MUSICA

Ciao Dolores, voce di un’epoca che se ne va con te

Oggi è morta Dolores O’Riordan, voce e anima dei Cranberries. Aveva solo 46 anni.

Ho scoperto Dolores O’Riordan negli anni 2000. All’ora cantava Just my imagination e la prima volta che la vidi fu in questo coloratissimo videoclip che andava in rotazione su MTV, che ai tempi aveva ancora il doppio logo di Rete A.

Nel video Dolores ascoltava musica in cuffia, mentre guardava un variopinto mondo fatto di farfalle e fiori.

Ai tempi ero poco più che un adolescente, ed ero inconsapevole del fatto che quella voce vibrante fosse la stessa che qualche anno prima mi aveva già accompagnato in tanti momenti della mia vita, d’estate al mare, quando ragazzino sul Lido Pagano 2 inserivo 500 lire nel Juke-Box per ascoltare Zombie, vecchia di un anno, ma già classico.

E non sapevo che sua era anche Animal Instinct, con quella forza vocale che ascoltavi quasi in modo catartico e liberatorio al bar della spiaggia, mentre giovanissimo immaginavi il mondo ai tuoi piedi quasi liberando quell’istinto animale che nemmeno sapevi bene cosa fosse. Era il 1999, l’anno di Entrapment e del millennium bug.

E poi ascolti Dreams, e ti ritorna in mente quel vago spot in TV di non-so-cosa.

Erano gli anni dell’incoscienza, quelli in cui la sua voce mi ha tenuto compagnia, gli anni delle prime scoperte, dei primi baci e delle prime consapevolezze. Gli anni di quando marinavi la scuola e passavi notti insonni per preparare compiti in classe e interrogazioni.

Gli anni de “il latino che palle!”, dei lenti alle feste a casa degli amici ballando Linger, o di quella canzone che hai riconosciuto nel tuo telefilm preferito.

Non c’era Shazam o YouTube all’ora, ma CD, musicassette e registrazioni dalla radio. Le cose dovevi conoscerle o sentirle.

E poi ricordi quella volta che “Analyse mi piace un sacco!” al telefono con il tuo migliore amico, perché non potevi condividerla su facebook, né farlo sapere agli altri se non parlandone durante l’intervallo in classe o all’uscita da scuola.

Erano gli anni di Total Request Live e di Select con Daniele Bossari.

Camaleontica, mai uguale eppure sempre fedele a se stessa e al suo stile.

Quelle classifiche sono oggi annali dei ricordi di un’epoca che la voce di Dolores, dei Cranberries il suo gruppo, ha contribuito a segnare con quella modulazione così riconoscibile quanto unica.

E poi c’è Stars, il singolo che “hai sentito forse si sciolgono”, l’ultimo firmato con la band. Era il 2002, i modem erano a 56k e prima di connettersi facevano un rumore strano tipo navicella-degli-alieni-sta-atterrando.

Poi c’è la pausa, quella durante la quale la vita continua il suo corso, ascoltando le sue canzoni, quelle dei The Cranberries, come reliquie sonore mentre aspetti che ritornino insieme, e intanto c’è il diploma, l’università, i primi lavori, e quell’adolescente che l’ascoltava inconsapevolmente sulla spiaggia è ormai un uomo che riascolta già i suoi pezzi con nostalgia.

Nel frattempo arriva il download di musica illegale, quello legale, sono gli anni di Napster e di iTunes. Gli anni dell’iPod e dei Blackberry.

Per tutti è diventata universalmente Dolores O’Riordan nel 2007, quando pubblica il suo primo album da solista, Are you listening?, e quella sua Ordinary Day che di ordinario non aveva nulla. Ma anche in quel momento lei non continuava ad essere non solo la voce, ma l’anima dei Cranberries, di un gruppo che faceva parte di noi e di lei e che ritroverà di nuovo qualche anno più tardi con l’album Roses, perché forse anche in un gruppo non c’è amore senza spine, anticipato dal singolo Tomorrow, domani, che profeticamente dice “Tomorrow could be too late”, domani potrebbe essere troppo tardi, e così che è andata via questa voce che resterà nei nostri cuori, all’improvviso. Troppo presto.

Ciao, Dolores. Mi mancherai.

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CINEMA

Il MANIFESTO: su Sky Arte HD i 13 volti di Cate Blanchett

Manifesto – poster

Che Cate Blanchett fosse un cavallo di razza ce n’eravamo accorti quando nel 1998 incarnò perfettamente la Regina Elisabetta I nell’omonima pellicola Elizabeth. Da allora la sua carriera è stata una lunga parabola in ascesa, dall’Oscar vinto interpretando l’attrice Katherine Hepburn in The Aviator nel 2005, alla seconda statuetta dieci anni dopo per Blue Jasmine di Woody Allen, dove l’attrice di origine australiana ha interpretato perfettamente le nevrosi di una donna borghese sull’orlo di una crisi di nervi dopo aver perso tutto.

Ma negli anni la Blanchett non ha riposato sugli allori dei premi vinti e delle sue sette nomination, al contrario ha sempre accettato con coraggio di dare volto, anima e corpo a personaggi diversi, dimostrando ogni volta di essere capace di poter interpretare chiunque: da Io non sono qui, dove interpretava addirittura Bob Dylan (vincendo la Coppa Volpi a Venezia) a Carol, dove si è calata nei panni di una madre di famiglia nell’America degli anni ’50 che vive la propria omosessualità repressa con una giovane commessa.

Cate Blanchett in Manifesto (2015)

L’attrice ha addirittura interpretato ben 13 personaggi diversi in un unico film. È successo per MANIFESTO, pellicola diretta da Julian Rosefeldt nel 2015, che arriva domani, 29 dicembre, su Sky Arte HD in prima visione assoluta.

Come suggerisce lo stesso titolo del film, si tratta di tredici manifesti: quello del Partito Comunista, i motti dadaisti, il Dogma 95 e così via, ripercorrendo altrettanti movimenti artistici, attraverso l’interpretazione di straordinari monologhi che rappresentano per Cate una grande prova attoriale.

Rosefeldt ha girato il film in poco più di una settimana, a Berlino e dintorni, traendo l’idea da una sua installazione.

Ogni scenario indaga il rapporto tra società, arte e vita quotidiana nel XX secolo. La Blanchett porta sullo schermo le parole di Marx, Lars Von Trier, Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard, che rivivono attraverso donne molto diverse per storia ed estrazione sociale: da una madre operaia a una giornalista, da una rock star a burattinaia, passando per una clochard. Volti diversi, che parlano ognuno a modo proprio di arte, con monologhi completamente distanti dal proprio mondo, e spesso inascoltati da coloro che stanno intorno, in un curioso gioco di equilibri e contraddizioni che si fa esso stesso arte.