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The Florence Experiment, a Palazzo Strozzi a Firenze fino al prossimo 26 agosto

The Florence Experiment, l’esperimento fiorentino, è il nuovo must delle mostre, se siete a Firenze. A Palazzo Strozzi dallo scorso 19 aprile, questa interessante rassegna terrà banco, con una monumentale installazione, fino al prossimo 26 agosto.

Si tratta di due enormi scivoli in acciaio, che richiamano un filamento di DNA, posti al centro del cortile del noto palazzo rinascimentale, che si propone di coniugare arte e scienza.

Ad opera di  Carsten Höller e dello scienziato Stefano Mancuso, la site-specific si propone di studiare l’interazione tra piante e esseri umani.

Curato da Arturo Galansino, il progetto, cui il pubblico è chiamato a partecipare, si articola in due parti: la prima vede protagonisti gli iconici scivoli, The Florence Experiment Slides, al centro del cortile. Alti venti metri, i visitatori, armati di dovute precauzioni, possono così lanciarsi in una rapida discesa.

A campione sarà data al pubblico una piantina di fagiolo, con la quale lanciarsi.

La seconda parte invece vede l’allestimento di due piccole sale cinematografiche in cui sono rispettivamente proiettate clip di film dell’orrore o film comici.

La paura o il divertimento dei visitatori, producono dei composti chimici volatili diversi che, attraverso i condotti di areazione, sono trasportati sulla facciata, dove altre piante sono state collocate, verificando l’influenza che ha sulla loro crescita.

Non potevo dunque lasciarmi perdere l’occasione di prendere parte a questo esperimento, non foss’altro che per l’importanza della scienza o, più semplicemente, quella di sentirmi un ragazzino in questo parco del divertimento dell’arte.

Entro in biglietteria, e dopo aver preso i ticket, mi fanno un timbro al polso come in un parco giochi. Impossibile non diffondere felicità nell’aria in questa atmosfera gioviale, dove l’arte si fa interazione e i visitatori parte integrante di questa grande installazione.

Fatico a scivolare, quando d’un tratto mi sento letteralmente risucchiato dalla gravità, e in pochi secondi percorro questa divertente discesa alta venti metri.

Giunto al momento delle salette cinematografiche, scelto d’impulso quella dei film comici, ma quando mi ritrovo la faccia di Checco Zalone,

io, alla fine della prima parte di questo esperimento

penso di aver erroneamente scelto i film dell’orrore. Fortuna che la media delle risate è alzata da pietre miliari come A qualcuno piace caldo, e da un simpatico siparietto di Tony Curtis e Jack Lemmon.

Tra i film dell’orrore c’è Il Silezio degli InnocentiThe Ring e un sacco di altre pellicole molto splatter. La mia paura per queste scene di sangue più che dell’horror, influenzerà sicuramente sulla crescita delle povere piantine, costrette ad assorbire il mio senso di disgusto e disagio, unito alle poche risate delle clip comiche. Spero solo che la vista di Marilyn possa compensare tutto il resto e aiutarle a crescere più felici.

Insomma, The Florence Experiment è un esperimento di cui forse non sapremo mai il risultato, ma di cui tutti, per il bene dell’arte, della scienza o per il semplice gusto di divertirsi, vogliamo farne assolutamente parte.

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Il primo altare di San Pietro si trova a Napoli

Napoli riesce a riservare sempre delle sorprese anche a chi come me la conosce bene o sta imparando a conoscerla. Potrà capitarvi infatti, percorrendo Corso Umberto I, di imbattervi nella Chiesa di San Pietro ad Aram.

Questa basilica è nota perché, secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, l’altare dell’apostolo Pietro, primo pontefice della cristianità, dal quale, durante la sua venuta a Napoli, avrebbe convertito i primi cristiani.

Un reperto, una vera e propria reliquia, questa, importantissima per la comunità, ed un nuovo primato per la città di Napoli che dunque nella storia sarebbe stata anche importante centro di culto cristiano.

Secondo la tradizione infatti Pietro, proveniente da Antioca e diretto a Roma, avrebbe fatto una sosta a Napoli. Qui avrebbe incontrato una donna di nome Candida, pagana, gravemente ammalata, che implorò il santo di guarirla. Pietro riuscì a compiere il miracolo e la donna allora lo condusse da un certo Aspreno, ammalato anch’egli che, grazie al vicario di Cristo, riuscì a trovare la salvezza.

I due pagani si convertirono così al cristianesimo, e fu tanto l’ardore che Pietro nominò Aspreno primo vescovo di Napoli.

La cosiddetta Ara Petri, dove San Pietro avrebbe pregato e celebrato, sarebbe stata custodita da Aspreno prima in una piccola edicola, e poi all’interno della stessa basilica dove ancora oggi è visibile.

la Chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli

L’altare si trova nel vestibolo della chiesa, in quello che è di fatto l’ingresso principale della basilica, ed è sormontato da un affresco rinascimentale e da un grande baldacchino, addossato ad una parete.

L’accesso alla basilica è attraverso un ingresso secondario, una piccola porticina in legno e vetro che quasi nasconde le dimensioni di questo monumentale edificio, e dà sul lato lungo della navata centrale. Si prova un vero e proprio senso di smarrimento, osservandone la cupola, il biancore delle sue pareti, l’estensione, lo straordinario organo a canne che troneggia dall’alto della cantoria dell’altare maggiore.

Un coro di frati fa da sottofondo a questo complesso di grande suggestione, dove un tempo sorgeva una costruzione paleocristiana, in cui si celebrava il culto delle anime del Purgatorio, particolarmente sentito a Napoli se si considera l’omonima Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco o lo stesso Cimitero delle Fontanelle.

Al complesso era originariamente annesso un chiostro, demolito verso la metà del XIX secolo, durante il “Risanamento” della città, per fare spazio al Rettifilo (Corso Umberto I). Il chiostro era uno degli esempi di architettura rinascimentale partenopea, di cui oggi parte delle colonne dell’ambulacro furono trasferite nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto.

Il piccolo altare è stato il cuore della cristianità partenopea, dove l’apostolo ha dato inizio al suo lungo percorso di evangelizzazione che porterà alla fondazione della Santa Romana Chiesa. È in questo luogo che l’apostolo celebrò le prime messe rinnovando il culto dell’eucarestia, e dando inizio alla canonizzazione di quella che sarà la liturgia.

La Basilica di San Pietro ad Aram ospita tra gli altri delle bellissime opere di Luca Giordano.

Mi stupisce che un luogo di tale importanza spirituale sia distante anni luce dalle folle oceaniche che invece investono altri e ben più noti luoghi e, benché apprezzi la pace interiore che solo un posto come questo sa dare, mi dispiace notare che sia per lo più ignoto al grande pubblico.

La Chiesa è di certo un sito da scoprire e riscoprire, non solo per sentirsi più vicini alla conversione e rinascita spirituale e cristiana, ma per restare affascinati da così tanta ieratica bellezza.

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L’arte per le strade di Montesanto a Napoli

L’arte contemporanea ha ridefinito il concetto stesso di arte, che sempre più spesso esce dal biancore asettico delle pareti dei musei, per amalgamarsi sempre più spesso nel tessuto paesaggistico e urbano. Se sul Lago d’Iseo ne è stato un esempio Christo, con la sua colossale opera, The Floating Piers, che ha portato sulle acque del Sebino una passerella gialla lunga circa 3 chilometri, a Napoli, anni addietro, in principio furono le stazioni della metropolitana a farsi installazioni e vere e proprie attrazioni turistiche e veri e propri musei gratuiti per i viaggiatori, portando artisti del calibro di Kounnelis e Pistoletto.

Da oggi però il capoluogo partenopeo potrà vantare anche un altro progetto d’arte contemporanea, che entra a far parte direttamente del tessuto urbano.

È con questa premessa che parte il progetto MontesantoArte promosso dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee-Museo Madre, realizzato in collaborazione con Quartiere Intelligente.

Quattro artiste hanno creato delle opere site-specific per l’omonimo quartiere di Montesanto.

Mariangela BrunoFrancesca BorrelliElena Mazzi e Valentina Miorandi, quattro donne, tutte under 35.

Le opere, che turisti e redisenti potranno ammirare sono The Dot della Bruno, installazione luminosa posta sul tetto di Quartiere Intelligente.

Francesca Borrelli ha invece creato Fern‘s Bookcase, che prova ad unire il mondo della cultura a quello della natura.

Elena Mazzi ha invece pensato una performance live dal titolo Karaoke. A che serve parlà si nisciuno te dà aurienza realizzando un confronto diretto con gli abitanti del quartiere.

Mentre Valentina Miorandi ha immaginato un video, seguito di Conkè delle Drifters, duo composto dalla Miorandi e da Sandrine Nicoletta Chatelain, che è stato realizzato in collaborazione con la comunità di Montesanto.

Un progetto, questo, che avvicina l’arte alla strada e alle persone che la abitano.

ART NEWS, LIFESTYLE

Muse al Museo: dal 21 al 28 marzo la seconda edizione del MANN Festival a Napoli

Non solo luogo di cultura e arte, ma anche luogo di incontro. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si trasforma e attraversa, come una catarsi dell’anima, nuove fasi delle sue molteplici vite. Ultima, solo in ordine cronologico, quella di agorà, una piazza dal retrogusto classico, che si propone di far incontrare gli artisti e un pubblico che ha voglia di ascoltare ed interagire con loro.

Sono probabilmente queste le premesse della seconda edizione del MANN FestivalMuse al Museo, che ritorna dal 21 al 28 marzo 2018, e che lo scorso anno ha visto tra l’altro autori, come il regista Ferzan Ozpetek.

Sono oltre 100 gli ospiti che quest’anno animeranno un’edizione, questa, che, forte della scommessa vinta lo scorso anno, alza il tiro con ospiti nomi quali il Premio Pulitzer Hisham Matar, ma anche Michael NymanRichard GallianoDaniel PennacRick Wakeman, il cantautore Roberto VecchioniElio, il regista e attore Carlo VerdoneLuciano Canfora per un calendario che segue il filo conduttore della cultura e delle arti nella più ampia accezione del termine.

Lo scorso anno ho partecipato, e vi ho raccontato l’evento con grande interesse, quest’anno attendo con particolare emozione la seconda edizione che, quest’anno, è diventato un appuntamento irrinunciabile per gli amanti dell’arte e della cultura.

Musica, cinema, teatro, cantautorato trovano la loro naturale collocazione sul palco della Sala Farnese, che ogni lunedì sta già intrattenendo (gratuitamente) i visitatori con un bellissimo Festival del Barocco, con danze, suoni e cantante del 1600: «Il Museo del futuro – ha detto in merito il direttore del MANN, Paolo Giulierini – è una grande agorà dove si incontrano conservazione, ricerca e capacità di sperimentazione. La musica e l’arte teatrale, che vengono suggerite dalle statue, dai mosaici e dagli affreschi, prendono magicamente corpo in questi otto giorni di festival e connotano il MANN come grande polo culturale che diffonde nuovi linguaggi senza affrancarsi mai dalle radici della classicità».

L’evento sarà ufficialmente inaugurato mercoledì 21 marzo alle ore 15.30, quando alla Galleria Principe di Napoli ci sarà un concerto Scalzabanda & Orchestra Multietnica di Arezzo, con suoni e colori sotto la direzione di Enrico Fink, esperto di musica tradizionale ebraica e di world music, che si accompagnerà a 75 ragazzi del quartiere di Montesanto.

Qui il programma degli eventi.

LIFESTYLE

Weekend a Napoli: guida tra arte e cucina per scoprire la città in due giorni

Lo so, lo so, è difficile riuscire a condensare la visita di un’intera città in soli due giorni e, premettendo che saranno tante le cose che (inevitabilmente) trascurerò in questa mini-guida, proverò a tracciare un percorso ideale. In tanti infatti mi hanno chiesto cosa vedere a Napoli in un weekend e, in vista della nuova stagione turistica ormai alle porte, tra fine settimana romantici e ponti pasquali, ho pensato di redigere una piccola guida che possa aiutare il turista a orientarsi in una città che, per conoscerla tutta, una vita intera non basterebbe.

Diciamo che quello che andrete a leggere è la premessa di molto altro…

Che voi arriviate in treno o in aereo, poco importa, la vostra meta è il centro storico, e per centro storico intendo il cuore della città, quello dei decumani che dall’epoca greca fino ad oggi continuano ad essere le principali vie di comunicazione tra la parte più antica e quella più moderna.

Dirigetevi a Via Tribunali, è qui che si diramano le più famose vie di Napoli: San Gregorio Armeno, la via del presepio napoletano, San Biagio dei Librai, Spaccanapoli, la via che divide esattamente in due la città, con tutta la loro filiera di Chiese antiche e palazzi nobiliari, che sono tra i più belli della città: Palazzo Spinelli, Palazzo Marigliano, Palazzo Carafa sono solo alcuni degli edifici che non dovete assolutamente perdere: il primo per la sua architettura, il secondo per il suo bellissimo incrocio di scale, il terzo perché originaria sede della testa di cavallo di Donatello, oggi al Museo Archeologico Nazionale, di cui resta una copia in terracotta.

PRIMO GIORNO:

Per curiosità o per vedere Napoli da una prospettiva diversa e scoprirne la sua storia, la prima tappa è Napoli Sotterranea. Nata a metà degli anni ’90, ripercorre la storia della città dall’epoca greca, quando si scavava il sottosuolo per costruire cisterne e acquedotti, arrivando alla seconda guerra mondiale, anni in cui queste cavità furono utilizzate dai partenopei come rifugi antiaerei.

Il consiglio è quello di visitarla subito, perché l’accesso avviene ogni ora a partire dalle ore 10.00 fino alle 18.00. In questo modo sarete liberi di godervi e gestirvi il resto della vostra giornata.

Se dopo il percorso sotterraneo volete prendervi una pausa, non c’è niente di meglio che un caffè accompagnato da una sfogliatella o un babbà dalla rinomata produzione Capparelli, proprio di fronte all’accesso di Napoli Sotterranea. È qui che si nasconde il gusto della vera pasticceria napoletana, con tanti dolci della tradizione, che sono un piacere per gli occhi e, soprattutto per il palato.

San Gregorio Armeno, Napoli

È questo il momento di svoltare per Piazza San Gaetano e scendere per San Gregorio Armeno. Se vi capita, non fermatevi ai soli presepi, di cui gli artigiani napoletani sono veri maestri, ma date anche uno sguardo al Chiostro omonimo di San Gregorio Armeno, con la sua bellissima architettura, il giardino in fiore e il barocco della sua Chiesa, è uno dei paradisi del centro storico di Napoli.

Svoltando verso destra e imboccando San Biagio dei Librai apprezzerete per lo più botteghe di artisti partenopei e negozi di paramenti sacri.

Alla fine di questa stradina c’è Piazzetta Nilo, con l’omonima statua del Nilo, ultimo baluardo dell’esoterismo di quest’area di Napoli.

Proseguendo dritto arriverete a Piazza San Domenico, dove potrete ammirare uno degli obelischi della città, nonché una delle Chiese, la Chiesa di San Domenico, con una architettura gotica che incontra il gusto del barocco napoletano.

Chiostro maiolicato di Santa Chiara, Napoli

Più avanti la Chiesa di Santa Chiara (se ne avete modo e tempo andate a visitarne anche il chiostro maiolicato) e la Chiesa del Gesù Nuovo nell’omonima piazza, con un altro obelisco su cui troneggia la statua dell’Immacolata.

La pizza a Napoli ha un solo nome, Sorbillo. Anche di questa rinomata pizzeria vi ho già parlato in passato e il mio suggerimento è quello di andarci a pranzo, quando il codazzo è relativamente più corto e le attese decisamente più brevi.

Il giro di shopping abbordabile è in Via Toledo, dove ci sono negozi locali e monomarca dei più importanti brand internazionali. Il vostro giro si concluderà così a Piazza del Plebiscito, in serata, dove potete ammirare il Palazzo Reale di Napoli, ma anche il Gambrinus, storico caffè della città e, dalla parte opposta, potrete ammirare i portici del Teatro San Carlo cui fa da sfondo Castel Nuovo (o, come lo chiamiamo a Napoli, il Maschio Angioino).

Lungo la strada c’è la Galleria Umberto I. I Milanesi noteranno una vaga somiglianza con la ben più famosa Galleria Vittorio Emanuele, fulcro della moda e di ristoranti stellati.

Se avete voglia di provare qualcosa di tipico, in Via Toledo c’è La Passione di Sofì, una friggitoria che fa il miglior fritto di mare e di terra della città; mentre se volete provare una pizza fritta, nei pressi di Piazza Trieste e Trento c’è Zia Esterina, locale che Sorbillo ha dedicato all’arte della pizza fritta. Assolutamente da non perdere.

Se volete una dritta su dove cenare, andate alla piccola trattoria Napoli Notte, in Via Atri. Un piccolo locale (d’estate allestisce anche dei tavoli esterni) dove potrete gustare il meglio della cucina tipica napoletana.

SECONDO GIORNO

Il secondo giorno lo aprirei con Cappella Sansevero, luogo del Cristo Velato, straordinaria scultura di Giuseppe Sanmartino, diventata icona di un luogo che è tempio esoterico dall’alto valore simbolico. Anche qui il codazzo e il tempo di attesa sono abbastanza lunghi, e il consiglio è quello di aprire la mattinata in questo modo (e togliervi il pensiero!).

Poi dirigetevi al mare, proseguite per Via Toledo e passeggiate questa volta da Via Chiaia, sotto il ponte omonimo. Di fronte a voi si svelerà Palazzo Cellammare con il portone monumentale di Ferdinando Fuga.

Proseguendo verso sinistra, giungerete a Piazza dei Martiri, con l’obelisco in onore dei caduti in guerra e, andando dritto, arriverete sul Lungomare Caracciolo, dove c’è la Colonna Spezzata, altro monumento ai caduti di guerra (in mare). Da qui c’è la più bella vista del golfo, con il Castel dell’Ovo, che potrete raggiungere facilmente costeggiando il mare e godendovi il tepore del sole. L’ingresso al castello è gratuito, e da lì si gode di una vista straordinaria.

Se avete gestito con cautela il vostro tempo, potreste giungere anche a Castel Sant’Elmo, roccaforte della città che si trova nella parte alta, che potete raggiungere in funicolare. Da qui si gode di un panorama su Napoli e sulle sue isole, davvero senza pari e, in un giorno di visibilità massima, potrete vedere anche la costa di Sorrento. Da qui noterete la via di Spaccanapoli e comprenderete perché è così denominata.

Il posto giusto per una pausa è Mazz. Un tempo solo bar (ottima la pasticceria), oggi anche pizzeria (con delle pizze davvero buone e leggere) è il luogo ideale per uno spuntino di metà pomeriggio, un caffè al volo o la pizza per chiudere la serata o il vostro weekend.

Insomma, mi auguro che questo piccolo compendio da insider possa essere il canovaccio ideale per chi vuole suggerimenti e consigli sulle cose davvero da non perdere in città. Una piccola infarinatura di arte, sapori e bellezza per scoprire la città e lasciarvi la voglia di ritornare ancora.

Ho fotografato ogni luogo di cui vi ho parlato in questo articolo. Le immagini le trovate sul mio profilo instagram, dove, se vi va, potete seguirmi e seguire i miei viaggi e spostamenti.

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Raffaello e l’eco del mito, Bergamo anticipa le celebrazioni della morte del maestro

Raffaello Sanzio, San Sebastiano

Nel 2020 saranno esattamente cinquecento anni dalla morte di Raffaello Sanzio, che morì prematuramente a Roma a soli trentasette anni. Se un film, Il Principe delle Arti (di cui vi ho parlato qui) lo ha celebrato lo scorso anno al cinema, una mostra a Bergamo anticipa le iniziative per le celebrazioni del maestro urbinate.

Raffaello e l’eco del mito è questo il titolo della rassegna, che da oggi, 27 gennaio, fino al 6 maggio porterà all’Accademia Carrara sessanta opere, provenienti da importanti prestiti nazionali e internazionali, ma anche da prestigiose collezioni private.

L’intero progetto scientifico che ha dato origine a questo evento, ruota intorno al San Sebastiano di Raffaello, capolavoro giovanile del pittore rinascimentale, che fa parte oggi delle raccolte della Carrara. Da qui si muovono diverse sezioni che indagano gli anni della formazione e dei maestri che hanno influito sulla sua arte come Perugino, Pinturicchio, Giovanni Santi, Luca Signorelli.

Raffaello Sanzio, Madonna con il Bambino (Madonna Diotallevi)

Una significativa raccolta di opere invece racconta i primi anni, quelli che vanno dal 1500 al 1505, e infine la straordinaria influenza che in pochi anni di attività questo straordinario artista ha avuto sulle nuove generazioni, raccontate in due sezioni: la prima ottocentesca, di cui La Fornarina (in prestito dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma Palazzo Barberini) si fa simbolo e fonte di ispirazioni per autori del diciannovesimo secolo, come mostrano gli esempi in mostra delle opere di Giuseppe Sogni, Francesco Gandolfi, Felice Schiavoni, Cesare Mussini. La seconda dedicata ad artisti contemporanei che al maestro continuano a ispirarsi.

Dalla Madonna Diotallevi di Berlino alla Croce astile dipinta del Museo Poldi Pezzoli, dal Ritratto di giovane di Lille al Ritratto di Elisabetta Gonzaga degli Uffizi, fino al San Michele del Louvre. Sono 14 le opere i capolavori che testimoniano l’originalità nell’innovare i coevi canoni linguistici e la straordinaria espressione artistica.

Una mostra che ricompone per la prima volta la Pala Colonna, le cui parti provengono dal Metropolitan Museum of Art di New York, dalla National Gallery di Londra e dall’Isabella Stewart Gardner di Boston.

Raffaello Sanzio, La Fornarina

A cura di a cura di Maria Cristina Rodeschini, Emanuela Daffra e Giacinto Di Pietrantonio, la mostra è realizzata grazie alla Fondazione Accademia Carrara in collaborazione con GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e in coproduzione con Marsilio Electa.

Per maggiori informazioni:

www.raffaellesco.it

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Il mondo incontaminato e primordiale di Sebastião Salgado al PAN fino al 28 gennaio

Considerato più volte da World Press Photo uno dei migliori fotografi dell’anno, Sebastião Salgado è considerato uno dei migliori fotoreporter umanisti dei nostri tempi. Classe 1944, comincia la sua attività di fotografo dopo gli studi in economia e statistica, decide di diventare un fotografo a seguito di una sua missione in Africa.

Uno dei suoi primi reportage, agli inizi degli anni ’70 è stata la siccità del Sahel, da allora inizia uno straordinario percorso di documentarista, raccontando, con i suoi scatti rigorosamente in bianco e nero, la rivoluzione in Portogallo e le guerre coloniali in Angola e in Mozambico.

Negli anni ’80 entra a far parte anche della prestigiosa agenzia fotografica Magnum, che lascerà nel 1994 per fondare la Amazonas Images e dedicarsi completamente al suo lavoro.

Ultimi giorni per avere l’occasione di apprezzare gli scatti del pluripremiato fotografo brasiliano, che è arrivato al PAN di Napoli dopo Steve McCurry e Helmut Newton con Genesi, monumentale progetto suddiviso in cinque sezioni, in cui l’artista racconta le terre a lui care.

Cinque le sezioni, Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia el Pantanàl per un totale di 245 scatti che ritraggono natura selvaggia e animali in libertà, e una primigenia umanità che non ha perso il contatto con un incontaminato mondo che la circonda.

Comincio dal secondo piano di Palazzo Roccella, dove ad aprire questa esposizione sono gli scatti del Pianeta Sud, l’Antartide e i suoi abitanti, le colonie di alabatri che sfidano le temperature ostili, ma anche i performer della Nuova Guinea. La flora del Madagascar e le sue isole da forme sorprendenti.

Immagini di un mondo altro, in cui si respira un senso di pace e armonia con la natura.

È straordinario guardare questi panorami di terre isolate, per catturare le quali Salgado ha spesso sfidato il tempo, aspettando pazientemente la luce giusta e il momento giusto.

Il bue muschiato, i leoni marini, i pinguini, ma anche le bellissime foto di renne stagliate a branchi contro bianco della neve, come macchie di inchiostro irregolari su di un foglio: si muovono in lontananza, camminano.

Le immagini di questa esposizione sono state scattate tutte nel primo decennio degli anni 2000.

Dal Canada alla Siberia, passando per la California e il Grand Canyon. Terre selvagge, spesso inospitali, che diventano negli scatti del fotografo racconti di viaggio e di vita, come quella dei Nenci, popolazione indigena Russa, che vivono nelle loro tende o čum, nel Nord del golfo dell’Ob, ma anche l’Alaska, dove Salgado sembra carpire l’anima degli uomini e delle donne che ritrae mentre mostrano i loro abiti tradizionali in pelliccia.

Persino i fiumi si tramutano in poesia di luci e ombre, catturati come folgori lucenti tra le rocce.

Dal grigio e dai colori freddi che caratterizzano le prime sale, passo ai toni caldi del bordeaux di quelle al primo piano del museo, dove prosegue la mostra e il mio percorso in questi mondi fantastici. Percepisco già che il clima è cambiato, passando dalle aree algide del nord alle terre calde dell’Africa, da sempre terra molto cara al fotografo che la definisce “apparentemente eterna”.

Qui la natura si fa rigogliosa, frastagliata, ricca di flora e fauna, come i gorilla di montagna, il babbuino Gelada, gli elefanti africani.

Le didascalie che accompagnano le foto, diventano quasi stralci enciclopedici del National Geographic, e così apprendo che le donne degli himba, dalle lunghe treccine ricoperte di ocra e grasso, appartengono ad una comunità quasi esclusivamente femminile, perché gli uomini si sono allontanati con le loro mandrie in cerca di acqua e pascoli.

Le sale dell’Amazzonia sono di un vivace color turchese, lo stesso che probabilmente caratterizza le foreste del Brasile, dove il fotografo ritrae gli Zo’é, piccola comunità di appena 275 membri che vivono suddivisi in una decina di piccoli paesi collegati tra loro da sentieri.

E guardando queste bellissime immagini è impossibile non domandarsi se non sia proprio questa la genesi, l’origine di ogni cosa, tra i giaguari in agguato e la pesca della tribù waura nel lago Piyulaga.

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Fede Velata, la statua gemella della Pudicizia di Cappella Sansevero a Napoli

Tra qualche giorno si conclude, dopo un breve periodo di proroga, la mostra Le Stanze Segrete di Vittorio Sgarbi, allestita dal critico d’arte al Castello Visconteo Sforzesco di Novara.

Una mostra che, come avevo già raccontato in un mio precedente post, ha reso omaggio alla bellissima collezione d’arte di Rina Cavallini-Sgarbi, madre del noto storico dell’arte, nonché grande appassionata e collezionista di opere uniche.

Innocenzo Spinazzi, Fede Velata – Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze

Non ho avuto modo di vedere personalmente la rassegna, ma sfogliandone il catalogo sono stato particolarmente rapito dall’opera di Innocenzo SpinazziFede Velata.

Antonio Corradini, La Pudicizia (o Pudicizia Velata) Cappella Sansevero a Napoli

I partenopei probabilmente avranno già capito, guardando la straordinaria somiglianza dell’opera (che vi mostro qui in una foto di wikipedia) con quella del 1752 di Antonio CorradiniPudicizia (o Pudicizia Velata), scultura che si trova all’interno della Cappella Sansevero a Napoli, dedicata a Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, madre di Raimondo De Sangro Principe di Sansevero.

Un’opera, quella di Corradini, dai tanti significati simbolici, a cominciare dalla virtù, raffigurata come una donna che con leggiadria si appoggia ad una lapide spezzata, come la vita della Gaetani morta prematuramente. Lo sguardo perso nel vuoto, quasi inespressivo, mentre un albero della vita germoglia dal marmo in questo tema di vita e di morte che ripercorre l’intero ciclo dell’esistenza terrena.

Antonio Corradini, La Pudicizia (o Pudicizia Velata)
Cappella Sansevero a Napoli

L’opera è considerata da molti il vero capolavoro di Corradini, e a giudicare dal finissimo quanto realistico velo che copre completamente la figura della donna, è facile capirne il motivo. La Pudicizia infatti si svela in trasparenza, attraverso un tessuto leggero, perfettamente drappeggiato, che aderisce alle forme morbide della donna, evidenziandone il delicato volto e la vita, stretta appena da una cintura floreale.

Francisco Basoletti, murales
Quartieri Spagnoli a Napoli

La scultura di Corradini, protagonista di un imponente murales di Francisco Basoletti nei Quartieri Spagnoli, vuole essere anche un tributo alla velata Iside, alla quale era probabilmente dedicata una raffigurazione posta proprio dove oggi sorge la statua dello scultore italiano, anch’esso massone, e che consapevolmente aiutò De Sangro nella realizzazione di una Cappella fortemente caratterizzata dalla simbologia massonica e occulta.

L’opera dello Spinazzi si trova invece, insieme ad un’altra figura, la Penitenza, nelle nicchie del lato sinistro di Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze. Benché la scultura velata di Spinazzi somigli molto di più alla Pudicizia, lo scultore, di origine romana, ebbe probabilmente modo di vedere un’altra opera del Corradini, Tuscia (o Tucciavelata, esposta all’epoca nella capitale a Palazzo Barberini, e eseguita dal Corradini nel 1740.

La raffigurazione di quello che nella statuaria antica era il peplo, è un tema ricorrente anche nella scultura del XVIII secolo, ed è coerentemente ripreso nell’ambito del classicismo del tempo.

Innocenzo Spinazzi, La Penitenza
Santa Maria Maddalena dei Pazzi a Firenze

A Roma Spinazzi era stato allievo dello scultore Giovanni Battista Maini, dal quale apprende e riprende quell’eleganza formale che ritroviamo in sculture come la Penitenza.

Un omaggio, quello di Spinazzi, alla tradizione tardo-barocca di fine ‘700 in cui lo scultore è perfettamente inserito.

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I Longobardi, un popolo che cambia la storia. Al MANN fino al 25 marzo

Per chiudere in bellezza l’anno appena passato, ho deciso di vedere la mostra i Longobardi, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al prossimo 25 marzo. Una rassegna itinerante, questa, che fa tappa a Napoli dopo l’esposizione pavese al Castello Visconteo.

Longobardi. Un popolo che cambia, questo il titolo completo della rassegna, apre un’ampia parentesi monografica su questa dinastia che ha dominato il nostro paese dal II al VI secolo d.C e sulla sua evoluzione nel corso dei secoli.

Una mostra storico-artistica nel senso più ampio di questa accezione, che ripercorre non soltanto la grande maestria artigianale di questa popolazione di origine germanica, ma anche il percorso geografico che dal nord dell’Italia ha portato alla conquista anche dell’entroterra meridionale del nostro Paese.

Allestita al primo piano del museo napoletano con un allestimento che, benché bellissimo, tanto ha tolto alla pavimentazione messa in opera proveniente dall’antica Pompei.

Una ricostruzione di ampio respiro, questa, che vede lungo il suo percorso corredi funerari, monili preziosi e persino carcasse di cavalli.

I reperti sono accompagnati da video-installazioni cui sono affidate le pagine storiche della mostra, che restituiscono ricostruzioni anche tridimensionali di siti e luoghi, mostrando minuziosamente, usi, costumi e percorsi lungo la nostra penisola.

Mariano Cervone alla mostra I Longobardi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Spade, spilloni, spille, fibbie, ma anche abiti e oggetti in pelle. Sono tanti e variegati gli oggetti che è possibile vedere attraverso le eleganti vetrine esagonali, che sposano i colori del verde e dell’arancio a motivi geometrici.

Non mancano teschi e incunaboli, con approfondimenti che vanno dall’antropologia alla cultura.

Ciò che sorprende più di ogni altra cosa è l’estensione di questa rassegna, in cui trovano posto anche epigrafi e fregi ornamentali, marmi in cui era scolpita l’arte e la storia longobarda, il cui gusto orientaleggiante incontra il cristianesimo, nelle sue croci d’oro e nelle raffigurazioni.

 

Per le immagini della mostra, vi rimando al mio profilo instagram @marianocervone

LIFESTYLE

Gucci Garden, giardino delle delizie a Palazzo della Mercanzia a Firenze

L’ultima tendenza del lusso è la declinazione food. Se Tiffany a New York ha infatti aperto un Blue Box Cafè nella sua iconica gioielleria sulla quinta strada, Gucci a Firenze inaugura oggi il suo Gucci Garden a Palazzo della Mercanzia. Un giardino delle delizie, a cura di Alessandro Michele, direttore artistico della maison.

Il museo della casa di moda italiana, che ha sede nello storico Tribunale di Piazza della Signoria, si trasforma così in uno spazio multifunzione, che vuole stimolare anche i sensi olfattivi e gustativi dei suoi ospiti.

Costruito nel 1359, in piena epoca medievale, il palazzo della casa di moda risponde allo squisito gusto fiorentino del tempo. Il tribunale ha visto il passaggio di avvocati forestieri e consiglieri cittadini, scelti tra le arti maggiori per giudicare le cause dei mercanti fiorentini in qualunque parte del mondo si trovassero, e tutte le controversie commerciali tra i membri delle corporazioni delle Arti a Firenze.

In origine la facciata comprendeva anche un portico, dove Taddeo Gaddi avrebbe dipinto La Verità che cava la lingua alla Bugia, mentre Sandro Botticelli e il Pollaiolo invece una serie di Virtù, oggi visibili all’interno delle sale degli Uffizi.

Bellissima la massima latina che recita Omnis sapientia a Domino Deo est, ogni conoscenza (o forse è più appropriato dire giudizio) viene dal Signore.

Ancora ben visibili tutti gli stemmi che rappresentano le arti maggiori e minori.

Gucci Garden, interno

Sede del museo Gucci dal 2011, inaugurato in occasione del novantesimo della maison nata nel 1921, vede oggi gli ambienti tripartiti, dove trova posto una boutique al pian terreno, in cui sarà possibile acquistare oggetti a tiratura limitata, creati proprio per questo spazio, ispirati allo storico marchio.

Scatole con la caratteristica texture della casa di moda, manichini vestiti di raso, ma anche oggetti più recenti, memorabilia e Gucci Decor, arrivando alla nuova collezione di borse con pipistrelli e occhi e l’arte contemporanea.

Ma è il lato sinistro a destare maggiore attenzione, dove ospiterà un’osteria, naturalmente Deluxe, curata dallo chef tre volte stellato Michelin, Massimo Bottura, conosciuto soprattutto per la sua Osteria Francescana al centro di Modena e per i Refettori.

La Galleria Gucci, che vede i suoi spazi in perenne trasformazione, è curata da Maria Luisa Frisa ed è organizzata per aree tematiche.

Convivialità con stile ed eleganza. Sono questi i tre elementi che rendono il lusso esperienziale. Cene gourmet, piatti esotici, cake design. La cucina incontra la moda, per un food che vuole essere piacere per gli occhi prima che per il palato.