ART NEWS

Il MANN di Napoli celebra Versace con la mostra Dialoghi/Dissing

Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Gianni Versace, genio indiscusso della moda italiana nel mondo, assassinato sui gradini della sua villa a Miami il 15 luglio del 1997. Vent’anni dopo il mondo sembra non averlo mai dimenticato: un serial TV ne ripercorrerà la vita e la morte, il cantante Bruno Mars gli ha tributato un singolo questa estate e una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli ripercorre idealmente il suo stile.

Ultime settimane di tempo, fino al prossimo 20 settembre, per correre al MANN di Napoli e andare a vedere Dialoghi/Dissing, rassegna che mette a confronto il mondo antico con le creazioni originali del compianto stilista: «Con la mostra dedicata alla creatività di Gianni Versace abbiamo voluto dimostrare che esiste una continua contaminazione tra le arti» ha detto in merito Paolo Giulierini, direttore del museo napoletano.

Una mostra che si propone come evento full-immersion, a cominciare dalla fragranza, creata per l’occasione da Mansfield, che stimola da subito l’olfatto del visitatore non appena varca la soglia dell’ingresso della Sala del Cielo Stellato.

foto di Dario Bruno

Dissing vede la consulenza scientifica di Maria Morisco, e ricrea sapientemente un dialogo-confronto tra gli abiti dello stilista, selezionati dalla collezione privata di Antonio Caravano e i reperti storici del museo.

foto di Dario Bruno

Nato a Reggio Calabria nel 1946, lo stilista ha sempre percepito la cultura della propria terra di origine, facendo di quella Magna Grecia il leitmotiv delle sue collezioni, che tanto l’hanno reso famoso tra gli anni ’80 e gli anni ’90, facendo di motivi tipici dell’Antica Grecia il proprio, distintivo, marchio di fabbrica: «Gianni Versace uomo del Sud aveva nel Dna tutte le immagini della cultura classica che poi ha stampato sugli abiti» ha detto Sabina Albano, ideatrice e curatrice della mostra.

Maschere in terracotta del IV e del III secolo a.C. diventano gli eccezionali accessori di giacche e gonne dalle policromie accese.

Lungo il percorso espositivo anche artisti contemporanei: da Manuela Brambatti agli acquerelli di Bruno Gianesi e Marco Abbamondi, passando per i ritratti di Ilian Rachov, a una scultura di Marcos Marin che troneggia nel giardino del museo.

Un evento da non perdere per ricordare quel fatidico 1997, che ci ha portato via Versace e qualche mese dopo ci avrebbe strappato anche Lady Diana, in qualche modo “musa” e amica dello stilista, che proprio con i suoi abiti riscopriva, come ogni donna oggi con la maison, la propria sensualità e quella libertà di essere donna.

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LIFESTYLE

Drunknmunky, il nuovo must have della stagione

Se Gabbani ha sdoganato la scimmia nuda che balla all’ultimo Festival di Sanremo, quella di DrunknMunky ha scelto invece di essere una scimmia ubriaca, di vita forse.

Sì, perché lo slogan di questo brand è BE RILEVANT, sii rilevante. Non presuntuosamente importante o migliore, ma rilevante. Di rilievo. Di chi si fa notare, ma con discrezione. È così che mi sono sentito quando ho indossato le mie Boston Classic Navy-Gray la prima volta, cogliendo appieno l’essenza di questo motto.

le mie nuove DrunknMunky Boston Classic Navy-Gray

Quando calzo le mie scarpe quasi non le sento tanto sono comode e leggere, il che ha del prodigioso se si considera che me le hanno spedite per posta e non le avevo mai provate prima, ma che conferma che acquistarle anche attraverso il loro sito ufficiale, www.drunknmunky.it, si può. Ed è davvero ampio il loro sito web, con una scelta che spazia per contenuti e forme, passando con nonchalance dalle scarpe all’abbigliamento.

DrunknMunky è un brand di prim’ordine nella produzione dello urban style, con un vasto universo di modelli e colori, abbracciando tanto gli uomini che le donne, arrivando ai bambini.

Stile fresco, moderno, che può fare la gioia dei giovanissimi fino ad abbracciare un pubblico più ampio.

È bello anche da vedere il logo della sinuosa scimmia stilizzata sulla parte esteriore della scarpa o sagomato sotto la suola, donando un movimento a tutta la linea della scarpa.

il logo DrunknMunky
a spasso per Napoli con le mie DrunknMunky

Ho passeggiato con le mie Monky tutto il giorno per le strade di Napoli, e mi sono sentito libero come su di un prato a piedi nudi. Grazie a queste scarpe ho attirato non soltanto l’occhio dei più attenti alle mode, che me le hanno subito invidiate, ma anche di chi ha notato il confort di sentirmi liberamente me stesso, a mio agio.

Comode, su misura per me. Scarpe che non soltanto sono belle da vedere, ma confortevoli da indossare e, moda a parte, credo sia anche questa l’arma vincente di un brand che ha fatto della sua mission stile e qualità.

DrunknMunky è un brand che qualsiasi fashionblogger non può permettersi di non indossare, suggerire, stilizzare nei propri outfit. Con i suoi materiali sempre più tecnologici, tecniche avanzate di produzione come la termosaldatura e le sperimentazioni grafiche, DrunknMunky ha creato una collezione che coniuga qualità e moda, con un total look deciso, che include anche colorati capi di abbigliamento, di carattere. Scarpe che sono già un must di stagione, per tutti coloro che vogliono essere cool, ma, soprattutto, relevant.

www.drunknmunky.it

ART NEWS, INTERNATTUALE

Museo Egizio di Torino a Catania: ecco perché è un errore parlare di “scippo egizio”

Qualche settimana fa avevo orgogliosamente parlato della “sezione egizia” che il Museo Egizio di Torino avrebbe idealmente aperto a Catania, nel Convento dei Crociferi, consentendo l’esposizione di alcune opere contenute nei depositi, per creare un dialogo tra nord e sud, che non fosse soltanto culturale, ma ideologico, unendo due mondi apparentemente lontani come il nord e il sud del nostro Paese sotto il segno della cultura e del benessere di tutti.

A quanto pare però non è esattamente così. Nei giorni a venire infatti un Comitato ha raccolto oltre 3500 firme on-line contro quello che è stato definito “lo scippo Egizio”.

Obiettivo naturalmente quello di impedire che alcune opere del museo torinese vengano trasportate a Catania, dove, d’accordo con il Ministero dei Beni Culturali, la Fondazione del Museo Egizio in collaborazione con il Comune avrebbero voluto aprire una sorta di sede satellite.

«Dire che i pezzi destinati al prestito non sono esposti ma vengono dai magazzini – ha detto Carlo Comoli, portavoce del comitato – è arrampicarsi sui vetri, ogni grande museo ha reperti nei depositi. Avallare questa operazione significa creare un precedente pericoloso per tutti i grandi musei italiani. L’Egizio è parte dell’identità di Torino, i suoi tesori devono restare qui. La Sicilia, che trabocca di beni culturali, pensi a valorizzarli anziché scippare quelli altrui».

Mi fa sorridere l’idea di Comoli secondo il quale il museo farebbe parte dell’identità di Torino, perché ciò è vero soltanto in parte. Se la costituzione dell’edificio intesa come sede museale e la formazione delle collezioni ivi contenute possono far parte in qualche modo del tessuto cittadino e della sua storia, ciò, per evidenza di cose, non è così per le opere stesse, egiziane, di certo più vicine al territorio siciliano, che non alla fredda terra del Piemonte. Pertanto è ridicolo appellarsi all’identità della città.

Non bisogna dimenticare inoltre che la moda per l’Egitto dilagò in tutta Europa, pertanto non solo a Torino, a partire dal XIX secolo, all’indomani delle campagne napoleoniche nella terra delle piramidi, che portò un nuovo gusto architettonico, ma anche di design oltre che di mero collezionismo di reperti antichi, con particolare attenzione a quelli di provenienza egizia.

Dunque quella dell'”Egitto-mania” torinese non era un fenomeno sviluppatosi nel solo capoluogo piemontese, ha semplicemente portato personalità come Vitaliano DonatiBernardino Drovetti, console generale di Francia durante l’occupazione in Egitto, più vicini alla possibilità di reperire, accumulare e collezionare opere dalle sabbie del Sahara, mettendo insieme 8000 pezzi, acquistati in un secondo momento dal re Carlo Felice, che li unì ad altri reperti collezionati dalla Casa Savoia.

Il Museo Egizio, voluto dal re savoiardo, è dunque l’espressione di una moda, squisitamente europea, che dilagava in quegli anni, e che ha portato anche città come Napoli ad erigere edifici secondo il gusto del momento, come il Mausoleo Schilizzi in stile neo-egizio, o portando nello stesso periodo personalità come Gioacchino Murat a contribuire alla formazione della seconda collezione egizia, dopo Torino, più importante in Italia, oggi custodita ed esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Quella di Torino dunque non è una storia unica che caratterizza la sola città del nord Italia, ma l’espressione più compiuta di un fenomeno diffuso.

È un errore parlare di “scippo egizio” in quanto Catania, con la sua sede egizia di provenienza torinese, diverrebbe un valido vettore per veicolare e incuriosire i turisti a spingersi fino al nord Italia per ammirare le straordinarie collezioni del museo torinese, oltre che a dare la possibilità di ammirare pezzi che altrimenti stazionerebbero nei polverosi depositi del museo e dare un esempio di grande collaborazione tra due identità apparentemente così diverse tra loro.

Con questa apertura nulla è tolto a Torino e al prestigioso Museo Egizio, che rappresenta, e continuerà a rappresentare sempre e a prescindere, un caposaldo, per archeologi o semplici appassionati, dell’Egittologia in Italia e nel mondo. Una sede collaterale a Catania potrebbe invece rappresentare un biglietto da visita per quanti nel sud del paese vogliono saggiare solo una minima parte dell’intero potenziale che il museo invece esprime pienamente.

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L’arte contemporanea alla Farnesina, l’ultimo venerdì del mese

Per molti semplicemente sede del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, la Farnesina sarà anche sede espositiva di una ricca collezione d’arte contemporanea. Da Pistoletto a Dorazio, da Kounellis a Vedova passando per Mauri, Merz, Rotella, Fioroni sono davvero tantissimi i nomi degli artisti che fanno parte di questa raccolta nata agli inizi degli anni 2000 su iniziativa dell’allora Segretario Generale Ambasciatore Umberto Vattani. La collezione, nata per sottolineare l’impegno del Ministero nella ricerca (e adesso anche nella promozione) dell’arte contemporanea, e deputata negli anni ad ambito di intervento strategico della politica culturale del ministero italiano, è oggi restituita al pubblico italiano e non solo che desidera visitarla, entrando, al contempo, in contatto con gli ambienti di palazzo ministeriale.

È giusto che collezioni come questa siano rese fruibili, poiché parte della storia dell’arte italiana, ma anche e forse soprattutto, parte del tessuto cittadino cui, di fatto, appartiene.

Gli orari di apertura al pubblico saranno dalle 9.00 alle 16.00; ogni visita va prenotata su www.collezionefarnesina.esteri.it

Da venerdì 27 gennaio, ad accogliere i visitatori ogni ultimo venerdì del mese, ci saranno i Volontari per il Patrimonio Culturale del Touring Club Italiano, che approda ora alla Farnesina dopo il Palazzo del Quirinale: «Siamo molto orgogliosi della collaborazione con il Ministero per l’apertura alle visite del Palazzo della Farnesina – ha detto Franco Iseppi, Presidente del Touring Club Italiano – un incarico di grande prestigio che ci è stato affidato, dopo quello per l’apertura alle visite del Palazzo del Quirinale, e che ci permette di restituire agli italiani e ai turisti una parte significativa del nostro patrimonio artistico».

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Il Museo Bagatti Valsecchi a Milano, gioiello rinascimentale del XIX secolo

In Via Gesù 5, a due passi dal glamour di Via Montenapoleone a Milano, c’è un portone di uno dei palazzi storici del capoluogo lombardo. È quello di Palazzo Bagatti Valsecchi, oggi Museo, che racconta la storia dei due fratelli che l’hanno abitato, Fausto e Giuseppe, che nel cuore della Milano del XIX secolo sognavano di vivere in un’altra epoca.

Ho avuto il privilegio di essere ospitato dal museo durante il mio soggiorno milanese. Se seguite il mio profilo instagram, avrete già visto delle foto e curiosità sul museo.

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Galleria elle armi

Una capsula del tempo all’interno di una capsula del tempo. Come in un gioco di scatole cinesi infatti la Casa-Museo Bagatti Valsecchi, per molti semplicemente Museo BaVa, è un edificio storico settecentesco, con fogge e stili del rinascimento italiano al suo interno. Un errore di datazione, verrebbe da pensare di primo acchito, e invece no, una precisa volontà da parte dei due fratelli Bagatti Valsecchi di ricreare le suggestioni del passato declinato nelle moderne conquiste del tempo.

Il loro però non era il desiderio di fare un falso, quanto il tentativo di conferire una maggiore prospettiva storica ad un casato, il loro, nobile soltanto da poco tempo.

Un gioco architettonico con il quale i Bagatti-Valsecchi si sono dilettati fino al 1974, anno in cui l’ultimo discendente della famiglia, Pasino, figlio di Giuseppe, decise di farne un museo a vantaggio di milanesi e visitatori che desideravano visitare la loro casa.

Ed è proprio la voce di Fausto quella che, attraverso un’audioguida inclusa nel biglietto d’ingresso, quella che ci dà il benvenuto in questi lussuosi ambienti.

È facile essere tratti in inganno in questa casa, dove i soffitti sono molto alti e gli spazi molto grandi, che sa quasi più di castello che di palazzo. Salendo la bellissima scala in ferro battuto, si ha la sensazione di un ambiente medievale scorgendo il corridoio delle armature. Ma il percorso inizia dalla parte opposta, e si comincia così ad indagare quelli che erano gli ambienti di Fausto, il fratello scapolo.

È forte il desiderio di far rivivere il Rinascimento in questa rievocazione fastosa di dimora lombarda.

Passeggio tra gli ambienti privati di Fausto, lo studio, dove è ancora affissa la carta da parati originale, con il Fiore di Cardo, fatta adattare dalle maestranze dell’epoca.

Molto forte nel XIX secolo era il desiderio, un po’ moda, di revival di stili del passato. Il Rinascimento, epoca di un luminare quale Ludovico il Moro, secondo i fratelli era l’epoca più rappresentativa dei fasti italiani.

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Museo Bagatti Valsecchi, vasca da bagno
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Museo Bagatti Valsecchi, conchiglia uno dei fiori è il getto della doccia

Uno sfarzo che ha saputo coniugare tradizione e innovazione, con i comfort dell’allora Era moderna in forme squisitamente rinascimentali. Come il bagno, la cui vasca in marmo, finemente scolpito, nascondeva nella conchiglia sovrastante un moderno getto della doccia, o il pesante bacile in ferro, in realtà moderno lavabo con acqua corrente che scorreva dalle catene cave. Invenzioni, queste, cui gli stessi Fausto e Giuseppe, assertori al tempo stesso della modernità, hanno contribuito a dare vita, così come l’energia elettrica, presente nel palazzo sin dalla fine dell’800, facendo del Bagatti-Valsecchi una delle prime residenze private ad essere dotata di elettricità.

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camera da letto matrimoniale di Giuseppe Bagatti Valsecchi

Gli ambienti di Giuseppe invece presentano la chiara impronta femminile di sua moglie Carolina, a cominciare dalla camera da letto, in cui troneggia il bellissimo letto siciliano in ferro battuto e velluto rosso del ‘700. Un po’ asincrono per lo stile della casa, ma contornato da suppellettili e mobili anche a misura di bambino.

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letto matrimoniale in ferro battuto del ‘700 (camera matrimoniale di Giuseppe Bagatti Valsecchi)

È incredibile pensare che tra lo sfarzo di mobili, già d’antiquariato e preziosi ai tempi, e in questa camera da letto, i Bagatti Valsecchi avessero un televisore attraverso il quale hanno assistito, nel 1969, allo sbarco sulla luna, insieme ai vicini e a chi, meno fortunato, il televisore, oggetto per pochi, ancora non l’aveva.

Percorrendo stanze e passaggi è impossibile non notare le iscrizioni e i motti di tipo moraleggiante disseminati un po’ ovunque: dai camini alle pareti, sono tanti i moniti anche in latino tanto cari ai due fratelli.

Al pari dei nobili del tempo, anche i Bagatti-Valsecchi avevano un giorno per ricevere. Il giovedì infatti era destinato agli ospiti, che potevano intrattenersi attoniti dallo sfarzo di questo bellissimo posto.

Curioso il Nettuno raffigurato sul camino, pezzo d’antiquariato che mostra anche lo spirito di adattamento dei due appassionati, così come il pianoforte, camuffato da credenza, per non intaccare lo spirito rinascimentale dell’ambiente con invenzione di chiara epoca successiva.

Negli ambienti di Giuseppe si percepiscono le influenze artistiche di Sondrio, che restituiscono le atmosfere valtellinesi di cui erano originari i fratelli.

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foto della quotidianità della famiglia all’interno della Casa Bagatti Valsecchi

Bellissimo il raccordo tra gli appartamenti dei due fratelli, sovrastato da una cupola che funge da lucernario, in cui porcellane e piatti finemente dipinti fanno sfoggio sulla mobilia.

Gli ambienti sono stati ricostruiti grazie ad un libro illustrato del 1918, con le immagini di ogni singola stanza, oggi esposto.

Bellissimi gli arazzi a mo’ di carta da parati che raffigurano il re persiano Ciro nella camera da pranzo in cui le porcellane sono ancora lì, sul tavolo, con una quotidianità palpabile.

Oggi il Museo ospita eventi, concerti per camera, esposizioni di arti applicate giapponesi, mostre temporanee e presentazioni, avvalendosi anche di tecniche digitali che, tra mappe, video e pannelli didattici hanno animato le sale del museo.

museo-bagatti-valsecchi-milano-app-iphone-internettualeSeguendo il filo dell’innovazione, oggi il museo ha anche una comodissima app per iOS e Android che ci guida sullo smartphone in ogni stanza e pezzo del museo, facile, intuitiva, bella.

Da segnalare la tradizione di eventi ogni giovedì.

A chiudere il percorso è la prima sala che ho intravisto salendo, il corridoio delle armi, con armature e armi rinascimentali. Non ci sono armi da fuoco, ma lance, spade, scudi. Di grande interesse uno scudo in pelle.

Non deve stupire la raffigurazione di una scarpa tra gli stemmi dei vetri istoriati del salone: colti quanto umoristici, i Bagatti-Valsecchi vollero la rappresentazione di una scarpa su di uno stemma per rendere omaggio al proprio cognome: bagat, infatti, significa proprio questo, scarpa.

Emozionante, in chiusura, la voce di Fausto che saluta i visitatori come ospiti della sua casa, che nel 1974 fu donata alla Fondazione omonima Bagatti Valsecchi cui fa capo e che, grazie agli Amici-volontari Bagatti Valsecchi, fa sì che questo gioiello sia preservato per le generazioni future.

Per maggiori informazioni:

www.museobagattivalsecchi.org

hashtag ufficiali: #museobava #museobagattivalsecchi

il museo è presente altresì su instagram, twitter e facebook con immagini, curiosità e news.

ART NEWS

La bellissima “Sezione Egizia” del Museo Archeologico di Napoli

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-dea-internettualeDa poco meno di un mese il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha ritrovato la sua Collezione Egizia. Dopo oltre sei anni di chiusura al pubblico, sopperita dal compendio in una saletta, e un lavoro di ristrutturazione delle sedi espositive, il MANN riapre finalmente le storiche collezioni Borgia e Picchianti, per importanza seconde in Italia soltanto al Museo Egizio di Torino, e tra le raccolte originarie del museo napoletano.

Se seguite il mio profilo instagram, saprete già che ho trascorso all’insegna dell’arte egizia.

Composta da diverse sale, ordinate per tipologia, secondo un criterio visto anche all’Egizio di Torino. Le sale, collocate nell’originario piano interrato dell’edificio, sono una teoria di spazi in cui si susseguono i monili egizi: la plastica di piccole dimensioni, che si alterna alle stele e alle epigrafi.

Tanti gli oggetti di queste collezioni che ritrovano nuova luce, come le mummie: sono ben tre quelle custodite al MANN, tra cui quella di un bambino e di un coccodrillo.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-mummia-internettualeUn’esposizione moderna, che gioca con forme, ma soprattutto colori, che accompagnano i millenari manufatti egizi. I gialli, i rossi, i blu fanno da sfondo ai vasi canopi, alle teste, alle divinità umane e animali che hanno animato la storia e la cultura nell’Antico Egitto.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-divinita-internettualeUn allestimento che, pur non snaturando il contesto in cui si trova, è fresco, giovane, vitale, che gioca anche ad attrarre un pubblico giovane, la Generation X con lo smartphone alla mano, poco avvezza alla cultura e ai musei.

Bellissime le epigrafi che raccontano del culto dei morti, della dea Iside e di Osiride, e del viaggio, attraverso Ra, nel Regno dei Morti.

Nelle sale gli oggetti d’uso comune narrano della quotidianità di una vita altra, oltre la morte, diventando corredo funerario.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-papiri-internettualeIn un’ottica museale contemporanea grande attenzione è data all’illuminazione dei reperti archeologici, valorizzati da fasci di luce e teche impercettibili, lontane dagli ottocenteschi espositori in legno, di cui resta simbolicamente traccia in una vetrina all’ingresso della sezione.

museo-archeologico-nazionale-di-napoli-sezione-egizia-canopo-internettualeAd accogliere i visitatori in questo mondo di morti, il Naoforo Farnese, eletto simbolo di questa attesa riapertura nelle immagini promozionali, cui tocca fare gli onori di casa, mentre un proiettore introduce i visitatori all’Antico Egitto e i pannelli a muro ripercorrono la storia della formazione delle collezioni.

La sezione si ricollegherà probabilmente con quella delle Epigrafi, oggi chiusa, il cui percorso sotterraneo aprirà una finestra ancora più ampia sul mondo antico.

Benché siano ancora tante, troppe, le sezioni che proprio non riescono ad aprire contemporaneamente, il MANN sta riacquistando l’antico prestigio, e quello dei faraoni è un ritorno doveroso, che contribuisce a ridare all’Archeologico la dignità di un museo che vanta alcune delle collezioni più importanti del mondo.

Per maggiori informazioni:

www.museoarcheologiconapoli.it

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“BOOM 60!”, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre, l’arte della beat generation

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VUOLE SPECCHIARSI IN 10 RITRATTI, in “Tempo”, XVII, 10, 10 marzo 1955, pp. 34

Film, musica, moda. Quella degli anni ’60 è un’epoca che non è mai veramente passata, e alla quale il nostro Paese, memore di quel boom economico che diede vita ad uno stile, quello italiano, continua ad ispirarsi. Auto dalle linee retrò, elettrodomestici dalle forme vintage, mobili dall’attuale design demodé.

È da queste (ancora) attuali atmosfere che nasce BOOM 60! Era arte moderna la mostra, al Museo del Novecento di Milano dal 18 ottobre fino al prossimo 12 marzo 2017.

Una rassegna che si rivolge a chi della beat generation ne ha fatto parte e a quanti invece desiderano riscoprirla, attraverso le copertine dei settimanali e dei mensili, segno tangibile di un boom non soltanto economico e di costume. Epoca, il Tempo, Le Ore, Oggi, Gente, Panorama sono soltanto alcune delle testate che con le loro fotografie e i personali stili di raccontare tendenze e personaggi hanno rappresentato un modo di comunicare che non era soltanto mero strumento di intrattenimento, ma vera e propria arte contemporanea, nonché specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive.

Sono circa centocinquanta le opere dislocate lungo un percorso di visita, allestito dall’Atelier Mendini, tra pittura, scultura e grafica, selezionate per il grande impatto mediatico, che dialogano in quattro sezioni: Grandi mostre e polemiche, Artisti in rotocalco, Artisti e divi, Mercato e collezionismo. A corredo le più diffuse illustrazioni fotografiche e televisive delle opere stesse e dei loro autori.

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“Gente”, col suo tipico formato del fototesto – un racconto fotografico con didascalie – interpreta il punto di vista del suo lettore ideale, sorpreso e perplesso, attraverso modelle in posa fotografate alla Biennale del 1960.

La mostra mette insieme dipinti e sculture di valore civico, provenienti da collezioni pubbliche e private, tra cui alcuni pezzi dell’ampia, quanto unica, collezione Boschi-Di Stefano, valore aggiunto di questo evento culturale.

Una mostra che ruota intorno alla città che la ospita, Milano, città, ancora oggi, della grande editoria e di quella nuova ricerca e corrente artistica che emergeva attraverso i suoi settimanali.

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Germana Marucelli, ABITO DA COCKTAIL, TIPOLOGIA BOUTIQUE “LA MARUCELLIANA”, 1961, Collezione 1962

Boom 60 è curata da Mariella Milan e Desdemona Ventroni con Maria Grazia Messina e Antonello Negri, e inaugura i nuovi spazi espositivi con un percorso articolato tra Arengario e Piazzetta Reale, ed è promossa dal Comune di Milano.

Un percorso all’interno della concezione della cultura visiva italiana, che immergeva l’arte nella cultura di massa screditandola forse agli occhi della critica colta, ma dal grande valore espressivo di un’epoca.

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Al Museo Archeologico di Napoli riapre la sezione egizia dal 7 ottobre

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Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sezione egizia 2006

L’hanno chiamato il Ritorno dei Faraoni. Ed è davvero un ritorno molto atteso, quello della Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, chiusa al pubblico e ridotta a “scantinato” da troppo tempo. Seconda in Italia solo al Museo Egizio di Torino, quelle dei Borgia e Picchianti sono due prestigiose raccolte che affondano le loro radici nell’antiquaria mentalità settecentesca e in quella positiva dell’Ottocento.

La collezione Borgia è tra le più antiche del collezionismo europeo: venduta a Ferdinando I di Borbone, mostra un interesse per l’Egitto ben prima che le spedizioni napoleoniche diffondessero un gusto, quello neo-egizio, che influenzò anche l’architettura, e la passione per l’egittologia.

La collezione Picchianti è quella più recente tra le due, il cui nucleo originario è stato raccolto da Giuseppe Picchianti, viaggiatore di origine veneta che risalì il Nilo, toccando i maggiori siti archeologici egiziani, da Giza a Saqqara passando per Tebe. È a lui che si devono i sarcofagi in legno, i vasi canopi e le mummie che oggi fanno parte della collezione permanente del MANN, che acquistò parte di questa immensa raccolta dalla sua vedova, la Contessa Angelica Droso, mentre un’altra parte fu venduta dallo stesso Picchianti al British Museum di Londra.

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Naoforo Farnese, Museo Archeologico Nazionale di Napoli (foto da instagram di marianocervone)

Precursore delle due collezioni, il naoforo farnese, della cinquecentesca collezione Farnese, già all’interno del museo ben prima dei due nuclei.

Prima della modesta sala attuale, in cui era esposta solo la mummia di un bambino della XXIII dinastia donata da Emilio Stevens, la collezione egizia era ubicata nelle due sale sotterranee oltre la galleria degli imperatori, dove, oltre il naoforo, trovavano posto gli oltre 2500 reperti che dal prossimo 7 ottobre ritroveranno la primigenia collocazione in un rinnovato allestimento, per il quale sono stati stanziati duecentomila euro.

Già da qualche anno ormai, il Museo Archeologico di Napoli è interessato nelle aree nord dell’edificio da lavori di ristrutturazione, che stanno riqualificando ali che amplieranno il percorso, corredandolo, probabilmente, di un’area ristoro che proietterà il museo negli standard europei di concept museale contemporaneo.

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Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sezione egizia 2006

Un ritorno molto atteso, quello dei “faraoni”, che restituisce all’Archeologico il prestigio di un museo nazionale che nulla ha da invidiare ai maggiori omologhi europei, e che si prepara adesso ad una nuova età dell’oro. Faraonica, s’intende.

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Casa Boschi-Di Stefano: il tesoro d’arte contemporanea che non ti aspetti

Casa Boschi-Di Stefano Milano - internettuale

In Via Giorgio Jan 15, al secondo piano di un palazzo costruito tra il 1929 e il 1931, si trova Casa Boschi-Di Stefano, dimora storica di Milano, oggi casa-museo gestita dalla fondazione omonima. Appartenuta ai coniugi Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, la casa, come l’edificio che la contiene, è opera dell’architetto Piero Portaluppi, che ne ha disegnato non soltanto le finiture, seguendo un proprio disegno che continua a ripetersi negli stucchi sotto al soffitto, nella forma delle porte, persino nei tessuti che rivestono i divani e nel disegno dei vetri piombati delle finestre.

Casa Boschi-Di Stefano Milano (ascensore) - internettualeÈ uno scrigno di design, che si schiude negli arredi, nei lampadari e nelle piantane, che, insieme al mobilio tipico degli anni ’40 e ’50, si fanno espressione di un’epoca che resta viva tra le mura dell’appartamento.

Frutto tangibile del mecenatismo dei coniugi milanesi l’ampia collezione d’arte contemporanea, accumulata tra gli inizi del ‘900 e la fine degli anni ’60, durante una vita d’amore (anche per la cultura), che testimonia anche il rapporto con gli artisti che frequentavano l’abitazione, vero e proprio salotto letterario della Milano-bene.

Lungo il percorso espositivo, che si articola in tutti gli ambienti della casa, corridoi inclusi, sono tanti infatti i ritratti dei due coniugi, e di Marieda in particolare, ritratta dagli artisti più in voga del momento.

Sono undici i nuclei in cui si dividono quelle oggi sono preziose testimonianze dell’arte italiana, ordinate secondo un rigoroso criterio cronologico. Un fondo che di recente ha arricchito l’allora nascente Museo del Novecento. Tante le firme illustri di questa importante collezione, a partire da Mario Sironi, che della casa ha realizzato anche la camera da pranzo (1936), a Severini e Boccioni, passando per Funi, Marussing, Carrà, Fontana, De Chirico.

L’edificio conserva intatto il gusto art déco, nella ringhiera lungo le scale, ma, soprattutto, nel suggestivo ascensore con seduta in velluto rosso.

Il personale, che accompagna i visitatori di sala in sala, è straordinariamente gentile e disponibile, non soltanto nel raccontare la storia dei quadri e delle sculture che oggi arredano le stanze, ma anche la storia dei coniugi e di un’abitazione che, per la gioia del visitatore, si fa scrigno e al tempo stesso gioiello.

Per maggiori informazioni:

www.fondazioneboschidistefano.it

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ENIGMA e le altre: a Cesenatico l’incredibile mondo delle macchine per scrivere

PC, notebook, smartphone, iPad. Oggi è possibile scrivere su qualsiasi dispositivo, salvando il proprio lavoro su memorie interne o cloud accessibili da ogni parte. Ma nessun MacBook avrà mai il fascino di una vecchia Olivetti. Lo scalpellino dei martelli, la pressione rigida dei tasti sotto le dita, il nastro che scorre tra le bobine, la carta sul rullo. C’è tutto un mondo di sincronizzata meccanica che si muove quando si “batte” a macchina, che viene a mancare con il silenzio del digitale.

Lo sanno bene i collezionisti Cristiano Riciputi, Paolo Ingretolli e Urbano Laghi che hanno organizzato un evento che, promosso dall’Associazione italiana collezionisti macchine per ufficio, offrirà a Cesenatico il meglio della scrittura meccanica. Dal prossimo 22 al 24 aprile infatti il Palazzo del Turismo sarà animato da convegni, mostre, mercato-scambio, mentre numerosi negozi del centro storico cittadino esporranno in vetrina una macchina da scrivere.

Tra i pezzi esposti ENIGMA, celebre macchina di scrittura crittografata che decise le sorti della Seconda Guerra Mondiale, e Programma 101 (inventato da Gastone Garziera, presente all’evento), considerato il primo computer desktop programmabile datato 1965, e infine la prima Olivetti, la M1.

In rassegna anche la presentazione del libro L’incredibile mondo delle macchine per scrivere di Cristiano Riciputo e Domenico Scarzello, e una tavola rotonda con i concessionari Olivetti.

Per maggiori informazioni:

347 49 43 576

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