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Gli igers e i blogger di Napoli al museo MADRE per Pompei@Madre

Vedere una mostra di archeologia all’interno di un museo d’arte contemporanea, è già di per sé un evento eccezionale. Avere la possibilità di vederla, guidati dal direttore in persona, è la quintessenza del voyeuristico piacere cui un amante della storia dell’arte possa ambire.

Vi avevo già parlato di Pompei@Madre, la straordinaria mostra allestita dal Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, noto ai più con l’acronimo di MADRE, che terrà banco nelle sale del Palazzo Donnaregina a Napoli fino al prossimo 30 aprile.

L’occasione è stata uno speciale #InstameetPompeiMadre, organizzato sabato 17 marzo dal museo in collaborazione con igersnapoli, che ha riunito gli instagrammer napoletani e non solo, e i blogger che, come me, si occupano (anche) di arte. Accompagnati dal Direttore Andrea Viliani, abbiamo fatto una visita esclusiva all’interno di questa bellissima esposizione, che ha messo in dialogo l’archeologia alla contemporary art.

Smartphone innanzitutto, ma anche reflex, compatte e, sì, persino qualche analogica. Ognuno nel suo personalissimo modo, vuole catturare un pezzo di mostra o di museo, e raccontarlo attraverso i propri canali social e le proprie pagine on-line.

Una giornata che ha messo a dura prova la resistenza delle batterie dei nostri dispositivi, e ha dato libero sfogo alla smania di fotografare ogni pezzo o allestimento di una mostra che ha letteralmente incantati.

Varchiamo idealmente quella che è stata concepita come una Domus Contemporanea. Ed è proprio una porta quella che vediamo al centro del colorato atrio, in cui i sgargianti colori caldi dell’opera di Daniel Buren fanno da sfondo al “negativo” in gesso della porta di una casa dell’antica Pompei. Una felice intuizione con cui l’allora soprintendente, Giuseppe Fiorelli, nella metà del XIX secolo aveva portato alla luce corpi e oggetti dalla devastata terra pompeiana, che altrimenti noi contemporanei non potremmo vedere. E così proprio come quei calchi in gesso dei tanti pompeiani che trovarono la morte in quella terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., anche molti altri oggetti hanno impresso la loro impronta tra la cenere e i lapilli che coprirono la cittadina romana 2000 anni fa.

Entusiasta quanto emozionato, il direttore ci introduce alla mostra: «La novità della nostra mostra è che vuole essere un modo per guardare il tempo – dice – e a quella “materia archeologica” che non è qualcosa che rimarrà in eterno. Ma cambierà».

Sono soprattutto questi gli oggetti fortemente voluti da Viliani in questa esposizione, quelli feriti, compromessi, che portano addosso le cicatrici del tempo e di un evento che li ha inevitabilmente segnati, e talvolta cambiati, per sempre: «La nostra idea, che questa mostra lancia – ci tiene a sottolineare Viliani – è che la materia archeologica pompeiana distrutta, può diventare materia per la creazione di nuove opere d’arte se affidate ad artisti contemporanei».

Sì, perché Pompei@Madre rappresenta la volontà di sconfiggere il pregiudizio sul contemporaneo, guardandolo attraverso ciò che per molti è considerato classico, dimostrando che tutto è stato contemporaneo e forse lo è ancora: «Contemporaneo – prosegue Viliani – è il modo di guardare le cose» proprio come seppe fare l’archeologo e studioso Salvatore Settis, quando scrisse il futuro del classico, introducendo quel concetto di resilienza, quella capacità di adattamento e sopravvivenza che caratterizza oggi gli oggetti e la città stessa di Pompei.

Risaliamo le scalinate di Palazzo Donnaregina, ascoltando la voce del direttore che echeggia negli ambienti del museo. Siamo rapiti, mentre ci avviciniamo in quelli che dovevano essere gli ambienti circostanti della casa, come topolini con il pifferaio magico.

Un triclinio, un tavolo, lampade dalle forme falliche. Oggetti d’uso quotidiano che qui acquistano una valenza nuova, una coscienza storica, dove tutto si fa nostalgia ed ogni cosa diventa arte e suggestione, perfettamente incastonati tra i trasgressivi affreschi di Francesco Clemente e le sue maioliche della site specific Ave Ovo, che celebra i simboli di Napoli e quelli della sua infanzia.

Un pavimento “a canestro”, in cui tessere a mosaico colorate, si intrecciano, dialoga con i due cerchi bicolore di Sol Lewitt, 10000 lines, tratteggiati, appunto, da diecimila linee di uguale lunghezza in ordine sparso. Non sono stati realizzati dall’artista americano, scomparso nel 2007, ma secondo sue precise istruzioni, perché, questo il concetto rivoluzionario, per il minimalista Lewitt, che concepita l’arte “as idea”, come qualcosa di riproducibile seguendo delle indicazioni precise, proprio come nell’antica Pompei, quando un pavimento di tal pregio era semplicemente realizzato da una maestranza che aveva acquisito la tecnica dal suo predecessore.

E quasi ci sembra di calpestarlo, quel pavimento pompeiano che affacciava sul mare, e sentiamo quasi la brezza marina e l’aria salina del golfo.

Bellissimo il dialogo non solo artistico, ma spirituale, è proprio il caso di dirlo, con l’opera Spirits di Rebecca Horn, l’artista tedesca che con i suoi teschi e i suoi specchi aveva omaggiato la città di Napoli, il culto per le anime pezzentelle, che trova adesso in alcune lapidi antropomorfe la naturale prosecuzione a ritroso nel tempo di questo ciclo che da sempre caratterizza la città e i suoi abitanti, in un gioco di suoni, luci e ombre, sospese tra la vita e la morte.

Le sale si susseguono una dietro l’altra, e i reperti dell’antica città alle falde del Vesuvio si alternano alle installazioni e opere delle collezioni permanenti. Il nostro percorso, questo vero e proprio cammino iniziatico tra antichi ritrovamenti e lavori recenti, si chiude con un’olla. Un vaso panciuto, dalla particolare pigmentazione verde, punteggiata da schizzi bianchi e blu, e dai colori caldi del collo. Sembra incrostato, a metà tra un reperto di un relitto sott’acqua e un’opera espressionista.

«Questa è la nostra Grace Kelly!» esclama il direttore con orgoglio, indicando questo antico vaso che cattura completamente la nostra attenzione, mentre Viliani prosegue un elenco di nomi di dive dagli anni ’50 ad oggi, che possano meglio incarnare l’iconico significato che questo pezzo ha per l’intera mostra.

È incredibile pensare che non c’è un artista dietro questo avveniristico “design”, o che forse il suo artefice è il Vesuvio. Sì, lo stesso ritratto da Andy Warhol, giunto in queste sale direttamente da Capodimonte. Il Vesuvio, la cui furia distruttrice ha sepolto e conservato un’intera città, che con i suoi lapilli incandescenti, la sua cenere, la sua violenza, ha colorato questo paiolo con la stessa forza di Jackson Pollock, rendendola di diritto un’opera d’arte contemporanea. Senza tempo.

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Pompei@Madre, straordinaria mostra di “archeologia contemporanea”

Spinto da questa curiosa dicotomia che ha accostato reperti di archeologia addirittura in un museo d’arte contemporanea, il MADRE a Napoli, sono andato a vedere la mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, aperta al pubblico fino al prossimo 30 aprile. Curatore d’eccezione Massimo Osanna, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, che, insieme ad Andrea Viliani, Direttore del Madre, fa dialogare i reperti dell’antica cittadina romana con le collezioni permanenti delle sale del museo napoletano.

E più che di materia archeologica io parlerei di materia vivente, sì perché i reperti pompeiani sembrano vivere, o per meglio dire rivivere, di vita propria, si trasformano quasi fino a diventare delle installazioni contemporanee.

Sovvertendo quanto il Direttore del MANN, Giulierini, ha fatto portando opere d’arte contemporanea in un museo archeologico, qui è l’Archeologia a spalancare le porte dell’arte contemporanea. E il dialogo funziona. Funziona quando pittura, scultura e persino video-installazioni si intrecciano per dare vita ad un percorso che stimola i sensi.

A cominciare dalle piante e giardini che riproducono i vivaci affreschi del Bracciale d’Oro che intanto dialoga con una parete d’argento.

Archeologia, arte, design si fondono in questo dialogo che vuole essere confronto, che vuole essere prosecuzione. Lo si nota nelle pitture di fine ‘800 di Pierre-Jacques Volaire, che immortala l’eruzione del Vesuvio, che si fa antesignana delle foto che si fanno reportage, e di quel Vesuvio pop-art di Andy Warhol in prestito da Capodimonte.

Anche il calco di un cane ucciso dalla furia del vulcano nel 79 d.C. è riprodotto in serie come i calchi delle sedute dell’artista Nairy Baghramian. Una metodologia di ricerca nata con Giuseppe Fiorelli a Pompei nel XIX secolo e che si fa tecnica di riproduzione artistica come le opere della Factory dell’artista dello stravagante artista di Pittsburgh.

Il percorso inizia dalla bibliografia, dai volumi più antichi che via via si fanno pubblicazioni moderne, capisaldi per gli studi universitari fino a cataloghi di acclamate mostre come Pompei e l’Europa. 1748–1943 al Museo Archeologico nel 2015.

Tanti i reperti da Pompei, dai bronzi alle ceramiche, dai rhyton ai fossili, passando per stacchi di pareti e mosaici, in un mondo colorato e variopinto che mi appare ora più contemporaneo che mai.

È forte la ricerca di stile e design dell’antica Roma, e della cittadina vesuviana in particolare, me ne accorgo quando osservo tavoli e triclini posti al centro della sala decorata dall’opera Ave Ovo Francesco Clemente, dove questi complementi mi appaiono come elementi di arredo moderno.

Suggestivo il confronto con l’opera senza titolo di Jannis Kounellis, l’ancora di una nave, con un mosaico di epoca romana che la ritrae quasi in un gioco di specchi.

Tra i più riusciti esempi di queste conversazioni d’arte, quello tra l’opera di Rebecca HornSpirits, che omaggia Napoli riproducendo una serie di teschi e specchi, riflessione senza tempo sulla vita e sulla morte, e una serie di segni tombali di epoca romana, che si fanno monologo in pietra di un atemporale dopo.

Così come le opere di Sol Lewitt che ritrovano le colorate tessere intrecciate di un mosaico.

Un mondo, quello dell’Antica Pompei, che non è stato mai veramente distrutto da cenere e lapilli, ma si è conservato fino a noi, trasformandosi come materia magmatica viva, influenzando (in)consciamente la nostra vita, il nostro pensiero e la nostra arte.

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Da De Nittis a Gemito, l’impressionismo napoletano a Palazzo Zevallos fino all’8 aprile

In perfetta sintonia con l’atmosfera natalizia di questi giorni, è stata inaugurata alle Gallerie d’Italia a Napoli la mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo, aperta al pubblico fino all’8 aprile.

E già percepisco questa festiva aria ottocentesca, a cominciare dalla bellissima decorazione che quest’anno adorna il monumentale ingresso di Palazzo Zevallos Stigliano a Via Toledo. Una ghirlanda illuminata sospesa a mezz’aria, tra quel senso di Dickens e il fascino vero del XIX secolo.

All’interno un albero di Natale accoglie i visitatori. Bastano questi piccoli tocchi per fare di questa esposizione, di per sé già molto interessante, la scelta perfetta per queste festività.

Non credo sia possibile, ma Palazzo Zevallos mi appare, in questo periodo, ancora più bello e mi restituisce quell’aria che tutti durante il Natale sogniamo di respirare almeno una volta.

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

La mostra è allestita tra il pianterreno e il primo piano. Sono le scene bucoliche di Giuseppe Palizzi quelle che aprono questo percorso espositivo, dove la vita rurale si fa arte: scene di caccia, il mercato dei cavalli, ma anche l’imponente Incitazione al vizio di Michele Cammarano, restituiscono la quotidianità del tempo. Colori vivaci che si alternano a nuance terra, stemperati con pennellate dense, che assumono sulla tela una loro corporeità fino a diventare vere e proprie texture.

Verso la metà del XIX secolo i pittori napoletani entrano a contatto con gli artisti parigini, da Manet a Courbet, generando una proficua contaminazione, che li orienterà verso il realismo che caratterizzerà anche l’impressionismo napoletano.

Le scene monastiche di Toma e Tofano si alternano alla nuda sensualità del Bagno Pompeiano di Domenico Morelli, che ritrae con eccezionale realismo scene antiche e scene bibliche, da La figlia di Jairo alla lapidazione de La Maddalena, che diventano momenti dell’antico quasi fotografati dall’artista.

«Nelle belle serate di luna piena ci si riuniva in terrazza» sono le stesse parole di Giuseppe De Nittis a descrivere la sua opera, che ritrae una scena conviviale, allegra, probabilmente in una taverna sul mare, con tanto di cantori, cui fa da sfondo il bellissimo Palazzo Donn’Anna al chiaro di luna.

Bellissima l’Eruzione sul Vesuvio o, più dialettalmente, Sotto il Vesuvio, tema, quello del vulcano partenopeo, che ritornerà spesso nella pittura di De Nittis, come dimostra la serie di opere qui esposta.

Agli inizi del nuovo secolo i napoletani si fanno sedurre da Gaupil, potente mercante parigino, che offre loro quella visibilità che ne farà maestri, e che li porterà ad esporre le proprie opere anche Esposizioni Universali parisienne.

Vita, vanità, moda si fondono diventando opere che catturano un’epoca come un reportage.

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

I dipinti di queste sale sono come finestre aperte sul secolo scorso, attraverso le quali è possibile ammirare una Napoli bellissima, negli oli di Antonio Leto e Eduardo Dalbono, con le loro spiagge di Capri, pergolati e bagnanti ammalianti come sirene. L’isola azzurra, ma anche Mergellina e la Villa Comunali. La città si è offerta ai suoi impressionisti come un perfetto scenario da catturare e condividere. Ma ci sono anche molte scene d’interni e domestiche in questa bellissima rassegna che sembra sospendere il visitatore.

Da De Nittis a Gemito Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Napoli 2017 2018 Giuseppe De Sanctis

Nel decennio francese, quello che va dal 1806 al 1815 i pittori napoletani sembrano ritrovare il dialogo con il paesaggio. Sono gli anni dell’Ancien Régime quelli in cui gli impressionisti spostano il loro “obiettivo” verso i parchi pubblici e gli spazi aperti, ritraendo le persone che li abitano. Donne eleganti e uomini galanti, fissati in un frangente temporale lontano. Scorgiamo nei dettagli dei loro cappotti, dei cappelli e dei colori un piglio di modernità, quasi contemporaneo, scolpiti da Gemito e dipinti da Giuseppe De Sanctis.

Sembra che gli impressionisti siano quasi la prosecuzione naturale di quell’opera di verità iniziata con Caravaggio, che raffigurano attimi di vita rubati, scevre dalle pose statiche dei secoli prima, impresse sulla tela come precorsici della fotografia.

Sono le strade, i boulevard e i suoi abitanti ciò che a metà del XIX secolo cattura l’attenzione degli impressionisti napoletani, che preferiscono luoghi come i giardini di Lussemburgo e la Senna dal Louvre, ma anche i loggioni dei teatri e la vita borghese.

Bellissime le sculture di Gemito che assumono una nuova dimensione lungo questo percorso espositivo: da Mariano Fortuny ad un Pescatore il realismo travalica la pittura per assumere la consistenza del bronzo.

La mostra dialoga perfettamente con la collezione permanente che diventa naturale prosecuzione, con le sculture di Gemito e nei tanti dipinti di quel tempo che ritraggono una Napoli radiosa prima della Guerra.

A chiudere l’esposizione sono i ritratti di Antonio Mancini, che alla fine dell’800 ritrae giovinetti borghesi e saltimbanchi, figli dei mugnai e scugnizzi, e nei suoi autoritratti anticipa quasi quello che oggi chiamiamo banalmente “selfie”, mostrandosi in studio con un accenno di sorriso come se si stesse specchiando, guardando negli occhi chi osserva. Nei suoi dipinti trovano posto anche Il pazzariello e Bacco, facce diverse di un’unica medaglia che è il popolo di Napoli.

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L’ultimo Caravaggio a Milano fino all’8 aprile

I napoletani lo conoscono bene, L’ultimo Caravaggio, il Martirio di Sant’Orsola, arriva a Milano e, in occasione della colossale mostra Dentro Caravaggio (di cui vi ho parlato qui), diventa protagonista di un’esposizione tutta sua.

Succede alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano, che da oggi, 30 novembre, fino al prossimo 8 aprile 2018 ospiteranno l’opera che tradizionalmente è esposta nell’omologa sede napoletana.

Datato 1610, il Martirio di Sant’Orsola è l’ultimo dipinto di Michelangelo Merisi, che morirà poche settimane più tardi, trasformandosi in un vero e proprio caposaldo della pittura barocca italiana, e punto di partenza per tutti quegli artisti che, con più o meno successo, hanno provato a portare avanti la pesante eredità.

L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano a confronto (1610-1640) è proprio questo il sottotitolo della rassegna a cura di Alessandro Morandotti che prova ad indagare le principali città dove Caravaggio è stato recepito, in un periodo storico-artistico diviso tra una devozione totale per Merisi e il nuovo e più colorato gusto del barocco.

Suddivisa in sette sezioni, la mostra illustra ampiamente il Seicento, attraverso le collezioni dei due fratelli Doria, Marcantonio e Giovan Carlo, banchieri e mecenati di grande munificenza.

I due genovesi mostrano le aree di principale interesse dove si mossero, tracciando il gusto artistico e collezionistico del tempo. Da una parte quello partenopeo, dove a dominare è senza dubbio il caravaggismo con echi classicheggianti, dove operò soprattutto Marcantonio, cogliendo i Battistello Caracciolo e i José de Ribera. Dall’altra, Giovan Carlo, si rivolgerà soprattutto a quelle che ai tempi erano forse delle vere e proprie “avanguardie” e ai contemporanei maestri italiani ed europei come Giulio Cesare Procaccini, Pieter Paul Rubens, Bernardo Strozzi, Simon Vouet.

«Un viaggio attraverso la pittura del primo Seicento a Napoli, Genova e Milano, tra fascinazione e resistenza al nuovo e rivoluzionario linguaggio del pittore lombardo» ha detto Giovanni Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo.

L’evento vede i patrocini del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e del Comune di Milano nonché la partnership dei Musei di Strada Nuova di Genova e la collaborazione con l’Università degli Studi di Torino.

Un’occasione dunque per confrontare Caravaggio con autori quali Procaccini, Strozzi, Rubens e Van Dyck.

Il Martirio di Sant’Orsola l’ho visto nella mia Napoli, a Via Toledo, ed è stata un’opera che mi ha commosso fino alle lacrime. Ritrovarmi lì, faccia a faccia con Caravaggio, con la sua ultima opera, è stata davvero un’emozione molto forte. Sant’Orsola è ritratta di profilo, portata via dalle guardie, mentre il suo petto è trafitto da una freccia. Secondo la leggenda agiografica, la Santa, venerata dalla Chiesa Cattolica, rifiutò di concedersi al re unno Attila, che la fece uccidere a colpi di frecce.

Un’opera, questa, che non riscosse in realtà immediato successo. Nessuna posa plastica, nessuna santità ostentata. Sant’Orsola è ritratta come una donna più che una martire, una delle tante che probabilmente faceva parte della dissoluta vita di Caravaggio.

Con l’esposizione milanese, il dipinto caravaggesco dialoga con altri artisti, tra cui la monumentale Ultima cena di Procaccini, oggetto di un recente restauro al al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale a Torino.

Main Sponsor dell’evento è Intesa San Paolo. I visitatori della mostra di Palazzo Reale, presentando il proprio biglietto alle Gallerie d’Italia, avranno diritto alla tariffa speciale per l’ingresso alla mostra.

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Il Museo della Follia, da Goya a Maradona. Dal 3 dicembre a Napoli

È un’edizione che si lega molto alla città di Napoli quella del Museo della Follia, mostra itinerante a cura di Vittorio Sgarbi che dopo Catania e Salò sbarca adesso nel capoluogo partenopeo. Non solo perché segna un ritorno del critico d’arte dopo il successo della passata stagione con i Tesori Nascosti, ma anche perché suggella un legame, quello con la Basilica di Santa Maria Maggiore in Via Tribunali, a sua volta tesoro nascosto ritrovato, che continua ad essere il camaleontico scrigno di queste interessanti iniziative. 

«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento» ha detto di questa mostra uno dei suoi artefici, Sara Pallavicini, collaboratrice di Sgarbi, che lo storico d’arte ha voluto riproporre facendola sua. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra ospedali psichiatrici - internettuale
immagine dal sito ufficiale http://www.museodellafollia.it

Gli ambienti vagamente neoclassici della rassegna precedente, saranno adesso sostituiti da camere buie, come metafora architettonica di quel disorientamento che è follia di erasmiana memoria. 

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo, che anticipa un cammino che avrà inizio con il pittore e incisore spagnolo del XIX secolo per culminare con quello che è un vero e proprio omaggio alla città di Napoli, alla sua squadra del cuore e a quell’indimenticato calciatore simbolo di un’epoca e di due scudetti, Maradona. Con il centrocampista argentino la follia si fa sovversiva genialità, e Diego ammonisce i giovani di prendere le distanze da uno stile di vita fuori dagli schemi, Maradona li incita a dare il meglio di sé, e ad inseguire quelle passioni che infiammano gli animi. 

Museo della Follia Napoli Basilica di Santa Maria Maggiore 2017 mostre mostra Vittorio Sgarbi - internettuale
il critico d’arte Vittorio Sgarbi (immagine dal sito http://www.museodellafollia.it)

La mostra sarà presentata alla stampa dallo stesso Vittorio Sgarbi con una esclusiva visita guidata a giornalisti e invitati il 2 dicembre, per aprire finalmente le porte al pubblico da domenica 3 dicembre 2017 fino al 27 maggio 2018. 

Tra gli autori che hanno reso possibile questo evento, i collaboratori di Sgarbi, Cesare Inzerillo, la già citata Sara PallaviciniGiovanni C. Lettini e Stefano Morelli. 

La mostra sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00, arrivando alle 21.00 nei weekend, con ultimo ingresso un’ora prima dell’orario di chiusura. 

Tante le aperture straordinarie nel corso dell’anno (che vi elenco sotto). 

I visitatori potranno così ritrovare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, interessante complesso architettonico, realizzato nel XVII secolo dall’architetto Cosimo Fanzago, affondando le sue radici nella storia greco-romana della città. Tempio pagano di Diana prima, fu utilizzata come chiesa paleocristiana nel IV secolo d.C., fino all’odierna costruzione del 1653 come prima Chiesa nella città di Napoli dedicata al culto della Vergine, da cui prende il nome. 

Come il progetto precedente, la mostra è promossa dall’Associazione Culturale Radicinnoviamoci / Fenice Company Ideas e Ticket24. 

Nulla, per ora, è dato sapere sull’elenco completo degli artisti che andranno a comporre questa interessante rassegna che, pare, potrebbe far convergere arte moderna e arte contemporanea, mescolando sapientemente pittura, scultura e video-installazioni in un percorso museale che indaga la follia nella sua più ampia accezione del termine.

APERTURE STRAORDINARIE 

24 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 25 dicembre dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 31 dicembre dalle ore 10:00 alle ore 17:00; 1 gennaio dalle ore 13:00 alle ore 21:00; 6 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 1 aprile dalle ore 10:00 alle ore 21:00; 2 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 25 aprile dalle ore 10:00 alle ore 20:00; 1 maggio dalle ore 10:00 alle ore 20:00 

 

Per maggiori informazioni: 

www.museodellafollia.it

 

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La Basilica dello Spirito Santo, tempio della spiritualità a Napoli

La Basilica dello Spirito Santo è una Chiesa monumentale che si trova in Via Toledo a Napoli, ed è uno dei motivi per i quali io ho follemente amato la mostra L’Esercito di Terracotta, di cui vi ho parlato qualche giorno fa.

La storia della sua costruzione è di grande fascino, perché vede intrecciarsi e sovrapporsi tre corpi di fabbrica: la Chiesa, iniziata poco prima del 1562 su approvazione di Papa Pio IV, del Conservatorio delle Povere Fanciulle e del Banco. Tutti gli edifici, che finirono col confluire in un’unica struttura, furono voluti dalla Confraternita dei Bianchi (Real Compagnia ed Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo) che poi prese il nome dello Spirito Santo, cui oggi la chiesa è dedicata.

La confraternita di quelli che erano “pii napoletani” decise così di costruire una chiesetta nei pressi del Palazzo del Duca di Monteleone.

Basilica dello Spirito Santo, navata centrale (immagine da wikipedia)

Il progetto originario del Conservatorio delle Povere Fanciulle prevedeva una rigida bipartizione costituita dalla chiesa, ai lati della quale, a lato destro e al lato sinistro, c’erano i due cortili corrispondenti l’uno al Conservatorio delle Fanciulle Povere, l’altro invece al Conservatorio delle Figlie delle Prostitute, il cui requisito fondamentale per accedervi era essere illibate.

In questo periodo storico tanta importanza ha la musica, soprattutto per la buona educazione delle fanciulle e delle nobildonne. Lo dimostrano i tanti ritratti dedicati a Santa Cecilia, patrona della musica, e alle donne che si dilettavano nella musica come la famosa Suonatrice di Liuto dell’artista fiammingo Vermeer.

Tuttavia a causa dei lavori di ampliamento della strada, voluti dal Vicerè, Duca d’Alcalà, la venne demolita, così da ampliare la strada che collegava Via Medina allo Spirito Santo.

Ma la chiesa fu subito ricostruita nello stesso periodo lungo l’asse principale di Via Toledo, oggi punto nevralgico di tutta la città, senza dubbio tra le vie più note (è qui che si trova la famosa stazione Toledo della Linea1 della metropolitana), nonché uno dei punti di riferimento per lo shopping. Qui i confratelli avevano acquistato un terreno ben più grande.

A progettare la nuova chiesa fu l’architetto Pignaloso Carafo di Cava de’ Tirreni e Giovanni Vincenzo Della Monica, mentre le maestranze che affrescarono la cupola furono opera di Luigi Rodriguez, Giovan Bernardo Azzolino e Giulio dell’Oca, dei quali però oggi non resta traccia a causa del cattivo stato di conservazione.

Basilica dello Spirito Santo, cupola (immagine da wikipedia)

Il complesso fu poi ampliato a partire dal 1758 su un progetto di Mario Gioffredo, architetto, ingegnere e incisore detto il “Vitruvio napoletano”, scelto da Luigi Vanvitelli. Questo ne farà uno dei capolavori dell’architetto napoletano che, ben oltre il manierismo barocco, farà di quest’opera un capolavoro del neoclassicismo.

È impressionante l’altezza, il senso di spiritualità che si prova varcando l’ingresso. Si è avvolti da un mistico silenzio, e da una forte sensazione di contatto con il divino. Sono bellissimi i marmi policromi che ho intravisto durante la mostra, così come la cupola con la luce che permeava dall’alto, accentuando questo senso di maestosità.

A testimoniare la primitiva costruzione ci sono ancora tanti marmi e dipinti, tra cui il portale della facciata e le acquasantiere collocate all’entrata che risalgono al tardo Cinquecento inizio Seicento.

Con le sue mastodontiche colonne corinzie della navata centrale, e il biancore dei suoi interni che modulano la luce naturale che entra dalle aperture superiori, la Basilica può essere considerata un vero e proprio tempio della spiritualità.

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Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, a Novara fino al 14 gennaio

Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, da oggi, 21 settembre, fino al prossimo 14 gennaio 2018 al Castello Sforzesco di Novara. Dal Rinascimento al Neoclassico, questo il sottotitolo della mostra, che seleziona 120 opere dalla vasta Collezione Cavallini-Sgarbi di proprietà del noto critico d’arte Vittorio e di sua madre Rina Cavallini. Un’antologica, come ormai di consueto per Sgarbi che, dopo i Tesori Nascosti cui ho avuto il privilegio di partecipare, ritorna a divulgare arte in Italia. Niccolò dell’Arca, Lorenzo Lotto, Guercino, Guido Cagnacci, Artemisia Gentileschi, Francesco Hayez e Gaetano Previati sono soltanto alcuni degli artisti che animano queste ideali stanze segrete.

Una collezione che racconta di una grande passione, quella per la bellezza, di Vittorio Sgarbi e di sua madre, che hanno accumulato opere prendendo parte alle più prestigiose aste di tutto il mondo.

Non c’è una logica in questa collezione, che mette insieme indistintamente dipinti e sculture, e artisti di ogni secolo e genere pittorico, accomunate soltanto dal grande amore del critico d’arte.

Per la realizzazione di questa importante rassegna, alcune opere sono state sottratte ad alcuni musei statunitensi e orgogliosamente riportate in Italia, come il Ritratto di Francesco Righetti di Guercino dal Kimbell Art Museum di Forth Worth.

Realizzata con il patrocinio del Comune di Novara e naturalmente quello della Fondazione Cavallini Sgarbi, la mostra vede la direzione artistica di Giovanni C. Lettini, Sara Pallavicini e Stefano Morelli, ed è promossa dalla Fondazione Castello per valorizzare il sito visconteo, che viene finalmente riaperto al pubblico e restituito alla sua città.

Fino agli anni ’70 il castello ha avuto funzione di carcere, dove è stata rinchiusa anche Claretta Petacci, amante di Benito Mussolini.

Oggi invece quelle stesse stanze, un tempo prigioni, si fanno custodi di cotanta arte, e rendono più suggestiva la visita stessa del castello: «Da settembre a gennaio – ha detto Alessandro Canelli, sindaco della città di Novara – i visitatori avranno la possibilità di vivere una esperienza unica di bellezza e meraviglia, un primo tassello importante perché Novara possa diventare un punto di riferimento e di attrazione culturale anche fuori dai propri confini».

Opere che non seguono nemmeno una linea di appartenenza, bensì una geografia del cuore. Molto belle le parole con cui Vittorio ricorda sua madre Rina, definita il suo “miglior uomo”, la persona più fidata non solo negli affetti ma anche nei suoi interessi: «Si fece prolungamento del mio pensiero e della mia vita. Io indicavo il nome di un artista, il luogo, la casa d’aste. E lei puntuale prendeva la mira e colpiva».

Questa collezione ha saputo mettere insieme nel tempo, tra i tanti, artisti italiani di scuole diverse: dalla lombarda alla marchigiana, dalla veneta all’emiliana, passando per la romagnola, la toscana, la romana, con il solo intento di raccontare importanti pagine di storia dell’arte del nostro paese, e di quelle regioni che, come un colorato puzzle, ne compongono l’immagine e la grandezza agli occhi del mondo.

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La Collezione Cavallini-Sgarbi ritorna a Ferrara con opere inedite

Un omaggio alla natia Ferrara, quello di Elisabetta e Vittorio Sgarbi, che portano oltre cento opere della propria collezione, Cavallini-Sgarbi, della madre Caterina Cavallini, in quello che forse è il luogo più rappresentativo della città, il Castello Estense, patria della cultura italiana.

La mostra animerà dal prossimo 3 febbraio al 3 giugno 2018 le quattordici stanze del castello, da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, attraversando secoli di storia dell’arte, regioni, artisti.

Una selezione delle oltre 4000 opere d’arte della collezione, molte delle quali mai esposte al pubblico, e che qui debuttano per la prima volta. Opere inedite che si rivolgono con particolare attenzione proprio agli artisti ferraresi ed emiliani: «Un dono alla mia famiglia – in particolare a mio fratello Vittorio e a mia madre, Caterina Cavallini, senza tralasciare i silenzi compiaciuti di mio padre Giuseppe, scrittore – una famiglia che ha consacrato una vita alla ricerca, alla scoperta, alla cura del bello» ha commentato Elisabetta Sgarbi, sorella del più noto critico d’arte Vittorio, ma anche editrice di grande successo (sua l’etichetta da lei fondata La Nave di Teseo), e presidente della Fondazione Cavallini Sgarbi che ha reso possibile questa straordinaria esposizione: «Questa mostra – dice Dario Franceschini dalle pagine di ANSA.it – è un’ulteriore conferma che la via intrapresa dal Ministero di abbattere il confine tra pubblico e privato è sicuramente giusta».

 

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Da Michelangelo a Pontormo, il ‘500 a Firenze a Palazzo Strozzi da settembre

Una trilogia iniziata nel 2010 che trova quest’anno il degno capitolo conclusivo. Il Cinquecento a Firenze, è questo il titolo della nuova mostra che animerà le sale di Palazzo Strozzi a Firenze dal prossimo 21 settembre, e che chiude un ciclo, a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali, iniziato sette anni fa con Bronzino per poi proseguire nel 2014 con Pontormo e Rosso Fiorentino.

La rassegna di quest’anno va ad indagare gli artisti che hanno reso grande quella parte di Rinascimento fiorentino che idealmente va dal Concilio di Trento, caratterizzato dalla figura di Francesco I de’ Medici, mecenate di grande cultura e potenza, fino al 1550, anno in cui Giorgio Vasari pubblicò per la prima volta un’edizione del suo celebre volume Vite, e che arriverà dunque al Dio fluviale di Michelangelo e la Pietà di Luco di Andrea Del Sarto.

Giorgio Vasari (Arezzo 1511-Firenze 1574) Crocifissione 1560-1563

70 capolavori della storia dell’arte tra dipinti e sculture, selezionati per mostrare ai visitatori la magnificenza culturale di questo periodo. Un percorso espositivo cronologico e tematico, in cui si muoveranno le opere dei maestri quali Pontormo, Rosso Fiorentino, Giorgio Vasari, Giambologna e tanti altri. Artisti quasi tutti coinvolti nello Studiolo, e della nota Tribuna degli Uffizi, ma anche nella decorazione delle chiese fiorentine secondo le indicazioni del Concilio.

La mostra sarà anche l’occasione per confrontare opere quali la Deposizione di Santa Felicita e la Deposizione della Croce di Volterra con il Cristo Deposto di Besanon, dipinti che dialogheranno tra loro, illustrando l’evoluzione della pittura italiana.

Un percorso nel percorso, all’interno del quale troveranno posto temi sacri realizzati per le chiese riformate fiorentine, arrivando alla produzione di soggetti profani legati proprio alla figura di Francesco I.

In entrambi le sezioni tematiche ritroveremo artisti quali Mirabello Cavalori, Girolamo Macchietti, Santi di Tito, Jacopo Coppi, Maso da San Friano, Giovanni Battista Naldini e molti altri ancora.

Giambologna (Douai 1529-Firenze 1608) Fata Morgana 1572

Non potevano mancare, lungo un percorso di pregio, la Crocifissione della Chiesa di Santa Maria del Carmine del Vasari e l’Immacolata Concezione del Bronzino, in deposito alla Chiesa della Madonna della Pace, ma anche la Resurrezione della Basilica di Santa Croce di Santi di Tito e infine Cristo e l’Adultera di Alessandro Allori.

In occasione di questo importante evento culturale d’inizio autunno, saranno riunite, per la prima volta, sei lunette che rappresentano uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni artisti per lo Studiolo di Francesco I negli ambienti di Palazzo Vecchio.

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al prossimo 21 gennaio 2018.