CINEMA

C’è molta Napoli nei 21 italiani in corsa agli Oscar 2019. Eccoli:

Mancano ancora cinque mesi alla notte degli Oscar, quando il prossimo 24 febbraio 2019 l’Academy Awards premierà i migliori film, ma nel frattempo in Italia si respira già la magica atmosfera hollywoodiana.

Entro il prossimo 25 settembre infatti l’ANICA, l’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive, sarà chiamata a scegliere la pellicola che rappresenterà il nostro Paese come miglior film straniero, ovvero non doppiato.

Sono 21 i film che ambiscono alla statuetta. C’è molta Napoli tra questi, a cominciare da A casa tutti bene di Gabriele Muccino, film corale interamente ambientato sull’isola di Ischia; CAINA, opera prima del regista Stefano Amatucci (manco a dirlo, napoletano) che affronta il delicato tema dell’immigrazione. E poi c’è Dogman, di Matteo Garrone, romano, che di Napoli e a Napoli ha lavorato e ne ha parlato tanto, a cominciare dal film Gomorra.

E poi c’è il regista di Torre del Greco Ciro Formisano, che candida invece L’esodo, pellicola con Daniela Poggi che affronta il tema degli esodati.

E poi c’è Napoli Velata, thriller di Ferzan Ozpetek con l’attrice napoletana Giovanna Mezzogiorno, in cui mistero, esoterismo, arte e vedute notturne di Napoli si mescola per dare vita ad una storia che in qualche modo cattura l’essenza di Napoli. Bellissima, in chiusura, la cover Vaseme di Arisa (inutile dirvi, a questo punto, qual è il film che spero sia candidato nella short list).

C’è anche Toni Servillo, attore feticcio di Paolo Sorrentino e già vincitore di un Oscar con La grande bellezza, nel film di Donato Carrisi che prova adesso a conquistare un posto nella cinquina: La ragazza nella nebbia, tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Carrisi.

Roberto Andò, reduce dal successo di Venezia 75, candida il pluripremiato Sulla mia pelle, con Alessandro Borghi, film duro che indaga gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, morto in seguito a delle lesioni e percosse in carcere.

Paolo Genovese ci prova invece con il suo The Place, che vede tra gli altri anche la partecipazione di Sabrina Ferilli (anche lei nel cast de La grande bellezza), indagando fino a che punto l’uomo è disposto a superare i propri limiti e, talvolta, la propria morale per ottenere ciò che desidera.

C’è molta immigrazione e periferia nei film proposti all’ANICA, da Come un gatto in tangenziale (con Paola Cortellesi e un simpatico cameo di Franca Leosini), a La terra dell’abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Poca commedia e molto dramma, è questo il cinema italiano che corre verso l’Oscar, proponendo, in tempi di scandalo Weinstein, film tosti come Nome di donna, con Cristiana Capotondi, di Marco Tullio Giordana, e Dove non ho mai abitato.

In un periodo storico di difficoltà e grande instabilità, il cinema sembra riflettere la realtà e sulla realtà, proponendo punti di vista, a volte inediti, ma genuinamente in puro stile italiano.

Chi ci rappresenterà? Per saperlo dovremo aspettare ancora qualche giorno.

Qui la lista completa in ordine alfabetico:

A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

CAINA di Stefano Amatucci

COME UN GATTO IN TANGENZIALE di Riccardo Milani

DOGMAN di Matteo Garrone

DOVE NON HO MAI ABITATO di Paolo Franchi

L’ESODO di Ciro Formisano

L’ETA’ IMPERFETTA di Ulisse Lendaro

IL FIGLIO SOSPESO di Egidio Termine

LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

MANUEL di Dario Albertini

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek

NOME DI DONNA di Marco Tullio Giordana

QUANTO BASTA di Francesco Falaschi

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA di Donato Carrisi

RICCARDO VA ALL’INFERNO di Roberta Torre

SEMBRA MIO FIGLIO di Costanza Quatriglio

UNA STORIA SENZA NOME di Roberto Andò

SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo

THE PLACE di Paolo Genovese

TITO E GLI ALIENI di Paola Randi

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CINEMA

Sulla mia pelle: Alessandro Borghi rivive gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi

Sulla mia pelle, film di Alessio Cremonini presentato nella sezione Orizzonti all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, è la minuziosa cronaca del caso di Stefano Cucchi, arrestato nella notte con le accuse di detenzione e spaccio di stupefacenti, e che muore in circostanze sospette nel carcere di Regina Coeli. La sua morte assurge alle cronache nazionali per la diffusione delle sue foto post-mortem in cui sul volto e sul corpo sono presenti gravissimi ematomi, che gli sarebbero stati causati da lesioni e percosse opera di un gruppo di carabinieri al momento dell’arresto.

Una giustizia fredda, quella mostrata in questo film, che ha Venezia 75 ha ricevuto il Premio Pasinetti speciale al film e ai migliori attori e il Premio Brian UAAR. Una vicenda, questa, che mostra un corpo dell’arma con evidenti conflitti irrisolti e frustrazioni, che spesso sfociano in atti di violenza gratuita, taciuta dagli stessi indagati e detenuti per paura.

Un pregiudizio e una sete di giustizia che si trasformano in giustizialismo.

Sì, perché Stefano, era sì colpevole, ma di scelte sbagliate che si sono accatastate come tessere di un domino che è crollato con un fermo notturno, e che ha finito coll’arrestare quella voglia di riscatto e quel cammino che Stefano a fasi alterne stava tentando di intraprendere.

Stefano Cucchi muore dopo una settimana di atroci dolori, senza la possibilità di vedere il suo avvocato o la sua famiglia, chiusa fuori dal carcere in un labirinto di burocrazia che sa più di interdizione che di iter.

Una regia asciutta, quella di Cremonini, che racconta una vicenda che ancora riempie le pagine di cronaca e dei rotocalchi televisivi, e lo fa senza pietismi o giudizi, ma raccontando una logica cronaca di fatti, che lascia all’intelletto di chi guarda la possibilità di trarre le proprie conclusioni. Un film intellettualmente onesto, che non si avvale di colonne sonore o inquadrature per convincere lo spettatore ad entrare in sintonia, ma di una voce narrante che racconta “un caso”. Perché non c’è bisogno di convincere: Stefano Cucci siamo tutti noi quando subiamo un sopruso e ci sentiamo inermi dinanzi ad una giustizia o una amministrazione pubblica complessa e approssimativa, fatta di passaggi spesso spiegati con poca chiarezza e di campi e rapporti compilati con troppa fretta.

Stefano Cucchi era proprio lì, davanti a tutti, con il suo volto tumefatto, le vertebre lesionate, gli ematomi sul corpo. Davanti a giudici, forze dell’ordine, personale medico, volontari. Lì, con la sofferenza sul volto e la solitudine nel cuore. Lì, con i suoi sensi di colpa e la paura di non uscirne più. Eppure nessuno lo ha visto, ognuno ha preferito tacere o voltarsi dall’altra parte.

Jasmine Trinca and Alessandro Borghi in Sulla mia pelle (2018)

Un cast che ha saputo rendere la tensione emotiva. Bravo Max Tortora, che messi provvisoriamente da parte i ruoli brillanti si cala nei panni del papà preoccupato, brava Jasmine Trinca in quello della sorella di Cucchi, Ilaria.

Immenso Alessandro Borghi, che con questo ruolo complesso, ha dato corpo, anima, volto e voce a Stefano, il cui nome oggi è al 148esimo posto dei 172 casi di morti in carcere nel solo 2009.

In chiusura la vera voce di Cucchi, che conferma non soltanto il suo stato di salute dopo le botte, ma quanto Borghi abbia lavorato per renderlo fedelmente e portare in questa pellicola l’umana sofferenza di u ragazzo ingiustamente vessato.

Un plauso a Netflix e LuckyRed per aver distribuito il film di un caso che speriamo non si ripeta mai più.

LIBRI, TELEVISIONE

Piccole Donne: su SkyUno arriva la serie BBC dal romanzo di Louisa May Alcott

L’ultima versione che la mia generazione può ricordare è quella del 1994 con Winona Ryder nel ruolo di Joe March. Piccole Donne sta per ritornare sugli schermi, anzi, per essere precisi, sui piccoli schermi. Tre puntate che ripercorreranno la storia ispirata all’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, a 150 anni esatti dalla sua pubblicazione. Un romanzo di formazione diventato non solo un classico, ma un vero e proprio cult, che racconta le vite delle quattro ragazze March: Joe, Amy, Meg e Beth e le scelte che le porteranno a diventare, come recita il titolo, delle piccole donne.

A raccogliere idealmente il testimone della Ryder c’è questa volta Maya Hawke (figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke), che vedremo anche nella terza stagione di Stranger Things, mentre Amy avrà il volto di Kathryn Newton, già apparsa in un’altra mini-serie cult, Big Little Lies con Nicole Kidman.

Tra i volti più noti Willa Fitzgerald, famosa al pubblico per le sue partecipazioni in serie cult come GothamScream la serie e Royal Pains, mentre Beth ha il volto della bellissima Annes Elwy.

Con loro un cast di prim’ordine: dalla candidata all’Oscar Emily Watson alla veterana Angela Lansbury, nota in Italia soprattutto come La Signora in Giallo, Oscar onorario nel 2014 e vincitrice di ben quattro Tony Awards, e Michael Gambon, l’Albus Silente della serie cinematografica Harry Potter.

Emily Watson, Kathryn Newton, Maya Hawke, Willa Fitzgerald, and Annes Elwy

Siamo nel Massachusetts negli anni della Guerra di Secessione, il capo famiglia, Robert, parte per il fronte, lasciando la sua piccola famiglia di donne a casa. La madre Marmee e le loro quattro figlie.

Joe, anticonformista e ribelle, che fa da dama di compagnia all’anziana zia, la creativa Amy, che ama disegno e pittura, l’introversa Beth che suona il piano, e la sorella maggiore, Meg, che cerca approvazione e affermazione nella società.

Negli anni tante sono state le produzioni cinematografiche che hanno trasposto questa storia intramontabile: dal bianco e nero di Harley Knoles del 1933, ad una delle versioni più celebri, quella del 1949 a colori, di Mervyn LeRoy, che aveva come protagoniste Elizabeth Taylor, bionda e boccolosa per l’occasione, e Janet Leigh (che diventerà musa di Hitchcook per il film Psycho), e il nostro Rossano Brazzi (lanciatissimo all’estero) che interpretò il professore che sposa Joe.

Nel 1988 il romanzo ispira addirittura un anime, Una per tutte tutte per una, trasmesso in Italia sulla rete Mediaset, Italia1.

Questa mini-serie è invece prodotta dalla BBC One e arriva in Italia nella prima serata di SkyUno HD a partire dal prossimo 11 maggio.

CINEMA, INTERNATTUALE

Le prime immagini di “L’Amica Geniale”, la serie che Saverio Costanzo sta girando a Napoli

Sembrano quasi due scugnizze Lenù e Lila, le due protagoniste di L’Amica Geniale, serie tratta dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, di cui stanno girando le prime esterne a Napoli proprio in queste ore.

Le ha presentate ufficialmente mamma RAI, che con HBO produce il serial che sarà distribuito anche negli States.

Sono Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, che daranno il volto rispettivamente alle piccole Elena (detta appunto Lenù) e Raffaella (soprannominata Lila), che appariranno per la prima volta sullo schermo.

Un romanzo di formazione, quello della Ferrante, misteriosa autrice che continua a nascondersi dietro questo pseudonimo, che muove i primi passi dagli anni ’50, e giunge quasi agli anni ’90 ritrovando le due protagoniste adulte.

A dare il volto all’adolescenza di Lila e Lenù saranno invece Gaia Girace e Margherita Mazzucco.

La serie traspone in otto puntate il primo romanzo della quadrilogia della Ferrante edita in Italia da e/o, per la regia di Saverio Costanzo, che ha diretto tra l’altro PrivateLa solitudine dei numeri primiHungry Hearts.

Un kolossal, questo, da 150 attori e 5000 comparse. Molto lungo anche il periodo di casting, per una produzione particolarmente sentita, che ha visto impegnati gli addetti ai lavori per circa 8 mesi, durante i quali hanno provinato 9000 bambini e 500 adulti in tutta la Campania.

A giudicare dalle automobili d’epoca (che ho più volte postato sul mio canale instagram, se vi va seguitemi) i costi e la produzione è di altissimo livello, che ha visto un dispiego di tecnici e addetti ai lavori di 150 persone, che hanno ricreato ben 20.000 metri quadri di set in appena cento giorni di lavoro. Un lavoro che ha ricostruito 14 palazzine, 5 set di interni, una chiesa e un tunnel, e l’intero quartiere Luzzatti dove è ambientata la prima stagione.

Fedele al romanzo, la storia ruota intorno alla scomparsa di Raffaella Cerullo, la cui migliore amica, Elena Greco, una signora anziana immersa in una casa piena di libri, scrive al computer la storia di una vita e di un’amicizia. Le due si conoscono in prima elementare nel 1950.

Napoli qui è vista come una città pericolosa, caratterizzata da un humus di criminalità, diffidenza e omertà, ma appare anche affascinante e borghese.

Pagina dopo pagina, Elena ripercorre gli ultimi sessant’anni della sua vita, raccontando di Lila, la sua amica geniale, ma anche la sua peggior nemica.

Sono invece 1500 i costumi, che si suddividono tra creazioni originali e quelle di repertorio.

Oltre alle già citate HBO e RAI, il progetto vede coinvolta anche TIMVISION.

Prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango in co-produzione con Umedia Production, la serie sarà è stata sceneggiata dall’autrice del libro, Elena Ferrante, insieme a Francesco PiccoloLaura Paolucci e lo stesso regista Saverio Costanzo.

Produttore esecutivo, Jennifer Schuur.

Un progetto di ampio respiro, che porterà Napoli nel mondo, grazie alla distribuzione internazionale ad opera di FremantleMedia International, che ci porterà in tutto il mondo una Napoli d’altri tempi.

CINEMA, LIBRI

Chiamami col tuo nome, l’acclamato film di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome – poster

Quando ho finito il romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome, mi sono sentito fisicamente male tanta era la sofferenza e il pathos che l’autore ha saputo imprimere in quelle pagine. Era l’estate del 2011, e divorai il libro in appena un giorno e mezzo, immedesimandomi in quella sorta di diario segreto che quasi mi sembrò di aver trovato per caso.

Un’infatuazione estiva che a poco a poco si trasforma in un tormento interiore, in quella sofferenza squisitamente adolescenziale che nasconde accenni di un sentimento ben più radicato e profondo.

Potrei riassumerla così la trama di questo libro ambientato agli inizi degli anni ’80 in una imprecisata località di villeggiatura del nord Italia (forse la costa ligure, nel romanzo invece la campagna lombarda), che racconta con spietata crudezza la storia d’amore tra due ragazzi.

Non era facile dunque per Luca Guadagnino trasporre nel film tanta carica emotiva. Il regista ci ha provato con l’aiuto di un veterano del genere, James Ivory, che con lui ha tratto dal libro la sceneggiatura di un film, in uscita da noi il 25 gennaio, che sta raccogliendo consensi e premi in ogni dove.

Era naturale dunque che, con queste premesse, fossi particolarmente incuriosito di vedere questo film, che è riuscito a portare un po’ del nostro Paese persino nelle categorie principali dei Golden Globe e, forse, potrebbe rappresentarci anche agli Oscar bissando quell’impresa che fu di Roberto Benigni e del suo La Vita è Bella ormai ben vent’anni fa.

Non starò qui a fare la solita tiritera su quanto il libro sia superiore al film, perché chiaro che ogni lettore lascia nelle pagine anche un po’ di sé stesso, facendo sua la storia che legge. Ma qui, più di ogni altro romanzo, Luca Guadagnino aveva l’ingrato compito di portare sul grande schermo un’interiorità emotiva diversa.

La sua è una regia asciutta, scevra da artifizi hollywoodiani, da colonne sonore ingombranti o sensazionalismi amorosi.

Tutto avviene lì, davanti agli occhi dello spettatore che quasi ha la sensazione di osservare la scena da dietro una siepe in giardino, un angolo in penombra della casa, la serratura di una porta.

Amira Casar, Michael Stuhlbarg, Armie Hammer, and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

Luca Guadagnino ci riporta negli anni ’80, e non si avvale solo di auto vintage e ambientazioni perfettamente ricostruite, restituendo fedelmente un momento storico-politico italiano, ma introduce un elemento in più, che nel libro di Aciman forse mancava, i riferimenti musicali. Radio Varsavia, J’adore Venise, ma anche Paris Latino e Lady Lady Lady. Battiato, Berté, Bandolero, Giorgio Moroder ci fanno ricordare esattamente come dovevano essere le serate estive nei locali all’aperto delle piccole cittadine di vacanza. Fumosi, chiassosi, con lampadine colorate e senza particolari controlli né pericoli. Un senso di libertà perduta, che si fa chiaro manifesto di un’epoca.

I lettori del romanzo come me, forse si aspettavano una voce narrante che desse corpo ai pensieri del giovane Elio, così come Aciman li ha delicatamente tracciati sulle pagine del suo romanzo, ed è forse questo ciò che manca alla pellicola, che è perfettamente calata nello stile di Guadagnino, così come l’intenso finale del romanzo, che sfuma nel film in una scena che probabilmente non rende davvero giustizia al viscerale climax sapientemente delineato dall’autore statunitense.

Luca Guadagnino è tuttavia riuscito a cogliere l’essenza del romanzo, e dare alla storia la materica consistenza della realtà.

Armie Hammer and Timothée Chalamet in Chiamami col tuo nome (2017)

E se il regista di Io sono l’Amore ha mantenuto la scomoda scena della pesca (chi ha letto il libro sa bene di cosa parlo), altre parti della storia sono state narrate o tagliate con una maggiore licenza poetica, tramutando Roma in Bergamo e tralasciando intellettualismi letterari per rispondere, forse, alle leggi dell’odierna cinematografia.

Molto bravi i due interpreti, Armie Hammer (Oliver) e il giovane Timothée Chalamet (Elio), a dispetto di una non proprio felice pronuncia nelle scene in italiano, che hanno però saputo dare vita a questa passione segreta, quest’amore proibito vissuto con la discrezione di chi teme la luce del sole e le convenzioni sociali, ma con il disinibito desiderio di due amanti segreti che continueranno a cercarsi.

CINEMA

La Napoli misteriosa e colta di Ferzan Ozpetek

A meno di un anno da Rosso IstanbulFerzan Ozpetek ritorna al cinema con Napoli Velata. Il regista de Le Fate Ignoranti e Mine Vaganti, dopo i toni della commedia dei suoi ultimi lavori, ritorna ai temi un po’ cupi già indagati in Cuore Sacro, e nei suoi lavori d’esordio.

Ve ne ho tanto parlato la scorsa estate e non potevo non correre al cinema per raccontarvi questa pellicola.

Il regista turco naturalizzato italiano, abbandona per un momento l’amata Roma e la parentesi Leccese, e si sposta a Napoli, cui dedica un film che non vuole essere semplice omaggio-cliché, né cartolina per turisti.

Nella sua opera Ozpetek prova a restituire allo spettatore le atmosfere esoteriche, che hanno caratterizzato, e ancora caratterizzano, il tessuto di Napoli. Dalle superstizioni e credenze popolari, a riti occulti ben più antichi.

A dare corpo e anima a questa storia è Giovanna Mezzogiorno, attrice napoletana e musa prediletta che con il regista aveva già lavorato nell’acclamato La finestra di fronte. Insieme a lei Alessandro Borghi, già protagonista della serie Suburra e “madrino” d’eccezione della scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

Adriana (la Mezzogiorno) si ritrova coinvolta nel misterioso omicidio di un uomo (Borghi) con cui passa un’intensa notte d’amore.

Sono tanti i volti di precedenti pellicole di Ozpetek che ritornano in quest’opera, che quasi si reincarnano in questa metempsicosi cinematografica del regista: da Carmine Recano a Isabella Ferrari, passando per Luisa Ranieri apparsa in Allacciate le cinture, ad un cameo, per i cultori del regista, dell’attrice Rosaria De Cicco (l’avete notata?). Non mancano artisti partenopei di grande spessore come Lina SastriPeppe BarraMaria Pia Calzone.

Tanti i luoghi di culto e cultura, che il regista indaga mescolando sapientemente esoterico ed esotico. Dalla Cappella Sansevero costruita, secondo la leggenda, ricalcando l’antico Tempio di Iside, alle sale degli affreschi pompeiani del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il regista omaggia anche uno dei palazzi più noti e suggestivi della città come Palazzo Mannajuolo, dove è collocato il sontuoso appartamento della zia della protagonista, che in un sapiente gioco di riprese e luci si fa quasi amuleto architettonico del film.

Ozpetek si allontana dai temi della commedia, dal “dramedy” cui ci ha abituati, per dare vita ad un genere, il thriller psicologico, che forse avrebbe meritato una maggiore analisi dei personaggi, ed una più approfondita indagine di sentimenti e situazioni.

Tuttavia il film affabula e mostra una Napoli colta, e nella società di una borghesia a tratti machiavellica, e nelle citazioni e gli omaggi del regista alla città di Napoli e alle sue leggende.

Intensa Giovanna Mezzogiorno, lontana dall’archetipo divistico di attrice patinata, che interpreta perfettamente l’animo di donna tormentata, in un film a metà tra giallo e noir che non risparmia momenti di erotismo e sensualità.

Ferzan Ozpetek ha saputo raccontare nel suo personalissimo modo, una Napoli misteriosa e affascinante, che si svela, letteralmente, a poco a poco come un sogno confuso.

TELEVISIONE

Sirene, da novembre su raiuno la nuova fiction ambientata a Napoli

Si intitola Sirene, ed è la nuova fiction su cui la rai punta tutto. Lo sceneggiato è un fantasy intriso di mistero, che si distacca dai soliti drammi e saghe familiari cui siamo abituati, e ci porta in un genere e una tematica decisamente inedite per una produzione della TV di Stato.

Dopo Non dirlo al mio capo, dove era uno scenario appena accennato, e I Bastardi di Pizzofalcone, in cui invece era una silenziosa protagonista, sono davvero molto felice che a fare ancora una volta da sfondo a quello che possiamo definire un vero e proprio “esperimento” della televisione sarà la città di Napoli.

E quale città migliore, se non quella della mitica Sirena Partenope per questa produzione? Secondo una leggenda di origine greca, infatti, quella che sarebbe stata la più bella sirena del golfo avrebbe trovato la morte dove oggi sorge il Castel dell’Ovo, intravisto tra l’altro nel teaser in questi giorni.

Sirene, dal sito Cross Production

La trama ruoterà intorno alla sparizione di un tritone, ultimo esemplare di maschio in una società di sirene per lo più matriarcale. Alla sua ricerca partiranno la promessa sposa Yara, insieme alla madre e a due sorelle. Sbarcheranno a Napoli, e si lasceranno conquistare dagli esseri umani.

Molto interessante il cast, che vede tra i protagonisti anche Luca Argentero e Ornella Muti, ma tanti volti noti come l’attore Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone.

Protagonista la giovane Valentina Bellè, già Lucrezia nella discussa fiction I Medici.

«Esistono solo due posti sulla terra dove sirene e tritoni possono vivere, uno è New York, l’altro è… Napoli! Sirene è una commedia sentimentale in cui il mare e la terra vengono coinvolti nella battaglia più antica del mondo, quella tra maschi e femmine. Le sirene sono arrivate sulla terra per dare un futuro alla propria specie e incantare gli uomini con la propria magia, ma saranno i maschi napoletani in realtà a conquistarle con la loro passionalità» è con queste parole che la Cross Production presenta la serie sceneggiata da Ivan Cotroneo e Monica Rametta.

Dodici episodi da cinquanta minuti ciascuno, per la regia di un altro napoletano, Davide Marengo, che ci terranno compagnia nella prima serata di RaiUno a partire, secondo tvserial.it, dal prossimo 21 novembre.

ART NEWS, CINEMA

Loving Vincent, primo film dipinto su tela per raccontare la vita di Van Gogh

A metà tra film d’animazione e opera pittorica vera e propria, la pellicola Loving Vincent ripercorre la vita di Van Gogh, famosissimo artista del XIX secolo, noto per le sue tele impressioniste e la lucida follia che le ha generate. Tante e contrastanti le leggende che ruotano intorno alla sua figura, da satiro lussurioso a genio, a fannullone.

Una pellicola interamente dipinta su tela, che fonde arte e tecnologia e che forse sarà destinata ad aprire la strada ad un nuovo genere cinematografico e senza dubbio un nuovo ed innovativo modo di raccontare i grandi artisti sul grande schermo.

Night Cafè, Arles Lt Milliet (Robin Hodges) and Armand Roulin (Douglas Booth)

Riproducendo infatti ben 94 dipinti dell’artista, con la stessa tecnica e il suo stesso stile, il film racconta la vita di Van Gogh, immergendo letteralmente all’interno delle sue opere lo spettatore, che potrà così riconoscere il Caffè di notte, il Campo di grano con volo di corvi, la famosa notte stellata e i suoi tanti ritratti e autoritratti.

Le immagini sono state ricreate da un team di 125 artisti, che hanno lavorato per anni per riprodurre migliaia di immagini per questo progetto senza dubbio originale e di grandissimo impatto. E il frutto di questo duro lavoro è un film che coniuga poesia, arte, tecnologia e pittura ed è riuscito a catturare il Premio del Pubblico all’ultimo Festival d’Annecy.

Il film arriva a seguito del grandissimo successo della mostra multimediale Van Gogh Experience, altro grande esempio di come oggi la tecnologia può aiutare a diffondere l’arte attraverso un linguaggio contemporaneo, che si avvicini maggiormente a giovani e giovanissimi, poco avvezzi ai musei e, ahimè, molto ai touch screen.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con Adler, vede media partner d’eccezione come Radio DEEJAY, Sky Arte HD e MYmovies.it, nell’ambito del progetto La Grande Arte al Cinema.

Marguerite Gachet (Saoirse Ronan) at the piano

La pellicola uscirà solo il 16, 17 e 18 ottobre. Per un elenco completo delle sale in cui sarà possibile vederla bisogna consultare il sito www.nexodigital.it

Non si tratta di uno sterile documentario, ma di una vera narrazione che parte dall’estate del 1891 in Francia, passando per Amsterdam, New York, Londra, Mosca, Parigi e Dallas.

Ispirata alle Lettere a Theo, la più corposa raccolta epistolare scritta dall’artista ad un caro amico, vede le parole dello stesso artista raccontare la sua vita.

Tanti i volti noti del piccolo e del grande schermo che hanno preso parte a questo interessante quanto eccezionale film: da Jerome Flynn de Il Trono di Spade a Saorise Ronan (nominata all’Oscar per Brooklyn e Espiazione), passando per Aidan Turner di Lo Hobbit e Helen McCrory di Harry Potter. A vestire i panni del protagonista, l’attore di teatro Robert Gulaczyk.

La loro partecipazione dimostra quanto un’opera del genere sia significativa e trascenda la mera passione per il mondo dell’arte e l’importanza della sua divulgazione, rendendo sempre meno netti i contorni del documentario dalla cinematografia.

CINEMA

Collateral Beauty, film emozionante che invita a riflettere sulla vita e sulla morte

Collateral Beauty è un film che emoziona. Tu pensi che Will Smith avesse bisogno di Gabriele Muccino per interpretare un buon film, e invece ci voleva David Frankel, già regista de Il Diavolo veste Prada, affinché l’ex Principe di Belair desse quella che forse ad oggi è la sua migliore prova d’attore.

Qui Smith è Howard Inlet, pubblicitario divorziato che non riesce a superare la morte della sua bambina, e manda letteralmente all’aria tutta la sua vita, non solo personale, ma anche quella professionale.

Will Smith, Kate Winslet, and Michael Peña in Collateral Beauty (2016)

A far da supporto a Smith un cast di primo livello. Sono ben tre i premi Oscar (tutti rigorosamente britannici) che recitano in questa pellicola, da Kate Wislet a Keira Knightley, passando per Helen Mirren.

È Natale, sono passati due anni dalla morte della figlia di Howard e i suoi colleghi e soci, preoccupati per l’andazzo dell’azienda, decidono di ingaggiare tre attori di una piccola compagnia teatrale affinché interpretino la Morte, l’Amore e il Tempo, tre elementi della vita dell’Uomo cui Howard, in un momento di grande rabbia e profonda disperazione, ha scritto delle lettere piene di disprezzo e rancore.

Collateral Beauty, letteralmente bellezza collaterale, è un film sulla Vita, sul suo più profondo significato, e ci spinge a ricercare quella bellezza collaterale in tutte le cose, anche quelle più dolorose e brutte.

Will Smith and Keira Knightley in Collateral Beauty (2016)

La pellicola sottolinea quanto tutto sia relativo, come i limiti temporali che noi stessi ci poniamo, incasellando il nostro cammino terreno, che qui diventa filosoficamente indefinito, in un razionale sistema mentale di ore, giorni, mesi, anni.

Durante il film recitazione e vita si confondono e si sovrappongono, al punto da non sapere più se i tre attori stiano interpretando un ruolo oppure se lo incarnino per davvero, lasciando la pellicola sospesa a metà tra il dramma e il fantasy per un risultato che incuriosisce, sorprende, fa riflettere.

Bellissimo il ruolo di Brigitte (la Mirren), attrice bohémien che trova nel ruolo della Morte il riscatto di un’intera esistenza, dimostrando che uno spettacolo, seppure per un solo spettatore e senza applausi, varrà sempre la pena di essere interpretato. L’attrice inglese, settantadue anni, è riuscita a dare anima e corpo ad una parte brillante e profonda, quasi oscurando le colleghe più giovani, dimostrando che la recitazione è anche, e a volte soprattutto, classe, la stessa che le aveva fatto conquistare la statuetta agli Academy nel 2007 per il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen.

Uscito nelle sale lo scorso gennaio, arriva adesso in home video. Collateral Beauty è una grande lezione a volgere lo sguardo verso quel grande disegno che spesso la frenesia della vita, i dolori, la routine quotidiana ci fanno dimenticare, e di quanto anche una tragedia possa essere un forte momento di crescita personale, e un invito a vivere con maggior pienezza e consapevolezza la nostra esistenza.

Il film ci ricorda che il tempo può improvvisamente trasformarsi in tiranno avido, calando il sipario su di uno spettacolo chiamato Vita che noi tutti siamo deputati a recitare come protagonisti assoluti.

TELEVISIONE

Le piccole grandi bugie di Nicole Kidman e Reese Witherspoon

A metà tra mistery e dramma, con qualche tocco di humor nero, è arrivato anche in Italia Big Little Lies, Piccole grandi bugie, nuova mini-serie di Sky Atlantic HD che vede il debutto televisivo di Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Le due attrici premio Oscar, oltre che volti, sono anche le produttrici di questo serial in onda sul canale americano HBO.

Insieme alle due interpreti ritroviamo Shailene Woodley, protagonista di Colpa delle Stelle e della serie sci-fi cinematografica Divergent, e la candidata all’Oscar Laura Dern.

Ispirato al romanzo omonimo di Liane Moriarty, edito in Italia da Mondadori, il telefilm si apre con un misterioso omicidio e un’indagine in corso.

Premetto di non aver letto il romanzo, anzi, di non averne neppure mai sentito parlare a dispetto delle sei milioni di copie vendute in tutto il mondo, quindi non so quanto il telefilm sia fedele alle pagine del libro, ma ho amato ogni singola caratterizzazione dei personaggi.

Un cast di tutto rispetto, che porta sul piccolo schermo equilibri e drammi delle relazioni inter-familiari di tre donne molto diverse tra loro: Celeste (la Kidman) è una bellissima donna sui cinquanta sposata con un uomo più giovane, Madeline (Witherspoon) che soffre la crescita delle sue figlie accanto alla compagna dell’ex marito, e infine Jane (Woodley), madre single con un misterioso passato alle spalle.

Leggo dal web che la sostanziale differenza tra il romanzo e la produzione televisiva è l’ambientazione: Australia per il primo, Monterey in California la seconda.

Gli episodi sono tutti diretti dal regista canadese Jean-Marc Vallée, che tra i suoi successi annovera anche l’intenso e pluripremiata pellicola Dallas Buyers Club.

Nicole Kidman in Big Little Lies (2017)

Questa produzione conferma l’inversione di tendenza cui assistiamo da qualche anno. È sempre più sottile infatti la linea di demarcazione tra cinema e buona televisione, e sono sempre di più i premi Oscar votati al piccolo schermo per produzioni di nicchia o lunga serialità. In principio fu Meryl Streep che nel 2003 ritornò alla televisione per Angels in America, poi fu la volta di Glenn Close con The Shield, Kathy Bates in Harry’s Law e ancora Jessica Lange con American Horror Story, sono sempre di più gli attori e le attrici che alternano o preferiscono con nonchalance il tubo catodico. Merito, forse, della qualità sempre più alta, di una maggiore libertà, di un pubblico ben più ampio per un rilancio della propria immagine.

La prossima sarà Susan Sarandon che proprio accanto alla Lange reciterà in Feud, antologica che farà rivivere il mito della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford, portando in TV anche Catherine Zeta-Jones.

Laura Dern, Reese Witherspoon, and Shailene Woodley in Big Little Lies (2017)

Big Little Lies ha un respiro autorale, ma non stanca lo spettatore con pause o silenzi esasperanti e esasperati.

È raggiante la Whitherspoon nel ruolo un po’ nevrotico di mamma dell’alta borghesia, così come la Kidman, un po’ prigioniera nel ruolo di invidiata donna perfetta, che dietro le apparenze nasconde l’ombra della violenza domestica. Era difficile per la giovane Shailene riuscire a brillare accanto a due star come la Kidman e la Whiterspoon, eppure la giovane attrice riesce a ritagliarsi i suoi momenti, nonostante il suo sia un ruolo solo in superficie dimesso e di secondo piano.

Il telefilm indaga i rapporti dell’animo umano, quelli interpersonali, la famiglia, l’amore, l’amicizia tra donne.

Senza ansie, né smanie da puntata successiva, Big Little Lies riesce comunque a incuriosire il lettore che non vede l’ora di scoprire, nei prossimi episodi, chi sia l’assassino e chi la vittima, a chi appartenga la verità e a chi queste piccole grandi bugie.