ART NEWS

Il sogno d’amore di Chagall alla Basilica della Pietrasanta a Napoli

Si intitola Sogno d’amore e, profeticamente, arriverà a ridosso di San Valentino alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli, fino al prossimo 30 giugno.

Più di 150 opere suddivise in quattro sezioni tematiche, e vedono la curatela di Dolores Durán Úcar, e la produzione di un brand leader del mondo dell’arte, il Gruppo Arthemisia che, reduce dal successo di ESCHER (al PAN fino ad aprile), approda in uno dei monumenti simbolo del centro storico del capoluogo partenopeo.

Russo di nascita, francese d’adozione, Mark Zacharovič Šagal, Chagall nella traslitterazione francese, proviene da una famiglia di origine ebraica nell’allora Impero Russo, l’attuale Bielorussia. Maggiore di nove fratelli, nelle sue opere indaga spesso i luoghi e i momenti della sua infanzia, tutto sommato serena a dispetto delle condizioni in cui erano costretti a vivere gli ebrei russi sotto il dominio degli zar.

Divenuto già noto in patria come artista, si trasferisce agli inizi del XX secolo a Parigi, ed entrò nell’orbita degli artisti del quartiere di Montparnasse, alternando rientri in patria, dove aderì ai movimenti rivoluzionari, per poi ritornare nella capitale francese a partire dal 1949, stabilendosi in Provenza.

Morirà a Saint-Paul-de-Vence a 97 anni.

Sin dai suoi anni giovanili Chagall fu sempre affascinato dalla Bibbia, che l’artista considerava come la più importante fonte di poesia e ispirazione artistica. È a partire dagli anni ’30 però che comincia concretamente ad interessarsene e inizia a studiarla con dedizione, tramutando i suoi studi in un vero e proprio lavoro grazie all’editore e mercante francese Ambroise Vollard, che gli commissionò una serie di tavole a tema biblico.

Altri lavori che l’artista aveva realizzato erano l’illustrazione de Le anime morte di Gogol’ e Le Favole di La Fontaine.

I suoi studi dei testi religiosi lo porteranno in Egitto, Siria, Palestina. Da questo momento è soprattutto la Bibbia che ispirerà gran parte dei suoi lavori.

Nella sua lunga vita e nella sua lunga carriera, sono tanti gli stili che abbraccia la sua arte: dalle avanguardie, che sfiorerà appena, al cubismo e fauvismo. I suoi dipinti, a metà tra mondi onirici e meraviglia, raccontano mondi fantastici e riferimenti religiosi attraverso colori vivaci e brillanti, anticipando l’espressionismo, e la corrente del Tachisme, quell’arte astratta nata in Francia, dove il colore è l’elemento dominante che va anche oltre la forma, verso il suo mondo di colori, verso un sogno d’amore senza tempo.

Annunci
CINEMA

Emily Blunt al cinema con La ragazza del Treno

Caso letterario dell’estate 2015, La ragazza del treno di Paula Hawkins arriva adesso al cinema con il volto di Emily Blunt diretto da Tate Taylor, già regista dell’acclamata trasposizione cinematografica The Help.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-promo-2016-internettualeLa storia è quella di Rachel, giovane donna affetta da alcolismo, che guarda i Bennett dal finestrino del treno che tutti i giorni la conduce a New York. All’inizio per lei, con un doloroso divorzio alle spalle, è l’inconscia identificazione in quella che apparentemente è la famiglia perfetta. Pian piano il quotidiano voyerismo distratto diventa morboso, si fa ossessivo, fino a voler scendere dal treno e andare oltre la sfuggente visione dal vetro di un vagone.

È lì che comincia il vero viaggio di Rachel, che si ritrova ad affrontare la scomparsa della donna che segretamente spiava e i demoni di una separazione che proprio fatica ad accettare.

Il film di Taylor travolge lentamente il lettore nel vortice dell’alcolismo della protagonista, proiettandolo in una realtà confusa, dove ricordi e percezioni non sono quello che in realtà sembrano, come in un’escalation fino al momento del black-out.

Emily Blunt dà anima, ma soprattutto corpo, ad un personaggio complesso, non necessariamente positivo, ma che è in cerca di redenzione e di sé stessa, e di quella consapevolezza di vivere che l’alcol stancamente le strappa via a poco a poco.

Sono tanti i volti noti che orbitano intorno alla Blunt: dall’amica Cathy, Laura Prepon volto di Orange is the New Black, al cameo di Lisa Kudrow, indimenticabile Phoebe del serial Friends.

emily-blunt-in-la-ragazza-del-treno-2016Un film atipico, inizialmente sconnesso, non di facile impatto, Nella prima parte lo spettatore stenta un po’ a comprendere l’intreccio di vite che danno origine a quella che è una storia banale, ma non scontata, anomala nella narrazione delle voci che, come le storie, si sovrappongono restituendo diversi punti di vista sul focus finale.

paula-hawkins-la-ragazza-del-treno-libro-copertina-internettuale
riedizione del romanzo di Paula Hawkins per Piemme editore

La ragazza del treno è un film che senza troppe pretese cavalca l’onda del caso letterario che l’ha generato e arriva al cinema esattamente dodici mesi dopo il best seller mondiale da cui ne è tratto, ottimo per una serata al cinema all’insegna dell’adrenalina e dell’indagine, anche psicologica.

INTERNATTUALE

Caro Saviano, Scampia non è solo “Gomorra”

Caro Roberto Saviano,

sono uno dei tanti cittadini di Scampia, quella che tu hai raccontato dieci anni orsono nel tuo saggio Gomorra, diventato poi film e adesso serie televisiva. Se già nell’ormai lontano 2006 ho riconosciuto al tuo libro il solo merito di aver riempito una lacuna bibliografica sugli scaffali italiani in tema di camorra, e in particolare sulla guerra tra clan di cui entrambi conosciamo bene i nomi, non ho trovato che fosse di per sé una vera innovazione, non solo perché quanto hai riportato nelle tue pagine lo abbiamo a suo tempo letto sui quotidiani locali e visto ai notiziari in TV, ma soprattutto perché non aggiungeva molto altro ad una cronaca trita e ritrita in ogni salsa da media locali e nazionali.

Certo, ho apprezzato il fatto che il tuo scritto ha catalizzato l’attenzione su di una realtà difficile come lo è stata Scampia, con i suoi boss, la criminalità organizzata, lo spaccio di droga, ma credo che tu, forse inconsapevolmente, ne abbia solo accresciuto il nome facendone esempio negativo per antonomasia, deputandola a periferia ai margini per eccellenza, quasi come se fosse l’unica realtà malfamata a Napoli o in Italia.

Per fortuna a Scampia, a Secondigliano, zone che tu continui a raccontare come sceneggiatore della serie prodotta da Sky, tante cose sono cambiate in dieci anni, tanti gli arresti che hanno contribuito a rendere questa periferia un posto migliore in cui vivere. Con questo non voglio avere la pretesa, o l’illusione, di dirti che oggi qui è il “Paese delle Meraviglie”, no, non di certo. Non sono una imbambolata Alice e qui non ci sono fiori canterini o gatti parlanti, se non sotto l’effetto di quegli stupefacenti che tu hai tante volte raccontato. Ma di certo questa non è più, o non è solo, la Scampia dei tuoi “Savastano”.

E ciò che mi fa più rabbia del tuo saggio, del film che ne è stato tratto nel 2008 e della serie divenuta un vero è proprio cult, è che si continua a raccontare un solo aspetto di questa realtà, quasi il tuo e quello dei produttori, si sia trasformato in un macabro accanimento terapeutico per cercare di tenere in vita un mito, quello di camorristi violenti e sanguinari, che tu stesso hai contribuito a smascherare e distruggere anni fa. E ciò che mi riesce più difficile da comprendere, è come possa adesso uno scrittore, che nei suoi interventi televisivi ha in qualche modo anche “deriso”, ridicolizzato la camorra, in qualche modo “osannarla” firmando uno sceneggiato che non fa altro che trasformare quegli stessi camorristi in eroi. E se io e te sappiamo che in realtà eroi non sono, che quelli che tu racconti sono degli antieroi contemporanei degli esempi su cui riflettere e allontanarsi, è altrettanto vero invece che essi sono percepiti dal pubblico a casa come personaggi da amare e, in qualche modo, emulare anche. Se non nella criminalità, almeno per fortuna non sempre, in quei modi di fare e dire divenuti oggi veri e propri intercalari verbali, sdoganando l’allure camorristico come una sorta di fascino della divisa, fino ad esautorarsi in caricaturali imitazioni amate persino da quei bambini che invece dovrebbero prenderne le distanze.

Certo, va riconosciuto il fatto che tu non sia l’unico, e che le fiction Mediaset, tra l’altro con minor plauso di critica, hanno esse stesse negli anni portato in auge la figura del boss fascinoso incarnato da Gabriel Garko. Ma se la televisione commerciale ha dalla sua la scusante di dover pensare all’audience per gli introiti pubblicitari, non trovo in te una motivazione abbastanza valida che ti spinga a fossilizzarti su di un solo aspetto di Scampia, impoverendo tra l’altro la tua creatività che si svilisce da oltre dieci anni sempre sullo stesso argomento che, giocoforza, è finito col farsi mera opera di fantasia solo lontanamente ispirata ad una realtà ormai ben lontana.

Se con la pubblicazione del tuo libro la tua vita è cambiata, diventando uno dei cento scrittori consigliati persino dal New Yori Times, anche quella di noi cittadini di questa periferia lo è: come fenomeni da baraccone, dobbiamo di volta in volta rispondere all’annosa domanda “Come vivi a Scampia?” guardando ogni volta lo sgomento negli occhi di chi chiede, quasi fossimo reduci della guerra in Iraq. Persino persone che abitano ad appena qualche chilometro da qui, ne sono terrorizzati al solo pensiero. Prendono per buono quanto viene mostrato nel serial televisivo di Sky Atlantic, credendo, dopo averlo visto, di essere depositari di una verità assoluta, senza considerare che, sebbene l’efferatezza e gli eventi ricalchino verosimilmente storie e fatti veri, qui possa esserci anche un’altra faccia della medaglia.

Certo non è l’Hilton. Qui non siamo a Beverly Hills, le nostre palme non sono icona del lusso nel mondo, né abbiamo una Via Montenapoleone come le zone in. Ma per fortuna Scampia non è solo droga e armi, non ci sono soltanto boss e delinquenti di quartiere, né prepotenti donne della mala.

Scampia è anche tanta onestà. È il quartiere in cui sono cresciuti tanti e tanti studenti universitari e laureati come me, di chi studia e lavora sodo per difendere i propri sogni, il quartiere dei campioni olimpionici e delle reginette di bellezza, e di tante persone che ci credono ogni giorno. È il quartiere di chi si alza presto al mattino per sopperire alle necessità delle proprie famiglie. Qui non tutti ascoltano musica neomelodica, e anche se lo fanno non per questo delinquono. L’ignoranza non è sempre sinonimo di malvivenza.

Certo abbiamo ancora tanta strada da fare, dobbiamo ancora crescere come persone, uomini, cittadini. Imparare a rispettare le regole di quel vivere civile che contraddistinguono un quartiere notoriamente malfamato come il nostro da uno “bene”, ma in questi anni ho conosciuto così tanta bontà, così tanta gente perbene, così tanta allegria, così tanta gioia di vivere e vincere nonostante tutto, troppo spesso ignorate, perché probabilmente è più facile, e forse fa più share, raccontare solo le brutture di un posto come questo.

E allora, mio caro Saviano, smetti di perpetuare solo il mito di “Scampia” cui tanto hai dato, ma tanto ha anche saputo restituirti, e parla anche dell’altra faccia di questo sobborgo su cui splende anche il sole, di tutto il buono che c’è, di questa silenziosa piccola “Sodoma”, come il frutto dell’omonima pianta, che secondo la leggenda era il solo per volere divino a crescere in una regione totalmente sterile.

Chissà che non ne giovi anche la tua creatività.

Mariano, abitante di Scampia

ART NEWS

“Casa del Manzoni” a Milano: l’Alessandro così diverso da ciò che pensavi

Casa del Manzoni Alessandro Manzoni Milano - internettuale

Piccolo gioiello a ridosso delle più note Gallerie d’Italia, la Casa del Manzoni è un’affascinante casa-museo che mostra un lato quasi inedito dell’autore de I Promessi Sposi.

L’edificio è un palazzotto nobiliare nel centro storico di Milano, che lo scrittore italiano acquistò nel 1813 per sé e la sua famiglia, dopo il suo breve soggiorno a Parigi. La facciata, in stile neorinascimentale, fu commissionata dallo stesso Manzoni all’architetto Andrea Boni nel 1864.

Un edificio che ruota intorno al cortile interno, che un tempo doveva apparire molto florido a giudicare dalle piante che ancora si inerpicano lungo le colonne del portico. Nella casa Alessandro Manzoni visse fino alla veneranda età di 88 anni, sopravvivendo anche ad alcuni dei suoi stessi figli. Dalla sua morte molte cose sono cambiate. La casa infatti per volere dei figli superstiti è stata poi rivenduta, a patto però che due stanze restassero invariate nel tempo: lo studio al piano terra, con affaccio sull’ampio giardino (oggi annesso alle Gallerie), dove il Manzoni si ritirava in meditazione, studi e riceveva gli amici, e la camera da letto. Esse rappresentano le uniche camere in cui il tempo s’è fermato con gli arredi e gli oggetti originali in cui è ancora impressa l’anima del padrone cui erano appartenute.

Oggi infatti la casa è per lo più musealizzata, ed ospita nei suoi appartamenti parte degli arredi e delle collezioni donate anche da altri musei, contestualizzate in un ambiente affinché ogni pezzo racconti parte della storia dell’autore. A cominciare dalla camera di fronte al suo studio, occupata dall’amico fraterno Stefano Stampa, che visse con lui per quindici anni prima di sposarsi, e che oggi ospita i suoi ritratti e quelli della sua famiglia, fino ad un dipinto sul letto di morte.

Alessandro Manzoni by Francesco HayezAl piano superiore una teoria di stanze, e quelli che dovevano essere i salotti, mostrano una serie di dipinti del Manzoni, la tenerezza dei ritratti di famiglia, quei dipinti e disegni che ne raccontano la maturazione, anche fisica, dell’uomo, oltre che autore, che ci appare come un borghese della Milano bene, che invecchia con garbo negli ambienti di una dimora che ama.

Quadri sì, ma anche bronzi e sculture, fotografie, narrano gli eventi più importanti della vita del Manzoni: l’incontro con Garibaldi, ma anche le tante opere che hanno celebrato la già contemporanea popolarità del suo romanzo, ritraendo i protagonisti come personaggi storici veri, viventi: Lucia, nella sua virginale fede, la Monaca di Monza, oscura e austera, l’autoritario Don Rodrigo.

Bellissime le ultime sale, che chiudono il percorso di visita, con una raccolta di libri, alcuni dei quali autografi, con edizioni del romanzo manzoniano e citazioni alle pareti con alcuni degli stralci di maggior impatto.

La casa, in cui Alessandro Manzoni ospitò tra gli altri anche Cavour e Giuseppe Verdi, è attualmente gestita dal Centro Nazionale di Studi Manzoniani, istituito nel 1937, che mette a disposizione di studiosi e appassionati una Biblioteca specialistica con oltre 30.000 volumi, costituita da donazioni Treccani e Viganò, e testi appartenuti allo stesso Manzoni. Il Centro, divenuto Fondazione nel 2002, occupa gli ultimi piani dell’edificio, consentendone l’accesso a residenti e turisti gratuitamente. Fatto ancora più eccezionale se si considera il perfetto stato di conservazione del villino, e il personale che vi lavora che, con cortesia e discrezione, accompagna il visitatore alla scoperta dell’inedita figura del letterato italiano in una rarefatta atmosfera senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.casadelmanzoni.it

MUSICA

Ecco chi ha già vinto il Festival di Sanremo 2016

Sono passati cinquant’anni da quando era soltanto la ragazza del Piper, storico locale di Roma, da quell’ormai lontano 1966, quando intonava Ragazzo triste nel programma TV Scala Reale, ma di triste, in questa artista straordinaria, che non ha mai avuto paura di rischiare, non c’è nulla. Alla soglia dei settant’anni, Patty Pravo è oggi considerata una delle Signore della musica italiana. Con i suoi 110 milioni di dischi venduti, e ventisei album all’attivo, Patty, al secolo Nicoletta Strambelli, è una delle artiste di maggior successo commerciale. All’avanguardia e sperimentale, in mezzo secolo di carriera non ha avuto timore di cambiare, di cambiare immagine, di cambiare musica, di cambiare direzione anche quando era già giunta all’apice della sua parabola ascendente, senza paura di mettersi in gioco.

Partecipa otto volte al Festival di Sanremo, lei che non ha bisogno di rilanciarsi o riscoprirsi cantante e interprete. Ma la più sentita è forse quella del 1997, quando porta il pezzo dell’amico Gaetano Curreri scritto in coppia con Vasco Rossi, …e dimmi che non vuoi morire, ed è di nuovo lei, sofisticata e sobria, ed è di nuovo successo. E cambia ancora Patty, cambia il modo di promuoversi e promuovere la sua musica, attraverso uscite esclusive digitali, remake per anniversari dei suoi brani, come La Bambola (nel 2008), e collaborando con i maggiori artisti della scena italiana: dai La Crus (con lo storico duetto di Pensiero Stupendo) a Giuliano Sangiorgi, che diventa autori di molti brani dell’artista, arrivando ai rapper Emis Killa e Fred De Palma (ieri con lei per la serata delle cover a Sanremo) che collaborano con lei nell’ultimo album di inediti.

Per celebrare questo importante traguardo di carriera, la Pravo ha deciso di non autocelebrarsi, e di ritornare sul palco dell’Ariston non come super-ospite, ma come big in gara, insieme a quella nuova generazione di cantanti che ancora la guarda con ammirazione, e prova ad intonare Cieli Immensi, scritta per lei da Fortunato Zampaglione, una ballad pop di ampio respiro, che riporta Patty alla melodia languida de Il vento e le rose, portato al Sanremo del 2011 e del brano Sogno, colonna sonora per Mine Vaganti di Ozpetek nel 2010. Ma in meno di un lustro è una nuova Pravo quella che si presenta al suo pubblico, con un nuovo entusiasmo, la stessa voglia di continuare a stupire, e gridare al suo pubblico, come il nuovo album di inediti, “Eccomi”. Ed è per l’allure di vera Diva, la straordinarietà di un’artista di successo e successi, e l’umiltà di una debuttante che vuole mettersi in gioco, che Patty Pravo, immensa come i cieli che canta, il suo Festival di Sanremo lo ha già vinto.

CINEMA

Più “Piccoli Principi” e meno “Checchi Zalone”: ecco un film che meriterebbe un record d’incassi

Se c’è un film al cinema in questo momento che dovrebbe fare record d’incassi in Italia, questo è senza dubbio Il Piccolo Principe. A metà strada tra trasposizione della fiaba di Antoine de Saint-Exupéry, interpretazione della stessa e storia originale, il cartone mostra cosa succede quando una bambina, la cui madre autoritaria ne ha programmato gli studi e la vita, s’imbatte in un vecchio signore che quella vita, invece, gliela insegna attraverso le pagine di un classico senza tempo. Il risultato è un film originale, atipico, che ripropone le autentiche illustrazioni dell’autore francese in stop-motion, lasciando alla più moderna computer graphic la vita vera, quella asettica e squadrata degli adulti, fatta soltanto di lavoro, numeri, burocrazia e rigide tabelle di marcia da seguire.

Suggestive le musiche di Hans Zimmer che, nell’edizione italiana, incorniciano perfettamente le voci di Paola Cortellesi, Toni Servillo, Stefano Accorsi e Micaela Ramazzotti.

Diretto da Mark Osborne, già regista di King Fu Panda (2008), il film alterna sapientemente le pagine del romanzo al racconto che ne fa lo stesso Aviatore (Servillo), tra lo stupore e lo scetticismo di una bambina che si domanda come mai un Piccolo Principe riesca a vivere su di un asteroide e come faccia a sopravvivere da solo in un deserto, comprendendo, parola dopo parola, pagina dopo pagina, che non sono nient’altro che metafore astratte di lezioni per giovani-adulti, lasciandosi sedurre da una favola inverosimile che racchiude in sé molta più verità di quanta non ci si aspetti da una storia per bambini.

Cita un po’ Tim Burton Osborne, quando la giovane protagonista, alla ricerca del Piccolo Principe, che si fa ricerca del sé, viene catapultata in una catena di montaggio per costruire adulti, che, come un lavaggio del cervello, getta nell’oblio la fantasia per dare importanza a ciò che è “essenziale”. Ma cos’è l’essenziale, se non ciò che si vede col cuore ed è invisibile agli occhi?

E in un momento storico come il nostro, privo di valori, spesso fatto di immagine, di superficialità diffusa, di crudeltà gratuita, di guerra, violenza, benché ci sia bisogno di ridere e ritrovare il sorriso, sarebbe senza dubbio più costruttivo che fosse un’opera come questa a fare un record d’incassi nel week-end di uscita, anziché un idiot-movie italiano che storpia il titolo di un kolossal americano come Quo vado? di Checco Zalone. Perché è di questo che avrebbe bisogno l’Italia adesso, di alzare gli occhi e riflettere guardando le stelle, quel filosofico cielo stellato citato da Kant, di più introspezione, di più consapevolezza di sé stessi e del mondo, di più “Piccoli Principi” e meno “Checchi Zalone”.

La pellicola, come il romanzo originale del 1943 dello scrittore francese, infatti, è una lezione sulla vita, sull’amore, sull’attesa, sul ritorno e su tutti quei valori che dovremmo continuare a custodire anche da vecchi, per mantenere vivo quel fanciullino di pascoliana memoria, poiché, come dice lo stesso autore nell’incipit del libro, “Tutti gli adulti sono stati prima di tutto dei bambini. (Ma pochi di loro se lo ricordano)”.