INTERNATTUALE

La Torre dei Biancospini, l’architetto Boeri porta il bosco verticale in Olanda

Noto soprattutto per uno dei suoi ultimi progetti, quello del Bosco Verticale a Milano, architettura del 2014 composta da due torri completamente immerse nel verde, Stefano Boeri è oggi protagonista di un altro importante progetto architettonico, che segue ancora l’onda verde lanciata dall’architetto milanese qualche anno fa. Lo studio Boeri ha infatti vinto il concorso per la riqualificazione dell’area di Jaarbeursboulevard nei pressi della Stazione di Utrecht in Olanda, La Torre dei Biancospini, è questo il titolo della monumentale opera che sarà costruita nel 2019 e dovrebbe vedere ufficialmente la luce nel 2022.

Il disegno è stato presentato dal Consorzio G&S Vastgoed and Kondor Wes sels (VolkerWessels) Projecten, e si preannuncia come un bosco verticale di nuova generazione. Una struttura a impatto zero che, sui suoi 90 metri di altezza vedrà la distribuzione di oltre 10.000 piante di diverse varietà, di cui 360 alberti e oltre 9.600 suddivisi tra arbusti e fiori, contribuendo all’assorbimento di circa 5,4 tonnellate di CO2, e che corrisponde a circa un ettaro di bosco.

Un vero e proprio ecosistema urbano, che ospiterà più di 30 specie vegetali diverse.

Da sempre l’architettura di Boeri è orientata ad un maggior rispetto della natura e un minor impatto sull’ecologia e il micro-clima dei luoghi in cui vengono erette queste opere. Basta sfogliare la gallery del suo sito web per comprendere quanto l’ambiente sia importante per l’architetto che ha felicemente esportato le sue costruzioni, a metà strada tra grattacieli e giardini pensili, in tutto il mondo: dalla Cina, dove sta realizzando una vera e propria Città-Foresta ad Anversa. Ma è solo trovandosi a contatto, anche solo visivo, con le sue costruzioni, per percepirne un immediato senso di benessere, per comprendere questo forte senso naturalistico, peculiarità di una architettura che sempre più spazio sta per fortuna prendendo in svariate città.

La Torre dei Biancospini vedrà sorgere al sesto piano un Vertical Forest Hub, centro di documentazione e ricerca sulla forestazione urbana nelle città del mondo, tanto cara al disegnatore italiano. Un luogo vivo, aperto, dove sarà possibile conoscere le soluzioni tecniche e botaniche scelte per il Bosco di Utrecht e monitorare al contempo gli stati di avanzamento degli altri Boschi Verticali in costruzione nel mondo.

La torre dialogherà con la città circostante grazie al pianoterra che sarà aperto verso l’esterno e contiguo al quartiere, quasi a fondersi con esso. Lo slancio verticale invece rispetta e valorizza le dimensioni dell’isolato che si trova tra Croeselaan e Jaarbeursboulevard.

Sono previsti inoltre, oltre alle zone per l’ufficio, anche spazi per il fitness, per lo yoga, parcheggi per le biciclette e uno spazio ricreativo.

I Biancospini dunque si propone come un vero e proprio polo del benessere nel cuore di Utrecht.

ART NEWS

Quell’enigma scritto sulla facciata del Gesù Nuovo a Napoli

Nell’area dove oggi c’è la nota Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli sorgeva Palazzo Sanseverino. Progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sue sale affrescate, lo splendido giardino.

In breve tempo si era trasformato in un vero e proprio punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca.

Nel 1584 il palazzo e annessi giardini furono venduti ai gesuiti, i quali, riadattarono gli spazi tra il 1584 e il 1601 per farne la chiesa che oggi tutti conosciamo, e che prende l’appellativo di “nuovo” per distinguerla dalla chiesa che poi è diventata del Gesù Vecchio.

Oggi il Gesù Nuovo è uno dei monumenti imprescindibili per il visitatore che viene per la prima volta a Napoli. Caratteristica la sua facciata, un tempo facciata del palazzo, costituita da bugne, piccole piramidi, in piperno, aggettanti verso l’esterno molto diffuse nell’architettura del rinascimento del centro e nord Italia.

Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli – instagram @marianocervone

Intorno a questo bugnato aleggia una delle leggende che fa di Napoli una città esoterica.

Si credeva infatti che i maestri della pietra napoletana, pipernieri, fossero in grado di caricare di energia positiva la pietra che lavoravano, tenendo così lontani gli influssi negativi.

Le bugne, “a punta di diamante”, recano sopra degli strani segni ai lati, e sono proprio questi che hanno dato luogo alla leggenda, secondo la quale potessero avere una chiave di lettura misterica, occulta.

La leggenda infatti narra che i maestri tramandassero delle conoscenze esoteriche ai loro apprendisti, soltanto oralmente, per far sì che questa pietra fosse caricata di energia positiva, e che dunque tali segni sarebbero il risultato di questo sapere, legati ad arti magiche o comunque alchemico-esoteriche.

Notoriamente la punta, nella tradizione e superstizione napoletana, ha la capacità di “tagliare” il male. La facciata funge dunque da “schermo”, una sorta di protezione, e aveva il compito di convogliare tutte le energie positive e benevole verso l’interno, mantenendo fuori quelle negative.

Ma i maestri costruttori non sarebbero stati così virtuosi e, le pietre segnate non sarebbero state poste correttamente, così da ottenere l’effetto esattamente contrario: il magnetismo dell’edificio avrebbe attirato le negatività, riflettendo le energie positive verso la piazza. Il che sarebbe causa, e in un certo senso spiegherebbe, le sventure del Principe Sanseverino, dalla confisca dei suoi beni alla conseguente vendita del palazzo ai gesuiti, agli incendi subiti dalla chiesa e i ripetuti crolli della cupola, passando per le diverse cacciate dei gesuiti dalla stessa.

Secondo lo storico dell’arte Vincenzo De Pasquale, che ha fatto uno studio nel 2010 insieme ai  i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz, i segni sulle bugne sarebbero simboli dell’alfabeto aramaico, identificando note di uno spartito scritto sulla facciata della chiesa, la cui composizione durerebbe all’incirca tre quarti d’ora. Si tratterebbe di un componimento musicale per strumenti a plettro, cui gli studiosi hanno (naturalmente) dato il titolo di Enigma.

Questa interpretazione, tra l’altro molto affascinante, è stata sconfessata da Stanislao Scognamiglio, esperto di ermetismo e simbologia esoterica, che ritiene che i simboli non siano caratteri dell’alfabeto aramaico, bensì possano coincidere la simbologia operativa che i laboratori alchemici hanno utilizzato fino al Settecento.

 

ART NEWS

Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

ART NEWS, CINEMA

Piero Portaluppi: l’architetto simbolo di Milano raccontato in un film al cinema da marzo

La Fondazione Piero Portaluppi celebra il cinquantenario dalla morte del noto architetto milanese di cui porta il nome, con un documentario, L’Amatore, in uscita nelle sale italiane da marzo 2017. Presentato al Festival del Cinema di Locarno lo scorso agosto, il film è un’opera girata dallo stesso Portaluppi nel 1929, anno in cui l’architetto acquistò una cinepresa, filmando la realtà che lo circondava e da cui, probabilmente, traeva ispirazione per le sue architetture.

Lo scorso anno ho avuto l’opportunità di vedere ben due costruzioni di Portaluppi interamente disegnate da lui. Per chi ha avuto modo, come me, di visitare queste architetture, come la bellissima Casa Boschi-Di Stefano o la straordinaria Villa Necchi (di cui sono stato ospite), entrambe a Milano, si sarà probabilmente fatto l’idea di un uomo a tratti un po’ serioso, estremamente creativo, di talento, che propagava la passione per il suo lavoro attraverso infinitesimali dettagli che rendono uniche le sue creazioni, e ne hanno fatto delle vere e proprie icone del ventennio fascista durante il quale l’architetto milanese ha mosso i suoi passi.

Linee pulite, forme, colori, geometrie. Sono senza dubbio questi gli elementi che hanno caratterizzato l’inconfondibile mano di Portaluppi, che ha saputo coniugare la voglia di modernità della sua epoca con quel fascino classico senza tempo, sapendosi adattare con maestria alle diverse atmosfere degli ambienti che creava. Che fosse un appartamento nel cuore del capoluogo lombardo o una villa, Portaluppi sapeva distinguersi nella sua (im)percettibile maniera.

Piero Portaluppi con la sua cinepresa
Piero Portaluppi con la sua cinepresa

Portaluppi diviene in poco tempo l’architetto dell’alta borghesia. La sua vita può essere quasi suddivisa in due tempi: in un primo momento il successo, le donne, il talento, l’adrenalina degli anni ruggenti; all’improvviso però Piero sembra perdere tutto. Suo figlio muore nei mari di Algeri. La sua vena creativa inesorabilmente si spegne.

È lo stesso Portaluppi a raccontarci la sua storia, attraverso le riprese in 16mm montate con cui filmava la sua vita, rivenute dal nipote omonimo, Piero Portaluppi, all’interno di una cassapanca.

L’immagine che ne viene fuori è quella di un uomo brioso, ironico, di fascino, che amava la vita e sapeva godersela.

Ai filmati originali si alternano le riprese odierne delle sue architetture, che si trasformano in questo documentario in contenitori silenziosi di un’epoca, espressione di pietra di un paese che svela la propria identità mutevole attraverso le architetture e le sue costruzioni.

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Maria Mauti, la regista

A dirigere la pellicola Maria Mauti, già collaboratrice del canale satellitare Sky Classica HD, autrice di produzioni legate alla musica contemporanea italiana, al teatro d’opera e alla danza, che debutta con quest’opera nel lungometraggio: «Quando più di dieci anni fa un pronipote di Piero Portaluppi scoprì le cento bobine dentro una cassapanca, fu dato a me il compito di visionare tutto questo materiale – racconta la regista – mi sono avvicinata non sapendo cosa avrei potuto incontrare, con il pudore che sentiamo quando ritroviamo i diari segreti di una persona e ci chiediamo se abbiamo il diritto di addentrarci nella sua vita. Nello stesso tempo siamo sedotti dall’opportunità di guardare nell’intimità di qualcuno».

Una vera e propria indagine su di un percorso artistico e personale, in cui emerge la vera persona e personalità del celebre architetto: «Portaluppi è un personaggio potente e scomodo, pieno di luci e ombre. Di lui ci interessa mostrare il lato personale, “guardare dentro l’uomo”, rispettandone il mistero. E poi Portaluppi porta con sé l’eccellenza e la fragilità di una classe sociale che raramente è oggetto di racconto, l’alta borghesia. È l’emblema di una città, Milano, che qui si mostra fuori dagli schemi che tutti conoscono».

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La Basilica di San Benedetto a Norcia messa in “gabbia”

A quasi un mese dalla terribile scossa di terremoto che ha colpito nuovamente il Centro Italia, a Norcia, piccolo comune nella provincia di Perugia, si pensa non soltanto al benessere dei cittadini sopravvissuti al sisma, ma anche al recupero delle sue prestigiose opere d’arte. A cominciare dalla Basilica di San Benedetto, gravemente distrutta dalla scossa dello scorso 26 e 30 ottobre.

Oggi alle ore 12 sono cominciati i lavori della messa in sicurezza della facciata superstite e parte della cosiddetta “vela”. È stata infatti costruita una “gabbia”, una grande struttura di tubi innocenti alta circa 18 metri, che avrà il compito di garantire l’equilibrio alle parti dell’imponente struttura che ancora sono rimaste in piedi.

Secondo la leggenda la Basilica sorge dov’era la casa natale dei Santi Benedetto e Scolastica, nati nel 480 d.C. A farne menzione è lo stesso Gregorio Magno nella sua opera i Dialoghi. Elevata a rango di Basilica da Papa Paolo VI nel 1968, dagli anni 2000 essa è sede della comunità monastica maschile benedettina Maria Sedes Sapientiae.

L’attuale nucleo del complesso ecclesiastico risale al XIII secolo, quando l’impianto fu notevolmente ampliato.

Oggi dell’importante struttura perugina restano soltanto la facciata e l’abside. Il corpo centrale è stato per lo più distrutto dal crollo dell’adiacente campanile che ha travolto la chiesa riducendola ad un cumulo di macerie.

gabbia-basilica-san-benedetto-norcia1L’importante opera di manutenzione e recupero è stata realizzata in appena un mese e mezzo dall’accaduto, a pochi metri di distanza dalle stesse macerie dell’antica basilica di origine Medievale.

A collocare questa struttura tubolare a ridosso della facciata sarà una grande gru, già collocata a Piazza San Benedetto.

Il responsabile del nucleo interventi, Luca Nassi, ha detto ad ANSA: «Ci sarà in pratica – ha aggiunto – una unica struttura che abbraccerà la facciata sui due lati impedendo qualsiasi movimento. A quel punto sarà possibile rimuovere in sicurezza i detriti e le macerie della basilica».

A tenere salda la struttura saranno due piattaforme in cemento realizzate a ridosso del sagrato della basilica.

I finanziamenti per questa importante operazione di recupero storico-artistico e culturale sono del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

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Alla scoperta della bellissima Villa Necchi Campiglio a Milano

È una visita che inizia con il sentore degli aranci, quella di Villa Necchi Campiglio a Milano, location d’eccezione del film Io sono l’Amore di Luca Guadagnino del 2009.
tilda-swinton-io-sono-lamore-villa-necchi-campiglio-set-internettualeÈ il profumo delle marmellate del FAI, il Fondo Ambiente Italiano, che ha ereditato la villa nel 2001, che raccoglie fondi a favore del patrimonio italiano vendendo prodotti squisitamente tipici del nostro Paese.
Varcata la soglia della biglietteria, vero bazar di prelibatezze e volumi d’arte, è lo sgorgare dell’acqua che accoglie me e chi come me scopre questo luogo per la prima volta, attoniti da tanta equilibrata bellezza. Sì, perché è questa la prima cosa che viene in mente osservando la villa la cui costruzione affonda le radici nel razionalismo degli anni ’30: un deciso, simmetrico, ordinato equilibrio di forme.
villa-necchi-scale-portaluppi-internettualeNessun rifacimento a stili architettonici del passato, nessuna volontà di ricreare atmosfere di epoche lontane. Villa Necchi Campiglio, che prende il nome dalle sue proprietarie, le sorelle Nedda Necchi e Gigina Necchi in Campiglio, è uguale a nessun altra costruzione milanese. Il merito non poteva che essere del noto architetto lombardo, Piero Portaluppi, che ha avuto libera fantasia di agire lungo i 4000 metri quadri della proprietà con giardino, disegnando e arredando ogni singola, dando adito a tutto il suo estro creativo.
Le due sorelle, industriali tessili di Pavia, stanche della vita di provincia, decisero di farsi costruire una casa nel cuore di Milano, affidandosi completamente al Portaluppi, che si occupò di ogni dettaglio della casa, mobilia inclusa.
I soffitti, la bellissima balaustra in legno dell’ingresso principale, le porte, gli stessi mobili, rimandano l’uno all’altro come in un gioco di specchi, in cui ognuno riprende e riflette, a volte distorcendo altre volte fedelmente, i dettagli dell’altro.
villa-necchi-soggiorno-internettualePreziosi i materiali utilizzati, che vanno dai variegati legni: il palissandro, il rovere, la radica di noce, il pioppo, la quercia, il castagno fondono le sfumature dei loro colori e le nervature dei corpi legnosi per ricreare quel retrogusto marino che si respira nei tondeggianti finestroni-oblò dei bagni, nel parquet dell’ingresso che, come un foyer precede i palcoscenici soggiorni che si aprono ai lati, percorre tutto il piano come il ponte di una nave.
Rombi, spirali svasticheggianti di memoria greca, cerchi si ripetono lungo le pareti della casa senza stancare il visitatore, che continua ad ammirare questo architettonico scrigno di design di avanguardia.
Suggestioni, queste, arricchite da soffitti che ricreano cieli stellati, in richiami astronomici e astrologici che fondono scienza e superstizione.
villa-necchi-bagno-moda-di-carta-2016-internettualeTante le innovazioni dell’epoca, a cominciare dalla piscina riscaldata all’aperto, la prima privata a Milano, o i riscaldamenti della villa, ancora oggi in funzione, proseguendo con le porte scorrevoli a scomparsa totale, per culminare con quelle in zinco rinforzate, ma elegantemente disegnate, della veranda che, all’occorrenza, può completamente aprirsi sul giardino.
Quasi impercettibile la musealizzazione, che ha lasciato gli ambienti e gli arredi per lo più intatti. Come il soggiorno, i cui divani di un giallo ocra contrastano con il severo camino in marmo anch’esso opera del Portaluppi.
Ci sono voluti più di quindici anni prima che le sorelle decidessero di dare nuovo brio allo stile forse troppo lineare del Portaluppi, affidandosi tra il ’48 e il ’55 all’architetto Tomaso Buzzi, che portò una nuova linfa vitale all’opera del collega, con tocchi baroccheggianti.
villa-necchi-ingresso-portaluppi-internettualeSpeculare la casa al piano superiore, che come uno specchio riflette gli appartamenti privati delle due sorelle: quello di Gigina, sposata con Angelo Campiglio, la cui camera da letto matrimoniale è arricchita da tende e stoffe preziose, e quella di Nedda Necchi, nubile, che racconta di una donna sola, ma bella, profondamente devota, ma non per questo estranea al richiamo del lusso e del mondo della moda di Hermes, Chanel, Céline e Gucci che ancora si affacciano dalle grucce del suo imponente armadio.
Entrambe le camere sono corredate da meravigliose camere da bagno identiche, con marmi preziosi, doppio lavabo, com’era d’obbligo ai tempi, e suppellettili che sono ancora lì a raccontarci questa quotidianità.
Un gusto che si ripete persino nella camera della governante, il cui bagno, al pari dei padroni, riprende questo tema da crociera cui il Portaluppi aveva votato questa sua costruzione.
Uno stile italiano non scevro però di influenze francesi, come quelle degli orologi parigini, dalle porcellane cinesi e persino “cineserie”.
Villa Necchi si trasforma in un museo nel museo, se si pensa agli arazzi, ai Sironi, ai Tiepolo, ai Canaletto che adornano le pareti della casa.
villa-necchi-moda-di-carta-isabelle-de-borchgrave-soggiorno-internettualeLe stanze della casa sono abitate dagli abiti di carta dell’artista Isabelle De Borchgrave, la cui personale, Moda di Carta, sarà visibile, negli ambienti di Villa Necchi fino al prossimo 31 Dicembre 2016. Abiti che ripercorrono l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, dialogando perfettamente con gli ambienti della casa, facendo rivivere una quotidianità non molto lontana. È facile immaginare delle donne di alto rango che conversano in salotto prendendo il tè o che passeggiano per i saloni, guardando i coloratissimi modelli dell’artista, il cui laboratorio di stoffe-carta è dischiuso, come una sorpresa alla fine del percorso di visita guidato che culmina nel sottotetto.
E si arricchirà ulteriormente la villa il prossimo week-end, quello del 5 e 6 novembre, che ospiterà Manualmente 2016. Carta. Mostra mercato degli artisti artigiani della carta a cura di Angelica Guicciardini, che per questa quinta edizione vedrà protagonista il mondo della carta con creazioni di venti artisti-artigiani selezionati tra le eccellenze italiane. Un’occasione unica per scoprire, insieme ad un luogo dalla suggestione unica, la straordinaria duttilità della carta e i suoi molteplici usi attraverso tecniche semplici e raffinate.

Per maggiori informazioni:
www.faiperme.it
fainecchi@fondoambiente.it
www.modadicarta.it

ART NEWS, TELEVISIONE

La grande rivoluzione sotto la Cupola del Brunelleschi a Firenze

È la più grande opera dai tempi degli antichi romani. La Cupola del Brunelleschi, o meglio la sua costruzione, è stata la protagonista silenziosa dei primi episodi del serial di RaiUno I MEDICI. E se il cast internazionale non è riuscito a farci trattenere qualche sbadiglio, la storia, quella artistico-architettonica della cupola è senza dubbio più avvincente.

Come ha mostrato ieri sera sin dai primi minuti il serial sui signori di Firenze, nonostante a metà ‘300 il Duomo fosse pressoché completato, la costruzione della cupola risale soltanto alla prima metà del XV secolo.

Il problema di tale ritardo era dovuto alle enormi difficoltà per l’epoca, di erigere, e soprattutto sorreggere, una cupola di tali proporzioni, oltre 40 metri di ampiezza a circa 50 metri di altezza, superando, per dimensioni, persino la maestosità del Pantheon di Roma.

duomo-di-firenze-cupola-brunelleschi-i-medici-internettualeNel 1418 l’Opera del Duomo di Firenze aveva indetto un concorso pubblico per la costruzione della cupola, il quale però non aveva portato vincitori. In seguito Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghilberti furono nominati capomastri da Cosimo I de’ Medici. Nel 1425 Brunelleschi è il solo responsabile del cantiere, che porta al termine i lavori di costruzione della cupola fino alla base della lanterna nel 1436. Sarà poi con un secondo bando che vedrà nuovamente vincere Brunelleschi avviare la costruzione della lanterna sovrastante il cupolone. I lavori però di quest’ultima cominciano soltanto nel 1446, pochi mesi prima della morte del Brunelleschi, completati poi da Michelozzo Di Bartolomeo.

La cupola del Brunelleschi aveva ricevuto la benedizione solenne da Papa Eugenio IV, con dedica della basilica a Santa Maria del Fiore nel 1436.

brunelleschi-cupola-duomo-firenze-lanterna-medici-internettualeLa cupola poggia su di un tamburo ottagonale, i cui lati sono traforati da altrettanti ampi occhi rotondi, per permettere alla luce di entrare. Quest’ultimo era stato addirittura innalzato fino ad un’altezza totale di 54 metri, non tanto per superare il primato del Pantheon romano, e fare simbolicamente di Firenze una grande capitale avveniristica anche nell’architettura, quanto per dare alla base della cupola una maggiore stabilità, rialzando anche il piano di imposta al di sopra di tutte le volte costruite fino ad allora.

L’idea iniziale di realizzare una cupola con archi a tutto sesto, come immagina anche un dipinto di Andrea di Bonaiuto del 1355, non è plausibile. Per l’ampiezza delle dimensioni la cupola sarebbe senza dubbio crollata su se stessa.

Per una maggiore stabilità dunque si è pensato ad una cupola che, seguendo la forma del suo tamburo, fosse suddivisa in otto spicchi e, per renderla più stabile e sicura, avesse una curvatura delle arcate che la compongono a sesto acuto.

Ma la vera rivoluzione del Brunelleschi, vero azzardo per l’epoca, fu un’altra: il padre della prospettiva fece costruire non una, bensì due cupole che, come matriosche, fossero contenute l’una nell’altra, distanziate da un’intercapedine di circa un metro e mezzo. Una cupola che avesse uno spessore simile sarebbe senza dubbio crollata sotto il suo stesso peso. L’espediente della doppia cupola servì a rendere l’intera costruzione molto più leggera.

Oggi la Cupola del Brunelleschi è considerata un vero e proprio capolavoro dell’architettura rinascimentale. Il suo interno fu interamente affrescato da Giorgio Vasari, al quale Cosimo I de’ Medici commissionò il Giudizio Universale, in chiave ascensionale, adeguandosi alla forma di un capolavoro cui l’architettura contemporanea continua ad ispirarsi.

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Il restauro del Ponte di Chiaia a Napoli, tra ritardi e affissioni pubblicitarie

Ponte di Chiaia a Napoli 2011 - internettualeCostruito dall’architetto Domenico Fontana nella prima metà del XVII secolo, il Ponte di Chiaia, che collega Piazza del Plebiscito a Napoli con il litorale, è oggi il simbolo del quartiere San Ferdinando. La zona, oggi tra le più belle e suggestive del capoluogo partenopeo, a ridosso dei Quartieri Spagnoli, cominciò a popolarsi quando per ordine di Ferdinando IV fu abbattuta l’omonima Porta di Chiaia, lasciando il posto, alla fine dell’800 Via dei Mille. Il ponte è opera della volontà del viceré Manuel de Acevedo y Zúñiga, Conte di Monterey, da cui inizialmente prende il nome, per collegare la collina di Pizzofalcone con quella delle Mortelle.

Il ponte fu oggetto di restauro già alla fine dell’800 secondo le direttive di Orazio Angelini che lo adeguò al nuovo stile neoclassico. Sul lato che dà verso Piazza Trieste e Trento il ponte, come un vero e proprio arco trionfale, presenta dei fregi in marmo di Tito Angelini e Gennaro Calì, mentre quello che dà verso Piazza dei Martiri vede la raffigurazione di due cavalli opera di Tommaso Arnoud. Dopo l’Unità lo Stemma dei Borbone viene sostituito da quello dei Savoia.

Sono oltre 18 i metri di altezza per 13 di larghezza, per questa imponente struttura fatta di muratura, marmo, intonaco.

Dal 2014, come si legge dal sito del Comune di Napoli, è partito il progetto Monumentando Napoli, un investimento di 3,5 milioni di euro per 27 monumenti della città, attraverso l’aiuto di sponsor che, in cambio delle loro affissioni, si impegnavano a contribuire in toto o in parte ai lavori di restauro delle opere interessate.

Monumento ai Caduti del Mare Colonna Spezzata Belen - internettuale
dal profilo instagram di Belen Rodriguez in data 25 Aprile 2015

È stato così che grazie a Jadea, e a Belen Rodriguez di cui era testimonial, la Colonna Spezzata, Monumento ai Caduti del Mare in Piazza Vittoria, ha ritrovato l’antico splendore, tra lo scalpore di chi guardava con diffidenza le foto della showgirl argentina e dei tanti fan accorsi per vederne la gigantografia, che per oltre cinque mesi ha letteralmente preso il posto del monumento. Ufficialmente 76.000 €, a scomputo dei 60 giorni previsti sono occorsi invece più di cinque mesi. Il periodo possiamo orientativamente desumerlo dall’account instagram della stessa Belen Rodriguez, che in data 24 aprile 2015 posta una foto della sua gigantografia a Mergellina e in data 25 settembre posta invece l’inaugurazione dell’avvenuto restauro.

Ma se quelli della “Colonna Spezzata” e di altri monumenti hanno trovato, seppur tra tante traversie e ritardi, una comunque degna conclusione, così non può dirsi per quelli del Ponte di Chiaia che, a fronte di 265.000 € previsti e 240 giorni di lavori di restauro stimati, continuano a (non) perdurare da oltre un anno, con un continuo ricambio degli sponsor affissi che vanno da Dorabella all’attuale Nacshua.

Ponte di Chiaia Napoli Agosto lato piazza Vittoria 2016 - internettualeI lavori per il ponte iniziano, o sarebbero dovuti iniziare, nell’agosto del 2015, quando vengono affissi i manifesti pubblicitari della Uno Outdoor Srl, ditta aggiudicataria dei lavori di restauro.

Alla data del 12 giugno 2016 i lavori di restauro di fatto non sono ancora iniziati, mentre il Ponte di Chiaia ha più volte visto cambiare i brand dei manifesti promozionali che ne dovrebbero dovuto garantire il recupero. Ma se il ponte non ha goduto di alcun intervento, gli sponsor invece hanno già beneficiato di oltre un anno di introiti pubblicitari.

Chi guadagna sul Ponte di Chiaia - manifestoCome si legge dai documenti messi a disposizione sul sito del Comune di Napoli, le analisi di degrado del ponte annoverano delle macchie, depositi superficiali, patine, patine biologiche, incrostazioni, alterazioni cromatiche, distacchi di intonaco. Danni superficiali, non strutturali, dovuti essenzialmente al naturale invecchiamento del monumento, che avrebbero impiegato meno di un anno, mentre fino al prossimo aprile 2017, nuova data di consegna del ponte, saranno esattamente due anni, ventiquattro mesi, 730 giorni, quasi seicento giorni in più del previsto. Mentre i commercianti della zona attoniti continuano a domandarsi: “Chi ci guadagna sul Ponte di Chiaia?”.

È giusto che la cultura, e l’Italia, entri in un’ottica più imprenditoriale per l’amministrazione dei propri beni, spingendo anche i privati ad investire in cambio di introiti pubblicitari e altri vantaggi, ma questo non deve trasformarsi in una strategia di marketing, un escamotage per vendere spazi di affissione in luoghi di prestigio a svantaggio dei monumenti stessi che dovrebbero essere oggetto di tutela e no di scambio.

ART NEWS

Le chiese di Napoli che non vedrai mai

Sono circa mezzo migliaio le chiese costruite a Napoli dal periodo paleocristiano fino al XIX secolo. Edifici che hanno proliferato dall’editto di Costantino in poi, con la liberalizzazione del culto cristiano nel 313 d.C., e che si sono trasformati via via in veri e propri manifesti in pietra del potere per le famiglie nobiliari del capoluogo partenopeo. Un patrimonio, questo, storico e artistico di grande rilevanza, se si considera soprattutto gli stili, gli architetti, le maestranze e le opere d’arte che lo costituiscono.

Molti edifici sono dei veri e propri gioielli dell’architettura, che proiettano Napoli, quando era capitale del Mezzogiorno, tra le grandi città europee dal medioevo fino al rinascimento. Alcuni sono stati gravemente danneggiati nella prima metà del ‘900, tra i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e il violento terremoto del 1980.

Per alcune oggi nulla o poco sembra cambiato, se non qualche ponteggio per la sola messa in sicurezza, altre invece versano in stati di totale degrado e abbandono.

Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004
Vincenzo Regina, Le Chiese di Napoli, Newton Compton 2004

Seguendo il percorso tracciato da Vincenzo Regina nel suo libro Le Chiese di Napoli, sono ben due le Chiese chiuse in Via Costantinopoli, via dell’arte e degli antiquari napoletani, come la Chiesa di Santa Maria della Sapienza.

L’edificio risale alla prima metà del XVII secolo, su di un progetto di Francesco Grimaldi prima, Giacomo Di Conforto dopo, ma sono tanti gli architetti che si susseguono nei dieci anni di lavori, tra cui Cosimo Fanzago, al quale è attribuita la facciata con portico e ampie arcate a tutto sesto, e Dionisio Lazzari che l’avrebbe poi abbellita aggiungendovi i marmi bianchi all’interno.

La Chiesa aveva annesso anche il chiostro, demolito alla fine del XIX secolo per lasciar posto all’adiacente Policlinico vecchio, alle spalle della chiesa.

La Sapienza è chiusa da oltre cinquant’anni, e in questo mezzo secolo annovera una sola apertura straordinaria, quella del 2005, in occasione della rassegna Maggio dei Monumenti, che ne evidenziò soltanto i gravi danni artistici e architettonici a causa di gravi infiltrazioni d’acqua che interessano la struttura.

Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Chiesa di Santa Maria della Sapienza
Santa Maria della Sapienza, scale
Santa Maria della Sapienza, scale

Le scale d’accesso, protette dai cancelli, sono oggi coperte da un tappeto di rifiuti composto per lo più da bottiglie e cartacce, trasformate in una vera discarica, e non sembra al momento che ci sia alcun interesse di lavori di restauro o quantomeno manutenzione.

Di fronte alla Sapienza c’è un altro complesso il cui accesso è proibito al pubblico, quello di San Giovanni delle Monache.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache - internettualeCostruita verso la fine del XVI secolo da Francesco Antonio Picchiatti, vede il completamento della facciata soltanto il secolo successivo ad opera di Giovan Battista Nauclerio. L’importanza di questo luogo fu tale da estendersi su una vasta area della città, entro le mura, comprendendo addirittura sei chiostri, tra cui quello superstite, il Chiostro di San Giovanniello, sei belvedere e altrettanti luoghi di svago.

Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata
Chiesa di San Giovanni Battista delle Monache, facciata

Nel corso del XIX secolo il chiostro superstite diventa sede dell’Accademia di Belle Arti ad opera di Errico Alvino, mentre altre parti retrostanti la chiesa vengono demolite per far spazio alle nuove costruzioni del tempo, come il Teatro Bellini, che prende il posto del Bastione Vasto.

Negli anni ’70 tutti i beni artistici e preziosi sono spostati nei depositi della Soprintendenza, mentre in seguito al terremoto, crolla la volta e la cupola, completamente ricostruita.

La facciata di Nauclerio è in perfetto stile neoclassico, con due ordini di colonne, il primo composito e il secondo corinzio, con un portico in piperno, probabilmente per uniformarsi alla Sapienza di fronte.

Tanti gli artisti che avevano apportato le loro opere, da Luca Giordano, Francesco Di Maria, Bernardo Cavallino, Giovanni Balducci, Nicola Fumo, Andrea Vaccaro. Ma anche questo gioiello, come la Sapienza di fronte, è chiuso.

Chiesa di San Gaudioso Napoli - internettuale
Complesso di San Gaudioso, facciata

Lungo questo ideale decumano, il terzo complesso attualmente chiuso è quello di San Gaudioso, collocato nel vico omonimo. Un monastero dedicato a Settimio Celio Gaudioso da cui prende il nome.

Complesso San Gaudioso Napoli Cosimo Fanzago - internettuale
Complesso di San Gaudioso, scala

Se il nucleo originario risale al V secolo, è tra il XVI e il XVII che si verifica la sua espansione. Il chiostro è opera di Giovanni Francesco di Palma, ma nei lavori di restauro ritroviamo ancora una volta Cosimo Fanzago, autore dell’armoniosa scala di marmo che dava l’accesso al sito. Anche questo monastero, come la Sapienza, è stato negli anni completamente distrutto per far spazio alle vicine strutture ospedaliere che sono sorte negli anni a venire.

Oggi tutto ciò che resta è proprio quella scala disegnata dal Fanzago e parte dell’arco sovrastante, che costituivano le mura di cinta del chiostro di cui restano pochissime tracce. Tuttavia, dal punto di vista architettonico, questi resti diroccati sono comunque di grande interesse storico artistico, ma, come gli altri, completamente inibiti al pubblico.

Si stima che siano oltre 200 le chiese attualmente chiuse nella città di Napoli, alcune delle quali versano in condizioni in pessime condizioni strutturali ed artistiche.

Da qualche anno la Chiesa di Napoli sta dando a imprenditori, associazioni, enti e privati queste strutture in comodato d’uso, a patto però che esse vengano completamente restaurate e riportate all’originario splendore.

A leggere le direttive del bando però, sembra che sia riservato però ai soli imprenditori o a chi comunque ha già un’attività e, soprattutto, una rendita. Così facendo dunque si vanno ad alimentare gli introiti dei soli imprenditori, associazioni e privati che un rendiconto economico ce l’hanno già, impedendo a tutti gli altri di poter recuperare, magari con la sola fatica, cultura e passione, questi gioielli dimenticati. È pur vero che la Curia deve tutelare questi capolavori dell’arte assicurando loro una manutenzione e un restauro che solo qualcuno “con portafoglio” può garantire, ma non sarebbe più semplice, almeno per le strutture più piccole, offrire questi edifici anche a semplici studenti di storia dell’arte o beni culturali sviluppando altresì la libera imprenditoria e un lavoro per chi un lavoro non ce l’ha?

In questo modo, anche nella remota ipotesi in cui il restauro non sarebbe consentito in tempi celeri come quelli consentiti dall’investimento di un imprenditore, si garantirebbe comunque l’accesso alle strutture, magari con visite guidate da parte di chi le amministrerebbe e, attraverso attività culturali, riuscire a raccogliere il denaro per sopperire via via ai lavori di restauro e ristrutturazione necessari.

INTERNATTUALE

“Le Vele” di Scampia, storia incompresa di un progetto futuristico rimasto incompiuto

C’è una Scampia, taciturna, tranquilla, onesta. Quella di cui i giornali e Gomorra non parlano. Un’altra periferia, speculare a quella che Roberto Saviano ha raccontato dieci anni fa nel suo libro, e che stancamente continua a riproporre in uno sceneggiato televisivo che ormai sa più di speculazione che di denuncia.

Vele Scampia matrimonio anni 80 - internettualeÈ la Scampia dei ricordi, quelli della gente perbene che credeva in quel quartiere nuovo a nord di Napoli, sorto tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, e diventato, in poco più di un decennio, suburbio per antonomasia, piazza di spaccio e delinquenza.

È la Scampia di chi qui ci è nato, la Scampia dei matrimoni all’ombra di quei palazzoni, la Scampia di chi passava l’estate a far conserve, la Scampia di ha lavorato alla loro costruzione, di chi ha visto sorgere a poco a poco quelle mastodontiche Vele, oggi simbolo del degrado sociale, quando bianchissime svettavano sullo skyline informe del quartiere, come imponenti navi sul mare.

Olympic Village Montreal Jan 2008 wikipedia - internettuale
Villaggio Olimpico di Montreal

Costruite tra il 1962 e il 1975, su disegno del promettente architetto Francesco Di Salvo, di origine palermitana, laureatosi a Napoli negli anni ’30, Le Vele devono la loro ispirazione allo straordinario progetto architettonico del Parco Olimpico di Montreal, eretto in occasione delle Olimpiadi del 1976, dove questi suggestivi edifici, qui battezzati Villaggio Olimpico, erano le residenze d’eccezione degli atleti. Oggi queste strutture sono un complesso residenziale di lusso, ed hanno lasciato un ricordo indelebile alla cittadina canadese, cambiandone il volto in meglio, per sempre.

Unité d'Habitation de Marseille Le Corbusier - internettuale
Unité d’Habitation de Marseille Le Corbusier

Di Salvo ha tratto il suo concept di progettazione dai principi ideati dal noto architetto Le Corbusier, che nel 1952 realizzò l’Unité d’Habitation de Marseille, edificio di Marsiglia (in Francia) notoriamente conosciuto come Cité Radieuse, che immagina la singola abitazione come una cellula, parte di un organismo più grande, senza una reale distinzione tra urbanistica e architettura, dando così origine ad una vera e propria “città verticale”. L’ingegno influenzò enormemente tutta l’edilizia degli anni ’70 e ’80, che, memore forse dalle prime immagini dei grattacieli d’oltreoceano, diede vita a rade foreste di palazzi dall’enorme slancio verticale.

Ma se i principi sono dell’architetto svizzero, le forme sono ispirate alle strutture “a cavalletto” del nipponico Kenzō Tange, e ad un altro complesso francofono, Marina Baie des Anges, mastodontici palazzi sulla Costa Azzurra, costruiti negli anni ’60 ad opera dell’architetto André Minangoy. Il progetto, considerato futurista, è oggi Patrimonio del XX secolo, e ha aiutato quello che era un vecchio spazio costiero abbandonato a diventare un complesso residenziale di lusso per vacanze.

Marina Baie des Anges - internettuale
Marina Baie des Anges

Erano questi i presupposti e principi cui si era ispirato Franz Di Salvo, quando il ministro del lavoro Amintore Fanfani propose la legge 43/1949 per “incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori”.

Vele Scampia panorama 2016 - internettualeAuspicandosi di dare, con queste caratteristiche costruzioni all’avanguardia, nuova linfa vitale ad una parte periferica del capoluogo partenopeo fino ad allora desolato, l’architetto, come molti della sua generazione impegnati in progetti simili, reinterpretò i temi razionalisti del movimento moderno, riproducendo l’idea del “vicolo” napoletano. Ma l’originario disegno di Di Salvo cambiò in corso d’opera. Per la realizzazione delle Vele infatti furono usati, in tempi non sospetti, prefabbricati contenenti amianto, la cui pericolosità sarà riconosciuta soltanto nei primi anni ’90.

Vela Scampia 2016 - internettuale
Vela, il “vicolo”

Il progetto, in fase di realizzazione, fu completamente stravolto per l’adeguamento sismico, il sistema costruttivo, e la riduzione dello spazio delle scale interne, che comporta un avvicinamento dei due corpi di fabbrica che compongono ciascuna “Vela”, peggiorandone visibilmente l’illuminazione, l’areazione e la vivibilità.

Vela Scampia abbattimento - internettuale
tronconi della Vela rimasti in piedi dopo l’esplosione

Tre delle sette vele dell’originario progetto di Di Salvo furono abbattute, non senza imbarazzo per le Amministrazioni a causa della loro straordinaria robustezza, tra il 1997 e il 2003, edificando al loro posto nuovi complessi residenziali dalle forme più contenute.

A ridosso delle elezioni di quest’anno, il rieletto sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha ribadito la sua volontà di abbattere i restanti palazzi, ormai abbandonati da tempo, abitati per lo più da abusivi ed extracomunitari: «Il progetto di mio padre è stato stravolto – disse alla stampa Mizzi, figlia dell’architetto all’allora sindaco Rosa Russo Iervolino – sappia il sindaco che quello che hanno realizzato a Scampia è un aborto. Mio padre aveva previsto spazi più ampi, cinema, infrastrutture e giardini».

Montreal Olympic Village 1976 - internettuale
Villaggio Olimpico, Montreal 1976

In difesa del grandioso progetto architettonico di Di Salvo, anche il Professor Pasquale Belfiore, che qualche anno fa in occasione di una monografica sull’architetto palermitano disse: «Le Vele di Scampia furono un disegno molto avanzato per quell’epoca, progettato peraltro con il contributo di figure professionali collaterali tra cui economisti e sociologi. Un progetto sostenuto dalla Cassa per il Mezzogiorno che aveva perciò grande disponibilità finanziarie, sicuramente maggiori rispetto ad altre opere di edilizia pubblica, e corrispondeva a un’idea nuova di concentrazione di residenze e attrezzature».

Benché ridotte a relitti di pietra abbandonate in un oceano di degrado, le Vele, al pari di un rinomato monumento, sono ormai simbolo di Scampia, e del tentativo, forse ancor oggi troppo avveniristico, di ridare nuova vita al quartiere con costruzioni che fossero anche belle da vedere, come vele spiegate all’orizzonte.

Vela Scampia - internettuale
Vela, Scampia 2016

«Il cortile interno e la forma della Vela si combina con il momento più umile e vivace della vita di Napoli, il vicolo, con l’opulenta iconografia della città delle acque – dice Ada Tolla dalle autorevoli pagine del New York Times in difesa del progetto di Di Salvo – per me è importante che si riconosca che “le Vele” non sono un fallimento dell’architettura, ma piuttosto un fallimento nell’esecuzione e nella manutenzione. La demolizione è soltanto un modo per nascondere lo sporco sotto al tappeto, ma non è il modo giusto per imparare dal passato».

Ma una struttura può davvero avere così tanto peso sull’impatto sociale? Il degrado sociale è frutto dell’architettura o è l’architettura ad essere stata posta (e poi abbandonata) al degrado sociale? E infine come mai in cittadine come Montreal e Villeneuve-Loubet (in Costa Azzurra) sono complessi di un’edilizia di lusso e a Scampia simbolo dell’abbandono totale?

Vele Scampia anni 80 pastori pecore - internettualeAlla luce delle considerazioni degli esperti, di un progetto tuttavia di design e tristemente infangato, di questa breve storia dell’architettura, e delle tante piccole vicende umane che negli anni hanno abitato questi edifici e il quartiere di Scampia, il passaggio dei pastorelli fino agli anni ‘80, gli sposalizi, funerali, persino la criminalità di questi luoghi, diventata cult in TV, non sarebbe molto più opportuno, e meno dispendioso per le casse del comune, restituire una nuova dignità a ciò che resta di questo grandioso progetto di Di Salvo, riqualificando il suo nome con l’onore che merita e facendo di questi palazzi-simbolo le Fenici di cemento che risorgono dal proprio degrado?