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Il rinascimento di Dürer, tra Germania e Italia. A Milano fino al 24 giugno

Dopo un breve periodo di latitanza, dovuto a diversi impegni, rieccomi qui a scrivervi di arte e delle mostre che in queste settimane ho avuto modo di vedere per voi.

Come molti avevano probabilmente già visto dalle mie stories su instagram, lo scorso weekend sono volato a Milano per due eventi cui tenevo molto e che volevo raccontarvi.

Prima fra tutte quella su DÜRER. A Palazzo Reale a Milano fino al 24 giugno, DÜRER E IL RINASCIMENTO TRA GERMANIA E ITALIA, sontuosa retrospettiva sul pittore di Norimberga, protagonista assoluto del rinascimento non solo in Germania ma in tutta Europa.

Ultimo weekend dunque per ripercorrere la carriera e l’evoluzione artistica del pittore sul confine italo-teutonico.

Il solo rammarico, per una mostra di questo spessore, è il divieto di scattare foto, e così dovrete accontentarvi della mia descrizione del bellissimo allestimento che ben enfatizza le opere. Pareti dai colori vivaci, nelle nuance del giallo, del viola, dell’azzurro, hanno accompagnato i visitatori guidandoli per altrettante sezioni tematiche: dai ritratti ai soggetti religiosi, dai miti greci ai paesaggi, passando per soggetti insoliti per il tempo e il luogo dell’artista, quali granchi e virtuosismi pittorici.

Unica piccola nota di demerito il fatto che molti dipinti e disegni su carta sono già rientrati nelle loro sedi originali, in ottemperanza, così si legge nelle didascalie a lato delle stampe che li riproducono, alle normative che ne disciplinano l’esposizione. Frutto di una non ben oculata considerazione della durata della mostra (quattro mesi, dallo scorso 21 febbraio) e che la porta oggi a vedere molti degli originali (ne ho contati almeno una dozzina) malamente stampati su forex o carta.

Ma, a parte questo, sono tanti i motivi per correre, nonostante tutto, a vedere questa esposizione.

I prestiti innanzitutto, da musei di tutto il mondo, che mettono insieme artisti diversi: da Martin Schongauer a Lorenzo Lotto, da Hans Baldung Grien ad Andrea Mantegna, passando per Giorgione e Leonardo Da Vinci.

Il maestro toscano è incluso in questa rassegna senza sensazionalismi, né posti d’onore, inserendosi in questo percorso museale come mera pietra miliare e vero e proprio punto di arrivo della poetica di Albrecht Dürer, che molto mutua dai maestri del rinascimento italiano, e veneziano in particolare, in una proficua quanto reciproca contaminazione di stili e gusti che sin dalla giovanissima età si manifestano, accompagnandolo fino all’età matura, continuando a palesarsi in forme e colori diversi in tutte le sue opere. Lo dimostra, in chiusura, la Vecchia ritratta con straordinario verismo da Giorgione. Normalmente esposta nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il dipinto si fa qui monito forse del tempo che passa e di una pagina di storia dell’arte che non può prescindere dal talento di Dürer.

Per maggiori informazioni:

www.mostradurer.it

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Da De Nittis a Gemito, l’impressionismo napoletano a Palazzo Zevallos fino all’8 aprile

In perfetta sintonia con l’atmosfera natalizia di questi giorni, è stata inaugurata alle Gallerie d’Italia a Napoli la mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo, aperta al pubblico fino all’8 aprile.

E già percepisco questa festiva aria ottocentesca, a cominciare dalla bellissima decorazione che quest’anno adorna il monumentale ingresso di Palazzo Zevallos Stigliano a Via Toledo. Una ghirlanda illuminata sospesa a mezz’aria, tra quel senso di Dickens e il fascino vero del XIX secolo.

All’interno un albero di Natale accoglie i visitatori. Bastano questi piccoli tocchi per fare di questa esposizione, di per sé già molto interessante, la scelta perfetta per queste festività.

Non credo sia possibile, ma Palazzo Zevallos mi appare, in questo periodo, ancora più bello e mi restituisce quell’aria che tutti durante il Natale sogniamo di respirare almeno una volta.

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

La mostra è allestita tra il pianterreno e il primo piano. Sono le scene bucoliche di Giuseppe Palizzi quelle che aprono questo percorso espositivo, dove la vita rurale si fa arte: scene di caccia, il mercato dei cavalli, ma anche l’imponente Incitazione al vizio di Michele Cammarano, restituiscono la quotidianità del tempo. Colori vivaci che si alternano a nuance terra, stemperati con pennellate dense, che assumono sulla tela una loro corporeità fino a diventare vere e proprie texture.

Verso la metà del XIX secolo i pittori napoletani entrano a contatto con gli artisti parigini, da Manet a Courbet, generando una proficua contaminazione, che li orienterà verso il realismo che caratterizzerà anche l’impressionismo napoletano.

Le scene monastiche di Toma e Tofano si alternano alla nuda sensualità del Bagno Pompeiano di Domenico Morelli, che ritrae con eccezionale realismo scene antiche e scene bibliche, da La figlia di Jairo alla lapidazione de La Maddalena, che diventano momenti dell’antico quasi fotografati dall’artista.

«Nelle belle serate di luna piena ci si riuniva in terrazza» sono le stesse parole di Giuseppe De Nittis a descrivere la sua opera, che ritrae una scena conviviale, allegra, probabilmente in una taverna sul mare, con tanto di cantori, cui fa da sfondo il bellissimo Palazzo Donn’Anna al chiaro di luna.

Bellissima l’Eruzione sul Vesuvio o, più dialettalmente, Sotto il Vesuvio, tema, quello del vulcano partenopeo, che ritornerà spesso nella pittura di De Nittis, come dimostra la serie di opere qui esposta.

Agli inizi del nuovo secolo i napoletani si fanno sedurre da Gaupil, potente mercante parigino, che offre loro quella visibilità che ne farà maestri, e che li porterà ad esporre le proprie opere anche Esposizioni Universali parisienne.

Vita, vanità, moda si fondono diventando opere che catturano un’epoca come un reportage.

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

I dipinti di queste sale sono come finestre aperte sul secolo scorso, attraverso le quali è possibile ammirare una Napoli bellissima, negli oli di Antonio Leto e Eduardo Dalbono, con le loro spiagge di Capri, pergolati e bagnanti ammalianti come sirene. L’isola azzurra, ma anche Mergellina e la Villa Comunali. La città si è offerta ai suoi impressionisti come un perfetto scenario da catturare e condividere. Ma ci sono anche molte scene d’interni e domestiche in questa bellissima rassegna che sembra sospendere il visitatore.

Da De Nittis a Gemito Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Napoli 2017 2018 Giuseppe De Sanctis

Nel decennio francese, quello che va dal 1806 al 1815 i pittori napoletani sembrano ritrovare il dialogo con il paesaggio. Sono gli anni dell’Ancien Régime quelli in cui gli impressionisti spostano il loro “obiettivo” verso i parchi pubblici e gli spazi aperti, ritraendo le persone che li abitano. Donne eleganti e uomini galanti, fissati in un frangente temporale lontano. Scorgiamo nei dettagli dei loro cappotti, dei cappelli e dei colori un piglio di modernità, quasi contemporaneo, scolpiti da Gemito e dipinti da Giuseppe De Sanctis.

Sembra che gli impressionisti siano quasi la prosecuzione naturale di quell’opera di verità iniziata con Caravaggio, che raffigurano attimi di vita rubati, scevre dalle pose statiche dei secoli prima, impresse sulla tela come precorsici della fotografia.

Sono le strade, i boulevard e i suoi abitanti ciò che a metà del XIX secolo cattura l’attenzione degli impressionisti napoletani, che preferiscono luoghi come i giardini di Lussemburgo e la Senna dal Louvre, ma anche i loggioni dei teatri e la vita borghese.

Bellissime le sculture di Gemito che assumono una nuova dimensione lungo questo percorso espositivo: da Mariano Fortuny ad un Pescatore il realismo travalica la pittura per assumere la consistenza del bronzo.

La mostra dialoga perfettamente con la collezione permanente che diventa naturale prosecuzione, con le sculture di Gemito e nei tanti dipinti di quel tempo che ritraggono una Napoli radiosa prima della Guerra.

A chiudere l’esposizione sono i ritratti di Antonio Mancini, che alla fine dell’800 ritrae giovinetti borghesi e saltimbanchi, figli dei mugnai e scugnizzi, e nei suoi autoritratti anticipa quasi quello che oggi chiamiamo banalmente “selfie”, mostrandosi in studio con un accenno di sorriso come se si stesse specchiando, guardando negli occhi chi osserva. Nei suoi dipinti trovano posto anche Il pazzariello e Bacco, facce diverse di un’unica medaglia che è il popolo di Napoli.

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Art Déco, viaggio nei ruggenti anni. A Forlì fino al 18 giugno

Un viaggio, quello della mostra Art Deco – gli anni ruggenti in Italia, che, come un vivido racconto, proietta lo spettatore in un’altra dimensione spazio-temporale. Stampe, ma anche suppellettili, preziosi monili, passando per arredi d’epoca, automobili e treni. Sì, perché quello di Art Deco, ai Musei di San Domenico a Forlì fino al prossimo 18 giugno 2017, è la fastosa rievocazione dei primi del Novecento, quando tutto era lusso, raffinata ricerca di una bellezza colta e di un gusto che avrebbe segnato per molti decenni a venire di quel design, primigenio antesignano dell’inconfondibile stile italiano.

Lungo il percorso espositivo trova spazio anche una mastodontica Isotta Fraschini di tipo 8b, di un intenso blu cobalto, appartenuta a Gabriele D’Annunzio. Questa autovettura, che poteva sfrecciare ad una velocità di ben 150 chilometri orari, fu ribattezzata Traù dal poeta vate, in omaggio alla città martire della Dalmazia.

Lusso sempre, comunque e ovunque. Lo dimostrano gli sfarzosi arredi del Côte d’Azur Pullman Express, lussuosissimo treno francese che percorse la costa azzurra dal 1929 al 1939, accogliendo il passeggero di prima classe su comode poltrone, pregiati tavoli in legno, lampade e vetri con putti vendemmianti, e che tante stampe d’epoca ha ispirato per la sua promozione.

Tante le influenze che hanno ispirato le opere e le manifatture dell’epoca, che mostrano un’Italia compatta che avanza verso il progresso e una propria visione del futuro: dalle evidenti ascendenze orientali delle porcellane di Ginori al gusto classico delle anfore di Gio Ponti.

Uomini eleganti e donne alla moda. Non si può non pensare al Grande Gatsby lungo il percorso, con jazzistici preludi sonori dell’audioguida, che ricreano l’atmosfera mondana del ventennio, e gli ambiziosi progetti che l’architetto milanese per antonomasia, Piero Portaluppi, disegnò con grande ironia per la città di New York, di cui restano soltanto schizzi e modelli.

È una figura ambivalente quella dell’uomo che emerge da questa rassegna, ora atleta virile ora efebo aggraziato e un po’ dandy, così come le sensuali donne dagli sguardi languidi, come l’iconica Turandot del poster di Leopoldo Metlicovic del 1926.

Ma non è un caso invece che sia il conturbante volto di Wally Toscanini il manifesto-simbolo di questa grande esposizione, poiché incarna perfettamente l’essenza regale e ribelle di questo secolo: figlia del noto compositore Arturo, Wally è stata ritratta da Alberto Martini come una giovane regina di Saba, con il viso contornato di gioielli e perle, adagiata su di una chaise longue con un bellissimo abito di seta gialla. Questo grandioso pastello era stato commissionato dall’amante della donna, il conte Emanuele Castelbarco, sposato e di diciotto anni più grande, che ricorse a tale espediente per incontrare segretamente la giovane durante le ore di posa. I due, su suggerimento di Gabriele D’Annunzio, presero la cittadinanza ungherese, affinché il conte divorziasse e fosse libero di sposare la giovane e bella Toscanini.

I ruggenti anni ’20 sono vicini a noi contemporanei più di quanto il loro mito intramontabile non suggerisca già, con una piccola dose di trasgressione, gli amori clandestini e il loro inconfondibile stile Art Déco.

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Helmut Newton, tra moda e erotismo al PAN di Napoli fino al 18 giugno

È imprescindibile per un amante della fotografia o un semplice appassionato imparare dai grandi maestri che di quest’arte hanno fatto scuola e ne hanno fatto la storia. Uno fra tutti Helmut Newton, cui il Palazzo delle Arti di Napoli ha dedicato un’ampia retrospettiva, aperta al pubblico fino al prossimo 18 giugno.

FOTOGRAFIE White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, questo il titolo della rassegna, che in tre sezioni ripercorre le principali fasi della carriera del noto fotografo americano, ispirate ai primi tre volumi pubblicati da Newton tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Helmut Newton, French Vogue, Melbourne 1973

Scatti glamour, che hanno catturato volti, sguardi, espressività di top model, attrici e artisti, da Charlotte Rampling a Andy Warhol.

Chi mi segue su instagram ha già visto qualche scatto, ma chi non ha visto questa mostra dal vivo ignora che ti immergi non solo in un’altra epoca, guardando le fotografie di Newton, ma in un altro mondo.

Lusso e bellezza. È con questo binomio che si potrebbe riassumere la fotografia di Newton, le cui immagini sono patinate, eleganti, vagamente erotiche e trasgressive, ma mai volgari.

Tre sezioni in cui, a dispetto dei numeri che contraddistinguono le opere, non c’è un vero e proprio percorso di visita, ma tutto è fluido, liquido, come l’acqua delle piscine spesso fotografate da Helmut. Sì, la piscina, che in Newton si fa totem irraggiungibile del lusso, un luogo misterioso, in cui avvengono incontri. Un elemento che è quasi un’ossessione per il fotografo tedesco naturalizzato statunitense.

In questi anni Newton osa, porta la fotografia di moda fuori dagli studi di posa e dalle fredde luci dei bank.

Giardini rinascimentali, dimore storiche, prati si trasformano in inconsapevoli scenari di pose plastiche e amori saffici. Ma anche uffici, suite, alberghi e sedi di grandi brand di moda.

a sinistra Helmut Newton, Elsa Peretti, 1970 a destra Ariana Grande 2016

È un mondo lezioso quello che racconta Newton, che lo documenta e lo eviscera fino a farne quasi fredda parodia di sé stesso. Un mondo a tratti fetish, che occhieggia al bondage con straordinaria modernità. Impressionante quanto l’eredità di Newton si faccia sentire ancora oggi. Basta guardare le immagini promozionali dell’album Dangerous Woman del 2016, della cantante Ariana Grande, per percepire una chiara impronta newtoniana.

Helmut Newton, Tied Up Torso, Ramatuelle 1980

Attrici, grandi metropoli statunitensi o scorci italiani. Da Parigi a Berlino, da Nizza al Senegal. La fotografia di Helmut ha girato tutto il mondo, rivoluzionando il mondo della moda.

Quasi imbarazzano lo spettatore i Big Nudes per la loro potenza. Donne completamente nude a grandezza naturale, i Big Nudes sono una serie fotografica ispirata ai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF. Helmut ebbe l’idea di catturare dei nudi con una macchina fotografica di dimensione media con l’intento di farne delle gigantografie.

Dopo una grande rassegna su McCurry, il PAN ospita un altro grande nome del panorama fotografico mondiale.

sopra Helmut Newton, Bergstrom over Paris, 1976 sotto Velasquez, Venere allo specchio, 1648

Una fotografia colta, quella di Newton, i cui potenti nudi occhieggiano all’eroicità della nudità greca, affondando le radici nella storia dell’arte italiana con omaggi a tratti impercettibili, altre volte invece un chiaro riferimento a quei grandi maestri che hanno tracciato il percorso da dove ha avuto origine tutto.

Curata da curata da Matthias Harder e Denis Curti, l’idea nasce nel 2011 da June Newton, vedova del fotografo. Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation, e accompagnata da una pubblicazione edita da Marsilio.

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Van Gogh: a Capodimonte i quadri “ritrovati” fino al 26 febbraio

Un’occasione davvero unica, quella del pubblico napoletano, per ammirare ben due dipinti di Van Gogh, ospiti del Museo di Capodimonte, a Napoli appunto, fino al prossimo 26 febbraio. Si tratta di due opere ritrovate dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Napoli in un covo della camorra nel settembre del 2016: «Siamo estremamente soddisfatti che le opere vengano esposte nella città dove sono state ritrovate, per celebrare il loro sicuro salvataggio – ha commentato Axel Rüger, direttore Museo di Van Gogh di Amsterdam cui i due dipinti appartengono – mettendo a disposizione le opere in primis per i napoletani, abbiamo voluto esprimere tutta la nostra gratitudine alla vostra Città e Regione, all’Italia e alle autorità italiane, specialmente la Guardia di Finanza e la Procura, e siamo anche immensamente grati ai nostri colleghi del Museo di Capodimonte».

Un modo dunque per ringraziare proprio quella città che indebitamente e inconsapevolmente le ha forse trattenute per ben quattordici anni, quando il 7 dicembre del 2002, due uomini si introducono nel museo di Amsterdam e rubano le opere.

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Mangiatori di patate, 1885

Si tratta di Spiaggia di Scheveningen prima di una tempesta del 1882 e Una congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen datato 1884-85. Opere di straordinaria importanza per comprendere il percorso artistico del maestro olandese, ancora distante dai variopinti colori delle opere di età matura, influenzato dal seicento nordico e da una vocazione frustrata di evangelizzatore. Van Gogh si esprime con una pittura di nero realismo, che arriverà all’apice con i Mangiatori di Patate.

spiaggia-di-scheveningen-prima-di-una-tempesta-1882-capodimonte-napoli-internettualeSpiaggia di Scheveningen prima di una tempesta è il solo lavoro dell’artista che risale al suo soggiorno all’Aia. Importante in quanto consiste in un ritorno alla pittura da parte di Vincent, dopo aver trascorso i precedenti anni dedito esclusivamente al disegno, nonché una delle due sole vedute marine dipinte in quel periodo.

una-congregazione-lascia-la-chiesa-riformata-di-nuenen-1884-van-gogh-capodimonte-napoli-internettualeUna congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen è invece il solo dipinto dell’artista che conserva ancora il telaio originale. Un’opera intima, legata al ricordo e agli affetti familiari. Il quadro infatti era stato dipinto per la madre nel 1884. La tela infatti ritrae la chiesa dove il padre di Van Gogh era stato pastore.

Inizialmente il dipinto raffigurava una figura isolata di un contadino, sostituito successivamente da un gruppo di fedeli in primo piano e delle foglie brune sugli alberi per riprodurre e restituire un’atmosfera più autunnale.

«Un’iniziativa – dice soddisfatto il direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger – che lancia un messaggio positivo, di speranza e riscatto importante per la Campania ma rivolto a tutti, cittadini e turisti».

ART NEWS

L’arte contemporanea alla Farnesina, l’ultimo venerdì del mese

Per molti semplicemente sede del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, la Farnesina sarà anche sede espositiva di una ricca collezione d’arte contemporanea. Da Pistoletto a Dorazio, da Kounellis a Vedova passando per Mauri, Merz, Rotella, Fioroni sono davvero tantissimi i nomi degli artisti che fanno parte di questa raccolta nata agli inizi degli anni 2000 su iniziativa dell’allora Segretario Generale Ambasciatore Umberto Vattani. La collezione, nata per sottolineare l’impegno del Ministero nella ricerca (e adesso anche nella promozione) dell’arte contemporanea, e deputata negli anni ad ambito di intervento strategico della politica culturale del ministero italiano, è oggi restituita al pubblico italiano e non solo che desidera visitarla, entrando, al contempo, in contatto con gli ambienti di palazzo ministeriale.

È giusto che collezioni come questa siano rese fruibili, poiché parte della storia dell’arte italiana, ma anche e forse soprattutto, parte del tessuto cittadino cui, di fatto, appartiene.

Gli orari di apertura al pubblico saranno dalle 9.00 alle 16.00; ogni visita va prenotata su www.collezionefarnesina.esteri.it

Da venerdì 27 gennaio, ad accogliere i visitatori ogni ultimo venerdì del mese, ci saranno i Volontari per il Patrimonio Culturale del Touring Club Italiano, che approda ora alla Farnesina dopo il Palazzo del Quirinale: «Siamo molto orgogliosi della collaborazione con il Ministero per l’apertura alle visite del Palazzo della Farnesina – ha detto Franco Iseppi, Presidente del Touring Club Italiano – un incarico di grande prestigio che ci è stato affidato, dopo quello per l’apertura alle visite del Palazzo del Quirinale, e che ci permette di restituire agli italiani e ai turisti una parte significativa del nostro patrimonio artistico».

LIFESTYLE

La mia esperienza a Scalo Milano

Presentato alla stampa come ideale elemento che avrebbe costituito il quadrilatero della moda milanese, Scalo Milano avrebbe dovuto rappresentare, sulla carta, un vero e proprio quartiere, ben oltre il concept di centro commerciale, raccogliendo gli elementi di quello stile, squisitamente italiano, simboli del nostro paese nel mondo: food, moda, design.

Una miscela vincente, viene da pensare a chi, questo centro, lo conosce soltanto attraverso le immagini promozionali, comunicati stampa e magazine oriented di settore che ne evidenziano i punti di forza. Un po’ deludente invece per chi, come me, decide di visitare il centro, o meglio, il “distretto” per la prima volta.

Costruito nell’area dell’ex biscottificio Saiwa di Locate di Triluzi. Che fosse molto più vicino al pavese che non a Milano, come suggerisce invece il nome, lo si capisce quando, da una già eccezionale giornata di sole a Miano si passa ad una atmosfera onirica à la The Others, avvolti nelle nebbie della val padana.

Superata la piccola stazione di Locate, ricoperta di bellissimi graffiti che reinterpretano molte opere d’arte famose, la prima cosa che salta all’occhio entrandovi è senz’altro il colore. Ogni corpo di fabbrica, adesso mega store, ha un colore diverso dall’altro. Rosso, giallo, arancio, blu. I negozi sfilano davanti ai miei occhi divisi per genere di abbigliamento: casual, sport, luxury. Brand non proprio accessibili a chiunque che portano le loro ultime collezioni nella piccola cittadina commerciale.

Eppure da un distretto che fa dello “style” il suo punto di forza ci si sarebbe aspettato qualcosa, appunto, di più “stylish” e invece si ha la sensazione di trovarsi in un grande Playmobil cui il design è dato, o almeno tentato di dare, da complementi di arredo negli spazi pubblici firmati Kartell, che qui ritroviamo con un’ampia sede espositiva.

mariano-cervone-scalo-milano-internettualeSono 130 i negozi per ora aperti, ai quali dovranno aggiungersene altri 170, mettendo insieme i marchi più prestigiosi del design e della moda, capitanati da Karl Lagerfeld, primo monomarca dello stilista. Ma se il creator di Chanel avesse saputo che il primo punto vendita che porta il suo nome sarebbe finito in una piazza per lo più deserta, probabilmente ci avrebbe pensato due volte prima di lanciarsi in questa nuova avventura commerciale. Sì, perché, guardandosi in giro, è questa forse una delle cose che salta subito agli occhi: l’apertura random dei negozi all’interno dell’intero centro commerciale, e benché si intravede il potenziale del disegno finale, si ha la sensazione di trovarsi all’interno di un progetto finito soltanto a metà, dove persino l’area giochi per bambini è ancora preclusa al pubblico.

Persino la piazza del gusto, quella del food, nucleo intorno al quale ruoterebbe l’intero progetto, presenta molti negozi chiusi, come il partenopeo RossoPomodoro.

Se la mission del centro, come ha affermato a Il Sole24Ore lo stesso Filippo Maffioli, a capo con il padre e il fratello del gruppo proprietario di Scalo Milano, è quella di attrarre i turisti stranieri, l’obiettivo, a giudicare dalle prime facce, è di certo raggiunto. Sono molti, soprattutto asiatici, ad essere stati attratti da questo nuovo modo di fare shopping, che raggruppa in un’unica area anche alcuni brand dell’home design e del luxury.

Ottimi i collegamenti, se si considera che il passante ferroviario S13 Pavia-Milano mette facilmente in comunicazione la capitale lombarda con il nuovo centro, a poche centinaia di metri dalla stazione.

Un po’ stantie le fontane “a pavimento” con getti d’acqua e fasci di luce colorata che fuoriescono direttamente da terra, un peccato che l’anima industriale del sito originario sia stata un po’ (troppo) snaturata, a favore di nuance vivaci, e di un luogo che, complice il clima padano, risulta prevalentemente “freddo”, a dispetto dei colori accesi e i pannelli lucidi utilizzati per rivestire i vari padiglioni.

Se si confronta il sito con esperienze analoghe quali l’Outlet La Reggia di McArthurglen a Marcianise (Caserta), che ha saputo ricreare le atmosfere delle vie capresi, Scalo Milano fallisce miseramente nel proporre uno stile, quello italiano, che sarebbe stato di gran lunga più interessante in comunicazione con un’architettura industriale.

INTERNATTUALE

ATTENZIONE alla TRUFFA della chiamata a casa per l’aumento del piano telefonico

Stanco dell’esosa bolletta del telefono di casa, la scorsa estate ho deciso di cambiare il mio operatore di telefonia fissa, abbandonando il mio obsoleto piano con il solo scatto telefonico, per uno che invece, per una cifra inferiore del 30% rispetto a quanto pagassi normalmente mi offre un abbonamento tutto incluso, che nel pacchetto comprende anche le chiamate illimitate verso la telefonia mobile e, addirittura, quelle verso la telefonia fissa internazionale. Insomma libero di chiamare e con una linea ADSL veloce a 7 mega per circa 29 euro al mese. PER SEMPRE.

Ho più volte specificato, sottoscrivendo il nuovo contratto, a quanto di preciso corrispondesse il “per sempre”, scettico sull’eternità di offerte vantaggiose dalla durata eterna.

Qualche giorno fa ricevo una chiamata da un numero con prefisso 02 che si annunciava come supporto commerciale del mio nuovo operatore e che la mia offerta a 29 euro al mese, che non avrebbe dovuto avere limiti di tempo, era in realtà in scadenza, e che a partire dai prossimi mesi sarebbe diventata di 49,90 al mese, per un costo complessivo di quasi 100 euro a bimestre. La voce voleva propormi un nuovo abbonamento che fosse più vantaggioso, che, qualora lo avessi accettato, mi avrebbe portato all’ignaro cambio di operatore telefonico, lasciandomi credere che la mia offerta fosse in realtà truffaldina e che il “per sempre”, sponsorizzato anche in televisione con degli spot, non sarebbe riferito piano tariffario, ma ai servizi offerti.

Non solo non ho accettato la controproposta che mi veniva fatta, ma mi sono subito dopo rivolto al numero di assistenza commerciale del mio operatore chiedendo spiegazioni sul mio piano telefonico e sulla sua fantomatica scadenza.

Il VERO operatore mi ha subito segnalato che si tratta di una truffa e di un piano marketing di concorrenza sleale, che vuole lasciar credere ai clienti di aver sottoscritto un abbonamento tutto incluso truffaldino, portandoli a cambiare il proprio operatore per un piano telefonico più “vantaggioso”.

La mia offerta, in abbinato con un telefono mobile, resta quella di 29 euro al mese per sempre. La chiamata era una TRUFFA per indurmi incautamente a cambiare operatore.

Se ricevete delle chiamate che “bonariamente” vogliono avvisarvi sulla scadenza dei vostri piani NON FIDATEVI, rivolgetevi prima ai numeri UFFICIALI dei vostri operatori per ricevere assistenza e spiegazioni, e ricordate che tutte le comunicazioni degli operatori telefonici non arrivano a mezzo telefonata, ma via posta, da sole o in abbinato con il bollettino da pagare.