CINEMA

Cosa aspettarsi dal nuovo film Disney “La Bella e la Bestia”

Emma Watson e Dan Stevens nella scena del ballo

Una fedele riproposizione live-action del cartone animato del 1991. È questa la nuova versione de La Bella e la Bestia, film nelle sale dal 17 marzo con Emma Watson, che riporta al cinema la favola di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont.

Stesse scenografie, stessa “iconografia” disneiana, stessa musica. Le differenze tra il cartone originale e la pellicola cui si ispira sono pochissime. Sarà perché quello de La Bella e la Bestia è stato il primo cartone animato ad essere candidato agli Oscar come miglior film, sarà che le musiche originali invece la statuetta l’hanno vinta, ma formula che vince non cambia, e così un po’ stancamente forse la Disney l’ha riproposto, aggiungendovi però qualche effetto speciale in più.

Benché il film si rifaccia quasi totalmente all’omologo animato, i puristi del cartone animato avranno notato qualche sfumatura diversa nei testi delle canzoni che, quasi ci viene di cantare in automatico nella versione che tutti abbiamo imparato a conoscere ventisette anni fa.

Qui Emma Watson è Belle, incarnando perfettamente l’essenza della bella, diversa dalle altre ragazze del suo bel paesino in una indefinita area della Francia, che è un po’ strana agli occhi dei suoi abitanti, perché legge, perché, come un’eroina contemporanea, sogna l’indipendenza, perché a differenza delle altre non vuole sposare Gaston, il macho che tutte le ragazze desiderano con ardore.

Una trasposizione fedele, la cui sceneggiatura si distacca dal cartoon anni ’90 per pochi (e non indispensabili) momenti di brio. Persino i costumi sono chiaramente ispirati all’animazione Disney.

Se infatti in Maleficent la favola de La Bella Addormentata nel bosco era riletta da un inedito punto di vista, e con Cenerentola c’era stata l’aggiunta glamour dei costumi, la Bella e la Bestia è invece è l’esatta trasposizione, al punto che viene quasi da chiedersi se fosse davvero necessario farlo.

Ma è nella parte centrale che il film comincia ad emozionare, forte di una inedita e più adulta citazione di Shakespeare che sembra avvicinare i due protagonisti come novelli Paolo e Francesca. Galeotti dunque furono Romeo e Giulietta, la cui storia dona un tocco di immortale poesia ad una pellicola altrimenti piatta.

E all’improvviso si (ri)vive l’emozione della Bella che, con sguardo amorevole, va oltre l’orrendo (e simpatico) aspetto della Bestia.

Naturalmente irriconoscibile l’attore Dan Stevens, noto Matthew del serial Downton Abbey, dal cui cast la Disney è andata ancora a ripescare, per affidargli il ruolo della Bestia che, pochi sanno, si chiama in realtà Adam.

I fan della favola non resteranno delusi, e troveranno nella scena finale il medesimo pathos, ma non l’intenso Ti amo del cartone, a mio avviso tra i più belli della cinematografia mondiale.

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INTERNATTUALE

La censura delle “statue nude” in un simpatico cartone 3D

A poco più di una settimana dallo “Statue-gate”, l’arbitraria censura della Venere Esquilina e di altre statue nude all’interno dei Musei Capitolini, per non urtare la sensibilità del presidente iraniano Rohani, in visita a Roma, un simpatico cortometraggio sembra aver profetizzato mesi fa la vicenda che avrebbe tenuto banco sulle pagine dei quotidiani per giorni nel nostro paese.

Sulla falsariga del film Una Notte al Museo, il corto vede protagonista una guardia di sicurezza durante il turno di notte alle prese con l’insolito incontro con una simpatica suorina che tenta di censurare le nudità di tutte le sculture e quadri presenti all’interno delle sale espositive, tra le quali il nostro David di Michelangelo e il dipinto della Maya Desnuda del Goya.

Esilarante il duello tra i due personaggi, l’uno intento a fermare il bigottismo della religiosa, l’altra a lanciare come un ninja censure sulla nudità delle opere d’arte.

Un siparietto che ricorda molto gli involucri dentro i quali sono state letteralmente imprigionate i gruppi scultorei dei musei italiani.

Il cartone si intitola semplicemente None of that, nessuna di queste, gioco di parole che potrebbe riferirsi sia a chi censura sia a chi invece vuole difendere l’arte della sua integrità, o meglio, nella sua nudità.

Il video è stato girato in computer graphic 3D, utilizzando prevalentemente Photoshop per la pre-produzione e il software Maya per l’animazione, creato dalle menti di Anna Hinds Paddock, Isabela Littger de Pinho e Kriti Kaur, con le musiche originali di Corey Wallace, e rappresenta, oggi più che mai, una simpatica riflessione sul valore dell’arte.

CINEMA

Più “Piccoli Principi” e meno “Checchi Zalone”: ecco un film che meriterebbe un record d’incassi

Se c’è un film al cinema in questo momento che dovrebbe fare record d’incassi in Italia, questo è senza dubbio Il Piccolo Principe. A metà strada tra trasposizione della fiaba di Antoine de Saint-Exupéry, interpretazione della stessa e storia originale, il cartone mostra cosa succede quando una bambina, la cui madre autoritaria ne ha programmato gli studi e la vita, s’imbatte in un vecchio signore che quella vita, invece, gliela insegna attraverso le pagine di un classico senza tempo. Il risultato è un film originale, atipico, che ripropone le autentiche illustrazioni dell’autore francese in stop-motion, lasciando alla più moderna computer graphic la vita vera, quella asettica e squadrata degli adulti, fatta soltanto di lavoro, numeri, burocrazia e rigide tabelle di marcia da seguire.

Suggestive le musiche di Hans Zimmer che, nell’edizione italiana, incorniciano perfettamente le voci di Paola Cortellesi, Toni Servillo, Stefano Accorsi e Micaela Ramazzotti.

Diretto da Mark Osborne, già regista di King Fu Panda (2008), il film alterna sapientemente le pagine del romanzo al racconto che ne fa lo stesso Aviatore (Servillo), tra lo stupore e lo scetticismo di una bambina che si domanda come mai un Piccolo Principe riesca a vivere su di un asteroide e come faccia a sopravvivere da solo in un deserto, comprendendo, parola dopo parola, pagina dopo pagina, che non sono nient’altro che metafore astratte di lezioni per giovani-adulti, lasciandosi sedurre da una favola inverosimile che racchiude in sé molta più verità di quanta non ci si aspetti da una storia per bambini.

Cita un po’ Tim Burton Osborne, quando la giovane protagonista, alla ricerca del Piccolo Principe, che si fa ricerca del sé, viene catapultata in una catena di montaggio per costruire adulti, che, come un lavaggio del cervello, getta nell’oblio la fantasia per dare importanza a ciò che è “essenziale”. Ma cos’è l’essenziale, se non ciò che si vede col cuore ed è invisibile agli occhi?

E in un momento storico come il nostro, privo di valori, spesso fatto di immagine, di superficialità diffusa, di crudeltà gratuita, di guerra, violenza, benché ci sia bisogno di ridere e ritrovare il sorriso, sarebbe senza dubbio più costruttivo che fosse un’opera come questa a fare un record d’incassi nel week-end di uscita, anziché un idiot-movie italiano che storpia il titolo di un kolossal americano come Quo vado? di Checco Zalone. Perché è di questo che avrebbe bisogno l’Italia adesso, di alzare gli occhi e riflettere guardando le stelle, quel filosofico cielo stellato citato da Kant, di più introspezione, di più consapevolezza di sé stessi e del mondo, di più “Piccoli Principi” e meno “Checchi Zalone”.

La pellicola, come il romanzo originale del 1943 dello scrittore francese, infatti, è una lezione sulla vita, sull’amore, sull’attesa, sul ritorno e su tutti quei valori che dovremmo continuare a custodire anche da vecchi, per mantenere vivo quel fanciullino di pascoliana memoria, poiché, come dice lo stesso autore nell’incipit del libro, “Tutti gli adulti sono stati prima di tutto dei bambini. (Ma pochi di loro se lo ricordano)”.