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Restaurato il balcone di Giulietta: la storia, i film, le curiosità

Chiuso dallo scorso 23 ottobre per dei lavori di restauro, il Balcone di Giulietta, uno dei monumenti più noti e visitati della città di Verona, è stato finalmente restituito al pubblico in tutto il suo splendore da qualche giorno.

Leslie Howard e Norma Shearer in Romeo e Giulietta (1936)

È bello per i romantici come me pensare che nella nota casa veronese si siano amati i due sfortunati amanti della tragedia Shakespeariana, Romeo e Giulietta. Ma, diciamoci la verità, sappiamo che quella del famoso drammaturgo inglese era un’opera di pura invenzione.

Ma allora perché a Verona si dice che sia proprio quella la casa di Giulietta? Me lo sono chiesto anche io e così, dopo qualche ricerca, ho scoperto che effettivamente sono esistite a Verona le famiglie Montecchi e Capuleti, ma, per l’esattezza si tratta di Cappelletti, che avrebbero vissuto proprio in quella dimora situata in Piazza Erbe durante gli anni della permanenza di Dante a Verona.

Ce lo dice uno stemma, situato sulla chiave di volta dell’arco che dà accesso al cortile della casa.

Per quanto riguarda i Montecchi invece, si sa che erano una famiglia di mercanti, militanti nei ghibellini, effettivamente impegnata nelle sanguinose lotte di presa di potere contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Giulietta e Romeo (1823)

Non ci sono dunque documentazioni che attestino una effettiva rivalità con la famiglia dei Capuleti, o meglio dei Cappelletti, ma in compenso, entrambe le famiglie sono citate dallo stesso Dante nella Divina Commedia, nel VI canto del Purgatorio, vera e propria invettiva del poeta fiorentino contro i disordini in Italia, che nei versi 105-107 dice:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Tra il XIV e il XV secolo la Casa di Giulietta ospita la famiglia Capello, che probabilmente prende il nome dalla dimora stessa, esercitando la professione di farmacisti fino al 1400.

Passa il tempo e cambia la destinazione d’uso, trasformandosi in un albergo, e subendo nella struttura diversi rimaneggiamenti tra il XVII e il XVIII secolo. Soltanto l’originaria torre pare risalire al XIII secolo e dunque alla parte più antica, benché anch’essa abbia subito non poche trasformazioni.

Alla fine dell”800 la casa appariva come un casermone popolare di chiara impronta nord-italiana, con una lunga balconata con ringhiera in ferro che percorreva tutta la facciata interna e rappresentava anche un camminamento.

La casa di Giulietta come appariva alla fine dell’Ottocento (immagine wikipedia)
La casa di Giulietta negli anni ’40 (immagine wikipedia)

L’idea del balcone arriva tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, quando Antonio Avena, storico italiano e direttore del museo civico veronese, ispirandosi ad un film hollywoodiano di quegli anni con Leslie Howard, che a sua volta si rifaceva al noto quadro di HayezL’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo, decise di avviare dei fantasiosi lavori di ristrutturazione, affinché la casa potesse effettivamente coincidere con quella che ormai si era diffusa nell’immaginario collettivo.

Il balcone di Giulietta infatti è in realtà un antico sarcofago scaligero, assemblato insieme ad alcuni resti marmorei che risalirebbero al XIV secolo.

Balcone di Giulietta

Oggi il sito è uno dei monumenti più famosi di Verona. Sono tanti i giovani innamorati e fidanzati che accorrono alla casa di Giulietta per trovare o testimoniare l’amore, con lettere a sfondo amoroso lasciate sul muro dell’andito della casa, e per fare il rito propiziatorio di toccare il seno alla statua in bronzo di Giulietta posta nel cortile: «Il balcone di Giulietta – ha detto il sindaco Federico Sboarina in merito al restauro – è senza dubbio il nostro monumento turistico più visitato e conservarlo in tutto il suo splendore è doveroso anche nei confronti delle migliaia di turisti che ogni anno vengono ad ammirarlo».

Amanda Seyfried in una scena del film Letters to Juliet (2010) mentre attacca al muro la sua lettera

I lavori hanno interessato sia la parte statica, sia quella dei materiali, che sono stati esaminati con specifiche tecniche di conservazione. Grazie a questo intervento, che ha permesso la pulitura di tutto il balcone, sigillando alcune lesioni dello stesso e il consolidamento di alcune pietre in tufo, i visitatori potranno adesso ammirarlo in tutto il suo splendore. A protezione è stata applicata su tutta la superficie, compreso il piano di calpestio, un materiale impermeabile, per preservare questo splendore ritrovato.

Non so voi, ma mi emoziona molto l’idea di vedere (e conto di farlo quanto prima) questo luogo che, benché sia una sorta di quinta teatrale ispirato ad una storia di pura fantasia, rappresenta oggi il tempio dell’amore per antonomasia, ed è permeato di quel romanticismo e quella fede incrollabile che ci dà la certezza che l’anima gemella esiste per tutti, bisogna soltanto crederci intensamente.

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La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.

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Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

LIFESTYLE

Weekend a Venezia, tra arte, cultura e suggestioni arabeggianti

Il mio viaggio a Venezia inizia con lo stupore. Sì, perché il treno, poco prima di arrivare nella Stazione di Venezia Santa Lucia, sembra quasi planare sull’acqua. Ai lati c’è solo il mare, e dinanzi a te l’isola una città di mattoni che a mano a mano diventa più grande fino ad avvolgerti.

Quando esci dalla stazione è invece il silenzio a sorprenderti: qui non ci sono le sirene delle ambulanze, i motori delle macchine, i clacson, e se senti suonare con veemenza, è probabilmente quello di qualche taxi che vuole farsi spazio tra una gondola e l’altra, mentre i motori sono quelli delle imbarcazioni che attraversano i canali della città. Persino la metropolitana qui viaggia sull’acqua, e i suoi vagoni sono battelli che traghettano cittadini e turisti da una parte all’altra, o forse sarebbe più corretto dire da una sponda all’altra.

Sento una comitiva di ragazzi ridere, divertirsi. Sono quasi tutti uomini e indossano delle t-shirt bianche con su scritto “amici della sposa”. È un addio al nubilato, la sposina è vestita di fucsia, e tenta di vendere dei biscotti ad 1€. Non ha molta fortuna, pare, ma si fanno scattare una foto tutti insieme all’arrivo in stazione. Probabilmente anche il loro weekend, come il mio, è appena iniziato.

Passeggiando tra i vicoli, scorgo piante e rampicanti spuntare da balconi e finestre: come fa una natura tanto rigogliosa a crescere in quei piccoli spazi? Il che è un paradosso se si considera che Venezia, è stata costruita sopra una laguna di acqua salata, dove persino gli alberi sono radi per le strade.

Entro nella Chiesa di Santa Lucia, impossibile non farlo. Al suo interno stanno celebrando un matrimonio con rito bizantino. La messa è tutta cantata, non so in che lingua, non riconosco le parole, ma ne percepisco la sacralità. È quasi il momento dell’“incoronazione degli sposi”, che baciano i paramenti sacri mentre il sacerdote continua a cantare una cantilena strascicata. Faccio qualche foto, esco.

È molto forte il retrogusto orientale tra i vicoli di questa città, di fondazione bizantina che tanti rapporti ha avuto con il mondo arabo, che le ha lasciato tracce visibili sulle facciate dei palazzi che ancora si fregiano del caratteristico gotico veneziano, che rasenta una casbah.

Mentre io a stento riesco ad orientarmi tra questi meravigliosi vicoli e canali, c’è persino chi invece trova la direzione di La Mecca durante la ṣalāt, la preghiera canonica islamica, e si inginocchia su di un tappeto in un angolo appartato.

Se come me avevate visto Venezia solo virtualmente giocando a Tomb Raider 2 negli anni ’90, comprenderete che la finzione non è molto diversa dalla realtà: come nel videogame persino trovare Piazza San Marco può trasformarsi in un gioco di piccoli indizi scritti talvolta addirittura a penna sui muri o tra l’insegna luminosa di un negozio.

Sembra infatti che Venezia abbia sviluppato una propria segnaletica: qui non ci sono cartelli turistici marroni cui siamo abituati, ma segnali in giallo che indicano la direzione: Rialto, l’Accademia, San Marco diventano punti cardinali di una topografia intricata.

I sestrieri di Venezia, le sei zone della città, sono composti da circa 121 isole, collegate tra loro da 435 ponti. Nessun ponte è uguale all’altro. Pur avendo la medesima funzione, sembra che ognuno la esprima nel proprio personalissimo modo: di pietra, di ferro, di legno, con parapetto, ringhiera o balaustra. Ogni ponte è un piccolo scorcio, il che potrebbe portarvi per tutto il soggiorno la smania di catturare il ponte perfetto, con la luce perfetta, con la gondola perfetta.

Le gondole. Questa caratteristica imbarcazione nera dalla forma oblunga che sfila sull’acqua, è una delle attrazioni principali per i turisti, non solo per quelli che, in ombrellino bianco e occhi sorridenti, decidono di attraversare i canali, ma anche per quelli che dalla terraferma li ammirano esterrefatti cercando inutilmente ogni volta di fotografare questa magia.

Ogni gondola è come un piccolo mondo a sé, con un proprio tema, un proprio “arredamento” che rispecchia la personalità e l’estro del gondoliere. Che ricordi la Cina, con dragoni e le fantasie cinesi dei salottini, che sia tappezzata di damasco rosso o d’oro.

Tra le chicche di Venezia c’è quella della Libreria Acqua Alta, elogiata da più siti come una delle librerie più belle del mondo. Quasi sommersa, si trova in un negozio raso terra, la cui uscita secondaria dà direttamente su di un canale. È una suggestiva atmosfera quella che attira lettori e curiosi che accorrono qui a vedere gondole e vasche da bagno piene di volumi, e scale fatte di libri che è possibile salire, scalando idealmente il sapere umano.

Forse l’80% dei negozi veneziani sono botteghe di souvenir o vere e proprie boutique di creazioni di Murano, i coloratissimi vetri preziosi che tanta fortuna nel mondo hanno fatto di questo luogo magico. Ed è imprescindibile andare a Venezia senza fare una capatina all’Isola di Murano, così mi sono diretto a Fondamenta Nove per prendere la “metro” che mi avrebbe portato a Murano Colonna, con una fermata intermedia a San Michele, il cimitero della città, manco a dirlo un’isola del riposo eterno.

Appena approdi a Murano sono tanti gli uomini che ti invitano a vedere la creazione dal vivo nelle fornaci del vetro di Murano. Alcuni laboratori vi adescheranno con il solo proposito di portarvi in negozi meno in vista e spingervi a comprare, altri, come un vero e proprio documentario in diretta, vi mostreranno la lavorazione del vetro soffiato e del vetro massello, con tanto di presentazione in doppia lingua. Alla fine dello spettacolo il proposito è quello, la vendita, e se consideravo cari i negozi a Venezia, sperando di trovare a Murano un più diretto contatto tra produttore e consumatore, devo ricredermi: il “listino” è più o meno lo stesso, e anche all’interno di alcuni laboratori di produzione di vetro, bisogna stare attenti che sulle mensole delle esposizioni non vi siano microscopiche etichette che indicano che in realtà il prodotto sia stato importato dall’estero. Non ci sono mezze misure: o bisogna pagare tanto per acquistare un pezzo senza dubbio artigianale, o si finisce col prendere un soprammobile a 20 € per poi scoprire che è made in China.

Naturalmente non si può venire a Venezia senza passare dalla mastodontica Piazza San Marco per apprezzarne l’aristocratica architettura, lo storico Caffè Florian, il leone simbolo della Serenissima, la colossale Basilica che dà il nome allo spiazzo.

La Basilica di San Marco. Una monumentale costruzione fatta di oro, di pietre preziose, di statue e colonne, e di quelle cupole che mi riportano di nuovo in oriente, a Istanbul, a Santa Sofia.

All’interno della basilica è vietato fare foto.

Non si può fotografarla, San Marco, ma nemmeno raccontarla. Sarebbe d’altronde riduttivo provare a catturare in una foto tutto il suo splendore, così come riassumere la sua maestosità in poche righe. Tuttavia il senso di spiritualità è così forte, e così profondo, che si ha la sensazione di percorrere una basilica di luce e di oro. Giro su me stesso, e non è San Marco quella che vedo, ma Santa Sofia. Con le sue prospettive, gli scorci, gli ori, persino i tappeti persiani dei suoi musei, raccontano di un tempo in cui, proprio come una moschea, dovevano adornarla. Forse è più sottile di quanto crediamo la linea di demarcazione tra religioni e culture.

Il sapore glamour di Venezia è senza dubbio il Bellini. Questo noto cocktail nato nel 1948 all’Harry’s Bar del capoluogo veneto, è a base di prosecco e polpa di pesca bianca; il suo inventore, Giuseppe Cipriani, intitolò al pittore Giovanni Bellini, che dipinse la toga di un santo dello stesso colore rosa che caratterizza questo drink. La fama mondiale la si deve a personaggi quali Ernest Hemingway e Orson Welles, che ne sarebbero stati consumatori abituali. Ho amato il sapore fruttato di questo cocktail, la cui polpa lo rende più corposo e denso, perfetto per un aperitivo di metà serata tutto italiano.

La sera non può che concludersi in Piazza San Marco, al Caffè Florian o in piazza, ascoltando le orchestrine dei caffè in piazza che intonano arie classiche o noti brani italiani, aspettando l’imponente ingranaggio della Torre dell’Orologio segnare le ore, accarezzati dalla brezza marina sotto un cielo terso d’agosto di stelle cadenti.

Camminare di notte a Venezia è come muoversi attraverso la colossale scenografia di un teatro. Non è un caso che questa città sia anche la patria della Commedia all’italiana e che abbia dato i natali a geni come Goldoni: di notte qui tutto è teatralità, quinta, inedito backstage, persino un topolino che silenziosamente scappa in un vicolo o lo scroscio delle scure di un canale smosse dal remo di un gondoliere, si fanno spettacolo di cui sei parte anche tu.

Per altre immagini di Venezia e non solo, seguitemi su instagram @marianocervone

INTERNATTUALE

La Torre dei Biancospini, l’architetto Boeri porta il bosco verticale in Olanda

Noto soprattutto per uno dei suoi ultimi progetti, quello del Bosco Verticale a Milano, architettura del 2014 composta da due torri completamente immerse nel verde, Stefano Boeri è oggi protagonista di un altro importante progetto architettonico, che segue ancora l’onda verde lanciata dall’architetto milanese qualche anno fa. Lo studio Boeri ha infatti vinto il concorso per la riqualificazione dell’area di Jaarbeursboulevard nei pressi della Stazione di Utrecht in Olanda, La Torre dei Biancospini, è questo il titolo della monumentale opera che sarà costruita nel 2019 e dovrebbe vedere ufficialmente la luce nel 2022.

Il disegno è stato presentato dal Consorzio G&S Vastgoed and Kondor Wes sels (VolkerWessels) Projecten, e si preannuncia come un bosco verticale di nuova generazione. Una struttura a impatto zero che, sui suoi 90 metri di altezza vedrà la distribuzione di oltre 10.000 piante di diverse varietà, di cui 360 alberti e oltre 9.600 suddivisi tra arbusti e fiori, contribuendo all’assorbimento di circa 5,4 tonnellate di CO2, e che corrisponde a circa un ettaro di bosco.

Un vero e proprio ecosistema urbano, che ospiterà più di 30 specie vegetali diverse.

Da sempre l’architettura di Boeri è orientata ad un maggior rispetto della natura e un minor impatto sull’ecologia e il micro-clima dei luoghi in cui vengono erette queste opere. Basta sfogliare la gallery del suo sito web per comprendere quanto l’ambiente sia importante per l’architetto che ha felicemente esportato le sue costruzioni, a metà strada tra grattacieli e giardini pensili, in tutto il mondo: dalla Cina, dove sta realizzando una vera e propria Città-Foresta ad Anversa. Ma è solo trovandosi a contatto, anche solo visivo, con le sue costruzioni, per percepirne un immediato senso di benessere, per comprendere questo forte senso naturalistico, peculiarità di una architettura che sempre più spazio sta per fortuna prendendo in svariate città.

La Torre dei Biancospini vedrà sorgere al sesto piano un Vertical Forest Hub, centro di documentazione e ricerca sulla forestazione urbana nelle città del mondo, tanto cara al disegnatore italiano. Un luogo vivo, aperto, dove sarà possibile conoscere le soluzioni tecniche e botaniche scelte per il Bosco di Utrecht e monitorare al contempo gli stati di avanzamento degli altri Boschi Verticali in costruzione nel mondo.

La torre dialogherà con la città circostante grazie al pianoterra che sarà aperto verso l’esterno e contiguo al quartiere, quasi a fondersi con esso. Lo slancio verticale invece rispetta e valorizza le dimensioni dell’isolato che si trova tra Croeselaan e Jaarbeursboulevard.

Sono previsti inoltre, oltre alle zone per l’ufficio, anche spazi per il fitness, per lo yoga, parcheggi per le biciclette e uno spazio ricreativo.

I Biancospini dunque si propone come un vero e proprio polo del benessere nel cuore di Utrecht.

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Quell’enigma scritto sulla facciata del Gesù Nuovo a Napoli

Nell’area dove oggi c’è la nota Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli sorgeva Palazzo Sanseverino. Progettato e ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano per espresso volere di Roberto Sanseverino principe di Salerno, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sue sale affrescate, lo splendido giardino.

In breve tempo si era trasformato in un vero e proprio punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale e barocca.

Nel 1584 il palazzo e annessi giardini furono venduti ai gesuiti, i quali, riadattarono gli spazi tra il 1584 e il 1601 per farne la chiesa che oggi tutti conosciamo, e che prende l’appellativo di “nuovo” per distinguerla dalla chiesa che poi è diventata del Gesù Vecchio.

Oggi il Gesù Nuovo è uno dei monumenti imprescindibili per il visitatore che viene per la prima volta a Napoli. Caratteristica la sua facciata, un tempo facciata del palazzo, costituita da bugne, piccole piramidi, in piperno, aggettanti verso l’esterno molto diffuse nell’architettura del rinascimento del centro e nord Italia.

Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli – instagram @marianocervone

Intorno a questo bugnato aleggia una delle leggende che fa di Napoli una città esoterica.

Si credeva infatti che i maestri della pietra napoletana, pipernieri, fossero in grado di caricare di energia positiva la pietra che lavoravano, tenendo così lontani gli influssi negativi.

Le bugne, “a punta di diamante”, recano sopra degli strani segni ai lati, e sono proprio questi che hanno dato luogo alla leggenda, secondo la quale potessero avere una chiave di lettura misterica, occulta.

La leggenda infatti narra che i maestri tramandassero delle conoscenze esoteriche ai loro apprendisti, soltanto oralmente, per far sì che questa pietra fosse caricata di energia positiva, e che dunque tali segni sarebbero il risultato di questo sapere, legati ad arti magiche o comunque alchemico-esoteriche.

Notoriamente la punta, nella tradizione e superstizione napoletana, ha la capacità di “tagliare” il male. La facciata funge dunque da “schermo”, una sorta di protezione, e aveva il compito di convogliare tutte le energie positive e benevole verso l’interno, mantenendo fuori quelle negative.

Ma i maestri costruttori non sarebbero stati così virtuosi e, le pietre segnate non sarebbero state poste correttamente, così da ottenere l’effetto esattamente contrario: il magnetismo dell’edificio avrebbe attirato le negatività, riflettendo le energie positive verso la piazza. Il che sarebbe causa, e in un certo senso spiegherebbe, le sventure del Principe Sanseverino, dalla confisca dei suoi beni alla conseguente vendita del palazzo ai gesuiti, agli incendi subiti dalla chiesa e i ripetuti crolli della cupola, passando per le diverse cacciate dei gesuiti dalla stessa.

Secondo lo storico dell’arte Vincenzo De Pasquale, che ha fatto uno studio nel 2010 insieme ai  i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz, i segni sulle bugne sarebbero simboli dell’alfabeto aramaico, identificando note di uno spartito scritto sulla facciata della chiesa, la cui composizione durerebbe all’incirca tre quarti d’ora. Si tratterebbe di un componimento musicale per strumenti a plettro, cui gli studiosi hanno (naturalmente) dato il titolo di Enigma.

Questa interpretazione, tra l’altro molto affascinante, è stata sconfessata da Stanislao Scognamiglio, esperto di ermetismo e simbologia esoterica, che ritiene che i simboli non siano caratteri dell’alfabeto aramaico, bensì possano coincidere la simbologia operativa che i laboratori alchemici hanno utilizzato fino al Settecento.

 

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Caravaggio, la forza delle Sette Opere di Misericordia a Napoli

Non ero mai stato al Pio Monte della Misericordia, il che è già un delitto per un napoletano, se a questo aggiungiamo che sono uno studioso ed un appassionato d’arte, la pena allora diventa addirittura capitale.

Sito in Via Tribunali, 253 a due passi dal Duomo, il Pio Monte, nato come ente benefico della città per aiutare gli oppressi e i bisognosi, custodisce uno dei Caravaggio di miglior fattura, le Sette Opere di Misericordia. Un’opera cardine nella lunga pagina della storia dell’arte, che segnerà un punto di rottura con la pittura precedente dell’artista milanese, e rappresenterà un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli artisti del Sud Italia.

Qui bisogna considerare anche lo stato d’animo con cui Caravaggio dipinge l’opera. Accusato dell’omicidio di un uomo avvenuto durante una rissa, è costretto a fuggire da Roma a Napoli per evitare la pena di morte. Lontano dai suoi modelli e modelle abituali, dalle sue amicizie, dall’influenza che via via aveva acquisito nella Capitale e dai committenti romani, l’artista deve aver vissuto un senso di isolamento, solitudine e frustrazione. Le sue opere si fanno più cupe, quasi a riflettere questo suo sentimento da esiliato cui manca la madre patria, la tavolozza dei colori si spegne, abbracciando uno spettro terroso e meno brillante. Oggi Roma-Napoli può apparirci come una breve distanza, di un’ora appena di treno, ma ai tempi erano due mondi lontani e culturalmente molto diversi.

Tra la fine del 1606 e gli inizi del 1608 sono tante le opere che l’autore realizza. Da una Giuditta che decapita Oloferne a una Sacra Famiglia con San Giovanni battista, da Salomè con la testa del Battista a una prima versione di Davide con la testa di Golia.

Di questa vasta produzione soltanto due sono i dipinti rimasti a Napoli: le Sette Opere di Misericordia che, secondo un documento esposto all’interno della quadreria del Pio Monte, non deve essere spostato per nessun motivo né venduto per alcuna cifra, e la Flagellazione di Cristo di fatto di proprietà della Chiesa di San Domenico Maggiore ma custodito al Museo di Capodimonte.

Il terzo, quello che è considerato l’ultimo dipinto di Caravaggio, Il martirio di Sant’Orsola, è stato commissionato da Marcantonio Doria, di una nobile famiglia di Genova, ed è oggi custodito nella Galleria di Palazzo Zevallos a Napoli.

Caravaggio, Sette Opere di Misericordia

Le Sette Opere di Misericordia corporali, sono state commissionate da Luigi Carafa-Colonna, esponente della famiglia che protesse la fuga di Caravaggio nella città di Partenope, nonché membro della Congregazione del Pio Monte della Misericordia.

Trovarsi faccia a faccia con una delle opere più note di Caravaggio è una vera sfida, poiché si guarda l’opera eppure non si finisce mai di coglierne, tra le caratteristiche luci ed ombre tanto amate dall’artista, sfumature, scorci, volti che ci appaiono quasi all’improvviso. Come lo storpio, in basso a sinistra, che emerge dal buio: curare gli infermi, la stessa opera che rappresenta anche l’uomo nudo di spalle, di michelangiolesca memoria, vestito da un buon samaritano che con la spada divide il suo mantello, vestire gli ignudi.

È un quadro colto quello del pittore milanese, i cui riferimenti si rifanno anche alla storiografia romana di Valerio Massimo, autore del I sec. a.C., che ci racconta nei suoi Factorum et dictorum memorabilium di Cimone, condannato a morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero, e per questo motivo graziato dai magistrati che fecero erigere in quello stesso luogo un tempio della Dea Pietà. Qui l’episodio è visto nella duplice veste di visitare i carcerati e, allo stesso tempo, dar da mangiare agli affamati.

Il pallore dei piedi di quello che presumibilmente è un cadavere ci ricordano di seppellire i morti, mentre un uomo che beve dalla mascella di un asino, memore del racconto biblico di Sansone, che ricorda di dar da bere agli assetati.

Infine l’ultimo, ospitare i pellegrini, è simboleggiato da un uomo con una conchiglia sul cappello, simbolo del pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, e da un altro che gli indica un punto verso l’esterno, forse una locanda dove riposare o la sua stessa casa.

Un chiaro scuro netto, una rottura con il passato che segnerà tutta l’opera successiva di Caravaggio rendendolo autore immortale e maestro del vero, così bello da perdonare quasi una cattiva illuminazione che non rende perfettamente percepibile l’opera quasi in uno stato di penombra. È soltanto grazie ad un altorilievo, progetto per non-vedenti, che è possibile scorgere alcuni dettagli del quadro e scoprire che quello che dal basso appare uno sfregio della tela (in basso a sinistra), è in realtà la spada che riluce dell’uomo che taglia le sue vesti.

Una scena concitata senza un vero e proprio punto focale, che suscitò molto scalpore per le possenti braccia degli angeli, che irrompono nella parte alta del quadro, sorreggendo la Madonna con il bambino che nella sua composizione ricorda molto la Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio. L’ombra delle apparizioni celesti è proiettata sulla prigione, chiaro segno di una concreta presenza anche nella vita terrena dell’Uomo.

ART NEWS, CINEMA

Piero Portaluppi: l’architetto simbolo di Milano raccontato in un film al cinema da marzo

La Fondazione Piero Portaluppi celebra il cinquantenario dalla morte del noto architetto milanese di cui porta il nome, con un documentario, L’Amatore, in uscita nelle sale italiane da marzo 2017. Presentato al Festival del Cinema di Locarno lo scorso agosto, il film è un’opera girata dallo stesso Portaluppi nel 1929, anno in cui l’architetto acquistò una cinepresa, filmando la realtà che lo circondava e da cui, probabilmente, traeva ispirazione per le sue architetture.

Lo scorso anno ho avuto l’opportunità di vedere ben due costruzioni di Portaluppi interamente disegnate da lui. Per chi ha avuto modo, come me, di visitare queste architetture, come la bellissima Casa Boschi-Di Stefano o la straordinaria Villa Necchi (di cui sono stato ospite), entrambe a Milano, si sarà probabilmente fatto l’idea di un uomo a tratti un po’ serioso, estremamente creativo, di talento, che propagava la passione per il suo lavoro attraverso infinitesimali dettagli che rendono uniche le sue creazioni, e ne hanno fatto delle vere e proprie icone del ventennio fascista durante il quale l’architetto milanese ha mosso i suoi passi.

Linee pulite, forme, colori, geometrie. Sono senza dubbio questi gli elementi che hanno caratterizzato l’inconfondibile mano di Portaluppi, che ha saputo coniugare la voglia di modernità della sua epoca con quel fascino classico senza tempo, sapendosi adattare con maestria alle diverse atmosfere degli ambienti che creava. Che fosse un appartamento nel cuore del capoluogo lombardo o una villa, Portaluppi sapeva distinguersi nella sua (im)percettibile maniera.

Piero Portaluppi con la sua cinepresa
Piero Portaluppi con la sua cinepresa

Portaluppi diviene in poco tempo l’architetto dell’alta borghesia. La sua vita può essere quasi suddivisa in due tempi: in un primo momento il successo, le donne, il talento, l’adrenalina degli anni ruggenti; all’improvviso però Piero sembra perdere tutto. Suo figlio muore nei mari di Algeri. La sua vena creativa inesorabilmente si spegne.

È lo stesso Portaluppi a raccontarci la sua storia, attraverso le riprese in 16mm montate con cui filmava la sua vita, rivenute dal nipote omonimo, Piero Portaluppi, all’interno di una cassapanca.

L’immagine che ne viene fuori è quella di un uomo brioso, ironico, di fascino, che amava la vita e sapeva godersela.

Ai filmati originali si alternano le riprese odierne delle sue architetture, che si trasformano in questo documentario in contenitori silenziosi di un’epoca, espressione di pietra di un paese che svela la propria identità mutevole attraverso le architetture e le sue costruzioni.

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Maria Mauti, la regista

A dirigere la pellicola Maria Mauti, già collaboratrice del canale satellitare Sky Classica HD, autrice di produzioni legate alla musica contemporanea italiana, al teatro d’opera e alla danza, che debutta con quest’opera nel lungometraggio: «Quando più di dieci anni fa un pronipote di Piero Portaluppi scoprì le cento bobine dentro una cassapanca, fu dato a me il compito di visionare tutto questo materiale – racconta la regista – mi sono avvicinata non sapendo cosa avrei potuto incontrare, con il pudore che sentiamo quando ritroviamo i diari segreti di una persona e ci chiediamo se abbiamo il diritto di addentrarci nella sua vita. Nello stesso tempo siamo sedotti dall’opportunità di guardare nell’intimità di qualcuno».

Una vera e propria indagine su di un percorso artistico e personale, in cui emerge la vera persona e personalità del celebre architetto: «Portaluppi è un personaggio potente e scomodo, pieno di luci e ombre. Di lui ci interessa mostrare il lato personale, “guardare dentro l’uomo”, rispettandone il mistero. E poi Portaluppi porta con sé l’eccellenza e la fragilità di una classe sociale che raramente è oggetto di racconto, l’alta borghesia. È l’emblema di una città, Milano, che qui si mostra fuori dagli schemi che tutti conoscono».

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La Basilica di San Benedetto a Norcia messa in “gabbia”

A quasi un mese dalla terribile scossa di terremoto che ha colpito nuovamente il Centro Italia, a Norcia, piccolo comune nella provincia di Perugia, si pensa non soltanto al benessere dei cittadini sopravvissuti al sisma, ma anche al recupero delle sue prestigiose opere d’arte. A cominciare dalla Basilica di San Benedetto, gravemente distrutta dalla scossa dello scorso 26 e 30 ottobre.

Oggi alle ore 12 sono cominciati i lavori della messa in sicurezza della facciata superstite e parte della cosiddetta “vela”. È stata infatti costruita una “gabbia”, una grande struttura di tubi innocenti alta circa 18 metri, che avrà il compito di garantire l’equilibrio alle parti dell’imponente struttura che ancora sono rimaste in piedi.

Secondo la leggenda la Basilica sorge dov’era la casa natale dei Santi Benedetto e Scolastica, nati nel 480 d.C. A farne menzione è lo stesso Gregorio Magno nella sua opera i Dialoghi. Elevata a rango di Basilica da Papa Paolo VI nel 1968, dagli anni 2000 essa è sede della comunità monastica maschile benedettina Maria Sedes Sapientiae.

L’attuale nucleo del complesso ecclesiastico risale al XIII secolo, quando l’impianto fu notevolmente ampliato.

Oggi dell’importante struttura perugina restano soltanto la facciata e l’abside. Il corpo centrale è stato per lo più distrutto dal crollo dell’adiacente campanile che ha travolto la chiesa riducendola ad un cumulo di macerie.

gabbia-basilica-san-benedetto-norcia1L’importante opera di manutenzione e recupero è stata realizzata in appena un mese e mezzo dall’accaduto, a pochi metri di distanza dalle stesse macerie dell’antica basilica di origine Medievale.

A collocare questa struttura tubolare a ridosso della facciata sarà una grande gru, già collocata a Piazza San Benedetto.

Il responsabile del nucleo interventi, Luca Nassi, ha detto ad ANSA: «Ci sarà in pratica – ha aggiunto – una unica struttura che abbraccerà la facciata sui due lati impedendo qualsiasi movimento. A quel punto sarà possibile rimuovere in sicurezza i detriti e le macerie della basilica».

A tenere salda la struttura saranno due piattaforme in cemento realizzate a ridosso del sagrato della basilica.

I finanziamenti per questa importante operazione di recupero storico-artistico e culturale sono del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

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Alla scoperta della bellissima Villa Necchi Campiglio a Milano

È una visita che inizia con il sentore degli aranci, quella di Villa Necchi Campiglio a Milano, location d’eccezione del film Io sono l’Amore di Luca Guadagnino del 2009.
tilda-swinton-io-sono-lamore-villa-necchi-campiglio-set-internettualeÈ il profumo delle marmellate del FAI, il Fondo Ambiente Italiano, che ha ereditato la villa nel 2001, che raccoglie fondi a favore del patrimonio italiano vendendo prodotti squisitamente tipici del nostro Paese.
Varcata la soglia della biglietteria, vero bazar di prelibatezze e volumi d’arte, è lo sgorgare dell’acqua che accoglie me e chi come me scopre questo luogo per la prima volta, attoniti da tanta equilibrata bellezza. Sì, perché è questa la prima cosa che viene in mente osservando la villa la cui costruzione affonda le radici nel razionalismo degli anni ’30: un deciso, simmetrico, ordinato equilibrio di forme.
villa-necchi-scale-portaluppi-internettualeNessun rifacimento a stili architettonici del passato, nessuna volontà di ricreare atmosfere di epoche lontane. Villa Necchi Campiglio, che prende il nome dalle sue proprietarie, le sorelle Nedda Necchi e Gigina Necchi in Campiglio, è uguale a nessun altra costruzione milanese. Il merito non poteva che essere del noto architetto lombardo, Piero Portaluppi, che ha avuto libera fantasia di agire lungo i 4000 metri quadri della proprietà con giardino, disegnando e arredando ogni singola, dando adito a tutto il suo estro creativo.
Le due sorelle, industriali tessili di Pavia, stanche della vita di provincia, decisero di farsi costruire una casa nel cuore di Milano, affidandosi completamente al Portaluppi, che si occupò di ogni dettaglio della casa, mobilia inclusa.
I soffitti, la bellissima balaustra in legno dell’ingresso principale, le porte, gli stessi mobili, rimandano l’uno all’altro come in un gioco di specchi, in cui ognuno riprende e riflette, a volte distorcendo altre volte fedelmente, i dettagli dell’altro.
villa-necchi-soggiorno-internettualePreziosi i materiali utilizzati, che vanno dai variegati legni: il palissandro, il rovere, la radica di noce, il pioppo, la quercia, il castagno fondono le sfumature dei loro colori e le nervature dei corpi legnosi per ricreare quel retrogusto marino che si respira nei tondeggianti finestroni-oblò dei bagni, nel parquet dell’ingresso che, come un foyer precede i palcoscenici soggiorni che si aprono ai lati, percorre tutto il piano come il ponte di una nave.
Rombi, spirali svasticheggianti di memoria greca, cerchi si ripetono lungo le pareti della casa senza stancare il visitatore, che continua ad ammirare questo architettonico scrigno di design di avanguardia.
Suggestioni, queste, arricchite da soffitti che ricreano cieli stellati, in richiami astronomici e astrologici che fondono scienza e superstizione.
villa-necchi-bagno-moda-di-carta-2016-internettualeTante le innovazioni dell’epoca, a cominciare dalla piscina riscaldata all’aperto, la prima privata a Milano, o i riscaldamenti della villa, ancora oggi in funzione, proseguendo con le porte scorrevoli a scomparsa totale, per culminare con quelle in zinco rinforzate, ma elegantemente disegnate, della veranda che, all’occorrenza, può completamente aprirsi sul giardino.
Quasi impercettibile la musealizzazione, che ha lasciato gli ambienti e gli arredi per lo più intatti. Come il soggiorno, i cui divani di un giallo ocra contrastano con il severo camino in marmo anch’esso opera del Portaluppi.
Ci sono voluti più di quindici anni prima che le sorelle decidessero di dare nuovo brio allo stile forse troppo lineare del Portaluppi, affidandosi tra il ’48 e il ’55 all’architetto Tomaso Buzzi, che portò una nuova linfa vitale all’opera del collega, con tocchi baroccheggianti.
villa-necchi-ingresso-portaluppi-internettualeSpeculare la casa al piano superiore, che come uno specchio riflette gli appartamenti privati delle due sorelle: quello di Gigina, sposata con Angelo Campiglio, la cui camera da letto matrimoniale è arricchita da tende e stoffe preziose, e quella di Nedda Necchi, nubile, che racconta di una donna sola, ma bella, profondamente devota, ma non per questo estranea al richiamo del lusso e del mondo della moda di Hermes, Chanel, Céline e Gucci che ancora si affacciano dalle grucce del suo imponente armadio.
Entrambe le camere sono corredate da meravigliose camere da bagno identiche, con marmi preziosi, doppio lavabo, com’era d’obbligo ai tempi, e suppellettili che sono ancora lì a raccontarci questa quotidianità.
Un gusto che si ripete persino nella camera della governante, il cui bagno, al pari dei padroni, riprende questo tema da crociera cui il Portaluppi aveva votato questa sua costruzione.
Uno stile italiano non scevro però di influenze francesi, come quelle degli orologi parigini, dalle porcellane cinesi e persino “cineserie”.
Villa Necchi si trasforma in un museo nel museo, se si pensa agli arazzi, ai Sironi, ai Tiepolo, ai Canaletto che adornano le pareti della casa.
villa-necchi-moda-di-carta-isabelle-de-borchgrave-soggiorno-internettualeLe stanze della casa sono abitate dagli abiti di carta dell’artista Isabelle De Borchgrave, la cui personale, Moda di Carta, sarà visibile, negli ambienti di Villa Necchi fino al prossimo 31 Dicembre 2016. Abiti che ripercorrono l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, dialogando perfettamente con gli ambienti della casa, facendo rivivere una quotidianità non molto lontana. È facile immaginare delle donne di alto rango che conversano in salotto prendendo il tè o che passeggiano per i saloni, guardando i coloratissimi modelli dell’artista, il cui laboratorio di stoffe-carta è dischiuso, come una sorpresa alla fine del percorso di visita guidato che culmina nel sottotetto.
E si arricchirà ulteriormente la villa il prossimo week-end, quello del 5 e 6 novembre, che ospiterà Manualmente 2016. Carta. Mostra mercato degli artisti artigiani della carta a cura di Angelica Guicciardini, che per questa quinta edizione vedrà protagonista il mondo della carta con creazioni di venti artisti-artigiani selezionati tra le eccellenze italiane. Un’occasione unica per scoprire, insieme ad un luogo dalla suggestione unica, la straordinaria duttilità della carta e i suoi molteplici usi attraverso tecniche semplici e raffinate.

Per maggiori informazioni:
www.faiperme.it
fainecchi@fondoambiente.it
www.modadicarta.it