ART NEWS

Intervista all’artista napoletana Roxy in the Box: «L’arte deve far ragionare»

In un mondo in cui sembra sia stato detto e fatto tutto, è sempre più difficile affermarsi sulla scena dell’arte contemporanea. Sono pochi gli artisti che con originalità e voglia di comunicare portano con successo la loro arte tra la gente. Tra questi c’è sicuramente Roxy in the Box, al secolo Rosaria Bosso, artista napoletana che quasi vent’anni anni è riuscita a imporsi ed esporre in alcuni dei musei più importanti della sua città e non solo, trasformando le sue opere in vere e proprie icone dell’arte contemporanea.

Da Madonna a Sophia Loren, da Maria Callas a Anna Magnani sono tanti i volti dei miti cui si è ispirata per il suo progetto Chatting: coloratissimi stencil sui muri, che felicemente ha portato e rielaborato in giro per i vicoli di Napoli.

Il suo ultimo progetto è The other side of the T-Pop, linea di T-SHIRT per il brand napoletano Silvian Heach, in cui parla di donne e di se stessa.

Come nasce l’idea di collaborare con il brand Silvian Heach?

«L’idea di collaborare con Silvian Heach è partita da loro. Un giorno mi hanno contattata e chiesto un progetto, gliel’ho presentato ed è piaciuto molto, quindi realizzato!».

Cosa raccontano le t-shirt e perché?

«”The other side of the T-Pop“, questo è il nome del progetto, parla di 7 donne dal 1300 ad oggi inclusa me. Questo è un progetto narrativo: 7 donne – 7 biografie. Per ognuna di esse all’interno delle magliette c’è stampata una loro biografia, tutte scritte dalla storica dell’arte Anita Pepe. La mia idea è che chiunque si trovi a stirare o stendere le T-shirts alla rovescia si trova qualcosa da leggere, qualcosa da imparare in un momento inaspettato».

Anche Gucci ha deciso di creare una linea di magliette in edizione limitata in collaborazione con l’artista Angelica Hicks: come mai la moda sta guardando all’arte di strada secondo lei?

«La moda guarda alla street art in quanto la strada è il migliore social su cui comunicare».

In che modo pensa stia cambiando la concezione che la moda ha della street-art?

«Ma la moda prende tutto quello che le serve, non si tratta di concezione, dove conviene là va. La moda è tendenza, oggi la street-art è tendenza, ed ecco fatta l’accoppiata! Poi per fortuna c’è chi oltre alla tendenza vuole raccontare altro».

Quanto è difficile oggi fare arte a Napoli?

«Ma perché si deve sempre pensare ad un aspetto difficile solo perché sono un’artista di Napoli? È difficile essere artista in tutto il mondo, perché combatti tutti i giorni con te stessa. Se poi decidi che oltre ad essere artista vuoi anche fare arte, allora devi imparare tante cose, e queste tante cose non riguardano solo la città di Napoli, ma ogni città del mondo».

Non era facile rimanere. Come mai ha deciso di restare?

«Decidere di restare nella mia città per me non è stata una scelta difficile. Si sta tra la propria gente, resti con i tuoi amici di una vita, che spesso rappresentano una protezione importante, e poi c’è la famiglia sempre in soccorso per ogni necessità o guaio che combino! Quindi più che difficile a me è sembrata una scelta facile».

Tante esposizioni in passato, che hanno portato la tua opera dalla Cappella Sansevero al PAN: c’è un luogo dove Roxy vorrebbe portare la sua arte?

«Mi piacerebbe esporre un giorno nei grandi musei. Inutile nascondersi: il museo è il tempio assoluto dell’arte, ma penso che prima di avvicinarvici bisogna percorrere tanti altri luoghi, altrimenti diventa soltanto una scatola da riempire».

Intanto la tua arte trova una naturale galleria nelle strade: in che modo i personaggi che racconti ti ispirano?

«La strada è pop, in quanto popolare. Se decidi di mettere qualcosa su strada ci vogliono elementi familiari, dal colore all’immagine, dalla scritta al messaggio che vuoi lanciare o lasciare. La pop art è un’immediata relazione su cui creare qualcosa».

Quanto è importante per un artista diventare popolare e quanto invece semplicemente esprimere se stesso?

«Allora se volevo solo esprimere me stessa, restavo chiusa in casa, invitavo parenti ed amici a mostrare le mie creazioni insieme magari a dei babà e caffè. Ma non è stato così!».

Molti street-artist, si pensi a Banksy, utilizzano la loro arte per lanciare messaggi contro la guerra o la violenza…

«Banksy è uno giusto, a me piace tantissimo, l’arte deve far ragionare e lui le racconta tutte a tutti!»

Come sta evolvendo e che direzione prenderà la sua arte?

«Non lo so che direzione prenderà il mio lavoro. Tutto dipende anche da cosa si vive, e oggi è tutto così talmente veloce che è difficile fare una previsione».

Può anticiparci qualche progetto per il futuro?

«Tutta l’estate lavorerò a un progetto sperimentale che ho scritto per un museo d’arte contemporaneo tedesco e più precisamente nella cittadina di Osnabruck. Vediamo cosa succede…».

ART NEWS

Storia e fede nelle Catacombe di San Gennaro a Napoli

Una visita alle Catacombe di San Gennaro a Napoli è un’esperienza spirituale per un napoletano. Se fatta in notturna poi, con tanto di aperitivo, può diventare un conviviale evento mondano da condividere con gli amici. È quello che è successo venerdì 3 marzo, durante una delle tante visite serali organizzata dalla Cooperativa La Paranza, che si occupa del sito archeologico dal 2010.

È caldo e accogliente l’ambiente del ticket office, a metà tra un lounge bar, con sedute e divani vintage, e un moderno bazar, dove sono esposti gadget e libri sulla città di Napoli e i suoi sotterranei.

L’aperitivo dura poco, per noi forse arrivati un po’ troppo all’ultimo minuto, che in silenzio ascoltiamo il consiglio del personale di mangiare in fretta prima che cominci la visita del primo turno. Mangiamo e beviamo in piedi, appoggiandoci ad una delle botti-tavolino. Siamo attoniti e impazienti di scoprire il sotto.

Birra alla spina, artigianale diceva l’evento sui social, e fritto di terra. Pretesti culinari per ingannare l’attesa facendo quattro chiacchiere, distendendo magari le tensioni di una giornata di lavoro.

La visita ha inizio dopo un po’. È una tiepida serata di marzo, il cielo è terso e, a dispetto delle luci della città che rischiarano la collina di Capodimonte, s’intravedono anche le stelle incamminandosi verso l’ingresso dell’antico cimitero paleocristiano.

Ci addentriamo all’interno, dove i gradini di pietra sono sostituiti a mano a mano da una scala di vetro, e improvvisamente siamo catapultati nel II secolo. E quasi sembra di respirare la sacralità della terra di Napoli, avvolti dal profumo del tufo giallo, scavato nella collina per dar vita a questi luoghi.

A differenza delle anguste catacombe di Roma, quelle di San Gennaro sono ampie e ariose, illuminate dalla luce del giorno quanto suggestive al chiaro di luna.

I loro ambienti non ci raccontano soltanto di un’epoca, ma ci parlano al contempo di una inedita storia del santo patrono della città, San Gennaro, appunto, che va oltre il miracolo che ogni 19 settembre si rinnova all’interno del Duomo.

catacombe-di-san-gennaro-napoli-internettualeÈ così che, grazie ad Anna, la nostra guida per la serata, impariamo che dopo la costruzione, sulla tomba di Agrippino, di quella che è una vera e propria basilica cimiteriale, Giovanni I, primo vescovo di Napoli, fa trasportare le spoglie di San Gennaro, che vengono collocate nella parte inferiore della cripta. Scopriamo che, oltre a quello noto del 19 settembre, il santo compie il miracolo di sciogliere il sangue nelle ampolle del Duomo anche il sabato che precede la prima domenica di maggio (e negli otto giorni successivi) e il 16 dicembre.

Secondo la leggenda San Gennaro, durante le persecuzioni a Nola incontra il perfido giudice Timoteo, il quale prima ordina che sia gettato in una fornace, dalla quale il Santo esce illeso così come le sue vesti, ragion per cui diverrà patrono di Napoli per l’ideale capacità di opporsi alla forza lavica del Vesuvio, poi successivamente viene portato nell’anfiteatro di Pozzuoli, affinché sia sbranato dalle fiere, le quali però una volta dentro si inchinano in gesto di reverenza.

Sono bellissimi gli affreschi che decorano le volte delle, dove si può ammirare un unicum come la raffigurazione delle tre virtù teologali che costruiscono un palazzo con pietre dopo averle bagnate in acqua: le pietre rappresentano i cristiani che, una volta battezzati, fanno parte del muro della cristianità.

Oggi le catacombe non contengono più le reliquie di San Gennaro, eppure questi luoghi trasudano della sua presenza, nelle tombe più costose di chi voleva essere sepolto accanto al santo per avvertire, nell’aldilà, una vicinanza non più corporea, ma di anime. È quello che devono aver pensato anche i vescovi, che hanno voluto i loro raffinatissimi arcosolia proprio sulla tomba di San Gennaro.

Il racconto delle Catacombe di Napoli è quello della Napoli stessa: credo e potere, avidità e fede. Una storia millenaria che si perpetua ancora attraverso i suggestivi racconti delle guide, che ci fanno scoprire le nostre radici con un aperitivo alla mano.

TELEVISIONE

Ecco la storia dietro lo spot TIM che sta facendo impazzire l’Italia

spot-tim-justsomemotion-parov-stelar-all-night-pubblicita-video-2017-internettualeDallo scorso gennaio il nuovo spot TIM sta facendo impazzire l’Italia. Merito di una coreografia irresistibile e di un brioso brano orecchiabile, a metà tra dance, pop e jazz. Gli italiani stanno scoprendo solo adesso All night di Pavor Stelar. Tanto rumore per nulla? Forse.

Sì, perché il jingle è una traccia di The Princess, album del 2012 dell’artista di un musicista austriaco, di cui non ha realizzato nemmeno un videoclip.

un frame del video di JustSomeMotion caricato su YouTube nel 2013
un frame del video di JustSomeMotion caricato su YouTube nel 2013

Il pezzo infatti è diventato virale in rete con un video del ballerino JustSomeMotion, lo stesso che, con grande fantasia, hanno ingaggiato i pubblicitari della TIM per ripetere la medesima identica coreografia (e anche la stessa ambientazione) caricata su YouTube nel 2013 dal ballerino e arrivata, ad oggi, a oltre 32milioni di visualizzazioni.

canzone-pubblicita-paco-rabanne-eau-my-gold-agosto-2014-internettualeMa il brano era già stato scoperto, già ai tempi con notevole ritardo, da un altro brand. Nel 2014 infatti Paco Robanne volle farne una soundtrack per l’AD della fragranza Eau My Gold, in cui una modella si immerge flessuosa in una coppa di champagne gigante. Ai tempi, complice forse, una campagna meno aggressiva e concentrata fondamentalmente nei soli periodi delle feste, nessuno l’aveva notato, ignorando il pezzo e una coreografia che già cominciava a macinare le prime visualizzazioni.

Oggi, invece, merito di una rotazione pubblicitaria continua, TIM sembra aver scoperto un nuovo talento musicale, ma soprattutto coreografico, riproponendo quegli stessi movimenti che tanto hanno attirato l’attenzione sul web e insegnandoci che la fama, al di là del talento, arriva a volte solo grazie a una pubblicità costante.

Ecco il video su YouTube del 2013:

lo spot Paco Robanne del 2014:

lo spot TIM di quest’anno:

INTERNATTUALE, LIFESTYLE, TELEVISIONE

Lory Del Santo: «The Lady è la raffigurazione del bene e del male»

Lory Del Santo muove i suoi primi passi artistici al cinema, recitando, alla fine degli anni ’70, in pellicole come Geppo il folle di Adriano Celentano, Caro papà diretta da Dino Risi. Ma è negli anni ’80, con il programma Tagli, ritagli e frattaglie al fianco di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo, che si fa notare dal grande pubblico nel ruolo di segretaria sexy e svampita. Arriverà poi la consacrazione con il ruolo di conturbante bigliettaia che scaldava gli animi nel programma di Antonio Ricci, Drive In.

Negli anni la Del Santo cambia pelle. Cambiano i tempi, cambiano le mode, si passa dai varietà comici ai reality, e Lory non ha paura di mettersi in gioco. Nel 2005 partecipa (e vince) all’Isola dei Famosi, trasformandosi per i tempi a venire in arguta opinionista dei salotti televisivi.

Ma Lory Del Santo ama le sfide, e lo scorso anno, insieme al suo giovane compagno, Marco Cucolo, ha preso parte alla quinta edizione del docu-reality di RaiDue, Pechino Express, in cui i concorrenti, divisi a squadre di due, devono fare l’autostop da Bogotà al Messico, attraversando tre nazioni e una serie di prove per puntata.

Ma il cambiamento è insito della natura della poliedrica showgirl, e nel frattempo Lory si reinventa ancora una volta e, nell’era di quello che è stato definito internet 2.0, diventa regista di una controversa webserie che distribuisce su YouTube, The Lady. Tante le critiche da parte della stampa e le parodie sul web che la prendono di mira: apoteosi del trash e trama inesistente. Sono queste le accuse che la stampa specializzata e non fa al serial. Ma Lory, all’alba dei dieci episodi della terza stagione, continua a difendere con coraggio e coerenza una creatura che è completamente sua, e che ha saputo conquistare oltre cinque milioni e mezzo di visualizzazioni con le prime due stagioni.

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Lory Del Santo (foto dalla pagina facebook ufficiale)

Inutile negarlo. La sua “The Lady” ha attirato sin dalla prima stagione le critiche, a tratti ironiche, della stampa: perché?

«Perché è giusto criticare, fa parte del lavoro che lo impone. È anche credibile che spesso si sia prevenuti, soprattutto contro chi non nasce regista, ma prima di diventarlo ha fatto altro. The Lady, poi, si differenzia dai prodotti usuali, e quindi è più difficile da collocare e capire».

Molti critici l’hanno definito “nonsense”, paragonandolo, per paradosso, ad una produzione di David Lynch: come risponde a questi giudizi?

«Sì concordo con l’osservazione. Sembra così perché la serie ancora non si è conclusa, ma sono certa che con l’avvicinarsi della fine, tutto risulterà più chiaro. Certamente per chi avrà voglia di pensare e riflettere».

Lei stessa una volta ha paragonato il suo The Lady a “La Grande Bellezza”: si sente un po’ una Sorrentino incompresa?

«Sì, penso che lui si sia conquistato il potere di poter esprimersi e la possibilità di avere i mezzi per farlo. È un visionario e per questo mi piace».

Come nasce l’idea di girare una serie e come, invece, quella di pubblicarla sul web?

«L’idea della serie nasce dal fatto che per far vivere un progetto bisogna avere il tempo di raccontarlo, e sul web perché è l’unica forma di libertà indipendente che esula da divieti talvolta incomprensibili».

La sceneggiatura, la fotografia, la regia, la produzione e il montaggio sono interamente suoi: “The Lady” è la rielaborazione inconscia di un mondo interiore o il racconto di una parte di quell’ambiente patinato che ha avuto modo di conoscere?

«The Lady è la raffigurazione del bene e del male come l’ho visto da quando ho modo di pensare e osservare il mondo e gli esseri umani. Ho descritto tutti non solo il lusso e la ricchezza».

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Natalia Bush in una immagine del trailer di “The Lady 3”

Nonostante le recensioni, però continua a mietere successi e visualizzazioni…

 «La chiave è una sceneggiatura scorrevole, veloce, chi guarda si deve lamentare che l’episodio è troppo corto»

Nella sua carriera c’è tanta televisione, ma anche cinema con collaborazioni e lavori con grandi nomi, da Adriano Celentano a Dino Risi. Perché la decisione di mettersi dietro la macchina da presa?

«Ho sempre pensato che tutti i lavori che ho fatto erano carenti nei concetti e le battute, senza reale spessore e allora ho voluto vendicarmi a modo mio»

Tra i suoi interpreti c’è Costantino Vitagliano, già massacrato dalla stampa per il suo film “Troppo Belli” con Daniele Interrante: perché questa scelta provocatoria?

«Per la prima serie ho scelto lui perché si deve far parlare in qualche modo di ciò che si propone e poi si può procedere su una strada diversa. Lui però era giusto per il personaggio che cercavo».

La serie è già alla terza stagione: come ha tratto ispirazione per i capitoli successivi?

«Questa serie ha le radici per essere infinita… io potrei non esaurirmi mai. Ma ho deciso di chiuderla per cominciare a pensare a qualcosa d’altro».

natalia-bush-the-lady-3-trailer-lory-del-santo-youtube-2-internettualeÈ già in cantiere una quarta stagione?

«No, finisce qui».

Quanto impiega a produrre una stagione?

«Servono almeno sei mesi di lavoro a orario pieno per poter arrivare alla realizzazione del progetto, senza weekend o feste»

lory-del-santo-foto-pagina-facebook-ufficiale-internettualeCome sceglie le location e i luoghi che contribuiscono a dare vita alle sue storie?

«Per caso o mi vengono suggeriti. Molti amici mi prestano le location gratuitamente»

C’è qualche colpo di scena che può anticipare?

«Ogni scena è un piccolo colpo di scena. È la struttura del film».

Ciò che senza dubbio si percepisce guardandola in video è che lei è una donna genuina, che si propone al pubblico per ciò che è, senza filtri, parlando anche delle sue relazioni, vivendo pienamente la sua vita. Ma chi è oggi Lory Del Santo?

«Sono consapevole di aver conquistato la possibilità di essere me stessa, potendo fare e dire ciò che voglio. Su questo mai ho fatto un compromesso, la popolarità derivata dall’essere ovvi non mi è mai interessata».

CINEMA

Marina Suma: «Il cinema il mio primo amore»

Attrice poliedrica e di talento, Marina Suma vanta nella sua carriera un David di Donatello (l’Oscar del cinema italiano) e un Nastro d’Argento al suo esordio. Negli anni la Suma è passata con nonchalance dal dramma alla commedia, dal cinema al teatro. Scevra dello snobismo tipico di chi riceve premi e riconoscimenti importanti, non ha disdegnato ruoli in fiction televisive e soap opera italiane come Un posto al sole, scrivendo un curriculum di qualità, in cui successi al box office e film cult si alternano ad un cinema autorale e di nicchia, a pièce teatrali e cortometraggi. Da Le Occasioni di Rosa a Sapore di Mare, da Donne Assassine a Pene d’Amor Perdute a teatro, Marina ha attraversato e attraversa la storia dell’arte attoriale italiana, con felice intuito di anticipare mode e tendenze cinematografico-televisive, come recitare nelle produzioni della piattaforma Murdoch.

Oggi Marina ci parla dei suoi esordi e dei suoi progetti, e condivide con me e voi lettori di INTERNETTUALE il ricordo delle Vele e del film che avrebbe cambiato il corso della sua vita.

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foto di Giuseppe Aquino (dal sito marinasuma.com)

Dopo i primi passi nella moda, lei esordisce nel mondo del cinema con il film “Le Occasioni di Rosa”: com’è stato questo passaggio tra i due mondi?

«Un passaggio devo dire interessante: all’inizio un po’ traumatico. Mondo, quello del cinema, completamente diverso, ma ho cercato nel tempo di non staccarmi dal mondo della moda. Mi piaceva troppo!».

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Marina Suma a Scampia in una scena di “Le Occasioni di Rosa”

Il suo debutto avviene immediatamente con un ruolo tosto, un’operaia che decide di prostituirsi. Quanto è stato difficile calarsi nella parte e quale il momento più arduo da interpretare?

«Interpretare Rosa è stato per me come un gioco difficile certo, ma sostenuta dal regista, c’era il mio compagno, che mi ha aiutata ad essere più a mio agio e spontanea».

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foto di Francesca De Carlo (dal sito marinasuma.com)

La sua Rosa attraversa l’allora nascente periferia nord di Napoli, le “Vele” per intenderci: che ricordo ha di quella parte della città?

«Abbiamo girato a Scampia alle Vele, che allora da vedere erano agghiaccianti e surreali ma erano una realtà di Napoli che esisteva, ed io tra quei palazzi ho camminato e respirato la pericolosità!»

Avrà letto dai giornali che il Sindaco De Magistris ha deciso di abbattere le Vele per riqualificare il quartiere. Lei che un po’ l’ha vissuto, crede sia la soluzione migliore?

«Credo che, se effettivamente ci sarà una bonifica del territorio, sono d’accordo col migliorare e sono d’accordo con De Magistris».

Nella sua cinematografia c’è tanto cinema d’autore e progetti di nicchia, ma di altissima qualità. Come mai la scelta di un cinema più autorale e, se vogliamo, meno noto ai più?

«Lo scegliere il cinema di nicchia fino ad un certo punto! Ho lavorato tanto con attori diversi e fatto commedie all’italiana, alternandole al cinema di nicchia, che a me piace molto. Mi piace cambiare ed avere esperienza totale passando dal cinema alla televisione e teatro che amo tanto».

A proposito di televisione: nel 2008 lei è stata protagonista di un episodio della serie Sky “Donne assassine”, in cui era una donna che si è ritrovata ad uccidere. Quanto è cambiato il panorama femminile di oggi da allora, e cosa sente di dire a tutte quelle donne vittime dei propri compagni?

«Si per SKY è stata una bella esperienza, ma anche pesante in quanto erano tutte storie vere! Ma oggi io dico che le donne devono reagire e non essere succubi di mostri!».

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Marina Suma sulla scena in “Pene d’Amor Perdute”, dal sito marinasuma.com

Una carriera ricca di luci e soddisfazioni, ma c’è ancora un sogno nel cassetto da realizzare?

«Oggi sono una donna che si è realizzata anche in altre cose, nell’arte, nella pittura! Mi piace il mio lavoro di attrice, e non l’ho mai abbandonato, come hanno scritto tanti senza informarsi! Oggi però, se dovessi scegliere, lavorerei in teatro e al cinema! Il mio primo amore! Quello non si scorda mai».

ART NEWS, TELEVISIONE

La grande rivoluzione sotto la Cupola del Brunelleschi a Firenze

È la più grande opera dai tempi degli antichi romani. La Cupola del Brunelleschi, o meglio la sua costruzione, è stata la protagonista silenziosa dei primi episodi del serial di RaiUno I MEDICI. E se il cast internazionale non è riuscito a farci trattenere qualche sbadiglio, la storia, quella artistico-architettonica della cupola è senza dubbio più avvincente.

Come ha mostrato ieri sera sin dai primi minuti il serial sui signori di Firenze, nonostante a metà ‘300 il Duomo fosse pressoché completato, la costruzione della cupola risale soltanto alla prima metà del XV secolo.

Il problema di tale ritardo era dovuto alle enormi difficoltà per l’epoca, di erigere, e soprattutto sorreggere, una cupola di tali proporzioni, oltre 40 metri di ampiezza a circa 50 metri di altezza, superando, per dimensioni, persino la maestosità del Pantheon di Roma.

duomo-di-firenze-cupola-brunelleschi-i-medici-internettualeNel 1418 l’Opera del Duomo di Firenze aveva indetto un concorso pubblico per la costruzione della cupola, il quale però non aveva portato vincitori. In seguito Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghilberti furono nominati capomastri da Cosimo I de’ Medici. Nel 1425 Brunelleschi è il solo responsabile del cantiere, che porta al termine i lavori di costruzione della cupola fino alla base della lanterna nel 1436. Sarà poi con un secondo bando che vedrà nuovamente vincere Brunelleschi avviare la costruzione della lanterna sovrastante il cupolone. I lavori però di quest’ultima cominciano soltanto nel 1446, pochi mesi prima della morte del Brunelleschi, completati poi da Michelozzo Di Bartolomeo.

La cupola del Brunelleschi aveva ricevuto la benedizione solenne da Papa Eugenio IV, con dedica della basilica a Santa Maria del Fiore nel 1436.

brunelleschi-cupola-duomo-firenze-lanterna-medici-internettualeLa cupola poggia su di un tamburo ottagonale, i cui lati sono traforati da altrettanti ampi occhi rotondi, per permettere alla luce di entrare. Quest’ultimo era stato addirittura innalzato fino ad un’altezza totale di 54 metri, non tanto per superare il primato del Pantheon romano, e fare simbolicamente di Firenze una grande capitale avveniristica anche nell’architettura, quanto per dare alla base della cupola una maggiore stabilità, rialzando anche il piano di imposta al di sopra di tutte le volte costruite fino ad allora.

L’idea iniziale di realizzare una cupola con archi a tutto sesto, come immagina anche un dipinto di Andrea di Bonaiuto del 1355, non è plausibile. Per l’ampiezza delle dimensioni la cupola sarebbe senza dubbio crollata su se stessa.

Per una maggiore stabilità dunque si è pensato ad una cupola che, seguendo la forma del suo tamburo, fosse suddivisa in otto spicchi e, per renderla più stabile e sicura, avesse una curvatura delle arcate che la compongono a sesto acuto.

Ma la vera rivoluzione del Brunelleschi, vero azzardo per l’epoca, fu un’altra: il padre della prospettiva fece costruire non una, bensì due cupole che, come matriosche, fossero contenute l’una nell’altra, distanziate da un’intercapedine di circa un metro e mezzo. Una cupola che avesse uno spessore simile sarebbe senza dubbio crollata sotto il suo stesso peso. L’espediente della doppia cupola servì a rendere l’intera costruzione molto più leggera.

Oggi la Cupola del Brunelleschi è considerata un vero e proprio capolavoro dell’architettura rinascimentale. Il suo interno fu interamente affrescato da Giorgio Vasari, al quale Cosimo I de’ Medici commissionò il Giudizio Universale, in chiave ascensionale, adeguandosi alla forma di un capolavoro cui l’architettura contemporanea continua ad ispirarsi.

MUSICA

ZHU pubblica “Generationwhy”, la colonna sonora perfetta per i party di fine estate

Ancora poco noto nel nostro paese, ZHU, classe 1989, è un promettente cantante, musicista e produttore discografico statunitense. Dopo aver riscosso un notevole successo con il singolo Faded nel 2014, torna adesso con l’album d’esordio Generationwhy per Columbia Records.

Quattordici tracce elettroniche, con influenze anni ’70 e ’80 soprattutto, a metà tra pezzi strumentali e brani cantati, che rappresentano la perfetta colonna sonora per l’estate o per un party in piscina. Lo si intuisce dal sound, a tratti lounge, di brani come Palm of my hand, in cui il produttore cino-americano cita Samba pa ti di Santana, rivisitandola in un onirico piano che si fonde con i sintetizzatori e le vocalist, rimandando addirittura a Enigma nel parlato in francese e in un sax di fondo che ci fa viaggiare fino agli anni ’90.

Un sound ballabile, che ti fa venire voglia d’estate, di luccichii e aperitivi, come i brani Numb, Money o In the morning, il cui testo è una citazione del brano Touch me del 2001 del DJ portoghese Rui da Silva.

È colta invece la citazione dell’intro che riportano le parole e la voce della poetessa americana Maya Angelou.

Ricorda quasi un pezzo da backstage di haute couture o uno spot per la bella stagione la titletrack Generationwhy, dal ritornello orecchiabile, il messaggio chiaro, we are people of this generation, apparteniamo a questa generazione, e l’arrangiamento di grande impatto che molto mutua dagli anni ’80.

Sensuale e fresco il brano Good life, così come il ballabile Hometown Girl, tra i pochi brani interamente cantato con l’uncredited di Jaymes Young.

ZHU è un produttore aperto alla collaborazione, che nei suoi pezzi non disdegna i cori di Nikola Rachelle Bedingfield per il pezzo Reaching.

Pezzi deep-house, ipnotici, con influenze e forme musicali che si fondono in un unico album omogeneo ma non per questo noioso.

ART NEWS, CINEMA

I 10 film migliori per conoscere le opere di Williams Shakespeare

Ricorre oggi il 400esimo anniversario dalla morte di William Shakespeare, drammaturgo e poeta inglese per antonomasia, che con le sue opere ha portato la letteratura anglosassone nel mondo. Incentrate sull’amore, le tragedie di Shakespeare sono spesso un adrenalinico mix di combattimenti, intrighi di corte, tradimenti, vendetta ed hanno probabilmente il merito di aver scattato una fedele fotografia degli anni d’oro dell’Inghilterra di Elisabetta I.

Scritte quando alle donne era vietato esibirsi in palcoscenico, le tragedie e commedie di Shakespeare cantano sempre con leggiadra poesia tutte le sfumature dell’amore: da quello impossibile di Romeo e Giulietta alla gelosia morbosa di Otello per Desdemona, dall’amore malato dei Macbeth ai giochi di potere di Antonio e Cleopatra.

Vera ispirazione per molti autori della sua generazione e per quelle a venire, le opere di Sir Shakespeare dalla prima metà del ‘900 sono andate oltre il sipario, cominciando a conquistare anche il grande schermo. Tante infatti le trasposizioni più o meno fedeli che si rifanno alle opere del maestro, che le hanno spesso rielaborate anche in modo piuttosto originale. Ma quali sono i migliori film ispirati alle sue opere?

Eccone dieci per conoscerne la storia, le atmosfere o semplicemente la trama:

Cleopatra

Nel 1963 è la bellissima Elizabeth Taylor insieme a quello che poi divenne suo marito Richard Burton a portare sul grande schermo l’infuocata storia di Antonio e Cleopatra: la bella e potente regina egiziana che per sopravvivere alla conquista di Roma prova a sedurne il suo condottiero, Antonio, in una storia di odio e amore che finirà in tragedia, con il suicidio della bella Cleopatra che si fa mordere da un velenoso aspide. Un grandissimo kolossal in costume che nel 1964 portò a casa ben quattro Oscar, tra cui migliori costumi e migliori scenografie.

Amleto

Nel 1990 è Mel Gibson insieme a Glenn Close e una giovanissima Helena Bonham Carter a portare al cinema la storia di Amleto, principe di Danimarca, che vuole vendicare la morte del padre avvenuta per mano dello zio che ne ha anche usurpato il trono. Per farlo si farà credere pazzo, con grande dispiacere dell’amata Ofelia che ne morirà di dolore.

Molto rumore per nulla

Kenneth Branagh affiancato da Emma Thompson, Michael Keaton, Denzel Washington, Keanu Reeves, Robert Sean Leonard, Imelda Staunton, Richard Briers e una giovanissima Kate Beckinsale, produce e interpreta il film. La trama, in perfetto stile “dramedy”, s’intrecciano a Messina giochi, intrighi, passioni, con dialoghi arguti e pause in un film che rispetta l’essenza della commedia.

Romeo+Giulietta di William Shakespeare

Gli anni ’90 sono molto fervidi nella produzione di pellicole shakespeariane e nel 1996, un anno prima di Titanic, Leonardo Di Caprio insieme a Claire Danes interpretano gli sfortunati amanti Romeo e Giulietta, sotto la visionaria regia di Baz Luhrmann che amalgama una sceneggiatura fedelissima al copione di Shakespeare del 1596 ad un’ambientazione contemporanea di ben quattrocento anni dopo, in una immaginaria Verona Beach. Il risultato è uno dei film più famosi e amati del cinema, ed un main theme, Kissing you cantato da Des’ree, che è ad oggi una delle più belle canzoni d’amore mai scritte. Ma una menzione di una trasposizione fedelissima all’opera non può non andare al Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli del 1968 o alla rilettura nello stesso anno del musical di Broadway, West Side Story.

Shakespeare in Love

A metà tra biografia e remake di Romeo e Giulietta, nel 1998 è la volta di Gwyneth Paltrow, che nel ruolo della ribelle Lady Violet, musa e innamorata di Shakespeare, che recita Giulietta in teatro a dispetto dei veti per le donne in palcoscenico del tempo. Tra i film più nominati di sempre agli Oscar, su tredici candidature porta a casa ben sette statuette, tra cui quella, meritatissima, di miglior attrice protagonista, migliore colonna sonora e migliori costumi. Un film per conoscere la vita dell’autore e il mondo in cui scriveva e da cui era ispirato.

10 cose che odio di te

Ma Luhrmann non è rimasto l’unico ad aver immaginato un contesto più moderno per un’opera di Shakespeare. Appena qualche anno più tardi, nel 1999, il regista Gil Junger mette insieme l’allora stella nascente Julia Stiles con il compianto Heath Ledger in 10 cose che odio di te, commedia romantica ispirata a La bisbetica domata: la vanitosa Bianca vorrebbe uscire con il ragazzo più carino della scuola, ma il padre le impone che potrà farlo solo se con lei uscirà l’intrattabile sorella maggiore Kat, che con il suo caratteraccio fa spesso fuggire i ragazzi. Il giovane fidanzato di Bianca convince un amico a pagare il ribelle Patrick affinché corteggi e conquisti Kat, per permettere ai due di uscire. Il finale non può che essere dei più romantici.

Sogno di una notte di mezza estate

Ma il 1999 è anche l’anno della commedia corale Sogno di una notte di mezza estate, con un cast ricchissimo che va da Michelle Pfeiffeir a Rupert Everett, passando per Calista Flockhart e Kevin Kline, in un film, un po’ favola, che richiama l’amore e la comicità in un bosco incantato.

O come Otello

Subito dopo Save the last dance, nel 2001 è ancora una volta Julia Stiles a riportare sullo schermo una storia ispirata alla tragedia Otello di Shakespeare, interpretando il ruolo della liceale Daisy, novella Desdemona, che scatena la gelosia di Ondine, giovane Otello che annebbiato da un infondato sospetto di tradimento uccide l’amata, scoprendone l’innocenza solo dopo e togliendosi la vita a sua volta per il rimorso.

Pene d’amor perdute

Ancora negli anni 2000, Alicia Silverstone ha tentato di liberarsi del marchio del successo di ragazze a Beverly Hills, interpretando la Principessa di Francia che tenta con la sua bellezza e quella delle sue dame il Re e i suoi amici che nel frattempo avevano giurato di rinunciare alle donne per tre anni impegnandosi esclusivamente nello studio. Una rilettura liceale, per una rocambolesca storia antesignana delle più moderne commedie romantiche, in cui equivoco e amore vanno a braccetto.

Macbeth

Ultimo in ordine cronologico lei, la tragedia delle tragedie shakespeariana, Machbeth. Interpretata lo scorso anno da Michael Fassbender e dall’attrice premio Oscar Marion Cotillard, che hanno dato il volto ai visionari Macbeth e Lady Macbeth. Epico e fedele alla trama originale, il film di Justin Kurzel racconta la storia del barone che istigato dall’ambiziosa moglie uccide il Re Duncan, primo di una serie efferata di omicidi per una lotta al potere che solo alla fine scoprirà vacua e inutile. Definita da molti come l’opera più creativa del drammaturgo inglese, la storia ha ispirato anche l’omonima opera di Verdi, mentre nel 1971 anche Roman Polanski l’ha portata al cinema, trovando ora in questa grandiosa trasposizione una degna rilettura di un classico intramontabile.

ART NEWS

“Casa del Manzoni” a Milano: l’Alessandro così diverso da ciò che pensavi

Casa del Manzoni Alessandro Manzoni Milano - internettuale

Piccolo gioiello a ridosso delle più note Gallerie d’Italia, la Casa del Manzoni è un’affascinante casa-museo che mostra un lato quasi inedito dell’autore de I Promessi Sposi.

L’edificio è un palazzotto nobiliare nel centro storico di Milano, che lo scrittore italiano acquistò nel 1813 per sé e la sua famiglia, dopo il suo breve soggiorno a Parigi. La facciata, in stile neorinascimentale, fu commissionata dallo stesso Manzoni all’architetto Andrea Boni nel 1864.

Un edificio che ruota intorno al cortile interno, che un tempo doveva apparire molto florido a giudicare dalle piante che ancora si inerpicano lungo le colonne del portico. Nella casa Alessandro Manzoni visse fino alla veneranda età di 88 anni, sopravvivendo anche ad alcuni dei suoi stessi figli. Dalla sua morte molte cose sono cambiate. La casa infatti per volere dei figli superstiti è stata poi rivenduta, a patto però che due stanze restassero invariate nel tempo: lo studio al piano terra, con affaccio sull’ampio giardino (oggi annesso alle Gallerie), dove il Manzoni si ritirava in meditazione, studi e riceveva gli amici, e la camera da letto. Esse rappresentano le uniche camere in cui il tempo s’è fermato con gli arredi e gli oggetti originali in cui è ancora impressa l’anima del padrone cui erano appartenute.

Oggi infatti la casa è per lo più musealizzata, ed ospita nei suoi appartamenti parte degli arredi e delle collezioni donate anche da altri musei, contestualizzate in un ambiente affinché ogni pezzo racconti parte della storia dell’autore. A cominciare dalla camera di fronte al suo studio, occupata dall’amico fraterno Stefano Stampa, che visse con lui per quindici anni prima di sposarsi, e che oggi ospita i suoi ritratti e quelli della sua famiglia, fino ad un dipinto sul letto di morte.

Alessandro Manzoni by Francesco HayezAl piano superiore una teoria di stanze, e quelli che dovevano essere i salotti, mostrano una serie di dipinti del Manzoni, la tenerezza dei ritratti di famiglia, quei dipinti e disegni che ne raccontano la maturazione, anche fisica, dell’uomo, oltre che autore, che ci appare come un borghese della Milano bene, che invecchia con garbo negli ambienti di una dimora che ama.

Quadri sì, ma anche bronzi e sculture, fotografie, narrano gli eventi più importanti della vita del Manzoni: l’incontro con Garibaldi, ma anche le tante opere che hanno celebrato la già contemporanea popolarità del suo romanzo, ritraendo i protagonisti come personaggi storici veri, viventi: Lucia, nella sua virginale fede, la Monaca di Monza, oscura e austera, l’autoritario Don Rodrigo.

Bellissime le ultime sale, che chiudono il percorso di visita, con una raccolta di libri, alcuni dei quali autografi, con edizioni del romanzo manzoniano e citazioni alle pareti con alcuni degli stralci di maggior impatto.

La casa, in cui Alessandro Manzoni ospitò tra gli altri anche Cavour e Giuseppe Verdi, è attualmente gestita dal Centro Nazionale di Studi Manzoniani, istituito nel 1937, che mette a disposizione di studiosi e appassionati una Biblioteca specialistica con oltre 30.000 volumi, costituita da donazioni Treccani e Viganò, e testi appartenuti allo stesso Manzoni. Il Centro, divenuto Fondazione nel 2002, occupa gli ultimi piani dell’edificio, consentendone l’accesso a residenti e turisti gratuitamente. Fatto ancora più eccezionale se si considera il perfetto stato di conservazione del villino, e il personale che vi lavora che, con cortesia e discrezione, accompagna il visitatore alla scoperta dell’inedita figura del letterato italiano in una rarefatta atmosfera senza tempo.

Per maggiori informazioni:

www.casadelmanzoni.it

ART NEWS, CINEMA

Gerda Wegener, la vera donna dietro “The Danish Girl”

Il suo nome è Gerda Wegener, disegnatrice, illustratrice, ma soprattutto pittrice di origine francese naturalizzata danese, attiva a Parigi, dove riscosse un notevole successo, tra la prima metà del ’900 e gli anni ’40. Nota per i suoi ritratti di donna, è famosa soprattutto per aver ritratto suo marito, il paesaggista Einar Wegener, in abiti femminili, portandolo ad una introspezione sulla sua vera sessualità, da cui maturò la scelta di cambiare sesso e il proprio nome in Lili Elbe. Oggi l’attore premio Oscar Eddie Redmayne porta sul grande schermo la sua storia di primo transessuale con il film The Danish Girl, basato sull’omonimo romanzo di David Ebershoff, ispirato al diario che Lili tenne per tutto il periodo di transizione da uomo a donna.

Mentre i paesaggi di Einar riscossero grande successo a Copenhagen, in Danimarca, così non fu per i ritratti della moglie Gerda. Fu soltanto con la transizione da uomo a donna di Lili che la pittrice trovò fama e gloria a Parigi, facendo di suo marito la musa ispiratrice di molti dei suoi lavori.

«Era affascinante per la gente – racconta la designer Eve Stewart a Vogue – vedere una così spettacolare e diversa bellezza come quella di Lili».

Stewart ha collaborato con l’artista britannica Susannah Brough, per ricreare 70 opere per la pellicola che arriverà nei cinema italiani il prossimo 18 febbraio: «Le abbiamo selezionate in relazione alla sceneggiatura, insieme a Tom [Hooper, il regista ndr] e la sceneggiatrice Lucinda Coxon, pensando quali avrebbero colpito di più in ogni scena».

Le opere mostrate all’interno del film non sono l’esatta copia degli originali della Wegener: «Abbiamo dovuto adattarli leggermente perché non somigliavano a Eddie – ha detto Stewart – così come il ritratto della ballerina Ulla Poulsen, quella che ha cambiato la vita di Lili, è stato modificato per assomigliare maggiormente all’attrice Amber Heard.

E come spesso succede per un artista la gloria arriva postuma, e così anche Gerda ha avuto la sua personale, la più grande mai realizzata, al Museo d’Arte Moderna Arken in Danimarca: «Penso che sarebbe stata così entusiasta – chiude Stewart – di essere stata presa in considerazione anche nel proprio paese».