ART NEWS

Milano vista dalla Madunina: visita suggestiva dalle terrazze del Duomo

Pensi a Milano e immediatamente ti ritrovi ad immaginare il Duomo e le sue guglie. È impossibile visitare il capoluogo lombardo, senza farsi prendere dall’irresistibile smania di una foto/selfie ricordo davanti alla gotica cattedrale milanese. Sarà che c’è un solo Duomo in Italia e per tutti, nell’immaginario collettivo, è sicuramente quello di Santa Maria Nascente, cui è dedicato.

Il terùn che è in me non poteva evitare questo rituale turistico.

Non dev’essere particolarmente entusiasmante fare la fila all’esterno per poi prendere un numero e scoprire che, come alla posta, c’è ancora da aspettare. All’ingresso non sono proprio ben informati, ma la gentilezza e la competenza delle prime due casse riesce tuttavia a sopperire questo lieve disagio.

Il Duomo è, per superficie, la sesta chiesa cristiana al mondo, e sorge nell’omonima piazza dove un tempo sorgevano la Cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la Basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva.

Il percorso sotterraneo unisce antico e moderno, e permette, tramite passerelle trasparenti e camminamenti, di percorrere il perimetro delle due strutture.

Sono proprio i resti di queste due antiche costruzioni ciò che mi affascina di più quando decido di visitare la parte sotterranea del Duomo. Le antiche strutture erano collocate dove oggi c’è il sagrato del Duomo, sotto la famosa piazza. È qui che le due strutture, di cui sono ancora ben visibili delle creste di muro, quasi si sfioravano, rappresentando il centro della cristianità milanese. I resti di un battistero, qualche affresco e le mura perimetrali sono l’ultima testimonianza di una Milano paleocristiana, che ha fatto spazio all’ambizione di un complesso monumentale che impiegherà quasi sei secoli per essere completato, dal 1386, anno di inizio dei lavori, riceve la sua consacrazione soltanto nel 1577, vedendo la chiusura ufficiale dei cantieri nel 1932.

la galleria Vittorio Emanuele II vista dalle guglie del Duomo

Oggi questa lunga storia è in parte ripercorsa dalla Fabbrica del Duomo, luogo in cui sono conservate statue e guglie originali, troppo danneggiate per essere restaurate e sostituite da più moderne ricostruzioni. Un percorso che include anche vetri istoriati, messi in sicurezza, e opere prima collocate all’interno del Duomo e che adesso invece costituiscono il patrimonio visibile di questa sezione.

Di grande suggestione l’imponente struttura in ferro della Madunina circondata da ricostruzioni e sculture, che restituiscono il lavoro e la tecnica di realizzazione della materna statua di Maria che da secoli protegge la città.

L’interno del Duomo è cupo, scuro, una selva di colonne che si elevano alte, per consentire alla struttura il suo movimento ascensionale, dato dalle arcate, che fanno spazio ai colorati vetri cui è stata affidata la narrazione della storia cristiana.

La navata centrale è preclusa a curiosi e turisti, bisogna accedere dal varco dei fedeli e di coloro che pregano o ascoltano messa per vedere più da vicino il pulpito e l’altare maggiore.

L’ultima parte del mio percorso ho voluto riservarla, in un crescendo di emozioni, alle terrazze. Il percorso con gli ascensori (più costoso) è quello più affollato, così quando cerco di ripiegare sul varco, eccezionalmente libero, dell’accesso a piedi mi viene detto che non posso percorrerlo essendo in possesso di un biglietto-ascensore. Con un po’ di disappunto ritorno in fila agli ascensori. È veloce durante l’ora di pranzo, così impiego appena dieci minuti per ritrovarmi in un istante sui tetti di Milano, e ammirarla durante quella che probabilmente è l’ora migliore, quella radente che accarezza con delicatezza i palazzi circostanti, tingendoli di rosa e d’oro.

Ho fatto bene a riservare questa parte della visita per ultima, perché la sua bellezza è tale che forse avrebbe tolto suggestione alle meraviglie storico-artistiche che ho visto poco prima.

Osservo le arcate, alcune di colore diverso forse dovuto alle sostituzioni di alcune parti negli anni. Il bianco latte dei marmi splendenti brilla tra il calcareo biancore del tempo.

Un peccato che oggi la parte alta dell’edifico sia ancora interessata da ponteggi e lavori, perché ciò forse toglie un po’ di fascino, avventura e mistero, a questa mia passeggiata sotto il cielo di Milano, dove vedo il Palazzo della Rinascente, dal quale tante volte ho proprio ammirato la magnificenza della cattedrale de Milan.

Una selva di guglie, che si intrecciano tra loro, e fanno da cornice alla bellissima skyline milanese. Posso scorgere il Palazzo dell’Unicredit in lontananza, Palazzo Lombardia e persino il verdeggiante Bosco Verticale, accompagnati da alte sculture che, come guardiani, sorvegliano la città.

Annunci
LIFESTYLE

Blowhammer, brand dello urban-style italiano

Quando indossi una t-shirt Blowhammer è come sentirti avvolto da un morbido abbraccio. È così che mi sono sentito indossando una maglietta che, ne sono sicuro, sarà senza dubbio il trend di questa estate e senza dubbio un must da indossare per sentirsi alla moda. Non solo perché il brand ha dedicato la stampa di un modello di punta ad una scimmia, sdoganata da Gabbani un po’ su tutte le reti, ma anche perché l’ha declinata in un colore a metà tra l’azzurro e l’acquamarina, cui fa da sfondo un intenso antracite.

Blowhammer è un giovane brand italiano che nasce proprio nel maggio del 2013 e si è proposto di creare uno stile underground distante da quello statunitense/estero cui siamo abituati, ma che avesse personalità e carattere e di distinguesse per la sua italianità.

Mi sono divertito molto ad andare in giro per la città avvertendo questa sensazione di indossare qualcosa di originale ed esclusivo eppure allo stesso tempo alla moda e giovane. Mi sono cimentato nel fare qualche scatto nel centro storico di Napoli, a due passi da San Gregorio Armeno, coniugando questo stile urban con la storia della città di partenope.

A creare questo marchio sono stati tre giovani poco più che ventenni, uniti soltanto da passione, entusiasmo, determinazione. Erano scarse le possibilità di investimento in promozioni e campagne e si riassumevano per lo più nel passaparola dei social. Facebook soprattutto, ma anche Instagram.

Dal 2014 però il fatturato del brand è cresciuto di oltre il 1000%, passando dai 5 dipendenti iniziali alle 25 figure professionali che con lo stesso entusiasmo e la stessa passione continuano a dare vita ai prodotti che oggi è possibile acquistare on-line.

Il risultato sono collezioni che prendono spunto anche dalla natura, dagli animali, dall’arte fondendo opere quali il David di Michelangelo a forme e geometrie moderne, o ricreando con scimmie e colori giochi a metà strada tra moda urbana e pop-art.

www.blowhammer.com

INTERNATTUALE

Famosi del web: ecco perché la favola di Cenerentola non esiste

In un mondo fatto di raccomandazioni e endorsement sospetti, quanto è credibile credere ancora al mito di Cenerentola?

Chiara Ferragni e Sofia Viscardi sono senza dubbio le “Cenerentole” più famose del web: fashion blogger la prima, ha costruito un impero recensendo e indossando capi d’alta moda; YouTuber la seconda, è diventata famosa sproloquiando in webcam delle sue giornate e di altre amenità. Entrambe, con linee di scarpe firmate e romanzi in libreria, ci hanno fatto credere alla favola contemporanea di Cenerentola che sostituisce la scarpetta di cristallo con like e visualizzazioni, e trova il principe azzurro nella personale affermazione di se stessa.

Ma sono tanti i nomi della televisione, dell’editoria e della musica che arrivano da internet: da Antonio Pinna a Frank Matano, passando per il duo Benji & Fede che con riflessioni argute, scherzi telefonici e cover musicali sono fuoriusciti dall’anonimato per assurgere alla gloria mediatica.

Ultimo, soltanto in ordine cronologico, di questa dinastia di “principi poveri”, che ambiscono a diventare ricchi, è Emanuele Fasano. Presentato nella notte della finalissima di Sanremo 2017 come il pianista della Stazione di Milano di un video, caricato da un regista, che in tre giorni avrebbe totalizzato tre milioni di visualizzazioni, che lo avrebbero portato ad un contratto con la Sugar, casa discografica di Caterina Caselli.

In realtà bastano poche ricerche su Google per scoprire che anche Emanuele non è un principe che si riscatta dalla povertà grazie al suo talento, ma è figlio di Franco Fasano, rinomato autore di brani come Ti lascerò (vincitore di Sanremo nel 1989), Io amo e Mi manchi (grandi successi di Fausto Leali). Così come Sofia Viscardi, che candidamente nelle interviste parla dei prestigiosi impieghi dei propri genitori, come organizzatori di eventi e comunicazione, i quali hanno lavorato con nomi come Roberto Saviano (che la YouTuber ha avuto modo di intervistare) e Chiara Ferragni, la quale a sua volta è figlia di Marina Di Guardo, che ha seguito per dieci anni lo showroom di Blumarine.

I nuovi talenti, e sedicenti tali, provano così a riciclarsi on-line, fingendo di entrare dalla porta sul retro in un mondo che invece li accoglie con tutti gli onori del caso dal portone principale.

Trasmissioni televisive, contratti pubblicitari, pubblicazioni di dischi e libri, per personaggi che sembrano riprodursi per cooptazione, mentre tanti altri sgomitano e continuano a sgomitare sul web e non solo, nel vano tentativo di far notare le proprie idee e far sentire la propria voce.

L’Italia continua ad essere una democrazia fondata però sulla raccomandazione, che continua a preferire un esercito di “figli di…”, piuttosto che dare chance al vero popolo che anima la rete e prova inutilmente a farsi notare.

Sì, perché quando si è figli di un autore che ha collaborato con nomi come Fausto Leali e Anna Oxa, vincendo un Sanremo, scritto brani che fanno parte della storia della canzone italiana, e collaborato con tante altre personalità in ambito musicale, è un po’ difficile riuscire a credere alla favola del pianista che, del tutto casualmente, si ritrova a suonare un pianoforte alla stazione e per puro caso viene notato, nell’ordine, da un regista prima e addirittura da Caterina Caselli dopo.

Sarà che sono figlio di Napoli, e di talenti che suonano e cantano al pianoforte della stazione ne vedo e ne sento tutti i giorni: ripresi con gli smartphone da centinaia di visitatori che ogni giorno applaudono, si emozionano, si divertono. Eppure nessun regista, nessun Ferzan Ozpetek di passaggio (che a Napoli girerà un film), ha mai notato il loro spirito, il loro talento, la loro passione che trasmettono a chi abbandona o arriva in città, al punto da donare loro fama e successo.

I media provano ogni volta a raccontarci una rivisitazione della favola di Cenerentola per quell’inconscio meccanismo di immedesimazione, per quell’empatia, che scaturisce e che avvertiamo verso quell'”uno di noi” che ce l’ha fatta, riconoscendovi un modello da seguire e cui ispirarsi, così da accrescere quel naturale processo di supporto da parte di potenziali fan, che guardano ammirati e stupefatti un sedicente talento che spesso non c’è, e che automaticamente bolla gli haters, i detrattori di quel talento, come “invidiosi” che rosicano e non ce l’hanno fatta.

Sono tanti i musicisti che suonano per le vie di Napoli, eppure, a dispetto de I Bastardi di Pizzofalcone, Non dirlo al mio capo, e di attori e registi che vanno e vengono da Napoli, nessuno di loro è stato notato al punto da cambiare vita. Meno talentuosi? Non credo, a giudicare dalle loro performance con cui ogni giorno animano la città. Meno fortunati? Forse. Ma la loro sventura non è quella di non essere notati dal famoso regista di passaggio, dal proverbiale talent scout che ferma belle ragazze per strada o dal video on-line che fa un botto di visualizzazioni. La loro sfortuna è probabilmente quella di avere tanto talento e nessun “santo protettore” che lo promuova.

Quindi i giornali, i magazine, le televisioni dovrebbero smetterla continuare a venderci la favola di Cenerentola, illudendo i ragazzi che continuano a sperare in quell’anima di passaggio che possa notarli in strada, in quelle fashion blogger che tentano inutilmente di far crescere i profili instagram, in quegli interpreti che caricano video su YouTube senza superare le sessanta visualizzazioni della cerchia di amici e parenti.

La favola di Cenerentola (in Italia) non esiste. Esistono soltanto raccomandazioni e strategie di marketing. Ma questa, se fosse una fiaba, sarebbe senz’altro una favola nera.

INTERNATTUALE

Professione “fashion blogger”, quando il ridicolo supera il buon gusto

Tra le professioni più ambite di oggi, quella di fashion blogger è senza dubbio la più gettonata. Se fino a qualche anno fa le bambine si divertivano a vestire le Barbie, oggi invece si credono tutte Chiara Ferragni, e con un semplice account instagram credono di lanciare mode e tendenze. Per alcune, come Valentina Nappi, il successo è assicurato. Tra la derisione del web e chi invece si fida del suo gusto la popolarità è stata quasi immediata.

Ma la maggior parte anziché seguirla la moda sembra piuttosto subirla barbaramente, ed il passo da fashion viber a fashion victim è decisamente breve.

A cominciare dalle ragazze che, credendosi la nuova Kate Middleton di turno, indossano ampi cappelli a falda larga, girando per le vie della città come ad un matrimonio all’inglese, con maxi bag finto-griffate e la falcata da Virginia-Raffaele-che-imita-Belene; ree inconsapevoli di un dubbio gusto e di un’Italia servile che finisce col seguirle come pecore al pascolo.

Ma quello del fashion blogger non è un mestiere ad appannaggio femminile. Sono tanti infatti i ragazzi che si credono il nuovo Mariano Di Vaio e, complici un amico ed una reflex, posano languidi in scatti simil Gabriel-Garko-per-Max sponsorizzando prodotti sul web come novelli Giorgio Mastrota.

I milanesi sono quelli che tallonano gli eventi del fashion seguendoli dall’esterno e, appostati fuori come paparazzi disperati, ne parlano sui propri blog come una Kim Kardashian dal tappeto rosso.

Passano le loro giornate a parlare di concept, “concetto!”, o editoriale e fingono di cogliere con fare da manquenne l’essenza di servizi che in realtà nemmeno comprendono.

Provano ad interpretare gusti e tendenze delle sfilate e, senza capirci realmente molto, ripropongono stancamente outfit spesso ridicoli cui provano a dare un senso col filtro “amaro” di instagram. Allure british, aria alternativa, faccia un po’ nauseata e la firma su qualche giornale locale per sentirsi subito Anna Wintour, pronti a deridere tutti quelli “senza carattere” che si vestono “normale” o sono “anonimi”. Sì, perché loro sono eccentrici, ma con carattere, e non importa se sono una via di mezzo tra Anna Dello Russo e Lady Gaga e che la sola persona che hanno realmente vestito è la mamma a Natale quando le hanno consigliato il rossetto corallo, perché loro la moda la fanno e la prossima tendenza arriverà dai loro blog.