CINEMA, LIBRI

Napoli protagonista della serie tratta da “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Probabilmente i suoi libri hanno destato scalpore più per la sua identità di scrittrice, nascosta ai più, che per la trama in sé. Sto parlando di Elena Ferrante, che dal 2011 ad oggi è in testa alle classifiche di vendita di tutto il mondo con la saga de L’Amica geniale (edizioni e/o), senza tuttavia aver mai rivelato il suo vero nome.

Divisa in due parti, infanzia e adolescenza, la storia dei romanzi percorre la vita di due bambine, le due amiche Elena Greco e Raffaella Cerullo, che inizia nella Napoli dei primi anni ’50. L’una povera, figlia di un umile calzolaio, costretta ad interrompere gli studi; l’altra, Elena, figlia di un usciere comunale, riesce invece ad arrivare fino al liceo. Entrambe le ragazzine si mostrano insofferenti alle regole del “rione” in cui vivono, e spesso le loro vite si ritroveranno ad intrecciarsi fino al matrimonio di Lila, Raffaella, che chiude il primo capitolo della quadrilogia letteraria.

La copertina del libro “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A far da contorno alle vicende delle due protagoniste, tanti scorci e usanze di Napoli, che nel volume, sin dalla copertina, si fa quasi silenziosa terza protagonista, dalle miserie del dopoguerra fino ad una timida ripresa economica negli anni del boom, vessata dalla malavita organizzata.

Un racconto che si fa quello di una intera città, e che diventerà una serie televisiva. Lo annuncia oggi l’ANSA, sulle cui pagine si legge che si sono aperti i casting a Napoli per ricercare le due bambine protagoniste della serie che sarà diretta da Saverio Costanzo.

L’inizio delle riprese è previsto per questa estate. Le location non sono ancora state confermate dalla Film Commission Campania, che si augura possano svolgersi tutte a Napoli, e se ciò dovesse trovare conferma, il capoluogo partenopeo si trasformerà in un vero e proprio set a cielo aperto quest’anno, poiché protagonista anche delle riprese di Napoli Velata, il nuovo film che il regista Ferzan Ozpetek inizierà a girare subito dopo la promozione di Rosso Istanbul ora nelle sale.

Titolo internazionale di quest’opera è The Neapolitan Novels, prodotta dalla Fandango e Wildside insieme ad altri partner stranieri.

Ad occuparsi dei casting sarà Laura Muccino che, come cognome suggerisce, è sorella dei ben più noti Muccino registi, e che in questi giorni sarà alla ricerca delle bambine che daranno il volto alle protagoniste del romanzo.

Un progetto di ampio respiro che è riuscito a destare l’attenzione anche delle autorevoli pagine del New York Times dal quale si apprende che la serie si suddividerà in quattro stagioni, così come i volumi della Ferrante, ogni stagione consterà di otto episodi, per un totale di trentadue puntate da cinquanta minuti ciascuna, e coprirà un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli inizi degli anni 2000.

Insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci ci sarebbe anche la misteriosa Elena Ferrante a collaborare alla stesura della sceneggiatura.

Ancora poco si sa sulla messa in onda dello sceneggiato, che potrebbe arrivare sugli schermi Rai già nel 2018, e rappresenterebbe per Napoli una delle più grandi produzioni degli ultimi anni.

Un’ottima cosa per Napoli, reduce dal successo della fiction poliziesca I Bastardi di Pizzofalcone, che ha battezzato il turismo “cinematografico” alla volta delle location che hanno fatto da sfondo alle avventure del commissario Lojacono e i suoi agenti.

Con questa nuova produzione, che sarà trasmessa anche all’estero, potrebbe incrementarsi il turismo nella città di Partenope, che torna ad essere grande protagonista di arte, cultura, letteratura e cinema.

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia, storia della fine di un anacronistico sogno italiano

Nato quasi ottant’anni fa da un’idea di Dino Villani poco prima della seconda guerra mondiale, come “5000 lire per un Sorriso”, ha cambiato nell’era post-bellica pelle e nome in Miss Italia, passando dalle ragazze che inviavano foto con il loro sorriso migliore nella speranza di vincere un premio in denaro a vero e proprio concorso di bellezza con sgambettanti Miss in costume con lo storico patron Enzo Mirigliani.

Dalla fine degli anni ’70 arriva la televisione, con le prime immagini a colori. Negli anni ’80 e ’90 è un vero e proprio fenomeno di culto, incollando allo schermo milioni di telespettatori per diverse serate: due, tre, seguitissime, al pari del Festival di Sanremo, per scoprire chi sarà la più bella del Bel Paese.

Una reginetta certo, ma anche una ragazza dotata di grazia ed eleganza. Eleganza sì, come quel titolo coniato ad hoc per una giovanissima Sophia Loren, considerata, ai tempi, troppo procace per vincere.

Sono tante le dive e le starlette del mondo del cinema e dello spettacolo passate negli anni dalla passerella di Miss Italia. Sin dai tempi in cui la ricerca della più bella cominciava bonariamente dalle spiagge, tra le bagnanti che provavano per gioco a cambiar vita in una estate qualsiasi.

Agli inizi degli anni 2000 Miss Italia è un vero e proprio impero. Sono ben quattro le serate in televisione, con un esercito di ragazze pronte ad iscriversi e combattere ogni anno per la corona, rigorosamente firmata Miluna, di più bella d’Italia.

“Per te Miss Italia continua”. È questa la formula canonica pronunciata dall’allora conduttore Carlo Conti, diventata un vero e proprio modo di dire italiano, per un programma e un concorso entrato nella mente e nel cuore degli italiani.

Si può tagliare quasi a metà la vita di questo concorso, il cui declino inizia nel 2007, con quella che è una chiacchieratissima edizione, quella in cui a vincere sarà Silvia Battisti. Troppo magra, dicono i giornalisti, alzando un polverone mediatico su di una velata ricerca di una bellezza che spesso fa rima con magrezza.

Prese le redini del concorso dal 2003, Patrizia Mirigliani, figlia di Enzo, è l’orgogliosa matriarca che risponde alle critiche inserendo nel 2011 il titolo di Miss Curvy, forte di nuovi brand per taglie oversize disposti a sponsorizzare il concorso.

Vengono così abolite le taglie, così come venne abolita la frontiera delle misure seno-vita-fianchi nel 1990. Perché la bellezza non ha canoni precisi, lo suggeriscono anche capolavori dell’arte italiana dei grandi maestri rinascimentali. E, forse, non ha nemmeno tempo. Già il tempo. L’età minima per prendere parte al concorso diventa adesso la maggiore età, per esigenze televisive certo, e, per rimpolpare l’esercito delle (non più) giovanissime disposte a battersi per un titolo che perde smalto, si spere nelle più agée, in quelle trentenni che un tempo erano troppo “anziane” per partecipare e che hanno ritrovato da qualche anno la possibilità di diventare ancora Miss Italia.

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Rachele Risaliti, Miss Italia 2016 – dal sito missitalia.it

Ma tutto questo sembra non bastare. A dispetto dei nuovi regolamenti, le Miss Italia elette continuano ad essere giovani e magre. Come l’ultima, Rachele Risaliti, Miss Italia 2016. Toscana, classe 1995, ex ginnasta. Magra e giovanissima.

Se Miss Miss Italia ridefinisce la propria idea di bellezza, abolendo forme, misure e età, al pari passo di una società che cambia, sono le stesse ragazze a non voler più dimostrare di essere belle, ma anche brave. Allora ecco che nel primo decennio degli anni 2000 vengono introdotte prove di recitazione, di ballo e di canto. Le concorrenti si ritrovano a sfidarsi come in “Ciao Darwin”, scelte da un criterio del computer che favoriva le prime sorteggiate, alimentando ulteriori polemiche.

Si cerca disperatamente di dimostrare che le ragazze non sono soltanto belle, ma anche brave. Come la calabrese Stefania Bivone, aspirante cantante, che dopo il titolo di reginetta partecipa senza successo ai casting di Sanremo Lab.

Eliminati gli scontri come in un becero game-show, si tenta di portare il programma più vicino a quello dei talent, format in ascesa che tanto toglie al gusto di diventare Miss Italia, introducendo giudici che vogliono vedere lati-B e voti spesso mortificanti. È l’era di Milly Carlucci quella del 2009-2010, che ne fa una sorta di “Ballando con Miss Italia”: i numeri vengono eliminati e poi mestamente introdotti con il nome di codici, mentre l’attenzione, come nel suo programma di ballo, è tutta per i polemici giudici che puntano il dito contro le ragazze.

Il concorso che un tempo rappresentava non solo la più bella d’Italia, ma la fotografia di un paese che cambia, non riesce più a stare al passo, annaspa fino ai poco più di 900.000 telespettatori dello scorso anno, su ben due reti che lo trasmettono contemporaneamente.

L’ultima edizione, quella di quest’anno, è stata definita da molti su twitter “sagra della porchetta di Ariciccia”. Troppi sponsor ripetuti continuamente, una eliminazione selvaggia che sa di mattanza, per la quale i giudici, Raoul Bova e Mara Venier sentono addirittura il dovere di scusarsi quasi non condividendo il sistema di cui fanno parte, e lo svilimento della dignità della donna facendo pronunciare alle ragazze appena qualche frase imparata a memoria nel tentativo di racimolare voti e la simpatia del pubblico a casa e.

Si prova maldestramente a trasformare il contest in un talent show, tra polemiche sul concetto di bellezza e Miss dalle idee poco chiare, Miss Italia perde in poco più di un decennio la propria identità di programma e di ricerca. Ci si ostina a dover dimostrare che le neo-elette reginette di bellezza siano anche brave o intelligenti, quasi come se non bastassero le tante vincitrici o ex partecipanti che si sono poi laureate, che hanno vinto medaglie sportive o Oscar, che sono diventati volti della televisione o del cinema internazionale.

Miss Italia dimentica persino la propria storia, le proprie origini e ciò che ha rappresentato negli anni per milioni di ragazze, facendosi prendere dalla smania dell’audience e del cambiamento fino a rendersi irriconoscibile persino a sé stesso.

Se un tempo infatti si riproponeva di cercare semplicemente una ragazza acqua e sapone, oggi Miss Italia è la perfetta candidata per sedersi sul trono di Uomini&Donne, come ha dimostrato Clarissa Marchese, Miss Italia 2014, cui evidentemente non bastava la sola corona, voleva anche il trono. D’altronde, si sa, allo scettro Miss Italia aveva già rinunciato un bel po’ di tempo fa.

LIFESTYLE

Venezia73: Giulia Salemi ci fa rimpiangere Belén Rodriguez a Sanremo 2012

Più che dei film in concorso e delle anteprime, in queste ore a tenere banco al Festival di Venezia sono Giulia Salemi e Dyane Mello, che su di un red carpet hanno indossato due abiti, memori di Belén Rodriguez a Sanremo 2012, che lasciavano davvero poco all’immaginario maschile e non solo.

La prima, ex concorrente a Miss Italia 2014, trova la popolarità lo scorso anno con la partecipazione insieme a sua madre Fariba alla quarta edizione del reality Pechino Express, erano #LePersiane.

La seconda, classe 1989. Appartiene alla nuova scia di modelle brasiliane che da qualche anno popolano passerelle e brand di moda.

Giulia Salemi Dayane Mello Venezia 73 abito vestito stilista - internazionaleEntrambe le donne hanno, forse inspiegabilmente, calcato il tappeto rosso del Festival Internazionale del Cinema di Venezia con due abiti dello stilista Matteo Evandro Manzini, che le ha accompagnate durante questa mini-sfilata fuori programma della kermesse cinematografica.

Immediate le polemiche della rete per un abito giudicato per lo più eccessivo, di cattivo gusto e volgare.

belen-abito-scandalo-sanremo-2012Un abito insomma, quello di Manzini, che paradossalmente non ben evidenziava il corpo della Salemi, a dispetto del fatto che lasciasse ben poco di coperto, e con quell’arancio-galera-statunitense che male ne enfatizzava l’incarnato e le forme del corpo. Ma la colpa non è soltanto di uno stilista che, con poca fantasia, si è ispirato un po’ troppo all’ormai iconico modello sanremese di Fausto Puglisi, ma di due donne, la Salemi e la Mello, che con poca nonchalance hanno tirato e alzato i lembi del vestito per meglio aprire i già ampi spacchi inguinali, fino a mostrarne la stoffa interna che le copriva. Roba che finora era riuscita a fare, involontariamente, solo Laura Pausini in accappatoio in concerto in Perù, gridando yo la tengo como todas.

Uno spettacolo trash degno della più becera puntata di DomenicaLive, che si è trasformato in un ingiustificato mercato della carne, o meglio della “figa”, che le due ragazze hanno ostenduto come donne che hanno perso tutto al casinò.

Giulia Salemi Venezia 73 vestito - internettualeIn una vetrina importante come quella del settantatreesimo festival di Venezia, tra i pochi eventi italiani davvero internazionali, se l’obiettivo, con questi abiti, era quello di attirare l’attenzione di Barbara D’Urso e guadagnare nelle prossime settimane una fetta di spettatori di Canale5, allora senza dubbio le due bellissime ci sono riuscite, poiché il pubblico Mediaset è pronto ad “indignarsi” e storcere il naso con torbido voyeurismo per parentesi, tutto sommato simpatiche, come questa.

Se il Manzini sperava invece in un lancio internazionale del suo design, dovrà fare i conti con il vivido ricordo che gli italiani continuano a serbare della discesa (e scalata) di Belén Rodriguez in Puglisi, che, ecco sì, con maliziosa nonchalance, scendeva le scale del Festival di Sanremo mostrando la farfallina tatuata agli italiani, che continuarono a sognare domandandosi se sotto quel nude-look ci fosse di più.

Se invece la Mello e la Salemi speravano, indossando due abiti dal dubbio gusto i cui colori sembrano residui di passate stagioni, di lasciare un segno, almeno la Salemi quello l’ha lasciato. Sì, ma del costume da bagno.

MUSICA

ZHU pubblica “Generationwhy”, la colonna sonora perfetta per i party di fine estate

Ancora poco noto nel nostro paese, ZHU, classe 1989, è un promettente cantante, musicista e produttore discografico statunitense. Dopo aver riscosso un notevole successo con il singolo Faded nel 2014, torna adesso con l’album d’esordio Generationwhy per Columbia Records.

Quattordici tracce elettroniche, con influenze anni ’70 e ’80 soprattutto, a metà tra pezzi strumentali e brani cantati, che rappresentano la perfetta colonna sonora per l’estate o per un party in piscina. Lo si intuisce dal sound, a tratti lounge, di brani come Palm of my hand, in cui il produttore cino-americano cita Samba pa ti di Santana, rivisitandola in un onirico piano che si fonde con i sintetizzatori e le vocalist, rimandando addirittura a Enigma nel parlato in francese e in un sax di fondo che ci fa viaggiare fino agli anni ’90.

Un sound ballabile, che ti fa venire voglia d’estate, di luccichii e aperitivi, come i brani Numb, Money o In the morning, il cui testo è una citazione del brano Touch me del 2001 del DJ portoghese Rui da Silva.

È colta invece la citazione dell’intro che riportano le parole e la voce della poetessa americana Maya Angelou.

Ricorda quasi un pezzo da backstage di haute couture o uno spot per la bella stagione la titletrack Generationwhy, dal ritornello orecchiabile, il messaggio chiaro, we are people of this generation, apparteniamo a questa generazione, e l’arrangiamento di grande impatto che molto mutua dagli anni ’80.

Sensuale e fresco il brano Good life, così come il ballabile Hometown Girl, tra i pochi brani interamente cantato con l’uncredited di Jaymes Young.

ZHU è un produttore aperto alla collaborazione, che nei suoi pezzi non disdegna i cori di Nikola Rachelle Bedingfield per il pezzo Reaching.

Pezzi deep-house, ipnotici, con influenze e forme musicali che si fondono in un unico album omogeneo ma non per questo noioso.

MUSICA

La ragazza dai capelli rosa: da “Amici 15” ecco chi è Elodie Di Patrizi

Un po’ Noemi, un po’ Emma, un po’ Mia Martini. È difficile classificare la voce di Elodie Di Patrizi, in arte solo Elodie, che ha stregato pubblico e critica dell’ultima edizione di Amici 15. Tanto impeccabile in italiano quanto sorprendente in lingua francese, che ha saputo regalare non poche emozioni con brani di qualità e mai scontati, che ha voluto interpretare nonostante non occhieggiassero al grande pubblico. E non poteva che andare a lei il premio della critica del programma di Maria De Filippi, seguito da quello di RTL 102.5 che ha decretato Un’Altra Vita, il brano scritto per lei da Fabrizio Moro, il miglior inedito di questa edizione del talent di Canale 5.

Capello à la maschietto rosa e viso pulito. La sua immagine ricorda un po’ il look della cantante Pink negli anni ’90, quella di There you go. Romana di nascita, Leccese di adozione, è stata per questo paragonata anche ad una Alessandra Amoroso-prima-maniera, che il programma della De Filippi invece l’ha vinto.

Elodie Un'Altra Vita EP cover disco - internettualeInfluenzata da interpreti jazz e soul come Nina Simone, si piazza al secondo posto del programma Mediaset, dietro il vincitore Sergio. Ma si sentirà ancora parlare di questa venticinquenne dai capelli rosa, che pubblica adesso Un’Altra Vita, l’EP che prende il titolo dal suo inedito nel quale trova posto anche un altro brano scritto per lei da Moro, Giorni spensierati.

Ed è proprio la vita il tema principale intorno al quale ruotano le otto tracce di questo lavoro discografico di debutto, che presenta al pubblico questa giovane interprete come cantante melodica, spesso emozionata e emozionante, che ritroviamo in Due anime perse e Le imperfezioni della vita. Brani che cantano la vita sì, ma anche l’amore.

Nelle tracce finali ricorda davvero la Amoroso, la cui impronta è chiara in Una strada infinita, La bellezza del mondo e, in chiusura, Tutto questo.

Elodie è per ora il “prodotto” seriale della macchina dei talent, che mescola in questo primo progetto msusicale melodia e testi déjà vu non particolarmente originali. Tuttavia, siamo pronti a scommetterci, la giovane leccese è un diamante grezzo pronto a liberarsi dell’involucro del talent che l’ha lanciata per affermarsi nel mondo della musica italiana… e non solo.

INTERNATTUALE, MUSICA

Lo straordinario discorso di Ezio Bosso a Sanremo 2016: «La musica come la vita si può fare in un solo modo, insieme»

Ezio Bosso, torinese, classe 1971, è un pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano affetto da SLA, Sclerosi laterale amiotrofica, che lo costringe in carrozzina, ad una disarticolazione motoria e difficoltà verbale. Malattia che, nonostante tutto, non gli ha impedito di affermarsi come musicista in tutto il mondo, portando la sua musica nei teatri più importanti, o firmare colonne sonore per registi come Gabriele Salvatores.

Ieri Bosso è stato invitato sul palco dell’Ariston da Carlo Conti quale ospite della seconda serata del Festival di Sanremo: «Quando ero ragazzino – dice il pianista con grande emozione – tutti i giorni, io andavo al conservatorio, e una signora mi diceva “aspetto di vederti a Sanremo!” e io le dicevo “Signora, NO. Io non canto”. Magari adesso lì che dice “l’avevo detto!”».

Il mondo ha bisogno di musica, lo incalza Carlo Conti, dando il là, è il caso di dirlo, a Bosso, per un discorso che ha letteralmente commosso gli italiani: «La musica siamo noi – dice il pianista con una gioia nel cuore e gli occhi che gli brillano – la musica è una fortuna che condividiamo. Noi mettiamo le mani, ma ci insegna la cosa più importante che esiste, ascoltare. La musica è una vera magia, infatti, sapete che non a caso i direttori hanno la bacchetta, come i maghi».

Ci mette passione Ezio in quelle parole che pronuncia con difficoltà e con tutta la voglia di testimoniare l’amore per la vita: «La musica mi ha dato il dono dell’ubiquità – prosegue, raccontando il prodigio delle sette note – perché la musica che ho scritto è a Londra e la fa un bravo direttore con il balletto più importante del mondo e io sono anche qui. La musica è una fortuna, e soprattutto, come diceva il grande maestro Claudio Abbado, è la nostra vera terapia».

Il suo primo album, uscito da qualche mese, si intitola La Dodicesima Stanza, perché, secondo una antica teoria, dodici sono le stanze della nostra vita: «Se noi uomini siamo brutti perché tendiamo a dare per scontato le cose belle – dice in merito a questo lavoro discografico – le stanze sono una cosa che abbiamo inventato noi, per proteggerci, gli diamo nomi, numeri… ce l’abbiamo tutti una stanza che non ci piace, in cui entriamo. Il nome originale della canzone è la “stanza” perché i trovatori non facevano canzoni, ma stanze» dice il compositore, scherzando anche sulla parentesi “SuperQuark”, con quell’umorismo di chi ha sete di vita.

«A me piace curiosare ed esplorare quello che diamo per scontato – dice – e ho trovato questa cosa bellissima. Io ho iniziato, succede a tanti che hanno… [riferendosi all’introspezione dovuta alla malattia] ma a tutti. Dentro o fuori, una stanza che è buia, è cupa, è piccola. E lì ho incontrato questa teoria che dice che noi non siamo una linea [piatta, ndr] ma siamo dodici stanze. Nell’ultima, che non è ultima, perché si cambiano, ricordiamo la prima. Perché quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non vediamo appena nati. Ma lì la ricordiamo, e siamo pronti a ricominciare, e quindi siamo liberi».

Un momento di altissima televisione, un esempio di un uomo straordinario, che ha dato al mondo una lezione di vita e il dono stesso della vita. È da persone così, da Uomini come Ezio Bosso che dovremmo imparare tutti, ognuno, l’arte di saper essere felici e amare quest’avventura straordinaria chiamata semplicemente vita.