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Ipnotizzati dagli smartphone come automi: il cartoon di Moby che fa riflettere

Navigando su facebook ho visto un video in bianco e nero cui faceva da colonna sonora un brano del film Il favoloso mondo di Amélie del 2001, Comptine d’un autre été: L’après-midi. Affascinato da questo cortometraggio ho voluto saperne di più, ed ho scoperto che si tratta in realtà del videoclip di Are You Lost In The World Like Me?, dell’artista americano Moby featuring The Void Pacific Choir, primo estratto dall’album These Systems Are Failing.

Un progetto di denuncia, che in realtà non ha riscosso molto successo, arenandosi nella parte centrale di molte classifiche e passando quasi totalmente inosservato.

E dire che il video avrebbe dovuto invece attirare molta attenzione: disegnato come un cartoon in bianco e nero degli anni ’40, il videoclip vede una società letteralmente ipnotizzata dagli smartphone. Uomini e donne che camminano come automi con lo sguardo assorto da un display di poco più di cinque pollici.

Una fotografia (è proprio il caso di dirlo) dei vizi che (in)consciamente fanno ormai parte del nostro vivere quotidiano.Se nel Medioevo al poeta-vate Dante bastava un solo sguardo per interagire per le strade di Firenze con la sua Beatrice, oggi gli risulterebbe più difficile, poiché probabilmente entrambi avrebbero gli occhi bassi sul telefono per controllare notifiche e social.

È un quadro inglorioso quello che dipinge Moby in questo suo lavoro discografico. Samo perennemente proiettati in un altrove che non corrisponde mai al luogo in cui ci troviamo, preferiamo spesso la presenza virtuale a quella reale degli amici con cui possiamo interagire, mentre le nostre emozioni diventano sempre meno sentite e più sintetiche, attraverso lo sterile uso di emojii che non riescono nemmeno lontanamente ad esprimere agli stati d’animo che veramente proviamo.

Tavole sempre più silenziose e sguardi fissi sui nostri onnipresenti dispositivi mobili: conversazioni via chat, selfie per (di)mostrare di essere felici, mentre siamo spesso più impegnati a fotografare una cena piuttosto che a guastarla davvero.

«Ti sei perduto in questo mondo come me?» si chiede arrabbiato un Moby, che diventa un bambino innocente dall’aria smarrita in questo suo cortometraggio.

Siamo più interessati a catturare il momento che non a viverlo pienamente.

Io stesso, qualche settimana fa, giunto per la prima volta nel Teatro San Carlo di Napoli, ho immediatamente avuto l’istinto di alzare lo smartphone e fotografarlo. Non ci ero mai stato e anziché godere della ricchezza di quel luogo, volevo fare qualche scatto. E anche dopo averlo visto incantato per qualche minuto, non ho resistito all’irrefrenabile impulso di “prenderne” un pezzo, pregustando già il momento in cui l’avrei condiviso sui miei canali social.

Facebook, instagram, twitter. Nella clip non c’è uno specifico riferimento ai social-networks, eppure sono proprio questi, inutile prendersi in giro, che hanno cambiato la nostra forma mentis, e ci danno la sensazione che “se non ci sei (on-line, s’intende), non esisti”.

Vite grigie, vacanze da incubo, e persone comuni con un filtro e qualche ritocco possono trasformarsi in vite da copertina, panorami da sogno, bellezze da calendario.

Realtà e finzione spesso si sovrappongono, così come la superficialità con cui scegliamo i nostri partner, passando dal romantico corteggiamento in voga fino alla fine del secolo scorso ad una sorta di casting on-line dove facilmente si passa al candidato successivo, basandosi esclusivamente su di una mera selezione estetica.

In pochi minuti Moby riesce ad affrontare anche il tema del bullismo, mostrando come un momento di divertimento può trasformarsi il giorno seguente in un motivo di scherno caricato on-line, calunnia contemporanea, di rossiniana memoria, che vola come un venticello di smartphone in smartphone.Un senso di solitudine, di vuoto e sconforto sta inghiottendo la nostra società come un buco nero. Persino Cenerentola, in questo nuovo immaginario collettivo, ha appeso le scarpette di cristallo al chiodo e passale sue giornate probabilmente a giocare a Candy Crash, mentre i genitori in sala parto sono più intenti a trasmettere in diretta il momento della nascita che non a godere dell’irripetibile momento di prendere in braccio il proprio figlio e ascoltare il pianto di chi indifeso viene alla vita.

Ogni cosa diventa un pretesto per fotografare, registrare, condividere, eppure ciò che riesce a generare un interesse telematico, paradossalmente crea indifferenza nella vita vera.

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INTERNATTUALE

La mitica Polaroid compie 70 anni

Oggi proviamo a riprodurne gli effetti attraverso APP per smartphone con quelli che comunemente chiamiamo filtri: instagram in primis, ma anche Retrica, le più famose, provano da qualche anno ormai a restituire il fascino dell’usura della pellicola fotografica quando i contorni diventavano meno nitidi e i colori sbiadivano assumendo delle nuance che oggi definiamo “vintage”. Erano gli anni della Polaroid, rivoluzionaria macchina fotografica in grado di stampare subito le immagini catturate con il proprio obiettivo. Da allora sono passati esattamente settant’anni, quando nel 1937 lo scienziato americano Edwin Land fondò in Massachusetts la Polaroid Corporation.

andy-warhol-polaroid-interno-internettualeDa quel momento il mondo della fotografia cambiò completamente, offrendo la possibilità di vedere il proprio scatto materializzarsi davanti ai propri occhi in pochi minuti, antesignana di quella fotografia digitale che solo a partire dai primi anni 2000 offrirà la medesima sensazione senza dispendio di pellicola.

Certo, oggi i colori forse sono molto più brillanti, i neri più intensi, e possiamo scattare anche in HDR, High dynamic range imaging, con maggior nitidezza e realismo, senza che le immagini da noi catturate, che stipiamo su file e memorie virtuali, invecchino di un solo istante, ma nessuna delle tecnologie in nostro possesso potrà mai darci indietro la sensazione nostalgica del tempo che passa come continueranno a fare invece le vecchie polaroid.

Passeranno dieci anni, dalla sua invenzione, per l’arrivo sul mercato nel 1948, ma il modello di maggior successo fu la Folding Pack, ma è soltanto negli anni ’70, con la SX-70, modello più venduto dell’epoca, che arriva il boom e la moda della “foto istantanea”, che si fa arte alla portata di tutti. Lo dimostra Andy Warhol, che fece della Polaroid un’estensione naturale della sua espressione artistica, fotografando intellettuali, modelle, sportivi, attori. Le Polaroid infatti si trasformarono per l’artista statunitense il canovaccio, la base delle sue ben più note serigrafie.

Ma le Polaroid rappresentano anche delle drammatiche pagine di storia italiana. La loro immediatezza infatti divenne spesso strumento criminale nei rapimenti, quale garanzia dell’esistenza in vita degli ostaggi.

Tristemente iconiche le immagini del rapimento del Presidente del Consiglio, Aldo Moro, nel 1978, prigioniero delle Brigate Rosse.

Il nuovo rigurgito vintage ha riportato in auge la foto in tempo reale: il gruppo Polaroid, in collaborazione con Fujifilm, ha infatti reintrodotto dalla fine degli anni ’90 dei nuovi modelli di macchina fotografica in grado di stampare su pellicola SX-70, con un rilancio della linea da qualche anno a questa parte.

INTERNATTUALE

In un mondo di robot, che fine faranno i rapporti umani?

Quando nella tua carriera di studente credi di averle viste più o meno tutte, devi ricrederti. C’è sempre qualcosa, un cambiamento, una innovazione, una piccola grande rivoluzione che, a dispetto dei tempi che cambiano e dello stare “a passo”, ti fa sempre esclamare “stavamo meglio quando stavamo peggio!”. È successo pagando il MAV delle tasse universitarie.

Negli anni siamo passati dalla spedizione delle tasse a domicilio a doversele stampare praticamente da soli, con notevole risparmio da parte dell’Istituto Universitario di stampa e spedizioni di plichi alti dieci fogli contenenti tutte le fasce di contribuzione per ogni singolo studente. Un bel risparmio? Certo, almeno per la carta, i cui fogli in eccesso risparmiati potranno così liberamente diventare pagine di libri di Barbara D’Urso. Gli studenti invece al danno di doversi produrre i MAV da pagare in Banca, hanno visto aggiungersi la beffa di una tassa, quella regionale, più che raddoppiata, passando dagli originali 60 € di qualche anno fa agli attuali 140: alla faccia del diritto allo studio!
Ma questa ormai è storia vecchia. Tuttavia dev’essere entrata nel mood risparmio anche Banca Intesa, ex Banco di Napoli e di altre città che, unite adesso sotto un’unica denominazione, hanno deciso di risparmiare in toto anche il costo dei propri dipendenti.

banca-intesa-casse-automatiche-internettualeA quanto pare infatti, in una primordiale ottica sperimentale, la Banca ha pensato bene di fare degli ignari studenti cavie per il suo nuovo progetto: macchine automatizzate all’interno dei suoi uffici al posto degli sportellisti. Roba che non avrebbe immaginato nemmeno il Dottor Emmett L. Brown in Ritorno al Futuro.

Attraverso quella che in gergo viene chiamata “interfaccia”, abbastanza intuitiva, e un ormai familiare schermo touch è possibile selezionare l’operazione richiesta. Nel nostro caso, quello del pagamento di una tassa, uno scanner ottico leggerà il modello cartaceo identificandolo, nel 99% dei casi in modo errato, così lo studente o chi per lui, si ritroverà o a non poter pagare o a pagare erroneamente per qualcun altro se il codice identificativo della propria tassa non è letto in modo in esatto. Problemi, questi, che si possono evitare con un po’ di accortezza, con una semplice correzione manuale, ma immaginate di aver dato per caso la tassa a vostra madre, che su WhatsApp scrive ancora come parla Lapo, o che per caso una persona agée non avvezza alle nuove tecnologie si ritrova davanti questa sorta di televisore LCD che non parla nemmeno.

Un momentaneo guasto della macchina e venti minuti dopo, ero ancora in fila per sole due persone.

Nel mio caso ho avuto la simpatica assistenza di un uomo che, in modo del tutto galante, ha elegantemente flirtato con una laureanda che mi precedeva in fila. E proprio questo, mentre inserivo il mio MAV, e correggevo il codice puntualmente inesatto, e imparavo a cavarmela da solo, mi ha portato a chiedermi: che fine faranno un giorno i rapporti umani se tutto diventasse robotico? Che fine farà la verve e la simpatia di quest’uomo che con garbo mi spiega cosa fare. Dove andranno a finire i rassicuranti sorrisi e la gentilezza?

D’accordo, Banca Intesa è tra le poche banche italiane più grandi al mondo, e di certo, come raccontava quell’uomo, potrebbe anche permettersi di fare a meno anche dei propri dipendenti. Ma in un mondo completamente automatizzato da freddi macchinari, che fine faranno le interazioni tra gli esseri umani?

Senza contare i potenziali posti occupazionali che tendono a diminuire, con annessa ricollocazione all’interno dell’azienda per chi sportellista lo è già.

Viviamo in un mondo, quello dei social, in cui l’amicizia, è soltanto uno scambio di like e commenti, dove misuriamo l’autostima con i cuori che riceviamo su instagram, e i tweet hanno preso il posto delle chiacchiere al Bar. In un’Era già abbastanza virtuale, con casse amiche al supermercato, distributori di benzina automatici, mini-market senza dipendenti, computer e molto altro, c’è proprio bisogno di altra automazione?

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Grande Fratello: la mentalità retrograda, discriminatoria e misogina dei VIP

Ispirato al romanzo 1984 di George Orwell, dove ogni cittadino era spiato dal “Grande Fratello”, agli inizi degli anni 2000 l’omonimo reality di casa Mediaset ha attirato milioni di telespettatori, incuriositi dalla possibilità di spiare perfetti sconosciuti che avrebbero vissuto per tre mesi sotto lo stesso tetto.

Dall’anonimato alla notorietà il passo è breve e, compreso il vero potenziale del programma, gli autori di Canale 5 hanno cominciato a cercare storie sempre più forti: amori, omosessualità, razza dando avvio a veri e propri “colpi di scena” che puntata dopo puntata, edizione dopo edizione hanno fatto somigliare sempre più il programma ad una mal interpretata soap opera recitata a braccio senza sceneggiatura.

Dai toni pacati di una acerba Daria Bignardi, a quelli un po’ caciaroni di un’allora neo-conduttrice Barbara D’Urso fino a quelli trash-glamour di Alessia Marcuzzi, il GF ha provato negli anni a rinnovarsi e cambiare formula, guardando, è proprio il caso di dirlo, inerme il proprio declino che l’ha lentamente portato dai quasi dieci milioni di telespettatori degli esordi ai poco più di tre dello scorso anno.

Merito, o probabilmente “colpa”, del web 2.0, dei social, di questa spettacolarizzazione virtuale della vita di ognuno, dove ogni utente può mettere on-line frammenti del proprio quotidiano, persino in diretta. Un profilo, un’app e il proprio device e in un istante si può assistere al vuoto reality di milioni di persone che giornalmente si collegano ad internet.

Quest’anno si è provato a rimediare al calo di ascolti e di interesse introducendo, per la prima volta in Italia, personaggi VIP, gente più o meno famosa che orbita intorno allo showbiz senza un proprio pianeta né una posizione vera e propria, e che prova a sfuggire al vortice dell’oblio del rapido ricambio televisivo.

Ma se la formula è cambiata, su di una cosa il Grande Fratello resta, tristemente, immutato: rappresenta ancora la fedele fotografia del nostro paese.

I concorrenti di questa edizione, a dispetto della fama, del conto in baca o del proprio percorso artistico o professionale, hanno dimostrato di non essere molto diversi dai perfetti sconosciuti che hanno varcato la nota porta rossa della casa di Cinecittà fino allo scorso anno.

Piccoli, retrogradi, spesso ignoranti e spacconi. I VIP non hanno perso tempo per mettere in luce quanto, anche nel mondo dello spettacolo, vi sia in realtà una radicata mentalità patriarcale, sessista e discriminatoria.

A cominciare dal casertano Clemente Russo, il due volte argento olimpico, che non ha disdegnato chiamare “friariello”, personale modo di intendere “frocio”, Bosco Cobos, attore e opinionista spagnolo, tra l’indifferenza di personaggi quali Valeria Marini, notoriamente amica degli omosessuali. Ma all’ignoranza del pugile di Marcianise si aggiunge la totale mancanza di rispetto, con tanto di segno all’orecchio, della ventenne Asia Nuccetelli, la quale alla cacofonia del proprio nome aggiunge il merito di essere “Vip” per il solo fatto di essere la figlia dell’ex showgirl Antonella Mosetti, anch’essa concorrente di questa edizione, che redarguisce la figlia solo dopo una brutta figura in diretta sulla televisione nazionale nella prima serata di ieri.

Inutile il rattoppo, da demagogia politica, “Ho tanti amici gay”, pronunciato con la stessa credibilità di un esponente dell’estrema destra che si oppone ai diritti civili.

clemente-russo-squalificatoMa se l’evidente omofobia non è stata considerata una ragione sufficientemente valida per espellere Russo dal gioco, questa settimana, ad aggravare una già penosa situazione, sono arrivate dallo stesso delle forti dichiarazioni misogine, mostrando al pubblico un lato di sé che gli italiani avrebbero preferito non conoscere.

Durante scambio di confidenze con Stefano Bettarini, in cui quest’ultimo come un ragazzino al bar con gli amici fa una poco lusinghiera lista delle donne che si sarebbe portato a letto, Russo, in merito ad un presunto tradimento dell’ex moglie di Bettarini, dice candidamente che l’avrebbe lasciata morta nel letto se fosse stato lui a scoprirlo. Parole che, dette da un rappresentante delle Fiamme Azzurre, non fanno di certo di Russo un edificante modello da seguire, né come poliziotto, né tantomeno come aspirante personaggio pubblico.

Escludendo beghe minori e rivalità femminili, il Grande Fratello VIP non sembra poi essere così diverso da quello “tradizionale”, e se i personaggi famosi ben si guardano dal creare liaison all’interno della casa, non hanno prestato altrettanta attenzione al nascondere o quantomeno non manifestare così apertamente una mentalità che lascia ben poco che sperare per il futuro.

Se in un ambiente, quello dello spettacolo, in cui ci dovrebbe essere una maggiore apertura mentale, nonché conoscenza del mondo a trecentosessanta gradi, si hanno ancora questi comportamenti da provincia, dove si deride il “ricchioncello” di turno, si continua a chiamare “puttana” una donna libera e gli uomini si vantano delle proprie conquiste sessuali, quale speranza di riscatto possono nutrire gli italiani nelle loro piccole comunità?

È davvero questo quello che si nasconde dentro la gabbia dorata della fama e del successo? Gli ambienti ricchi e famosi non sembrano così distanti da quelli poveri e anonimi, e i concorrenti già noti fanno di tutto per accaparrarsi un riflettore proprio come quelli sconosciuti che sgomitano nel vano tentativo di far parlar di sé senza reale merito alcuno.

INTERNATTUALE

San Gennaro, vita, morte e miracolo del Santo Patrono della città di Napoli

saint_januarius-san-gennaro-caravaggio-internettualeSanto Patrono e vera e propria icona, è proprio il caso di dirlo, di Napoli e dei suoi abitanti, che da sempre hanno un rapporto personale quanto particolare, che trascende il mero credo religioso. San Gennaro è infatti da anni la fonte di ispirazione per affreschi, dipinti, sculture, bronzi e soprattutto argenti, come dimostra il busto-reliquario d’argento dorato, ad opera degli orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d’Auxerre commissionato da Carlo II d’Angiò. Sì perché la devozione è del popolo quanto dei suoi sovrani che nei secoli ne hanno accresciuto il mitico tesoro con donazioni ed ex-voto.

La figura di San Gennaro è passata dalle tradizionali immagini votive ai graffiti sulle facciate dei palazzi dei quartieri storici di Napoli, passando per la pop-art di strada, ispirando artisti della scena contemporanea come Jorit e tutta una scuola di artisti che si dilettano a ritrarlo come un novello supereroe dei fumetti che con il potere del suo miracolo protegge la sua città.

Secondo la tradizione partenopea è il 19 settembre il dies natalis, il giorno in cui si compie il miracolo della liquefazione del sangue del santo contenuto in una preziosissima ampolla.

Le reliquie sarebbero state portate a Napoli nel V secolo da Giovanni I presso le Catacombe di Capodimonte, che ne presero il nome, diventando un vivo centro di culto per i fedeli.

Nel 1497 è il Cardinale Oliviero Carafa, della omonima e potente famiglia napoletana, a volere la costruzione del Duomo di Napoli, per ospitare degnamente le reliquie del santo, facendo costruire, in corrispondenza dell’altare maggiore, una cappella, la Cappella del Succorpo, in puro stile rinascimentale.

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San Gennaro di Jorit, Napoli, foto instagram di marianocervone

Nella prima metà del 1500 una terribile pestilenza colpisce la città di Napoli, è in questo momento che i napoletani si votano al Santo in cerca di salvezza, promettendo in cambio la costruzione di una nuova e più maestosa Cappella del Tesoro, all’interno del Duomo, la cui costruzione sarà completata soltanto nel 1646.

È antichissima l’origine della liquefazione del sangue, che risalirebbe addirittura all’epoca di Costantino, quando le ampolle con il sangue si sarebbero trovate vicino alle ossa per la prima volta.

Un documento del 1389, Chronicon Siculum, parla esplicitamente del miracolo come se si ripetesse già da molto tempo.

Il nome del Santo deriverebbe dal latino Ianuarius, che letteralmente significa consacrato al dio Giano, attribuito generalmente ai bambini nati in gennaio (Ianuarius, appunto), mese sacro alla divinità.

Il sangue è contenuto in due diverse ampolle montate in un’unica reliquia: una è riempita per circa ¾ l’altra invece poco meno della metà, poiché parte del sangue in essa contenuta fu sottratto da Carlo Borbone, il quale, divenuto re, volle portarlo con sé in Spagna.

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San Gennaro, manifesto pop-art. San Gregorio Armeno (Napoli), foto da instagram di marianocervone

L’avvenuto miracolo sarebbe auspicio di prosperità e pace per Napoli e i suoi abitanti. Il mancato miracolo infatti sarebbe invece presagio di sciagura per la città.

La funzione è officiata ogni anno dal Vescovo della città, tra le nenie delle “parenti”, donne così chiamate che intonano canti al santo, e le folcloristiche grida di chi prega a “faccia ‘ngialluta”, faccia gialla, dal colore del busto, dorato appunto e dunque giallo, utilizzato durante le processioni.

Ma quello delle reliquie all’interno del Duomo non sarebbe la sola liquefazione del giorno. Secondo il credo religioso, un analogo miracolo avverrebbe anche a Pozzuoli, nella omonima Chiesa di San Gennaro nei pressi della Solfatara, dove su di una lastra marmorea, sulla quale sarebbe stato decapitato il santo impregnandola di sangue.

Credo, folclore, storia. Quella di San Gennaro è la storia di una città che vive aspettando ogni giorno un miracolo dal suo patrono.

INTERNATTUALE

Tiziana Cantone, compianta on-line dagli stessi aguzzini social che l’hanno uccisa

Tiziana Cantone si è suicidata. Se ai più questo nome non dirà nulla, basterà citare una frase diventata virale per capire chi fosse: «Stai facendo il video? Bravo!». Era lei, la ragazza di Napoli che stava avendo un rapporto orale con un ragazzo cui, come spesso accade nella società contemporanea, non bastava vivere il momento, ma aveva bisogno di filmarlo con lo smartphone. Forse, dopo, preso dall’infantile smania di mostrare agli amici la sua (poco cavalleresca) prodezza sessuale, deve aver inviato il video su WhatsApp, o forse, come alcuni siti raccontano, sarebbe stata la stessa Cantone a farlo circolare per far dispetto ad un ex fidanzato. Questo probabilmente non potremmo mai saperlo. Di certo, nel video incriminato, Tiziana appare la consapevole e disinibita ragazza che prosegue in quell’atto fisico incurante di quell’indiscreto occhio della telecamera che si è appena insinuato in un momento così intimo tra due persone.

In poco tempo il video fa il giro degli smartphone e della rete, diventa virale, volando di numero in numero ben oltre la rubrica degli amici. Un fenomeno di tale portata che comincia a suscitare persino l’ironia del web, con quadri che parlano, foto, meme, link. Sono questi i nuovi strumenti della gogna mediatica, quelli dei like e delle condivisioni, in un susseguirsi di commenti, tra disgusto, il goliardico e il maligno, e migliaia di visualizzazioni.

Quella che era nata come una ripicca ad un ex fidanzato con il ragazzo di turno, si trasforma giorno dopo giorno in un indelebile sfregio virtuale sul volto della ragazza, con quelle donne della mala sfregiate dai guappi nel XX secolo.

Un calvario, che getta Tiziana in pasto ai social e a commenti che si fanno sempre più feroci. Fino alla necessità di rivolgersi in tribunale e chiedere quel diritto all’oblio che internet da un anno a questa parte proprio non voleva darle.

tiziana-cantone-foto-internettualeCambia nome e cognome Tiziana, sperando così di ricominciare e gettarsi alle spalle quella bravata trasformatasi in una persecuzione. Ma questo al popolo di internet sembra non bastare. Continuano i commenti, continuano i mi piace, continuano le visualizzazioni e le condivisioni dell’avventura di una notte che adesso la ragazza vorrebbe solo dimenticare. Se ne vergogna probabilmente Tiziana, messa ormai alla pubblica gogna mediatica dall’efferata indifferenza della gente che voyeuristicamente continua a guardare e sputare sentenze. Mentre lei perde giorno dopo giorno, like dopo like, la sua privacy, la sua identità, la sua stessa vita, nella vergogna per sé stessa e la sua famiglia.

Tiziana aveva già tentato di togliersi la vita qualche settimana fa con i barbiturici. Non ce la faceva più a sopportare il peso di quella improvvisa quanto indesiderata popolarità, piombatale addosso come un acquazzone di un giorno di mezza estate. Ma non ci riesce. La madre la trova in tempo e le salva la vita prima che sia troppo tardi. Ancora un’altra possibilità di farcela, Tiziana, che forse di possibilità non ne vuole. Vuole farla finita Tiziana, perché alla gente non importa quanto tu stia soffrendo, non importa se hai tentato di ucciderti. L’onta del pettegolezzo è dura da mandar via, e così quel chiacchiericcio maligno continuava a riecheggiare nelle sue orecchie come un’eco terrificante.

Ha preso un foulard Tiziana, lo ha legato intorno al collo ed è saltata. Così, in garage, in quel silenzio che tanto desiderava. Un’anima straziata che desidera soltanto zittire quelle voci, e alla fine invece ha zittito il suo dolore ponendo fine alla sua vita di trentenne trasformatasi in un incubo senza fine.

Tiziana, così smaliziata e libera, ha invece mostrato il candore di una bambina permettendo ad un uomo di riprenderla con lo smartphone come un qualsiasi fenomeno da baraccone, lasciando che un video così intimo e personale, esistesse, girasse liberamente fuori dal suo controllo.

E adesso quel popolo della rete così efferato si stringe in un abbraccio di cordoglio verso quella ragazza che, come una contemporanea Maddalena pentita, è stata letteralmente lapidata con le parole. Sì, perché come già diceva Carlo Levi nel 1955, “le parole sono pietre”, possono far male e uccidere. Ed è un paradosso che oggi Tiziana sia compianta da quegli stessi aguzzini (social) che l’hanno uccisa, e che avrebbero dovuto ricordare che solo “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8,7).

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia, storia della fine di un anacronistico sogno italiano

Nato quasi ottant’anni fa da un’idea di Dino Villani poco prima della seconda guerra mondiale, come “5000 lire per un Sorriso”, ha cambiato nell’era post-bellica pelle e nome in Miss Italia, passando dalle ragazze che inviavano foto con il loro sorriso migliore nella speranza di vincere un premio in denaro a vero e proprio concorso di bellezza con sgambettanti Miss in costume con lo storico patron Enzo Mirigliani.

Dalla fine degli anni ’70 arriva la televisione, con le prime immagini a colori. Negli anni ’80 e ’90 è un vero e proprio fenomeno di culto, incollando allo schermo milioni di telespettatori per diverse serate: due, tre, seguitissime, al pari del Festival di Sanremo, per scoprire chi sarà la più bella del Bel Paese.

Una reginetta certo, ma anche una ragazza dotata di grazia ed eleganza. Eleganza sì, come quel titolo coniato ad hoc per una giovanissima Sophia Loren, considerata, ai tempi, troppo procace per vincere.

Sono tante le dive e le starlette del mondo del cinema e dello spettacolo passate negli anni dalla passerella di Miss Italia. Sin dai tempi in cui la ricerca della più bella cominciava bonariamente dalle spiagge, tra le bagnanti che provavano per gioco a cambiar vita in una estate qualsiasi.

Agli inizi degli anni 2000 Miss Italia è un vero e proprio impero. Sono ben quattro le serate in televisione, con un esercito di ragazze pronte ad iscriversi e combattere ogni anno per la corona, rigorosamente firmata Miluna, di più bella d’Italia.

“Per te Miss Italia continua”. È questa la formula canonica pronunciata dall’allora conduttore Carlo Conti, diventata un vero e proprio modo di dire italiano, per un programma e un concorso entrato nella mente e nel cuore degli italiani.

Si può tagliare quasi a metà la vita di questo concorso, il cui declino inizia nel 2007, con quella che è una chiacchieratissima edizione, quella in cui a vincere sarà Silvia Battisti. Troppo magra, dicono i giornalisti, alzando un polverone mediatico su di una velata ricerca di una bellezza che spesso fa rima con magrezza.

Prese le redini del concorso dal 2003, Patrizia Mirigliani, figlia di Enzo, è l’orgogliosa matriarca che risponde alle critiche inserendo nel 2011 il titolo di Miss Curvy, forte di nuovi brand per taglie oversize disposti a sponsorizzare il concorso.

Vengono così abolite le taglie, così come venne abolita la frontiera delle misure seno-vita-fianchi nel 1990. Perché la bellezza non ha canoni precisi, lo suggeriscono anche capolavori dell’arte italiana dei grandi maestri rinascimentali. E, forse, non ha nemmeno tempo. Già il tempo. L’età minima per prendere parte al concorso diventa adesso la maggiore età, per esigenze televisive certo, e, per rimpolpare l’esercito delle (non più) giovanissime disposte a battersi per un titolo che perde smalto, si spere nelle più agée, in quelle trentenni che un tempo erano troppo “anziane” per partecipare e che hanno ritrovato da qualche anno la possibilità di diventare ancora Miss Italia.

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Rachele Risaliti, Miss Italia 2016 – dal sito missitalia.it

Ma tutto questo sembra non bastare. A dispetto dei nuovi regolamenti, le Miss Italia elette continuano ad essere giovani e magre. Come l’ultima, Rachele Risaliti, Miss Italia 2016. Toscana, classe 1995, ex ginnasta. Magra e giovanissima.

Se Miss Miss Italia ridefinisce la propria idea di bellezza, abolendo forme, misure e età, al pari passo di una società che cambia, sono le stesse ragazze a non voler più dimostrare di essere belle, ma anche brave. Allora ecco che nel primo decennio degli anni 2000 vengono introdotte prove di recitazione, di ballo e di canto. Le concorrenti si ritrovano a sfidarsi come in “Ciao Darwin”, scelte da un criterio del computer che favoriva le prime sorteggiate, alimentando ulteriori polemiche.

Si cerca disperatamente di dimostrare che le ragazze non sono soltanto belle, ma anche brave. Come la calabrese Stefania Bivone, aspirante cantante, che dopo il titolo di reginetta partecipa senza successo ai casting di Sanremo Lab.

Eliminati gli scontri come in un becero game-show, si tenta di portare il programma più vicino a quello dei talent, format in ascesa che tanto toglie al gusto di diventare Miss Italia, introducendo giudici che vogliono vedere lati-B e voti spesso mortificanti. È l’era di Milly Carlucci quella del 2009-2010, che ne fa una sorta di “Ballando con Miss Italia”: i numeri vengono eliminati e poi mestamente introdotti con il nome di codici, mentre l’attenzione, come nel suo programma di ballo, è tutta per i polemici giudici che puntano il dito contro le ragazze.

Il concorso che un tempo rappresentava non solo la più bella d’Italia, ma la fotografia di un paese che cambia, non riesce più a stare al passo, annaspa fino ai poco più di 900.000 telespettatori dello scorso anno, su ben due reti che lo trasmettono contemporaneamente.

L’ultima edizione, quella di quest’anno, è stata definita da molti su twitter “sagra della porchetta di Ariciccia”. Troppi sponsor ripetuti continuamente, una eliminazione selvaggia che sa di mattanza, per la quale i giudici, Raoul Bova e Mara Venier sentono addirittura il dovere di scusarsi quasi non condividendo il sistema di cui fanno parte, e lo svilimento della dignità della donna facendo pronunciare alle ragazze appena qualche frase imparata a memoria nel tentativo di racimolare voti e la simpatia del pubblico a casa e.

Si prova maldestramente a trasformare il contest in un talent show, tra polemiche sul concetto di bellezza e Miss dalle idee poco chiare, Miss Italia perde in poco più di un decennio la propria identità di programma e di ricerca. Ci si ostina a dover dimostrare che le neo-elette reginette di bellezza siano anche brave o intelligenti, quasi come se non bastassero le tante vincitrici o ex partecipanti che si sono poi laureate, che hanno vinto medaglie sportive o Oscar, che sono diventati volti della televisione o del cinema internazionale.

Miss Italia dimentica persino la propria storia, le proprie origini e ciò che ha rappresentato negli anni per milioni di ragazze, facendosi prendere dalla smania dell’audience e del cambiamento fino a rendersi irriconoscibile persino a sé stesso.

Se un tempo infatti si riproponeva di cercare semplicemente una ragazza acqua e sapone, oggi Miss Italia è la perfetta candidata per sedersi sul trono di Uomini&Donne, come ha dimostrato Clarissa Marchese, Miss Italia 2014, cui evidentemente non bastava la sola corona, voleva anche il trono. D’altronde, si sa, allo scettro Miss Italia aveva già rinunciato un bel po’ di tempo fa.

ART NEWS

Stefania Ianniello, street-artist di Napoli, con i suoi disegni dice: «Il potere di essere felici è nelle vostre mani»

Stefania Ianniello street-artist Via Toledo Napoli  - internettualeCon i suoi gessetti colorati tinge di allegria le strade di Napoli. Una tecnica semplice, la sua, che racconta la vita con occhi sinceri, tanto tanto talento e il coraggio di chi crede nei sogni. Il suo nome è Stefania Ianniello e da qualche tempo è possibile ammirare i suoi coloratissimi disegni sui marciapiedi di Via Toledo, a ridosso dei Quartieri Spagnoli e all’ombra del Banco di Napoli. I suoi soggetti sono le eroine delle favole Disney, ma anche personaggi legati alla città di Partenope come Sophia Loren e Bud Spencer o persino le tele degli artisti rinascimentali o dei pittori fiamminghi del diciannovesimo secolo, perché, come racconta lei stessa “A volte decido cosa disegnare la mattina stessa”.

Come si forma il tuo percorso artistico?

«Dopo il Liceo (classico, ndr) mi sono laureata in Grafica d’Arte per l’Illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli, poi ho seguito un corso di illustrazione alla scuola Comix…»

Quanto questa formazione ha significato per i tuoi disegni?

«Ai fini del disegno vero e proprio entrambe sono servite a poco: devo la passione per il disegno e le cose che ho imparato ai tantissimi consigli fondamentali di mio padre, che era davvero talentuoso nel dipingere e tuttora non manca di rimproverarmi bonariamente!»

Quando inizia la tua passione per l’arte?

«Intorno ai tre, quattro anni… i miei primi scarabocchi sono datati ’92-’93»

Stefania Ianniello street-artist Via Toledo Napoli  Vermeer - internettualeChe cosa spinge un artista, e in particolare una donna, a diventare una street-artist?

«Artista è un parolone… sono una semplice ragazza cui piace disegnare. Le ragioni sono molteplici e molto soggettive: nel mio caso la disperazione, la disoccupazione, la frustrazione, la curiosità. Almeno all’inizio, dopodiché le motivazioni sono cambiate, tutte in positivo! Di primo acchito, confesso, che la distinzione uomo-donna mi offende un po’, poiché, istintivamente mi viene da dire che la passione esplode nel petto di una persona indipendentemente dal genere sessuale cui appartiene. Ma, pensandoci bene, essendo di fatto una ragazza molto più esposta, rispetto ad un uomo, alle difficoltà della strada, forse occorre una spinta in più nel correre qualche rischio. Credo sia la voglia di dimostrare a se stessa e agli altri di valere esattamente quanto un uomo.»

Cosa provi quando disegni sentendo il contatto con l’asfalto e gli occhi dei passanti?

«Non basterebbe un’intera intervista a descrivere tutte le emozioni che sento. Sono sempre diverse, numerose, contrastanti… all’inizio ero molto intimorita all’idea di espormi, che tutti mi guardassero, essere alla mercé dei passanti. Sento la gioia nel vedere un bimbo esplodere di stupore, la rabbia di chi ruba i soldi dal cestino o porta il cane a fare i propri bisogni sul disegno, ma anche, e forse soprattutto, la commozione che provo ogni volta quando tante e tante persone mi danno attraverso piccoli gesti e parole di cui nemmeno si rendono conto, muovendo tutto il mio mondo.»

Stefania Ianniello street-artist Via Toledo Napoli Ariel Sophia Loren Disney - internettualeCome nasce l’ispirazione di un tuo disegno?

«Quando si parla con qualcuno, bisogna trovare un “argomento comune”, un ponte, tra le persone che le metta in comunicazione sullo stesso terreno. Le favole Disney sono, nel mio caso, quel ponte. Non è una prostituzione pubblicitaria, la gente non è stupida, se ne accorge se le prendi in giro. Sono quell’argomento introduttivo, un biglietto da visita sincero che ha una parte di me e una parte delle persone e in qualche modo dice “Piacere Stefania, facciamo quattro chiacchiere?”. Una volta gettata la base per il discorso, in cui ci sia qualcosa di entrambe le parti, se si inizia a parlare allora si apre lo spazio per qualcosa di ancora più mio, intimo, personale. A volte decido la mattina stessa, altre invece ci ragiono qualche giorno prima. I tempi e il soggetto dipendono da un milione di cose!»

Meno monete e più like: oggi l’arte di strada probabilmente sta diventando un fenomeno “social”. Come pensi ti percepiscano le persone?

«I social rendono indubbiamente la comunicazione più veloce, e dunque per me è molto più semplice creare un canale, e un rapporto, con ognuna delle persone che incontro, in alcuni casi, molto personale. Non credo sia cambiato molto il rapportarsi, credo siano cambiati soltanto i mezzi, più tecnologici. Non saprei dire come mi vede la gente, di certo percepisco molto più affetto di quanto non mi sarei mai immaginata.»

Vale ancora la pena di vivere della propria arte?

«Non si tratta di una scelta. È l’unica alternativa possibile, altrimenti significa che non è parte di te, che è solo un hobby, e come tutti gli hobbies si può decidere di farne a meno, di fare altro.»

Quali sono i sogni di una giovane street-artist come te?

«Potrei dirmi davvero felice, se riuscissi a vivere di ciò che mi piace fare. Nient’altro, niente di più semplice.»

Stefania Ianniello street-artist Via Toledo Napoli Ariel La Sirenetta Disney - internettualeCom’è la tua giornata-tipo?

«Sveglia, preparo lo zaino, vestiti (male!). Esci di casa e aspetta una circumvesuviana che non arriverà mai! In stazione prendi la metro e scendi a Toledo. Ignora tutti quelli che ti guardano strano e cerca un posto decente che non sia già stato occupato o rivendicato. Saluti gli amici, tira fuori tutto dallo zaino e inizia a pulire la strada, preparala, metti tutto al posto giusto e combatti con tutti quelli che incuranti dei limiti ti camminano praticamente addosso. Bevi, tanto! Chiedi aiuto agli altri ragazzi in strada per bere, allontanarti per mangiare, andare in bagno, e ovviamente ricambia il favore. Stai attento al troppo sole, al troppo freddo, ai malintenzionati, agli incidenti in genere. Goditi ogni momento, ogni persona, fino all’ora in cui devi ripulire, rimetterti lo zaino in spalla e avviarti in stazione per ritornare a casa.»

Cosa esprimi o cosa ti auguri di trasmettere attraverso le tue opere?

«Di rado si decide cosa esprimere. È una cosa che viene da sé, indipendentemente dalla tua volontà, ed è anche per questo che, come diceva Leonardo, un disegno non può mentire: o è sinceramente bello o sinceramente brutto. Mi auguro di trasmettere qualcosa, che vada al di là del contesto, della giornata. Un’emozione, un turbamento. Ma spero di non lasciare, nel bene o nel male, indifferenti.»

 Stefania Ianniello street-artist Via Toledo Napoli Ariel Lilo e Stitch Disney - internettualeUn augurio che fai a te stessa…

«Trovare ogni giorno il coraggio di rischiare.»

Un messaggio per chi leggerà questa intervista…

«Il potere di essere felici è nelle vostre mani: se la vostra vita non vi piace, cambiatela!»

Per conoscere le opere di Stefania, ecco la sua pagina facebook

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Notte di San Lorenzo, ecco dove nasce la tradizione di guardare le stelle cadenti

10 Agosto, notte di San Lorenzo. Appuntamento immancabile per tutti i romantici e gli amanti dell’astrofisica. È questa notte infatti il momento tradizionalmente migliore per osservare le stelle cadenti anche ad occhio nudo.

Conosciute anche come lacrime di San Lorenzo, in onore del martirio sui carboni ardenti del santo, si tratta delle Perseidi, uno sciame di meteore che la Terra si ritrova ad attraversare durante il periodo estivo, visibile a partire dalla fine di luglio fino al 20 agosto, il cui picco è proprio nei giorni del 10-12. Forte del cielo sereno estivo, il fenomeno è spesso visibile anche alle nostre latitudini.

A dare origine a questo fenomeno sarebbe stata la cometa Swift-Tuttle che, con il suo nucleo di 10 km, ha avuto un passaggio al perielio, ovvero il punto di distanza minima di un corpo vicino alla Terra, nel 1992. Per il prossimo invece si dovrà aspettare il 2126.

Quelle che noi erroneamente chiamiamo stelle cadenti, osservandole incantati, sono in realtà particelle rilasciate durante le passate orbite della cometa.

Il nome Perseidi è dovuto al fatto che esse si trovano nei pressi della costellazione di Perseo, e si dirigono dalla costellazione di Cassiopea a quella della Giraffa.

cielo stellato porpora san lorenzo stelle - internettualeLe prime osservazioni delle Perseidi sono state fatte dai Cinesi nel 36 d.C.

Tante le tradizioni legate a questo fenomeno, alcune delle quali di epoca molto antica, come quella della Grecia, che lo associa alla Trasfigurazione di Cristo, generalmente celebrata il 6 agosto. Ma già in epoca romana si attribuiva questa fenomenologia alla divinità Priapo, dio dell’abbondanza, il quale con questo gesto fecondava i campi.

Fu la Chiesa cattolica a incanalare queste tradizioni pagane verso la figura cristiana di San Lorenzo. La scelta sarebbe inizialmente caduta per una questione fonetica, poiché il nome del santo suonava simile a quello della controparte femminile di Priapo, Larentia, festeggiata anch’essa la notte del 10 agosto.

Un rito dunque quello di alzare il naso per rimirare le stelle che continua a ripetersi dalla notte dei tempi, affascinando anche le generazioni moderne che continuano ad esprimere desideri a queste stelle che attraversano il nostro cielo portando la speranza di vederli presto realizzati.

INTERNATTUALE

I Soldati di Allah: nella psicologia degli jihadisti che uccidono sognando il paradiso

Un momento televisivo e giornalistico molto alto, e molto forte, quello che ha riportato ieri sera SkyTG24 a pochi giorni dall’attentato a Nizza. Si intitola I Soldati di Allah, ed è il documentario trasmesso sulla rete all news di Murdoch, che ha portato i telespettatori nella psicologia dei soldati jihadisti, rispondendo alle domande che tutti ci poniamo sgomenti dinanzi a questi attentati spesso suicidi: perché farlo? Perché scegliere la Jihad?

A rispondere ci ha provato il francese Saïd Ramzi, pseudonimo di un giornalista che per motivi di sicurezza ha deciso di tenere celata la propria identità, il quale si è infiltrato per ben sei mesi in una cellula radicalizzata dell’ISIS, riuscendo a registrare e filmare tutto con una telecamera nascosta.

Il documentario ha mostrato un punto di vista decisamente inedito di questi soldati della morte, che scelgono di mettere a repentaglio la propria vita spesso giovanissimi, per difendere lo Stato islamico.

Uno Stato che seppur geograficamente lontano riesce a carpire i segreti dell’anima di questi giovani uomini, e a volte anche donne, convincendoli a commettere atti efferati, facendo leva sul loro senso di frustrazione, su quel senso più profondo di insoddisfazione della propria vita.

I soldati di allah jiahdisti doc 2016 skytg24 - internettualeNel gruppo in cui riesce ad infiltrarsi il giovane Saïd Ramzi, composto da una decina di persone, emerge la figura del ventenne Oussama, francese che ha già cercato di arruolarsi in Siria, trascorrendo diversi mesi in carcere per terrorismo. È lui che fonda la cellula nominata “I Soldati di Allah”, di cui si proclama capo locale.

È determinato ad immolarsi per l’Islam, convinto di raggiungere così un Paradiso che lo ricompensi nell’aldilà con tutto ciò che la terra invece gli ha negato, ricco di palazzi e donne, e per il quale è disposto anche a morire.

Il documentario è stato girato interamente in Francia, e per chi lo ha perso potrà rivederlo esclusivamente sulla piattaforma Sky OnDemand. Prodotto da Takia Prod in collaborazione con Canal+ ci porta nella complessa psicologia di questi uomini che credono fortemente in un al di là migliore in cambio di spargimento di sangue degli “infedeli”.

Sorprende, ma non troppo, che i soldati della jihad sono in contatto tra loro attraverso la chat istantanea criptata, Telegram, una app simil-WhatsApp diffusa anche da noi, attraverso la quale comunicano anche piani e programmi per autobombe o veri e propri attentati.

Il documentario infine mostra lo sfaldamento di questo gruppo, quando subentra il capo Daesh dal Califfato, che prende la cellula sotto la sua ala. Suona terribilmente macabro ascoltare Daesh che vuole attaccare una sala da concerto, ricordando quei morti del Bataclan dello scorso novembre in Francia. Il neo-capo manda i suoi uomini alla ricerca di armi da utilizzare per l’attentato. Il documentario ci dirà poi che fallirà. Ma la storia recente invece ci insegna che altri invece riusciranno a seminare morte e distruzione.