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Santa Lucia Svedese a Napoli il 9 dicembre: luci, canti e sapori della tradizione

Natale ormai è alle porte, e Napoli si prepara con i primi eventi per vivere la magica atmosfera delle feste. La Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, già cornice di eventi d’arte negli ultimi due anni, diventa la suggestiva scenografia della Festa di Santa Lucia Svedese. Nel centro storico infatti, proprio in Piazzetta Pietrasanta, con qualche giorno di anticipo rispetto al consueto 13 dicembre, arriva per la prima volta nella città di Napoli una delle tradizioni più amate del calendario svedese.

Ad illuminare il cuore del centro storico di Napoli, a due passi da una delle torri campanarie più antiche d’Italia, arriva un corteo di undici giovani del Liceo Musicale Nordiska Musikgymnasiet di Stoccolma, che intoneranno i canti della tradizione natalizia.

Originaria di Siracusa, in Sicilia, il culto di Santa Lucia è giunto fino in Svezia. Ad introdurre questa tradizione sarebbe stata l’aristocrazia svedese nel XVIII secolo, che voleva che la figlia maggiore vestisse i panni di Lucia, servendo la colazione a letto la mattina del 13 dicembre.

Oggi questa usanza si è evoluta, e sono migliaia i bambini nelle strade che illuminano il buio dei vicoli innevati con candele e biscotti, intonando i canti della tradizione natalizia.

In ogni angolo del Paese, delle scuole, degli uffici, degli asili ci si riunisce per ascoltare queste melodie, e celebrare la luce in attesa del Natale.

La festa di Santa Lucia è persino arrivata nelle prigioni e negli ospedali, nelle case di riposo e in tutti quei luoghi in cui la mobilità è difficile. È da questa filosofia che giunge quest’anno anche nei vicoli di Napoli, perché Santa Lucia non bisogna cercarla, ma arriva a rischiare il buio.

La celebrazione è stata fortemente voluta dall’Ambasciata di Svezia e il Consolato Onorario di Svezia a Napoli, in collaborazione con l’Associazione Polo Pietrasanta Onlus.

L’appuntamento è per domenica, 9 dicembre alle ore 18.00 sul Sagrato della Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, dove l’Ambasciatore di Svezia, Robert Rydberg, inaugura l’evento che si terrà in piazzetta.

Dopo l’esibizione, seguirà una degustazione di glögg (tipica bevanda calda speziata) e pepparkakor (biscotti speziati), mentre per i più piccini sarà servita una bibita tradizionale natalizia.

E se siete in piazzetta, andate a vedere LAPIS, il percorso sotterraneo della basilica. Sarà la perfetta chiusura di una giornata di festa, scoprendo miti e leggende della città di Napoli.

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2500 anni di storia del Centro Antico di Napoli. Giovedì 19 luglio alla “Pietrasanta”

Prosegue il ciclo di appuntamenti alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli. Dopo il successo della conferenza teatralizzata di qualche settimana fa, quando il Dottor Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta, insieme a Gianpasquale Greco e Lucio Carlevalis ha rievocato la storia della Cappella Pontano, si bissa giovedì 19 luglio dalle ore 17.30 con un nuovo appuntamento da non perdere. L’occasione questa volta è la presentazione del nuovo volume di Italo Ferraro, Centro Antico (Oikos edizioni). Un libro, questo, che indaga 2500 anni di storia che hanno interessato la città di Napoli: dalla formazione della città dai Greci, passando per le dominazioni che si sono susseguite nei secoli. Dai romani alla Napoli ducale, dagli angioini agli aragonesi. Un centro antico, quello di Napoli, che si è rinnovato pur restando sempre uguale a se stesso. Gli stessi assi, quelli dei cardi e dei decumani, hanno accolto nel loro ventre mode urbanistiche e influenze culturali continuando a preservare quell’impianto che è rimasto immutato nel tempo.

Ma il volume di Italo Ferraro pone l’accento anche sulla recente costituzione della Città Metropolitana e dei suoi 94 comuni che comprendono luoghi di straordinaria bellezza e indiscusso fascino: le isole di Capri, Ischia, Procida, ma anche la Provincia di Salerno e l’Agro nocerino-sarnese.

Una tavola rotonda cui partecipa con grande entusiasmo Monsignor Vincenzo De Gregorio, rettore della Basilica della Pietrasanta, che insieme ad un ricchissimo parterre di ospiti disquisiranno con il Dottor Iovine dei cambiamenti topografico-culturali che hanno interessato e interessano l’area del centro storico di Napoli.

Con loro, tra gli altri, il direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, reduce da uno straordinario successo che ha aperto un dialogo tra l’Ermitage di San Pietroburgo e il MANN, il docente federiciano e urbanista il Professor Francesco Coppola, che coordinerà il dibattito, e il Presidente della Fondazione Morra nonché direttore del Museo Nitsch, Peppe Morra.

L’incontro si propone di mettere in luce un lungo processo di fusione e integrazione che ha portato alla formazione del centro antico così come lo conosciamo noi oggi, e vuole porre l’accento su quelle connessioni, ancora oggi purtroppo latenti, che sono esistite tra i vari territori e epoche, sollecitando una serie di riflessioni e di approfondimenti che riguardano Napoli innanzitutto e il suo centro antico.

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Visita nel sottosuolo della Pietrasanta a Napoli: nuovo percorso dal 24 aprile

Non è una semplice inaugurazione, quella che ha avuto luogo oggi alla Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ma una vera e propria restituzione al popolo partenopeo e ai turisti della città di Napoli.

Alla presenza dell’Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe e di Monsignor Vincenzo De Gregorio, Rettore della Basilica della Pietrasanta, e il Presidente dell’Associazione Pietrasanta Onlus, il Dottor Raffaele Iovine.

Un progetto importante per il quartiere e per la città, iniziato nel 2011 e che trova oggi, con questa nuova apertura, una concreta realizzazione ed una prospettiva per un immediato futuro.

Sì, perché è una storia che si sovrappone quella di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e quella di Napoli, la città che da oltre quattro secoli la ospita. Una storia che affonda le sue radici in quell’epoca greco-romana quando questa Basilica del XVII secolo, era ancora un tempio pagano dedicato alla dea Artemide.

Questo punto, in Via dei Tribunali, nel cuore del centro storico della città, era crocevia recettivo di quella cultura greca, assuefatta a sua volta da quella egizia: dal culto della dea Iside, cui era dedicato un tempio dove oggi sorge Cappella Sansevero, ai riti pagani che in epoca romana hanno portato alla costruzione del Tempio della dea Diana, di cui oggi restano alcune tracce nei marmi di riuso del campanile romanico nella piccola piazza, datato X-XI secolo, che porta addirittura la firma dei Cavalieri Templari, che con le loro croci avrebbero segnato questi luoghi, conferendo loro un’aura di misticismo capace di trascendere persino il mero valore religioso.

La città greco-romana cambia, si evolve, ma resta sempre fedele al suo folclore e ai suoi culti che da pagani diventano cristiani, e il tempio di Diana si tramuta in un luogo di apparizioni diaboliche. Neapolis intanto diventa Napoli, mentre la sua storia continua ad intrecciarsi con quella del monumento che la abita, in una danza sospesa a mezz’aria tra mitologia e religione, che cedono il passo alle credenze popolari e la superstizione più pura, che da sempre caratterizzano la città.

Ed è proprio per esorcizzare la presenza del diavolo, che qui vi sarebbe apparso sotto forma di maiale, spaventando con i suoi terribili grugniti gli abitanti del quartiere, che venne eretta la Pietrasanta.

La chiesa sarebbe stata dunque una sorta di amuleto in pietra contro il demonio per volere della Madonna, che sarebbe apparsa in sogno a San Pomponio, vescovo di Napoli, indicandogli il punto dove erigere la sua chiesa. La Basilica divenne così la prima costruzione a Napoli dedicata al culto della Vergine, prendendo per questo motivo il nome di Santa Maria Maggiore. “Pietrasanta” poiché secondo la leggenda al suo interno sarebbe custodita una pietra che concedeva l’indulgenza plenaria a chi la baciava.

Secondo le fonti al suo interno sarebbe stato sepolto addirittura un pontefice, Papa Evaristo, quinto vescovo di Roma.

Ha ripreso vita e colore questa monumentale chiesa, nelle nuance crema della facciata e il porpora dei tetti, che il certosino lavoro di restauro di questi anni le hanno restituito. La costruzione è un’opera di maturità dell’architetto Cosimo Fanzago (architetto, tra l’altro, del Palazzo Donn’Anna a Napoli e di Palazzo Zevallos in Via Toledo) che, con i suoi venti metri, ha realizzato la cupola più alta della città.

Oggi la basilica è sede dell’importante polo culturale da cui prende il nome, che ha realizzato diversi eventi, ma anche mostre curate dal critico Vittorio Sgarbi, tra cui i Tesori Nascosti (chiusa lo scorso luglio) e il Museo della Follia (ancora in corso fino al 27 maggio) ospitando al suo interno artisti quali Caravaggio, lo SpagnolettoGuercinoBaconLigabueGoya.

Dal 1653, anno di fondazione della basilica, ad oggi, Santa Maria Maggiore ha accompagnato i napoletani anche nel corso della Seconda Guerra Mondiale, proteggendoli nel ventre dei suoi sotterranei. Sì, perché sotto il pavimento maiolicato, ad opera della bottega Massa (la stessa del Chiostro di Santa Chiara, per intenderci) c’è tutto un mondo altro, che recenti studi e un lungo lavoro di musealizzazione stanno riportando, letteralmente, in superficie e che porterà di diritto la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta nel novero dei monumenti di Napoli assolutamente da non perdere.

Da domani, 24 aprile, apre ufficialmente il progetto LAPIS: I segreti della Pietrasanta, questo il titolo del progetto, farà sì che la Basilica non aprirà soltanto le porte della sua navata centrale al pubblico, ma anche quelle del suo sottosuolo, dando così inizio ad un nuovo straordinario percorso di visita, che unisce sapientemente tradizione e tecnologia: pannelli retroilluminativideoproiezionirealtà aumentata. Sono questi i punti di forza di un percorso sotterraneo unico nel suo genere, che racconta la storia della Basilica e, al tempo stesso, quella della sua città, Napoli.

ART NEWS, INTERNATTUALE

Dietro la frase che gira tra gli instagrammer napoletani

«Entrate, ma non cercate un percorso. L’unica via è lo smarrimento». È questa la frase che continua a rincorrersi da settimane nelle foto su instagram e sui social in generale. In molti probabilmente avranno già intuito di cosa si tratta e di cosa sto parlando, ma se siete tra quelli che non lo sanno, allora questo post fa per voi e la vostra, spero, curiosità.

Dallo scorso 3 dicembre infatti nei geotag di Napoli su instagram, il social network fotografico per eccellenza, è comparsa la frase dall’eco dantesca: scritta a caratteri cubitali in bianco su fondo nero, interpretata dai vari internauti secondo il proprio stile, non vuole essere un messaggio di benvenuto, ma, probabilmente, un monito per chi varcherà quella porta.

Non si tratta però di una versione contemporanea della Divina Commedia, ma di un messaggio con cui il professor Vittorio Sgarbi accoglie i visitatori all’interno della sua mostra, il Museo della Follia, allestita da qualche mese nella Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a Napoli, in Via Tribunali.

Autrice della frase è in realtà uno degli autori della rassegna, Sara Pallavicini, che è stata fatta propria dal noto critico d’arte.

Un’iscrizione fortemente voluta per esprimere il senso di un percorso che indaga la follia nelle sue molteplici sfumature.

La mostra, aperta al pubblico fino al 27 maggio, vuole essere un’ampia riflessione sul tema della follia e su tutti quegli artisti, geniali, ritenuti da noi contemporanei convenzionalmente folli.

Un percorso di storia dell’arte, ma anche una riflessione su quelli che erano “manicomi” e sui cosiddetti O.P.G., ospedali psichiatrici giudiziari.

Da Goya a Maradona, questo il sottotitolo di un percorso che va dal XIX secolo fino all’arte contemporanea, e che include nel novero delle sue opere anche dei lavori dedicati all’ex numero 10 del Napoli, genio indiscusso del calcio qui visto provocatoriamente come un Michelangelo contemporaneo.

Pitture, sculture, video-installazioni, momenti di interazione con le opere. Un successo di pubblico che già tanti partenopei (e stranieri) ha conquistato, che vengono a frotte per smarrirsi. Letteralmente.

Intenso Una Santa Monaca guarisce una giovane inferma di Goya, distante dalle iconiche “Maje”, che qui interpreta un momento quasi intimo, una guarigione fisica in cui egli stesso, malato, confidava.

L’artista contemporaneo Cesare Inzerillo ha invece omaggiato la città di Napoli con tante opere: dal beneaugurante quanto colossale corno rosso coronato, all’opera centrale, la Griglia, con i volti, alcuni oscurati perché ancora in vita, di chi ha patito e vissuto sulla propria pelle la detenzione, a volte coercitiva e violenta, in un istituto di igiene mentale.

Frammenti di anime, che l’artista coglie con vivido pathos, spingendo i visitatori ad una doverosa considerazione sul significato più profondo di una degenza forzata o di essere considerati pazzi anche semplicemente per una stravaganza o una diversità.

Immancabile, in un evento di tale spessore, un riferimento a Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiana, cui va il merito di aver rivoluzionato il concetto di salute mentale, artefice di una revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici nel nostro Paese, perché, come dice una delle sue massime, di erasmiana memoria, estratta da Conferenze brasiliane (del 1979): «In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione».