ART NEWS, CINEMA

Loving Vincent, primo film dipinto su tela per raccontare la vita di Van Gogh

A metà tra film d’animazione e opera pittorica vera e propria, la pellicola Loving Vincent ripercorre la vita di Van Gogh, famosissimo artista del XIX secolo, noto per le sue tele impressioniste e la lucida follia che le ha generate. Tante e contrastanti le leggende che ruotano intorno alla sua figura, da satiro lussurioso a genio, a fannullone.

Una pellicola interamente dipinta su tela, che fonde arte e tecnologia e che forse sarà destinata ad aprire la strada ad un nuovo genere cinematografico e senza dubbio un nuovo ed innovativo modo di raccontare i grandi artisti sul grande schermo.

Night Cafè, Arles Lt Milliet (Robin Hodges) and Armand Roulin (Douglas Booth)

Riproducendo infatti ben 94 dipinti dell’artista, con la stessa tecnica e il suo stesso stile, il film racconta la vita di Van Gogh, immergendo letteralmente all’interno delle sue opere lo spettatore, che potrà così riconoscere il Caffè di notte, il Campo di grano con volo di corvi, la famosa notte stellata e i suoi tanti ritratti e autoritratti.

Le immagini sono state ricreate da un team di 125 artisti, che hanno lavorato per anni per riprodurre migliaia di immagini per questo progetto senza dubbio originale e di grandissimo impatto. E il frutto di questo duro lavoro è un film che coniuga poesia, arte, tecnologia e pittura ed è riuscito a catturare il Premio del Pubblico all’ultimo Festival d’Annecy.

Il film arriva a seguito del grandissimo successo della mostra multimediale Van Gogh Experience, altro grande esempio di come oggi la tecnologia può aiutare a diffondere l’arte attraverso un linguaggio contemporaneo, che si avvicini maggiormente a giovani e giovanissimi, poco avvezzi ai musei e, ahimè, molto ai touch screen.

Distribuito da Nexo Digital in collaborazione con Adler, vede media partner d’eccezione come Radio DEEJAY, Sky Arte HD e MYmovies.it, nell’ambito del progetto La Grande Arte al Cinema.

Marguerite Gachet (Saoirse Ronan) at the piano

La pellicola uscirà solo il 16, 17 e 18 ottobre. Per un elenco completo delle sale in cui sarà possibile vederla bisogna consultare il sito www.nexodigital.it

Non si tratta di uno sterile documentario, ma di una vera narrazione che parte dall’estate del 1891 in Francia, passando per Amsterdam, New York, Londra, Mosca, Parigi e Dallas.

Ispirata alle Lettere a Theo, la più corposa raccolta epistolare scritta dall’artista ad un caro amico, vede le parole dello stesso artista raccontare la sua vita.

Tanti i volti noti del piccolo e del grande schermo che hanno preso parte a questo interessante quanto eccezionale film: da Jerome Flynn de Il Trono di Spade a Saorise Ronan (nominata all’Oscar per Brooklyn e Espiazione), passando per Aidan Turner di Lo Hobbit e Helen McCrory di Harry Potter. A vestire i panni del protagonista, l’attore di teatro Robert Gulaczyk.

La loro partecipazione dimostra quanto un’opera del genere sia significativa e trascenda la mera passione per il mondo dell’arte e l’importanza della sua divulgazione, rendendo sempre meno netti i contorni del documentario dalla cinematografia.

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MUSICA

Quarant’anni senza Maria Callas: la vita da romanzo della soprano

Potrebbe essere la trama di un romanzo la vita di Maria Callas, soprano statunitense naturalizzata italiana, ma di origine greca, che tra gli anni ’40 e ’60 ha calcato i più importanti teatri d’opera di tutto il mondo. Un romanzo in cui una novella Cenerentola abbandona il nido con una dispotica madre e una sorella-rivale, e se ne va alla volta del mondo, senza mezzi e con una valigia piena di sogni.

È così che inizia la carriera di quella che sarà poi la “Divina” Callas, tra provini andati male e l’insicurezza di una ragazza corpulenta che, tra problemi di peso e la leggenda di un verme solitario, ha lottato per trovare una figura longilinea e affermare sé stessa e il suo talento.

Ma l’accoglienza dell’Italia post-bellica non fu delle migliori, e persino l’occasione della vita, quella di sostituire la soprano Renata Tebaldi interpretando l’Aida alla Scala di Milano, passa quasi inosservato, tra lo scetticismo dei critici che puntano soprattutto sulla sua fisicità e una voce metallica che non li convince del tutto.

Maria Callas (1923 – 1977) as Violetta in La Traviata at the Royal Opera House (1958)

La consacrazione arriverà in quello stesso teatro qualche anno più tardi, quando nel 1951 trionfa con I Vespri Siciliani nel ruolo della Duchessa Elena.

Perde 36 chili in un solo anno. Il brutto anatroccolo si trasforma pian piano in un cigno. Si ispira allo stile e alla figura della magrissima quanto elegante Audrey Hepburn, e da quel momento è tutto un giro di foulard, fantasie floreali, e abitini avvitati, che ne esaltano la ritrovata silhouette, riscoprendo la sua femminilità.

È in questo frangente che arriva l’incontro fatidico con l’amore della vita, l’armatore Aristotele Onassis. Greco anche lui. E la cornice di questo incontro fatale non poteva che essere da sogno, come l’elegantissimo Hotel Danieli a Venezia.

Dopo una crociera a bordo del celebre yatch dell’armatore, la Callas decide di abbandonare il marito, e suo agente, Titta Meneghini, sposato ai tempi forse più per riconoscenza che per vero amore.

Da quel momento la vita di Maria cambia. Si sente diversa, più viva. Ma non è facile essere l’amante di Onassis. In questi anni infatti, la Callas aveva affrontato anche la perdita di un figlio nato morto, vivendo per quasi tutta la relazione con l’uomo, durata dieci anni, il dramma di donna tradita, costretta a sopportare la galanteria nemmeno troppo velata di un uomo che ha continuano a flirtare e corteggiare altre donne sempre, e che ha deciso di risposarsi soltanto quando ha avuto la certezza di conquistare l’altra donna più potente del mondo, Jacqueline Kennedy.

Onassis infatti ha sempre temporeggiato sul divorzio dalla prima moglie, decidendosi a lasciarla soltanto quando deciderà sì di risposarsi, ma con la vedova del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy.

Con il cuore spezzato, sola, e in condizioni di salute precarie, complice la rapida perdita di peso, l’insonnia orma cronica e la dipendenza da Mandrax, Maria morirà il 16 settembre del 1977 nella sua casa a Parigi per un arresto cardiaco.

E sono tante le iniziative per questo quarantennale dalla morte, per raccontare e ricordare una voce che oggi è un punto di riferimento, e una donna che è una vera icona.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set di “Medea”, 1968

Tra queste, quella di RAI5, che proprio sabato 16 settembre, trasmetterà in anteprima un documentario che racconta uno degli incontri storici della Callas, quello con il provocatorio regista Pier Paolo Pasolini che la dirigerà in una versione cinematografica di Medea nel 1968, diventando uno dei suoi più cari amici e confidente. L’Isola di Medea, questo il titolo del film, è diretto da Sergio Naitza, Nastro d’argento 2013, e firmata con Karel produzioni di Cagliari, con il sostegno del produttore associato Erich Jost, della FVG Film Commission e Regione Friuli Venezia Giulia.

Luisa Ranieri in una foto di scena della fiction Mediaset

Se invece vi appassiona lo sceneggiato, qualche anno, quando Mediaset era ancora all’apice e non produceva soltanto fiction di mafia, la bravissima Luisa Ranieri prestò magistralmente il volto a questo tormentato personaggio, nell’intensa interpretazione della mini-serie Callas e Onassis del 2005.

la copertina del libro di Alfonso Signorini

E se preferite la lettura, allora vi consiglio il volume di Alfonso Signorini, che un romanzo dalla vita della Callas l’ha scritto davvero: Troppo fiera, troppo fragile, questo il titolo, non è soltanto un bestseller mondiale, ma la narrazione del giornalista e celebre direttore di Chi, ha appassionato così tanto anche l’estero che ne sarà presto prodotto un bipic con Noomi Rapace nel ruolo della soprano.

il poster del film Callas di Niki Caro, con Noomi Rapace
INTERNATTUALE

Lady D, eroina tragica di una favola contemporanea

L’estate era appena finita quando abbiamo saputo della morte di Lady Diana. Era la notte del 31 agosto, e quella che per molti di noi era la fine delle vacanze, si trasformò invece nello spartiacque tra una notizia che ci sconvolse e un’epoca altra che non sarebbe stata più la stessa.

Anche la mia vita di lì a qualche settimana sarebbe cambiata, ma non potevo nemmeno immaginare che sarebbe coincisa con un evento storico così drammatico.

L’avevo saputo l’indomani mattina del 1 settembre, un lunedì; l’ideale inizio di un nuovo anno lavorativo. Ai tempi non c’era internet e i canali all news, né le notizie giravano sui social, ed eravamo tutti attaccati agli speciali dei notiziari in TV per avere aggiornamenti a riguardo.

Fu una vicina di casa a dirmelo, e la notizia mi piovve letteralmente in testa.

Nel 1979 la telenovela messicana Anche i ricchi piangono mostrava al mondo quanto la ricchezza da sola non basti a dare la vera felicità. Potrebbe essere questo il titolo della vita di Diana Spencer, Principessa del Galles, per tutti semplicemente Lady D, scomparsa prematuramente a soli trentasei anni vent’anni fa esatti. Era il 1997 quando rimase coinvolta in un incidente automobilistico sotto il Ponte de l’Alma a Parigi.

Sì, perché questa è una favola triste. Qui non ci sono principi azzurri e armature scintillanti, ma c’è un regno, quello Unito d’Inghilterra, e quella che per molti cominciava ad assumere le connotazioni della matrigna cattiva era nientedimeno che la Regina Elisabetta II.

A metà degli anni ’80 Diana ha mostrato con coraggio al mondo cosa c’è dietro la favola, qual è il seguito reale, è proprio il caso di dirlo, dopo il “felici e contenti”.

Se molti pensavano che quello che fu definito “il matrimonio del secolo”, il 29 luglio del 1981, fosse il perfetto lieto fine di una fiaba contemporanea, qualche anno dopo, tra tradimenti, scandali e recriminazioni hanno dovuto ricredersi, vedendo in Diana una nuova eroina tragica, come una Medea che non riesce ad ottenere l’amore del marito fedifrago.

Voce narrante di questa storia i giornali di gossip e le interviste esclusive. Un matrimonio eviscerato, pagina dopo pagina, dalla stampa mondiale, in un’era, gli anni ’90, in cui il titolo di un giornale aveva il potere di alimentare incendi e polveroni per mesi come un effetto domino.

Come una crisalide che diventa farfalla, anche Diana è pian piano uscita dal bozzolo di taffetà di seta di quell’ingombrante abito da sposa di Elizabeth Emanuel, e le fatine che hanno trasformato le sue vesti in abiti glamour per i gran balli di gala e scatti di moda erano gli stilisti più in voga, da Armani a Valentino, passando per gli scatti fashion del celebre fotografo Mario Testino.

La principessa triste acquisisce così la consapevolezza de suo ruolo sociale e non solo, sfruttando il suo nome per cause di beneficenza lodevoli: dalla lotta all’AIDS alle mine anti-uomo, Lady D ha sfruttato una popolarità crescente per difendere gli oppressi e i bisognosi, conquistando un posto speciale, che valeva ben più del trono di un regno cui non era interessata, quello del cuore dei suoi sudditi che a gran voce l’hanno eletta Regina.

La goffa maestrina è nella metà degli anni ’90 una donna volitiva ed elegante, diventando di fatto un personaggio pubblico molto amato di proporzioni mondiali.

E se nelle favole le principesse restano imprigionate in alte torri, Diana dopo il divorzio ha vissuto nel lato nord di Kensington Palace, continuando a ricercare quel principe capace di liberarla: prima nel chirurgo pakistano Hasnat Khan, e poi con Dodi Al-Fayed, lo sfortunato amante che, come in un girone dantesco, perderà la vita insieme a lei.

Come per la sua vita, anche la morte di Diana è documentata dalle fotografie di quei paparazzi, rei con i loro flash, di aver fatto sbandare l’autista con conduceva l’auto con la principessa e il suo compagno.

La nostra fiaba finisce qui, ma non c’è un lieto fine. Diana se ne va in un pulviscolo di polemiche, attentamente documentato dal cinismo bulimico dei media che hanno voluto un pezzo della principessa fino a ridurla a brandelli.

Eppure la sua immagine, ancora una volta si è evoluto, la farfalla ha sublimato con la morte la sua bellezza, trasformandosi in icona moderna, e la teca di vetro dalla quale ci ricorda un importante monito di vita è la tomba al centro del piccolo laghetto dell’isola di Round Oval, in una piccola proprietà di famiglia in Northamptonshire, e ricorda al mondo che la vera felicità è la libertà di inseguire il proprio amore.

CINEMA

Cinquant’anni fa moriva Vivien Leigh. 5 film per ricordare l’attrice di Via col Vento

È uno dei volti-simbolo del cinema mondiale. Vivien Leigh, scomparsa cinquant’anni fa esatti nel luglio del 1967, è spesso associata all’iconico ruolo di Rossella O’Hara nel pluripremiato film Via col Vento. Ma sono tanti i ruoli che l’attrice inglese ha interpretato, conquistando ben due premi Oscar con poco meno di venti film e un Tony Awards, confermandosi come una delle più grandi interpreti della sua generazione, sia nel cinema che a teatro.

La Leigh però soffriva di un grave disturbo bipolare aggravato da una tubercolosi malcurata che si trascinò dietro tutta la vita e che fu causa della sua morte.

Alternò felicemente le tavole del teatro e il grande schermo, riuscendo a interpretare ruoli duri e a volte atipici o torbidi.

Vivien mal sopportava il tempo che passa e l’avanzare dell’età, e tra i deliri della morte alla domanda dei medici su quale fosse il suo vero nome, rispose di essere Blanche Dubois, altro iconico ruolo che interpretò al fianco di Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio.

Le sue pellicole l’hanno spesso portata, per finzione o realtà, nel nostro paese.

Indimenticata e indimenticabile protagonista di Via col Vento, sontuoso colossal di Victor Fleming, che le dà la fama mondiale e la consacrazione agli Oscar, ha sempre negato i proverbiali dissapori con l’allora co-protagonista Clark Gable, che avrebbero poi trovato conferma o quantomeno fondamento in una storica frase pronunciata dall’attore agli Oscar, quando disse: “questi maledetti Europei, ci ruberanno tutto!” Riferendosi, forse, proprio alla statuetta vinta da Vivien e non da lui.

Ecco cinque film per ripercorrere tre decadi di cinema dell’attrice:

Il Ponte di Waterloo (1940): qualche anno dopo Via col Vento fu questa pellicola di Mervyn LeRoy ad avere forse l’ingrato compito di far dimenticare Rossella al grande pubblico. Qui Vivien interpreta la tormentata ballerina Myra Lester. È il 1915, anno in cui scoppia la prima guerra mondiale, e Myra si innamora dell’ufficiale Roy Cronin, interpretato dal fascinoso Robert Taylor. Credendolo morto in battaglia, Myra si ritrova a far fronte alle avversità della vita prostituendosi.

Il Grande Ammiraglio. Erroneamente tradotto con questo titolo, il film originale si chiama invece That Hamilton Woman, perché è lei, ancora una volta, la vera eroina tragica. La pellicola è una biografia romanzata sulla vita di Lady Emma Hamilton, moglie dell’ambasciatore di Inghilterra presso il Regno di Napoli, che si innamora segretamente dell’ammiraglio Horatio Nelson, eroe della guerra napoleonica e già sposato, destando non poco scalpore nella corte. Accanto a lei l’amato marito e compagno d’arte Laurence Olivier, che ai tempi cercava di trasformarsi agli occhi del pubblico da interprete teatrale a divo del cinema.

Anna Karenina. Nel 1948 è la volta della letteratura russa e di una pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj. Qui la Leigh è l’indiscussa protagonista di un’altra tormentata storia d’amore con il Conte Vronskij. Ancora una volta interpreta una tormentata storia d’amore. È lei ad essere sposata e con un bambino e nonostante tutto sceglierà di vivere questo burrascoso amore che la consumerà.

Un tram che si chiama desiderio. Bisognerà aspettare il 1951 e una piece di Tennessee Williams per accaparrarsi un secondo Oscar con l’intenso ruolo della psicolabile Blanche Dubois, avvenente donna che inizia a veder sfiorire la propria bellezza, e preferisce vivere in un mondo tutto suo, fatto di illusione, alcol e sesso. Accanto a lei un altro Divo intramontabile di Hollywood, l’indiscusso sex symbol Marlon Brando.

La primavera romana della Signora Stone. Dieci anni dopo, nel 1961, Vivien interpreta ancora un lavoro Tennessee Williams. E le tematiche dei suoi film sembrano sovrapporsi le une alle altre confondendosi con la sua vita vera: qui la Leigh è Karen Stone, un’attrice in declino che, rimasta improvvisamente vedova, decide di soggiornare a Roma dove entra in contatto con un torbido giro di gigolò.

Come nelle sue pellicole, Vivien continua a faticare ad accettare il tempo che passa, vedendo una schiera di nuove attrici, tra cui la brillante Marilyn Monroe, incontrare il successo e i favori del grande pubblico.

Con la sua assoluta bellezza e l’indiscusso talento, Vivien Leigh è un’attrice da (ri)scoprire, con pellicole che hanno fatto la storia del cinema, regalandoci delle emozioni che resteranno per sempre.

ART NEWS

Intervista all’artista napoletana Roxy in the Box: «L’arte deve far ragionare»

In un mondo in cui sembra sia stato detto e fatto tutto, è sempre più difficile affermarsi sulla scena dell’arte contemporanea. Sono pochi gli artisti che con originalità e voglia di comunicare portano con successo la loro arte tra la gente. Tra questi c’è sicuramente Roxy in the Box, al secolo Rosaria Bosso, artista napoletana che quasi vent’anni anni è riuscita a imporsi ed esporre in alcuni dei musei più importanti della sua città e non solo, trasformando le sue opere in vere e proprie icone dell’arte contemporanea.

Da Madonna a Sophia Loren, da Maria Callas a Anna Magnani sono tanti i volti dei miti cui si è ispirata per il suo progetto Chatting: coloratissimi stencil sui muri, che felicemente ha portato e rielaborato in giro per i vicoli di Napoli.

Il suo ultimo progetto è The other side of the T-Pop, linea di T-SHIRT per il brand napoletano Silvian Heach, in cui parla di donne e di se stessa.

Come nasce l’idea di collaborare con il brand Silvian Heach?

«L’idea di collaborare con Silvian Heach è partita da loro. Un giorno mi hanno contattata e chiesto un progetto, gliel’ho presentato ed è piaciuto molto, quindi realizzato!».

Cosa raccontano le t-shirt e perché?

«”The other side of the T-Pop“, questo è il nome del progetto, parla di 7 donne dal 1300 ad oggi inclusa me. Questo è un progetto narrativo: 7 donne – 7 biografie. Per ognuna di esse all’interno delle magliette c’è stampata una loro biografia, tutte scritte dalla storica dell’arte Anita Pepe. La mia idea è che chiunque si trovi a stirare o stendere le T-shirts alla rovescia si trova qualcosa da leggere, qualcosa da imparare in un momento inaspettato».

Anche Gucci ha deciso di creare una linea di magliette in edizione limitata in collaborazione con l’artista Angelica Hicks: come mai la moda sta guardando all’arte di strada secondo lei?

«La moda guarda alla street art in quanto la strada è il migliore social su cui comunicare».

In che modo pensa stia cambiando la concezione che la moda ha della street-art?

«Ma la moda prende tutto quello che le serve, non si tratta di concezione, dove conviene là va. La moda è tendenza, oggi la street-art è tendenza, ed ecco fatta l’accoppiata! Poi per fortuna c’è chi oltre alla tendenza vuole raccontare altro».

Quanto è difficile oggi fare arte a Napoli?

«Ma perché si deve sempre pensare ad un aspetto difficile solo perché sono un’artista di Napoli? È difficile essere artista in tutto il mondo, perché combatti tutti i giorni con te stessa. Se poi decidi che oltre ad essere artista vuoi anche fare arte, allora devi imparare tante cose, e queste tante cose non riguardano solo la città di Napoli, ma ogni città del mondo».

Non era facile rimanere. Come mai ha deciso di restare?

«Decidere di restare nella mia città per me non è stata una scelta difficile. Si sta tra la propria gente, resti con i tuoi amici di una vita, che spesso rappresentano una protezione importante, e poi c’è la famiglia sempre in soccorso per ogni necessità o guaio che combino! Quindi più che difficile a me è sembrata una scelta facile».

Tante esposizioni in passato, che hanno portato la tua opera dalla Cappella Sansevero al PAN: c’è un luogo dove Roxy vorrebbe portare la sua arte?

«Mi piacerebbe esporre un giorno nei grandi musei. Inutile nascondersi: il museo è il tempio assoluto dell’arte, ma penso che prima di avvicinarvici bisogna percorrere tanti altri luoghi, altrimenti diventa soltanto una scatola da riempire».

Intanto la tua arte trova una naturale galleria nelle strade: in che modo i personaggi che racconti ti ispirano?

«La strada è pop, in quanto popolare. Se decidi di mettere qualcosa su strada ci vogliono elementi familiari, dal colore all’immagine, dalla scritta al messaggio che vuoi lanciare o lasciare. La pop art è un’immediata relazione su cui creare qualcosa».

Quanto è importante per un artista diventare popolare e quanto invece semplicemente esprimere se stesso?

«Allora se volevo solo esprimere me stessa, restavo chiusa in casa, invitavo parenti ed amici a mostrare le mie creazioni insieme magari a dei babà e caffè. Ma non è stato così!».

Molti street-artist, si pensi a Banksy, utilizzano la loro arte per lanciare messaggi contro la guerra o la violenza…

«Banksy è uno giusto, a me piace tantissimo, l’arte deve far ragionare e lui le racconta tutte a tutti!»

Come sta evolvendo e che direzione prenderà la sua arte?

«Non lo so che direzione prenderà il mio lavoro. Tutto dipende anche da cosa si vive, e oggi è tutto così talmente veloce che è difficile fare una previsione».

Può anticiparci qualche progetto per il futuro?

«Tutta l’estate lavorerò a un progetto sperimentale che ho scritto per un museo d’arte contemporaneo tedesco e più precisamente nella cittadina di Osnabruck. Vediamo cosa succede…».

ART NEWS

Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

TELEVISIONE

Ecco la storia dietro lo spot TIM che sta facendo impazzire l’Italia

spot-tim-justsomemotion-parov-stelar-all-night-pubblicita-video-2017-internettualeDallo scorso gennaio il nuovo spot TIM sta facendo impazzire l’Italia. Merito di una coreografia irresistibile e di un brioso brano orecchiabile, a metà tra dance, pop e jazz. Gli italiani stanno scoprendo solo adesso All night di Pavor Stelar. Tanto rumore per nulla? Forse.

Sì, perché il jingle è una traccia di The Princess, album del 2012 dell’artista di un musicista austriaco, di cui non ha realizzato nemmeno un videoclip.

un frame del video di JustSomeMotion caricato su YouTube nel 2013
un frame del video di JustSomeMotion caricato su YouTube nel 2013

Il pezzo infatti è diventato virale in rete con un video del ballerino JustSomeMotion, lo stesso che, con grande fantasia, hanno ingaggiato i pubblicitari della TIM per ripetere la medesima identica coreografia (e anche la stessa ambientazione) caricata su YouTube nel 2013 dal ballerino e arrivata, ad oggi, a oltre 32milioni di visualizzazioni.

canzone-pubblicita-paco-rabanne-eau-my-gold-agosto-2014-internettualeMa il brano era già stato scoperto, già ai tempi con notevole ritardo, da un altro brand. Nel 2014 infatti Paco Robanne volle farne una soundtrack per l’AD della fragranza Eau My Gold, in cui una modella si immerge flessuosa in una coppa di champagne gigante. Ai tempi, complice forse, una campagna meno aggressiva e concentrata fondamentalmente nei soli periodi delle feste, nessuno l’aveva notato, ignorando il pezzo e una coreografia che già cominciava a macinare le prime visualizzazioni.

Oggi, invece, merito di una rotazione pubblicitaria continua, TIM sembra aver scoperto un nuovo talento musicale, ma soprattutto coreografico, riproponendo quegli stessi movimenti che tanto hanno attirato l’attenzione sul web e insegnandoci che la fama, al di là del talento, arriva a volte solo grazie a una pubblicità costante.

Ecco il video su YouTube del 2013:

lo spot Paco Robanne del 2014:

lo spot TIM di quest’anno:

INTERNATTUALE, LIFESTYLE, TELEVISIONE

Lory Del Santo: «The Lady è la raffigurazione del bene e del male»

Lory Del Santo muove i suoi primi passi artistici al cinema, recitando, alla fine degli anni ’70, in pellicole come Geppo il folle di Adriano Celentano, Caro papà diretta da Dino Risi. Ma è negli anni ’80, con il programma Tagli, ritagli e frattaglie al fianco di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo, che si fa notare dal grande pubblico nel ruolo di segretaria sexy e svampita. Arriverà poi la consacrazione con il ruolo di conturbante bigliettaia che scaldava gli animi nel programma di Antonio Ricci, Drive In.

Negli anni la Del Santo cambia pelle. Cambiano i tempi, cambiano le mode, si passa dai varietà comici ai reality, e Lory non ha paura di mettersi in gioco. Nel 2005 partecipa (e vince) all’Isola dei Famosi, trasformandosi per i tempi a venire in arguta opinionista dei salotti televisivi.

Ma Lory Del Santo ama le sfide, e lo scorso anno, insieme al suo giovane compagno, Marco Cucolo, ha preso parte alla quinta edizione del docu-reality di RaiDue, Pechino Express, in cui i concorrenti, divisi a squadre di due, devono fare l’autostop da Bogotà al Messico, attraversando tre nazioni e una serie di prove per puntata.

Ma il cambiamento è insito della natura della poliedrica showgirl, e nel frattempo Lory si reinventa ancora una volta e, nell’era di quello che è stato definito internet 2.0, diventa regista di una controversa webserie che distribuisce su YouTube, The Lady. Tante le critiche da parte della stampa e le parodie sul web che la prendono di mira: apoteosi del trash e trama inesistente. Sono queste le accuse che la stampa specializzata e non fa al serial. Ma Lory, all’alba dei dieci episodi della terza stagione, continua a difendere con coraggio e coerenza una creatura che è completamente sua, e che ha saputo conquistare oltre cinque milioni e mezzo di visualizzazioni con le prime due stagioni.

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Lory Del Santo (foto dalla pagina facebook ufficiale)

Inutile negarlo. La sua “The Lady” ha attirato sin dalla prima stagione le critiche, a tratti ironiche, della stampa: perché?

«Perché è giusto criticare, fa parte del lavoro che lo impone. È anche credibile che spesso si sia prevenuti, soprattutto contro chi non nasce regista, ma prima di diventarlo ha fatto altro. The Lady, poi, si differenzia dai prodotti usuali, e quindi è più difficile da collocare e capire».

Molti critici l’hanno definito “nonsense”, paragonandolo, per paradosso, ad una produzione di David Lynch: come risponde a questi giudizi?

«Sì concordo con l’osservazione. Sembra così perché la serie ancora non si è conclusa, ma sono certa che con l’avvicinarsi della fine, tutto risulterà più chiaro. Certamente per chi avrà voglia di pensare e riflettere».

Lei stessa una volta ha paragonato il suo The Lady a “La Grande Bellezza”: si sente un po’ una Sorrentino incompresa?

«Sì, penso che lui si sia conquistato il potere di poter esprimersi e la possibilità di avere i mezzi per farlo. È un visionario e per questo mi piace».

Come nasce l’idea di girare una serie e come, invece, quella di pubblicarla sul web?

«L’idea della serie nasce dal fatto che per far vivere un progetto bisogna avere il tempo di raccontarlo, e sul web perché è l’unica forma di libertà indipendente che esula da divieti talvolta incomprensibili».

La sceneggiatura, la fotografia, la regia, la produzione e il montaggio sono interamente suoi: “The Lady” è la rielaborazione inconscia di un mondo interiore o il racconto di una parte di quell’ambiente patinato che ha avuto modo di conoscere?

«The Lady è la raffigurazione del bene e del male come l’ho visto da quando ho modo di pensare e osservare il mondo e gli esseri umani. Ho descritto tutti non solo il lusso e la ricchezza».

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Natalia Bush in una immagine del trailer di “The Lady 3”

Nonostante le recensioni, però continua a mietere successi e visualizzazioni…

 «La chiave è una sceneggiatura scorrevole, veloce, chi guarda si deve lamentare che l’episodio è troppo corto»

Nella sua carriera c’è tanta televisione, ma anche cinema con collaborazioni e lavori con grandi nomi, da Adriano Celentano a Dino Risi. Perché la decisione di mettersi dietro la macchina da presa?

«Ho sempre pensato che tutti i lavori che ho fatto erano carenti nei concetti e le battute, senza reale spessore e allora ho voluto vendicarmi a modo mio»

Tra i suoi interpreti c’è Costantino Vitagliano, già massacrato dalla stampa per il suo film “Troppo Belli” con Daniele Interrante: perché questa scelta provocatoria?

«Per la prima serie ho scelto lui perché si deve far parlare in qualche modo di ciò che si propone e poi si può procedere su una strada diversa. Lui però era giusto per il personaggio che cercavo».

La serie è già alla terza stagione: come ha tratto ispirazione per i capitoli successivi?

«Questa serie ha le radici per essere infinita… io potrei non esaurirmi mai. Ma ho deciso di chiuderla per cominciare a pensare a qualcosa d’altro».

natalia-bush-the-lady-3-trailer-lory-del-santo-youtube-2-internettualeÈ già in cantiere una quarta stagione?

«No, finisce qui».

Quanto impiega a produrre una stagione?

«Servono almeno sei mesi di lavoro a orario pieno per poter arrivare alla realizzazione del progetto, senza weekend o feste»

lory-del-santo-foto-pagina-facebook-ufficiale-internettualeCome sceglie le location e i luoghi che contribuiscono a dare vita alle sue storie?

«Per caso o mi vengono suggeriti. Molti amici mi prestano le location gratuitamente»

C’è qualche colpo di scena che può anticipare?

«Ogni scena è un piccolo colpo di scena. È la struttura del film».

Ciò che senza dubbio si percepisce guardandola in video è che lei è una donna genuina, che si propone al pubblico per ciò che è, senza filtri, parlando anche delle sue relazioni, vivendo pienamente la sua vita. Ma chi è oggi Lory Del Santo?

«Sono consapevole di aver conquistato la possibilità di essere me stessa, potendo fare e dire ciò che voglio. Su questo mai ho fatto un compromesso, la popolarità derivata dall’essere ovvi non mi è mai interessata».

CINEMA

Marina Suma: «Il cinema il mio primo amore»

Attrice poliedrica e di talento, Marina Suma vanta nella sua carriera un David di Donatello (l’Oscar del cinema italiano) e un Nastro d’Argento al suo esordio. Negli anni la Suma è passata con nonchalance dal dramma alla commedia, dal cinema al teatro. Scevra dello snobismo tipico di chi riceve premi e riconoscimenti importanti, non ha disdegnato ruoli in fiction televisive e soap opera italiane come Un posto al sole, scrivendo un curriculum di qualità, in cui successi al box office e film cult si alternano ad un cinema autorale e di nicchia, a pièce teatrali e cortometraggi. Da Le Occasioni di Rosa a Sapore di Mare, da Donne Assassine a Pene d’Amor Perdute a teatro, Marina ha attraversato e attraversa la storia dell’arte attoriale italiana, con felice intuito di anticipare mode e tendenze cinematografico-televisive, come recitare nelle produzioni della piattaforma Murdoch.

Oggi Marina ci parla dei suoi esordi e dei suoi progetti, e condivide con me e voi lettori di INTERNETTUALE il ricordo delle Vele e del film che avrebbe cambiato il corso della sua vita.

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foto di Giuseppe Aquino (dal sito marinasuma.com)

Dopo i primi passi nella moda, lei esordisce nel mondo del cinema con il film “Le Occasioni di Rosa”: com’è stato questo passaggio tra i due mondi?

«Un passaggio devo dire interessante: all’inizio un po’ traumatico. Mondo, quello del cinema, completamente diverso, ma ho cercato nel tempo di non staccarmi dal mondo della moda. Mi piaceva troppo!».

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Marina Suma a Scampia in una scena di “Le Occasioni di Rosa”

Il suo debutto avviene immediatamente con un ruolo tosto, un’operaia che decide di prostituirsi. Quanto è stato difficile calarsi nella parte e quale il momento più arduo da interpretare?

«Interpretare Rosa è stato per me come un gioco difficile certo, ma sostenuta dal regista, c’era il mio compagno, che mi ha aiutata ad essere più a mio agio e spontanea».

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foto di Francesca De Carlo (dal sito marinasuma.com)

La sua Rosa attraversa l’allora nascente periferia nord di Napoli, le “Vele” per intenderci: che ricordo ha di quella parte della città?

«Abbiamo girato a Scampia alle Vele, che allora da vedere erano agghiaccianti e surreali ma erano una realtà di Napoli che esisteva, ed io tra quei palazzi ho camminato e respirato la pericolosità!»

Avrà letto dai giornali che il Sindaco De Magistris ha deciso di abbattere le Vele per riqualificare il quartiere. Lei che un po’ l’ha vissuto, crede sia la soluzione migliore?

«Credo che, se effettivamente ci sarà una bonifica del territorio, sono d’accordo col migliorare e sono d’accordo con De Magistris».

Nella sua cinematografia c’è tanto cinema d’autore e progetti di nicchia, ma di altissima qualità. Come mai la scelta di un cinema più autorale e, se vogliamo, meno noto ai più?

«Lo scegliere il cinema di nicchia fino ad un certo punto! Ho lavorato tanto con attori diversi e fatto commedie all’italiana, alternandole al cinema di nicchia, che a me piace molto. Mi piace cambiare ed avere esperienza totale passando dal cinema alla televisione e teatro che amo tanto».

A proposito di televisione: nel 2008 lei è stata protagonista di un episodio della serie Sky “Donne assassine”, in cui era una donna che si è ritrovata ad uccidere. Quanto è cambiato il panorama femminile di oggi da allora, e cosa sente di dire a tutte quelle donne vittime dei propri compagni?

«Si per SKY è stata una bella esperienza, ma anche pesante in quanto erano tutte storie vere! Ma oggi io dico che le donne devono reagire e non essere succubi di mostri!».

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Marina Suma sulla scena in “Pene d’Amor Perdute”, dal sito marinasuma.com

Una carriera ricca di luci e soddisfazioni, ma c’è ancora un sogno nel cassetto da realizzare?

«Oggi sono una donna che si è realizzata anche in altre cose, nell’arte, nella pittura! Mi piace il mio lavoro di attrice, e non l’ho mai abbandonato, come hanno scritto tanti senza informarsi! Oggi però, se dovessi scegliere, lavorerei in teatro e al cinema! Il mio primo amore! Quello non si scorda mai».

ART NEWS, TELEVISIONE

La grande rivoluzione sotto la Cupola del Brunelleschi a Firenze

È la più grande opera dai tempi degli antichi romani. La Cupola del Brunelleschi, o meglio la sua costruzione, è stata la protagonista silenziosa dei primi episodi del serial di RaiUno I MEDICI. E se il cast internazionale non è riuscito a farci trattenere qualche sbadiglio, la storia, quella artistico-architettonica della cupola è senza dubbio più avvincente.

Come ha mostrato ieri sera sin dai primi minuti il serial sui signori di Firenze, nonostante a metà ‘300 il Duomo fosse pressoché completato, la costruzione della cupola risale soltanto alla prima metà del XV secolo.

Il problema di tale ritardo era dovuto alle enormi difficoltà per l’epoca, di erigere, e soprattutto sorreggere, una cupola di tali proporzioni, oltre 40 metri di ampiezza a circa 50 metri di altezza, superando, per dimensioni, persino la maestosità del Pantheon di Roma.

duomo-di-firenze-cupola-brunelleschi-i-medici-internettualeNel 1418 l’Opera del Duomo di Firenze aveva indetto un concorso pubblico per la costruzione della cupola, il quale però non aveva portato vincitori. In seguito Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghilberti furono nominati capomastri da Cosimo I de’ Medici. Nel 1425 Brunelleschi è il solo responsabile del cantiere, che porta al termine i lavori di costruzione della cupola fino alla base della lanterna nel 1436. Sarà poi con un secondo bando che vedrà nuovamente vincere Brunelleschi avviare la costruzione della lanterna sovrastante il cupolone. I lavori però di quest’ultima cominciano soltanto nel 1446, pochi mesi prima della morte del Brunelleschi, completati poi da Michelozzo Di Bartolomeo.

La cupola del Brunelleschi aveva ricevuto la benedizione solenne da Papa Eugenio IV, con dedica della basilica a Santa Maria del Fiore nel 1436.

brunelleschi-cupola-duomo-firenze-lanterna-medici-internettualeLa cupola poggia su di un tamburo ottagonale, i cui lati sono traforati da altrettanti ampi occhi rotondi, per permettere alla luce di entrare. Quest’ultimo era stato addirittura innalzato fino ad un’altezza totale di 54 metri, non tanto per superare il primato del Pantheon romano, e fare simbolicamente di Firenze una grande capitale avveniristica anche nell’architettura, quanto per dare alla base della cupola una maggiore stabilità, rialzando anche il piano di imposta al di sopra di tutte le volte costruite fino ad allora.

L’idea iniziale di realizzare una cupola con archi a tutto sesto, come immagina anche un dipinto di Andrea di Bonaiuto del 1355, non è plausibile. Per l’ampiezza delle dimensioni la cupola sarebbe senza dubbio crollata su se stessa.

Per una maggiore stabilità dunque si è pensato ad una cupola che, seguendo la forma del suo tamburo, fosse suddivisa in otto spicchi e, per renderla più stabile e sicura, avesse una curvatura delle arcate che la compongono a sesto acuto.

Ma la vera rivoluzione del Brunelleschi, vero azzardo per l’epoca, fu un’altra: il padre della prospettiva fece costruire non una, bensì due cupole che, come matriosche, fossero contenute l’una nell’altra, distanziate da un’intercapedine di circa un metro e mezzo. Una cupola che avesse uno spessore simile sarebbe senza dubbio crollata sotto il suo stesso peso. L’espediente della doppia cupola servì a rendere l’intera costruzione molto più leggera.

Oggi la Cupola del Brunelleschi è considerata un vero e proprio capolavoro dell’architettura rinascimentale. Il suo interno fu interamente affrescato da Giorgio Vasari, al quale Cosimo I de’ Medici commissionò il Giudizio Universale, in chiave ascensionale, adeguandosi alla forma di un capolavoro cui l’architettura contemporanea continua ad ispirarsi.