto e conservato un’intera città, che con i suoi lapilli incandescenti, la sua cenere, la sua violenza, ha colorato questo paiolo con la stessa forza di Jackson Pollock, rendendola di diritto un’opera d’arte contemporanea. Senza tempo.

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Scoperto nei fondali di Napoli l’antico porto all’ombra di Castel dell’Ovo

Oggi leggo su alcuni siti una notizia che io avevo appreso la scorsa settimana.

Venerdì 9 marzo infatti avevo preso parte, con vero interesse e piacere, a L’Archeologia subacquea nel Golfo di Napoli, fra passato e prospettive per il futuro, all’Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo appuntamento di un ciclo di conferenze sulla Magna Grecia, che si propone di approfondire tematiche e problematiche legate al mondo dell’archeologia e dello scavo archeologico.

Una presentazione, questa, che non solo ci ha parlato con onestà delle difficoltà cui va incontro l’archeologo contemporaneo: trovare i finanziamenti per le campagne di scavo, ottenere i permessi legati al contesto urbano, riuscire ad estrarre dalla terra informazioni e reperti; ma ci ha anche aggiornato sulle recenti campagne legate al panorama partenopeo, e mai aggettivo fu più appropriato.

Le scoperte infatti riguardano proprio l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, luogo mitico in cui, secondo la leggenda, la Sirena Partenope, rifiutata da Ulisse, avrebbe trovato la morte. Qui originava la primigenia Palepolis, il nucleo più antico di ciò che sarà per i greci la città “nuova”, Neapolis.

Ad introdurre il panorama campano è stato il Dottor Rosario Santanastasio, geo-archeologo, che ci ha ampiamente spiegato i fenomeni sismici, eruttivi e di bradisismo che hanno caratterizzato il territorio, portando all’attuale morfologia, caratterizzandone anche il materiale, il tufo giallo, di cui la Campania, e Napoli in particolare, sono ricche, e che senza dubbio ha fortemente inciso sugli insediamenti ma anche sulla costruzione delle strutture della vecchia e della nuova città greco-romana.

A parlare invece delle recenti scoperte, che hanno interessato il lungomare di Napoli, è stato l’archeologo subacqueo e operatore tecnico subacqueo Filippo Avilia, scopritore tra l’altro della corvetta borbonica “Flora”. Lo studioso applica la tecnica del mare all’archeologia e viceversa, e ci parla così del ritrovamento di quattro tunnel sommersi, e una strada larga all’incirca tre metri che reca ancora i segni dei carri che la attraversavano. Una lunga trincea per soldati che proteggevano probabilmente l’originario approdo dell’antica città di Napoli: «Fra la prima galleria crollata e la seconda – spiega Avilia – c’è una trincea che le collega, alta circa un metro e mezzo e larga altrettanto. Un camminamento, che ricorda molto quelli della prima guerra mondiale».

Lungo quest’area ritroviamo inoltre dei massi, depositati a mo’ di protezione di questo passaggio.

Per il Dottor Avilia il condizionale è d’obbligo, in quanto, tiene a precisare, si tratta di una scoperta recente che è ancora in fase di studio.

Il rinvenimento è avvenuto all’ombra, letteralmente, del Castel dell’Ovo. Nei fondali alla destra della fortezza napoletana infatti, ad appena sei metri di profondità, si sono calati i sottomarini finanziati dalla IULM di Milano.

Ma questa, pare, sarà soltanto la prima parte di una spedizione archeologica che a maggio riprenderà, di cui gli studi potrebbero aprire anche un nuovo scenario nel panorama turistico di Napoli, allargando l’offerta con con visite esclusive nei fondali della città.

Orientato ad una “musealizzazione” anche il Soprintendente dei Beni Archeologici di NapoliLuciano Garella, che pensa infatti ad un modo per valorizzare al meglio queste scoperte e renderle fruibili a quel grande pubblico di studiosi o semplici appassionati, creando un vero e proprio filone turistico subacqueo. D’altronde gli stessi Santanastasio e Avilia hanno spiegato all’unisono che ciò che preme anche al semplice cittadino, in vista di nuovi scavi, è se questi potranno portare anche un beneficio economico-lavorativo all’intera comunità.

La scoperta contribuisce senza dubbio a ridefinire quelli che erano gli originari confini del lungomare di Napoli, e getta le basi per una nuova immagine del primo nucleo di fondazione. Orgoglioso l’autore di questi rilievi, l’archeologo Mario Negri, che in merito ha detto: «È una scoperta che apre un nuovo scenario della ricostruzione della vecchia struttura di Palepolis».

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Napoli, scoperto un nuovo tratto dell’Acquedotto del Serino

Se amate le escursioni e i percorsi sotterranei, c’è un nuovo tratto che potrete visitare a Napoli.

Qualche giorno fa infatti, l’associazione Celanapoli, che si occupa di studiare il sottosuolo nell’area a nord dell’antica Neapolis, ha annunciato una scoperta che va ad ampliare l’offerta di visite nel ventre della città.

È stato scoperto infatti un nuovo tratto dell’acquedotto Augusteo del Serino: «Un rinvenimento ed una identificazione – hanno detto in merito i responsabili dell’associazione dalle pagine ANSA – che arricchisce di un prezioso tassello il complesso paesaggio dell’area già caratterizzata dall’imponente necropoli ellenistica».

Il nuovo tratto dell’acquedotto Augusteo presentato dall’associazione Celanapoli (ANSA)

Si tratta di una grandiosa opera di ingegneria idraulica, che si ritrova a circa venti metri sotto l’attuale quota stradale, e lunga circa 220 metri.

Il tratto presenta ben sette pozzi di areazione. La sua presenza era già stata segnalata da diverse fonti tra il VI e il XIX secolo.

Questo percorso, che si trova tra la zona dei Ponti Rossi ed il Rione Sanità, era stato finora erroneamente identificato come un tratto del Carmignano, opera risalente al 1600.

Già noto durante il secondo conflitto bellico, veniva utilizzato come camminamento che collegava le diverse cavità sotterranee della città, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale furono convertite come rifugi antiaerei.

Celanapoli consente ai suoi visitatori di vedere un itinerario alternativo dei più noti accessi al sottosuolo di Napoli, che va da Porta San Gennaro e attraversa il Borgo dei Vergini e il Rione Sanità.

La scoperta rappresenta senza dubbio una novità nel già variegato panorama partenopeo, ed è sicuramente interessante rivivere non soltanto le suggestioni della Napoli greco-romana, ma anche per conoscerne una più recente e particolareggiata storia del secondo ‘900.

Per maggiori informazioni, vi rimando al sito ufficiale:

www.celanapoli.it

ART NEWS, CINEMA

Viaggio in Italia: Roberto Rossellini racconta Napoli

Non so voi, ma io sono sempre alla ricerca di nuove suggestioni e ispirazioni, e così, spinto da questo entusiasmo, ieri sera ho visto Viaggio in Italia, film di Roberto Rossellini del 1954.

Una conquista fatta in età adulta, per me che non avevo mai visto questo film in bianco e nero con Ingrid Bergman e George Sanders, che mi ha piacevolmente sorpreso. Si tratta di una delle prime pellicole con le quali Rossellini suggella un sodalizio artistico prima, e amoroso poi, con l’attrice di origine svedese.

Cimitero delle Fontanelle, da una scena di Viaggio in Italia

Tre volte premio Oscar, la Bergman ha voluto lavorare con Rossellini dopo essere rimasta folgorata dal suo Roma città aperta. Da qui nascerà una collaborazione con il regista italiano non propriamente proficua, che porta alla realizzazione di pellicole per lo più ignorate da grande schermo. Tra queste proprio Viaggio in Italia.

Ambientata prevalentemente a Napoli, guardando la pellicola comprendo come mai il pubblico ai tempi ne ha preso le distanze. Il film parla della crisi di una coppia di inglesi, giunti in Italia per un lascito. Da qui un gioco, che ai posteri ricorderà il più recente Napoli Velata, che pone al centro l’archeologia e l’arte italiana come metafora di sentimenti e sensazioni.

E come nel film di Ferzan Ozpetek, per il personaggio di Katherine Joyce, interpretato dalla Bergman, il viaggio, e l’arte, si fa pretesto per una introspezione personale attraverso i luoghi che visita come turista alla ricerca della bellezza e di sé stessa.

il Museo Archeologico Nazionale di Napoli in una scena del film

Non manca, e non poteva mancare, in entrambe le pellicole, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, tempio dell’archeologia nel nostro Paese, che con la sua bellissima collezione farnese, celebrata da Ozpetek e da Rossellini, offre uno straordinario spaccato dell’arte romana.

Restaurato nel 1995, il film del regista italiano è oggi un prezioso documento che restituisce una Napoli post-bellica, fiera e povera, che sfoggia vestige barocche e la miseria più nera. Ma quali sono i luoghi che Rossellini ci fa scoprire attraverso gli occhi di Inrgid?

Antro della Sibilla, scena del film Viaggio in Italia
Ingrid Bergman, Tempio di Apollo (Cuma) – da Viaggio in Italia

Durante il suo soggiorno italiano Katherine farà visita alla grotta della Sibilla, e al Tempio di Apollo, poco distante. È un sito, quello di Cuma, tra i più suggestivi e forse non perfettamente collegati con tempi di attesa molto lunghi per i bus (soprattutto d’estate), ma che, nonostante tutto, vale assolutamente la pena vedere.

Siti archeologici, ma anche naturalistici. In questo viaggio italiano, Rossellini ci mostra anche la Solfatara, campo fumarolico di origine vulcanica, che si trova nei pressi di Pozzuoli. Un sito, questo, noto soprattutto per le sue emissioni di vapori e gas e la forte componente sulfurea.

Ve ne ho parlato di recente, le ho ritrovate anche qui. Ingrid Bergman nei suoi “pellegrinaggi” fa visita anche al Cimitero delle Fontanelle, ed è affascinata dalla storia dei teschi senza nome adottati dai cittadini napoletani.

Un piccolo Grand Tour, che porta la coppia a far tappa anche nel Parco Archeologico di Pompei. Ed è una vera e propria testimonianza archeologica la scena in cui un gruppo di archeologi riempie la terra con del gesso per riportare alla luce i calchi delle vittime della furia del Vesuvio del 79 d.C. Una tecnica nata dalla geniale intuizione di uno dei direttori dell’area, Fiorelli, più di mezzo secolo prima, e che ha restituito la fotografia esatta degli abitanti dell’antica cittadina romana al momento dell’eruzione.

Scavi di Pompei, da Viaggio in Italia (1953)

Nel film è possibile scorgere lo stato degli Scavi, iniziati per volere di Carlo III di Borbone nella seconda metà del XVIII secolo.

Ma il film di Rossellini non disdegna qualche riferimento all’architettura e all’arte. Tra le citazioni l’Hotel Excelsior sul lungomare di Napoli, tra i complessi alberghieri di lusso della città.

Tra i monumenti riconoscibili, la Fontana del Gigante in Via Partenope, opera di Pietro Bernini (padre del più famoso Gian Lorenzo).

Per George Sanders invece il viaggio si fa digressione, che lo porterà sull’isola di Capri alla ricerca del piacere e di quella voglia di sedurre.

Fontana del Gigante, Viaggio in Italia

Un Mangia Prega Ama ante litteram, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini oggi è un film cult, una pietra miliare del cinema neorealista italiano, e la perfetta fonte di ispirazione per scoprire una città fatta di arte e bellezza ora come allora.

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Muse al Museo: dal 21 al 28 marzo la seconda edizione del MANN Festival a Napoli

Non solo luogo di cultura e arte, ma anche luogo di incontro. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si trasforma e attraversa, come una catarsi dell’anima, nuove fasi delle sue molteplici vite. Ultima, solo in ordine cronologico, quella di agorà, una piazza dal retrogusto classico, che si propone di far incontrare gli artisti e un pubblico che ha voglia di ascoltare ed interagire con loro.

Sono probabilmente queste le premesse della seconda edizione del MANN FestivalMuse al Museo, che ritorna dal 21 al 28 marzo 2018, e che lo scorso anno ha visto tra l’altro autori, come il regista Ferzan Ozpetek.

Sono oltre 100 gli ospiti che quest’anno animeranno un’edizione, questa, che, forte della scommessa vinta lo scorso anno, alza il tiro con ospiti nomi quali il Premio Pulitzer Hisham Matar, ma anche Michael NymanRichard GallianoDaniel PennacRick Wakeman, il cantautore Roberto VecchioniElio, il regista e attore Carlo VerdoneLuciano Canfora per un calendario che segue il filo conduttore della cultura e delle arti nella più ampia accezione del termine.

Lo scorso anno ho partecipato, e vi ho raccontato l’evento con grande interesse, quest’anno attendo con particolare emozione la seconda edizione che, quest’anno, è diventato un appuntamento irrinunciabile per gli amanti dell’arte e della cultura.

Musica, cinema, teatro, cantautorato trovano la loro naturale collocazione sul palco della Sala Farnese, che ogni lunedì sta già intrattenendo (gratuitamente) i visitatori con un bellissimo Festival del Barocco, con danze, suoni e cantante del 1600: «Il Museo del futuro – ha detto in merito il direttore del MANN, Paolo Giulierini – è una grande agorà dove si incontrano conservazione, ricerca e capacità di sperimentazione. La musica e l’arte teatrale, che vengono suggerite dalle statue, dai mosaici e dagli affreschi, prendono magicamente corpo in questi otto giorni di festival e connotano il MANN come grande polo culturale che diffonde nuovi linguaggi senza affrancarsi mai dalle radici della classicità».

L’evento sarà ufficialmente inaugurato mercoledì 21 marzo alle ore 15.30, quando alla Galleria Principe di Napoli ci sarà un concerto Scalzabanda & Orchestra Multietnica di Arezzo, con suoni e colori sotto la direzione di Enrico Fink, esperto di musica tradizionale ebraica e di world music, che si accompagnerà a 75 ragazzi del quartiere di Montesanto.

Qui il programma degli eventi.

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Pompei@Madre, straordinaria mostra di “archeologia contemporanea”

Spinto da questa curiosa dicotomia che ha accostato reperti di archeologia addirittura in un museo d’arte contemporanea, il MADRE a Napoli, sono andato a vedere la mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, aperta al pubblico fino al prossimo 30 aprile. Curatore d’eccezione Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, che, insieme ad Andrea Viliani, Direttore del Madre, fa dialogare i reperti dell’antica cittadina romana con le collezioni permanenti delle sale del museo napoletano.

E più che di materia archeologica io parlerei di materia vivente, sì perché i reperti pompeiani sembrano vivere, o per meglio dire rivivere, di vita propria, si trasformano quasi fino a diventare delle installazioni contemporanee.

Sovvertendo quanto il Direttore del MANN, Giulierini, ha fatto portando opere d’arte contemporanea in un museo archeologico, qui è l’Archeologia a spalancare le porte dell’arte contemporanea. E il dialogo funziona. Funziona quando pittura, scultura e persino video-installazioni si intrecciano per dare vita ad un percorso che stimola i sensi.

A cominciare dalle piante e giardini che riproducono i vivaci affreschi del Bracciale d’Oro che intanto dialoga con una parete d’argento.

Archeologia, arte, design si fondono in questo dialogo che vuole essere confronto, che vuole essere prosecuzione. Lo si nota nelle pitture di fine ‘800 di Pierre-Jacques Volaire, che immortala l’eruzione del Vesuvio, che si fa antesignana delle foto che si fanno reportage, e di quel Vesuvio pop-art di Andy Warhol in prestito da Capodimonte.

Anche il calco di un cane ucciso dalla furia del vulcano nel 79 d.C. è riprodotto in serie come i calchi delle sedute dell’artista Nairy Baghramian. Una metodologia di ricerca nata con Giuseppe Fiorelli a Pompei nel XIX secolo e che si fa tecnica di riproduzione artistica come le opere della Factory dell’artista dello stravagante artista di Pittsburgh.

Il percorso inizia dalla bibliografia, dai volumi più antichi che via via si fanno pubblicazioni moderne, capisaldi per gli studi universitari fino a cataloghi di acclamate mostre come Pompei e l’Europa. 1748–1943 al Museo Archeologico nel 2015.

Tanti i reperti da Pompei, dai bronzi alle ceramiche, dai rhyton ai fossili, passando per stacchi di pareti e mosaici, in un mondo colorato e variopinto che mi appare ora più contemporaneo che mai.

È forte la ricerca di stile e design dell’antica Roma, e della cittadina vesuviana in particolare, me ne accorgo quando osservo tavoli e triclini posti al centro della sala decorata dall’opera Ave Ovo Francesco Clemente, dove questi complementi mi appaiono come elementi di arredo moderno.

Suggestivo il confronto con l’opera senza titolo di Jannis Kounellis, l’ancora di una nave, con un mosaico di epoca romana che la ritrae quasi in un gioco di specchi.

Tra i più riusciti esempi di queste conversazioni d’arte, quello tra l’opera di Rebecca HornSpirits, che omaggia Napoli riproducendo una serie di teschi e specchi, riflessione senza tempo sulla vita e sulla morte, e una serie di segni tombali di epoca romana, che si fanno monologo in pietra di un atemporale dopo.

Così come le opere di Sol Lewitt che ritrovano le colorate tessere intrecciate di un mosaico.

Un mondo, quello dell’Antica Pompei, che non è stato mai veramente distrutto da cenere e lapilli, ma si è conservato fino a noi, trasformandosi come materia magmatica viva, influenzando (in)consciamente la nostra vita, il nostro pensiero e la nostra arte.

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Le Terme di Caracalla a Roma rivivono grazie al 3D. Ecco com’erano

Se c’è una cosa che i romani sapevano fare, è quella di saper godersi la vita. Mens sana in corpore sano, dicevano, e tra i loro passatempo o attività del wellness, come le definiremmo noi contemporanei.

Le prime terme nacquero, naturalmente, nei pressi di fonti e sorgenti di acque, alle quali si attribuivano dei grandi poteri curativi. L’esplosione di questo fenomeno però arriverà in età imperiale, grazie allo sviluppo delle tecniche che hanno consentito non soltanto di riscaldare l’acqua attraverso focolari sotterranei, ma anche di diffondere aria calda o vapori attraverso gli ipocausti, e dagli spazi sottostanti alla pavimentazione, detti suspensùra.

È Pompei che ci offre il maggior numero di raffinati esempi di complessi termali, ancora oggi ben visibili.

Terme di Caracalla, ricostruzione virtuale della piscina (Natatio)- Foto fornita da Soprintendenza speciale Roma

Un microcosmo, micro-città che rispettavano l’esatta gerarchia del popolo romano, con strutture molto modeste e semplici per la plebe ed altre, più raffinate e sfarzose, per i patrizi.

Come gli antichi egizi, che usavano miscelare nell’acqua sostanze aromatiche e profumate, anche i romani avevano l’abitudine di mischiare con l’acqua profumi o vini speziati.

Proprio come noi oggi, anche i romani conoscevano l’importanza di prendersi cura della propria pelle, attraverso pratiche di scrubbing, attraverso la polvere di equisetoargilla e olio di oliva.

In questi sontuosi ambienti i romani circolavano liberamente, vi erano delle sale per massaggi che venivano fatti con oli e sostanze profumate.

Molto articolate queste strutture che generalmente ruotavano intorno ad un ampio cortile, dove all’interno trovavano posto fontane e statue.

Terme Caracalla, il frigidarium com’era e com’è (foto Soprintendenza)

Tra le stanze di questi ambienti c’era quella con la vasca di acqua fredda, la sala del frigidario, generalmente circolare e sormontata da una cupola e acqua a temperatura bassa, di solito seguita dal calidario, che era rivolto a mezzogiorno in cui trovavano posto delle vasche di acqua calda. Tra questi due ambienti, uno caldo e l’altro freddo, c’era probabilmente un ambiente con una temperatura di mezzo, il tepidario.

Non mancavano ambienti accessori come l’apodyterium, uno spazio non riscaldato destinato agli spogliatoi, ma anche saune, sale di pulizia e palestre.

Insomma il mondo dei romani è molto più vicino a noi di quanto non immaginiamo.

Terme Caracalla, vista generale (foto soprintendenza)

Complesso termale per antonomasia sono senza dubbio le bellissime Terme di Caracalla. Non solo perché la statuaria in esse contenute è oggi esposta all’interno delle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che ce ne restituisce l’immagine attraverso queste straordinarie sculture, ma anche perché l’impianto che aveva un’estensione di 337 x 328 metri, si trovava fuori da Porta Capena, posto al Sud per sfruttare meglio l’esposizione solare e illuminato da ampie finestre.

Terme di Caracalla, ricostruzione degli spogliatoi (immagine Soprintendenza Speciale di Roma)

Oggi le terme di Caracalla ritornano in vita grazie ad una straordinaria ricostruzione 3D, che attraverso le più moderne tecnologie di videoproiezione restituisce interamente l’ambiente e i suoi colori originali.

Quest’opera è frutto di una lunga collaborazione e un meticoloso lavoro storico e scientifico fatto dalla Soprintendenza Speciale di Roma e il CNR che hanno ripercorso gli studi a riguardo degli ultimi trent’anni.

Il progetto si intitola Caracalla IV dimensione, ed è stato promosso da Soprintendenza e Coopculture, che lo ha finanziato con un investimento di 100 mila euro.

Un incipit in via sperimentale, questo, che parte con 30 visori. L’obiettivo è quello di incrementarne il numero, e dunque anche le ricostruzioni, con l’arrivo dei mesi caldi, così come anticipa la presidente Coopculture, Giovanna Barni.

Terme Caracalla, palestra orientale com’era con la statua del Toro Farnese (foto soprintendenza)

A questa prima ricostruzione potrebbero anche aggiungersi delle mappe e dei videogame, così come ha già fatto il MANN. Ed è proprio fino all’archeologico nazionale di Napoli, dove i Borbone portarono il gruppo scultoreo di questi luoghi, che arriva questo interessante progetto. I visitatori infatti potranno vedere il Toro Farnese “ricollocato” nel suo ambiente originario.

Una tecnologia avanzata, ma alla portata di tutti, che qualsiasi turista potrà maneggiare con facilità, e scoprire come dovevano apparire in origine questi luoghi di benessere e cura di sé.

È possibile fare questo tipo di visite dallo scorso 20 dicembre. Il costo è di 7 euro che si aggiungono al prezzo del biglietto (intero 8 euro). La prenotazione (consigliata) invece è di 2 euro.

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I 10 musei italiani preferiti dagli utenti di TripAdvisor

Anno che va, classifica che trovi. Dicembre, tempo di bilanci e, spesso, anche classifiche. Quali sono state le mete più visitate del 2017? Ecco una top ten, secondo gli utenti di TripAdvisor, dei luoghi più visti negli ultimi dodici mesi. Per chi vuole scoprire i musei più visti e per chi invece vuole prendere spunto per i propri viaggi.

Museo Egizio di Torino (da wikipedia)

Al primo posto si classifica quest’anno il Museo Egizio di Torino. Con quasi un milione di visitatori l’anno, 37.000 pezzi dislocati su 60.000 metri quadri è senza dubbio il museo più importante, dopo quello del Cairo, sull’Antico Egitto, e di certo quello più apprezzato dagli utenti del sito di viaggi, di cui scrivono, e con giusta causa, “Full immersion nell’Antico Egitto”.

Gallerie degli Uffizi, corridoio piano superiore (da wikipedia)

Ci spostiamo a Firenze. Al secondo posto infatti è la Galleria degli Uffizi, la seconda scelta dei viaggiatori. Anch’io quest’anno ho avuto il piacere postando su instagram alcune immagini. Botticelli e la Nascita di Venere e Raffaello Sanzio sono di certo il manifesto di questo nostro vanto italiano, ma sono tantissimi gli artisti, da Giotto a Tiziano, da Veronese a Tintoretto, passando per PontormoBronzinoCaravaggio e tantissimi altri.

“Averla vista in foto è nulla in confronto al trovarsi di fronte a questa magnifica scultura” sono queste le parole di qualcuno che ha visto per la prima volta il David di Michelangelo, scultura-principe delle Gallerie dell’Accademia a Firenze, che in questa classifica, tutta italiana, sono al terzo posto dei siti preferiti.

Quarto posto per la Galleria Borghese a Roma. A destare interesse è soprattutto la vasta collezione di opere di Caravaggio. Ce ne sono ben sei, tra cui il Fanciullo con canestro di frutta, il Bacchino Malato e la Madonna dei Palafrenieri.

“Tutta la storia del Cristianesimo a disposizione”, qualcuno ha scritto. In realtà c’è molto di più nelle sale dei Musei Vaticani che, a dispetto delle quotidiane file chilometriche per entrare (nel 2015 sono stati visitati da ben sei milioni di visitatori), sono la quinta preferenza del sito di travel.

C’è anche il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo in questa classifica, che io ho avuto il privilegio di scoprire in uno dei miei tanti soggiorni romani. Location fugace del film Mangia Prega Ama, dove Julia Roberts scorge una bellissima Roma al tramonto dalle sue terrazze, il museo è noto per il suo “passetto” che lo lega allo Stato del Vaticano, ed è stato protagonista anche del romanzo di Dan Brown, Angeli e Demoni.

Non solo arte e archeologia. In questa classifica c’è anche il Museo Nazionale del Cinema. 700.000 visite lo scorso anno, il museo, che si trova all’interno della Mole Antonelliana a Torino, ha aperto al pubblico nel 1953. Sono ben 3200 i metri quadri dedicati alla settima arte, che è raccontata attraverso un’ampia biblioteca, poster e manifesti di film e, naturalmente, una collezione di pellicole.

Una classifica trasversale quella degli utenti del sito, che va da Nord al Sud del nostro paese e che annoverano anche il Collezione Peggy Guggenheim a Venezia. All’interno del Palazzo Venier dei Leoni, il museo fa parte della Solomon R. Guggenheim Foundation e tra le sue collezioni vanta quelle di artisti come PicassoDuchampChagallDalì e molti altri.

Ritorniamo a Torino per il Museo Nazionale dell’Automobile. Confesso che questa per me è una sorpresa. Mi aspettavo solo musei d’arte e di archeologia, e invece scopro con piacere che l’interesse dei visitatori va dai dipinti ai motori. Il museo torinese, è uno dei musei dell’automobile più importanti al mondo. I suoi spazi sono visibili anche attraverso Google Maps e la funzione Street View, e contiene mezzi di trasporto che vanno da carrozze di fine Settecento ad auto degli anni 2000.

E c’è anche un po’ di Napoli in questa classifica. Ultimo, ma non ultimo, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ormai noto anche con il suo acronimo, MANN, che chiude questo decalogo del web. Il museo conta una importantissima collezione archeologica e tra i suoi fiori all’occhiello può vantare una Sezione Egizia, di recente ristrutturazione, che è seconda in Italia soltanto al Museo Egizio di Torino. Dalla statuaria greca agli affreschi Pompeiani è una pagina in pietra di storia dell’arte.

ART NEWS

Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.