INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia 2018: vince Carlotta Maggiorana, tra protesi, polemiche e dinosauri

Anche la 79esima edizione di Miss Italia si è conclusa. Tra il sensazionalismo di una concorrente con una protesi, Chiara Bordi (arrivata poi terza), e il tentativo di un programma di cui, forse, non sentiamo più il bisogno, ha vinto Carlotta Maggiorana, 26enne, sposata, di Ascoli Piceno, che non solo riesce ad abbattere il muro del nubilato delle Miss, ma anche quello dell’anonimato. Sì, perché Carlotta, nel suo curriculum artistico, vanta già apparizioni in fiction di prima serata come L’Onore e il Rispetto, programmi televisivi come Avanti un altro, lavori al fianco di Sean Penn e Brad Pitt, e già Miss Grand Prix 2009.

Ma dunque c’era proprio bisogno di vincere anche il titolo di più bella d’Italia?

Chiara Bordi, concorrente di Miss Italia 2018

Per anni il concorso, nato negli anni ’40 come 5000 lire per un Sorriso, con le sue corone, le fasce e la voglia di riscatto sociale che caratterizzava le miss, ha rappresentato un sogno per le ragazze italiane, che dalle spiagge alle passerelle, tappa dopo tappa, vedevano il sogno avvicinarsi. Oggi invece Miss Italia è come un titolo di studio che vale poco, si potrebbero raggiungere gli stessi obiettivi affermandosi sul web, aprendo un profilo instagram o YouTube, partecipando ad un qualsiasi talent. E se fino a qualche anno fa erano proprio questi che molte potenziali concorrenti avevano già sottratto ad un contest ormai logoro, oggi anche i social rappresentano una concreta alternativa a chi vuole affermarsi senza dover sottostare all’altrui giudizio o mettersi necessariamente in bikini.

Colpa anche di un programma che purtroppo non ha saputo difendere nel tempo la propria identità, e ha continuato a trasformarsi in tutti questi anni fino a perdere completamente se stesso: da talent di bellezza a quiz, da game show a becero spettacolo di intrattenimento che culmina senza nemmeno troppo pathos con un’incoronazione.

Sì, perché Miss Italia è cambiato quasi al punto da vergognarsi dell’originaria vocazione da esteta e, anziché ricercare ogni anno nuovi canoni di bellezza nella donna contemporanea, ha preferito ipocritamente fingere valutazioni della personalità, scoperta del talento, ricerca di intelligenza. Come se una reginetta di bellezza dovesse necessariamente dimostrare subito, parafrasando una nota canzone di Jo Squillo, che oltre le gambe c’è di più. E come se queste, per giunta, fossero capacità o doti che è possibile esprimere in meno di un minuto rispondendo a delle stupide domande o superando brevi prove.

Carlotta Maggiorana, Miss Marche, vincitrice di quest’anno.

Quest’anno proverbi italiani e tabelline: erano queste le “materie” in cui sono state interrogate le ragazze durante un dubbio question time, che si alternavano a domande personali sulla preferenza di campeggi o alberghi extralusso per le vacanze, a riprova, in un modo un po’ naif – per fortuna contestato dal giurato Pupo – che la valutazione della serata esulava dal mero aspetto esteriore, in un vortice imbarazzato un po’ imbarazzante.

Ogni conduttore, da Milly Carlucci a Simona Ventura, passando per Carlo Conti e Mike Bongiorno, ha cercato in qualche modo di cambiare regole e formule, di dare la propria impronta autorale oltre che la propria conduzione: e così via i numeri delle ragazze (che puntualmente sono ritornati), prove di talento (che invece sono sparite), titoli come Miss Curvy introdotti e eliminati nel giro di poche edizioni senza lasciare traccia, o che cambiano continuamente nome rinnegando le proprie radici (basti pensare a quello di Prima Miss dell’Anno, titolo tra l’altro vinto anche da Miriam Leone, oggi diventato Miss 365).

Insomma un concorso che si rinnova e non resta fedele neanche a se stesso.

Tutto probabilmente più per racimolare qualche percentuale di share in più, che non per vera convinzione e interesse sociale, mentre la RAI, preso atto dell’esponenziale calo di ascolti, opportunamente ha ritenuto che fosse giunto il momento di rinunciare ad un concorso che, edizione dopo edizione, è difficile persino riconoscere e che sempre più somiglia ad una sagra di Paese.

E se tante cose possiamo attribuirle o giustificarle con “il bello della diretta”, è senza dubbio brutto per il telespettatore a casa vedere il disagio dei conduttori, Francesco Facchinetti (alla sua terza volta) e Diletta Leotta, spesso impacciati, così come non è stato elegante vedere le maestranze della rete, così a lungo invocate nel corso della serata, spazzare in squadra coriandoli caduti sul palco e bouquet di fiori, tra l’altro forniti da uno sponsor, durante una finalissima che ha visto la partecipazione di poco più di 30 ragazze.

Ultimo, solo in ordine cronologico, il tentativo di riagganciarsi ai fasti di un passato con una fascia onoraria dedicata al compianto Fabrizio Frizzi, storico conduttore del programma scomparso lo scorso marzo. Come se bastasse uno pseudo-legame ad un volto amato dalla televisione italiana per riabilitare un programma che continua ad avere il retrogusto di nostalgico ricordo, e che oggi è sostituito da uno spettacolo inadeguato a rievocare quello che fu.

Strana persino la strategia di marketing, che ha promosso Jesolo (sede veneta delle semifinali) e Venezia random, celebrando però questa finalissima a Milano.

Dubbia persino la scelta della scenografia, che a tratti ricordava un programma di approfondimento sportivo da TV privata, o quella delle musiche, con il main theme di Jurassic Park sull’incoronazione, che fa apparire Miss Italia una forzatura anacronistica proprio come lo furono i dinosauri della pellicola di Spielberg, e che forse ci fa capire che sarebbe meglio che, come il T-REX della scena finale del film, sarebbe meglio che oggi Miss Italia si estinguesse.

Se non vuole davvero tramutarsi in un fossile di paleontologia televisiva, nemmeno ricordato dalle teche rai, Miss Italia dovrebbe evolversi, riscoprendo le proprie radici di mero beauty contest, e senza imbarazzo, senza indugio, senza ipocrisia valutare quella bellezza di quando le ragazze speravano di vincere 5000 mila lire con un semplice sorriso.

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INTERNATTUALE

Ecco perché Katia Ghirardi non è un “caso Cantone” e meriterebbe una promozione

Da twitter a fecbook, passando per instagram, impazza sul web il nome di Katia Ghirardi. E c’è già chi grida alla nuova Tiziana Cantone. Ma chi è Katia Ghirardi e cos’è che ha fatto di preciso?

Tutto è iniziato qualche tempo fa, quando la Banca Intesa San Paolo ha lanciato un contest interno per i soli dipendenti: registrare un video che mostrasse un ambiente di lavoro sano, vitale, allegro. Non bisognava essere dei maestri del cinema, ma avere uno smartphone ed essere spontanei, e caricare il video sul sito.

Fin qui tutto normale, fin quando non comincia ad impazzare sul web il video-spot della direttrice di filiale di Castiglione delle Stiviere, Katia Ghirardi, che sorridendo insieme ad altri colleghi, alla fine di una video-presentazione di un minuto dice: «Io cisto, ci metto la faccia, ci metto la testa e ci metto il mio cuore».

Uno video di circa due minuti che è stato più volte ripreso su radio ed internet.

Un nuovo caso di bullismo telematico gettato superficialmente nel tritacarne virtuale della rete, che lo cannibalizza e ne restituisce brandelli di parodie e sfottò.

Ma credo sia azzardato, e forse un po’ populistico, paragonare il caso alla triste vicenda di Tiziana Cantone, la trentenne napoletana, suicida a seguito di un video amatoriale che la vedeva protagonista, diventato virale.

Non è soltanto una questione di contenuti ovviamente, ma per la diversa finalità dei due video: il primo, quello della Cantone, fatto inconsciamente e di certo per un uso privato; il secondo, quello della Ghirardi, registrato in piena consapevolezza affinché competesse ad un concorso.

Che si trattasse di un contest interno alla banca, credo cambi poco, poiché la Ghirardi, tra l’altro molto simpatica e comunicativa, era conscia che altri lo avrebbero visto. Impiegati, dipendenti, colleghi, addetti ai lavori? Certo, forse, ma quando si sottoscrive un concorso si accettano implicitamente tutta una sequela di clausole microscopiche che dal fondo di un regolamento concedono pieni diritti di riutilizzo agli ideatori e promotori di un concorso, e dunque si finisce coll’accettare tacitamente l’evenienza che il video caricato on-line possa, per vie traverse, essere diffuso.

Il video di Tiziana Cantone ha impiegato settimane prima di assurgere all’onore delle cronache nazionali, volando di telefono in telefono, di messenger in messenger attecchendo sui canali porno amatoriali, che l’hanno trasformato in fenomeno virale.

Quello della Signora Katia invece è una clip balzata di colpo nei trend di YouTube e twitter, mentre altri sul web arrancano per trovare sul web la genialata in grado di scalare trend e dare visibilità e fama.

Un nuovo un caso di cyber bullismo sfuggito al controllo della rete o semplicemente una mossa commerciale studiata a tavolino? Che il mondo della pubblicità stesse cambiando, lo avevamo capito lo scorso anno quando la Norwegian, all’indomani della notizia di divorzio Jolie-Pitt, aveva pubblicato sui giornali un paginone con lo slogan “Brad is single” con le principali offerte per volare a Los Angeles.

Credo dunque si tratti più di una “furbata” dei pubblicitari, che hanno così pensato di fare del sorridente volto della signora, l’inconsapevole, quanto peraltro anche molto positivo, testimonial della banca, dimostrando quanto all’interno dell’ambiente lavorativo ci sia spontaneità, allegria, mentalità del fare, e ricollegandosi ad una serie di spot ufficiali che qualche anno fa in televisione mostravano proprio il lato umano dei dipendenti Intesa San Paolo, sulla falsariga de “la mia banca è differente”.

Una pratica, quella del leak, molto diffusa, soprattutto nel campo della discografia statunitense, dove spesso sono testati singoli o interi album con l’endorsement spontaneo dei fan che continuano a condividerli in rete.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso, degradante o sconveniente né per la Signora Katia, né tantomeno per l’immagine della Banca Intesa, e non trovo nemmeno scorretto sorridere o parodiare uno slogan che è emerso dalla massa e funziona e, come tutto ciò che diventa popolare, è diventato oggetto di scherno. Sì, perché la Signora Katia Ghirardi, al pari dei pubblicitari di Buondì Motta, ha saputo catturare con ironia, intelligenza e un gran sorriso, l’attenzione di migliaia che continuano a guardare la sua clip.

Trovo invece molto più vergognoso che sia la stessa Banca Intesa a prenderne le distanze, e a definire questi video “fantozziani”, autorizzando quasi la stampa e i media a parlane in modo dispregiativo, come qualcosa di naif o buffo al punto da imbarazzarsi.

Ci lamentiamo di quanto le nostre istituzioni siano vecchie, antiquate, polverose, ma diventiamo leoni da tastiera insultando e offendendo persone che, con professionalità, dimostrano di essere anche vitali e gioiose. Non bisogna confondere il sentirsi vivi e felici del proprio lavoro con la poca professionalità o la scarsa voglia di rendimento, soprattutto se a farlo sono i dipendenti di una filiale virtuosa che ha dimostrato e dimostra di lavorare bene.

È facile parlare dietro un nickname, più difficile farlo quando una persona come Katia “ci mette la faccia”.

Se la mission del contest era quella di mostrare questa energia positiva, allora senza dubbio la Ghirardi l’ha vinto a piene mani. Francamente darei alla signora non soltanto una promozione, ma le offrirei un contratto come volto di Intesa San Paolo e, per tanto entusiasmo e brio, un posto all’interno dell’ufficio della comunicazione.

CINEMA

Il bellissimo discorso del “padrino” Alessandro Borghi a Venezia 74

«Nel corso degli anni questo mestiere mi ha fatto provare una immensa gamma di emozioni. Solitudine, felicità, frustrazione, impotenza, gratitudine, enorme paura, enorme soddisfazione. Ma soprattutto mi ha dato la possibilità di avere a che fare con le persone, con la gente, di tutti i tipi, perché il cinema è teletrasporto, quello che tanto sognavo da bambino e ci permette, ci consente in un attimo, in un frame, di avere una relazione con persone, cose, luoghi che a volte mai nella nostra vita avremmo avuto la possibilità di conoscere. Luoghi molto poveri, molto ricchi, persone buone, cattive, semplicemente diverse. Tanto diverse. Questo fa il cinema: ci dà la chiave per entrare in un luogo dove per un po’ tutto sembra diverso, tutto è amplificato. Dove siamo noi a decidere come vivere, con quale e con quanta intensità. Il cinema quello bello, quello che ci fa sognare, riflettere, che ci fa da padre a volte, che quando si spengono le luci, in quei trenta secondi prima di dormire, ci insegna ad avere a che fare con noi stessi. A metterci in gioco, a non avere paura, o ad averne, ma senza vergogna. E se il cinema funziona in una scuola, come in un carcere, o in un festival, come in una sala del centro, in una di borgata, un motivo c’è: è la lingua universale che adopera. Una lingua con cui parla a tutti noi senza distinzione di sesso, etnia e provenienza. E allora dico impariamo da lui! Ché riesce dove molti di noi ancora falliscono, in un mondo che sembra non essere più un bel posto dove vivere. Da lui, che sa dirci sempre la parola giusta al momento giusto, per confrontarci, per aprire la mente, accompagnandoci verso qualcosa che ha alla base il pensiero, lo scambio e la curiosità. E nei casi più fortunati anche un po’ d’amore. E grazie al cinema, e al festival, accadono delle cose che andranno inevitabilmente a cambiare la nostra vita».

È con queste bellissime parole che si è aperta la 74esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, quelle del discorso di apertura dell’attore Alessandro Borghi, interprete di Suburra (e presto anche Napoli Velata di Ozpetek) primo “padrino” nella storia della kermesse, che ha sovvertito con questa scelta le regole di anni di madrine e bellezze nostrane e non che hanno aperto la cerimonia, e che già si preannuncia come una delle edizioni più rivoluzionarie di sempre.

Tanti i film italiani in concorso, tanta la qualità, tanti i sogni che nei prossimi giorni andranno davvero a cambiare la nostra vita e il mondo del cinema.

E in attesa del vincitore del Leone d’Oro, faccio per il momento un in bocca al lupo ad Alessandro, che è già un vincitore onorario e vincente, che ha saputo farci riflettere ed emozionare. Bravo!

INTERNATTUALE, TELEVISIONE

Miss Italia, storia della fine di un anacronistico sogno italiano

Nato quasi ottant’anni fa da un’idea di Dino Villani poco prima della seconda guerra mondiale, come “5000 lire per un Sorriso”, ha cambiato nell’era post-bellica pelle e nome in Miss Italia, passando dalle ragazze che inviavano foto con il loro sorriso migliore nella speranza di vincere un premio in denaro a vero e proprio concorso di bellezza con sgambettanti Miss in costume con lo storico patron Enzo Mirigliani.

Dalla fine degli anni ’70 arriva la televisione, con le prime immagini a colori. Negli anni ’80 e ’90 è un vero e proprio fenomeno di culto, incollando allo schermo milioni di telespettatori per diverse serate: due, tre, seguitissime, al pari del Festival di Sanremo, per scoprire chi sarà la più bella del Bel Paese.

Una reginetta certo, ma anche una ragazza dotata di grazia ed eleganza. Eleganza sì, come quel titolo coniato ad hoc per una giovanissima Sophia Loren, considerata, ai tempi, troppo procace per vincere.

Sono tante le dive e le starlette del mondo del cinema e dello spettacolo passate negli anni dalla passerella di Miss Italia. Sin dai tempi in cui la ricerca della più bella cominciava bonariamente dalle spiagge, tra le bagnanti che provavano per gioco a cambiar vita in una estate qualsiasi.

Agli inizi degli anni 2000 Miss Italia è un vero e proprio impero. Sono ben quattro le serate in televisione, con un esercito di ragazze pronte ad iscriversi e combattere ogni anno per la corona, rigorosamente firmata Miluna, di più bella d’Italia.

“Per te Miss Italia continua”. È questa la formula canonica pronunciata dall’allora conduttore Carlo Conti, diventata un vero e proprio modo di dire italiano, per un programma e un concorso entrato nella mente e nel cuore degli italiani.

Si può tagliare quasi a metà la vita di questo concorso, il cui declino inizia nel 2007, con quella che è una chiacchieratissima edizione, quella in cui a vincere sarà Silvia Battisti. Troppo magra, dicono i giornalisti, alzando un polverone mediatico su di una velata ricerca di una bellezza che spesso fa rima con magrezza.

Prese le redini del concorso dal 2003, Patrizia Mirigliani, figlia di Enzo, è l’orgogliosa matriarca che risponde alle critiche inserendo nel 2011 il titolo di Miss Curvy, forte di nuovi brand per taglie oversize disposti a sponsorizzare il concorso.

Vengono così abolite le taglie, così come venne abolita la frontiera delle misure seno-vita-fianchi nel 1990. Perché la bellezza non ha canoni precisi, lo suggeriscono anche capolavori dell’arte italiana dei grandi maestri rinascimentali. E, forse, non ha nemmeno tempo. Già il tempo. L’età minima per prendere parte al concorso diventa adesso la maggiore età, per esigenze televisive certo, e, per rimpolpare l’esercito delle (non più) giovanissime disposte a battersi per un titolo che perde smalto, si spere nelle più agée, in quelle trentenni che un tempo erano troppo “anziane” per partecipare e che hanno ritrovato da qualche anno la possibilità di diventare ancora Miss Italia.

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Rachele Risaliti, Miss Italia 2016 – dal sito missitalia.it

Ma tutto questo sembra non bastare. A dispetto dei nuovi regolamenti, le Miss Italia elette continuano ad essere giovani e magre. Come l’ultima, Rachele Risaliti, Miss Italia 2016. Toscana, classe 1995, ex ginnasta. Magra e giovanissima.

Se Miss Miss Italia ridefinisce la propria idea di bellezza, abolendo forme, misure e età, al pari passo di una società che cambia, sono le stesse ragazze a non voler più dimostrare di essere belle, ma anche brave. Allora ecco che nel primo decennio degli anni 2000 vengono introdotte prove di recitazione, di ballo e di canto. Le concorrenti si ritrovano a sfidarsi come in “Ciao Darwin”, scelte da un criterio del computer che favoriva le prime sorteggiate, alimentando ulteriori polemiche.

Si cerca disperatamente di dimostrare che le ragazze non sono soltanto belle, ma anche brave. Come la calabrese Stefania Bivone, aspirante cantante, che dopo il titolo di reginetta partecipa senza successo ai casting di Sanremo Lab.

Eliminati gli scontri come in un becero game-show, si tenta di portare il programma più vicino a quello dei talent, format in ascesa che tanto toglie al gusto di diventare Miss Italia, introducendo giudici che vogliono vedere lati-B e voti spesso mortificanti. È l’era di Milly Carlucci quella del 2009-2010, che ne fa una sorta di “Ballando con Miss Italia”: i numeri vengono eliminati e poi mestamente introdotti con il nome di codici, mentre l’attenzione, come nel suo programma di ballo, è tutta per i polemici giudici che puntano il dito contro le ragazze.

Il concorso che un tempo rappresentava non solo la più bella d’Italia, ma la fotografia di un paese che cambia, non riesce più a stare al passo, annaspa fino ai poco più di 900.000 telespettatori dello scorso anno, su ben due reti che lo trasmettono contemporaneamente.

L’ultima edizione, quella di quest’anno, è stata definita da molti su twitter “sagra della porchetta di Ariciccia”. Troppi sponsor ripetuti continuamente, una eliminazione selvaggia che sa di mattanza, per la quale i giudici, Raoul Bova e Mara Venier sentono addirittura il dovere di scusarsi quasi non condividendo il sistema di cui fanno parte, e lo svilimento della dignità della donna facendo pronunciare alle ragazze appena qualche frase imparata a memoria nel tentativo di racimolare voti e la simpatia del pubblico a casa e.

Si prova maldestramente a trasformare il contest in un talent show, tra polemiche sul concetto di bellezza e Miss dalle idee poco chiare, Miss Italia perde in poco più di un decennio la propria identità di programma e di ricerca. Ci si ostina a dover dimostrare che le neo-elette reginette di bellezza siano anche brave o intelligenti, quasi come se non bastassero le tante vincitrici o ex partecipanti che si sono poi laureate, che hanno vinto medaglie sportive o Oscar, che sono diventati volti della televisione o del cinema internazionale.

Miss Italia dimentica persino la propria storia, le proprie origini e ciò che ha rappresentato negli anni per milioni di ragazze, facendosi prendere dalla smania dell’audience e del cambiamento fino a rendersi irriconoscibile persino a sé stesso.

Se un tempo infatti si riproponeva di cercare semplicemente una ragazza acqua e sapone, oggi Miss Italia è la perfetta candidata per sedersi sul trono di Uomini&Donne, come ha dimostrato Clarissa Marchese, Miss Italia 2014, cui evidentemente non bastava la sola corona, voleva anche il trono. D’altronde, si sa, allo scettro Miss Italia aveva già rinunciato un bel po’ di tempo fa.

CINEMA

Bocca asciutta per l’Italia, ecco quali sono i film in concorso a Cannes 2016

C’è un po’ di amaro in bocca per gli italiani alla 69esima edizione del Festival del Cinema, che si terrà a Cannes dall’11 al 22 maggio. Oggi infatti è stata presentata alla stampa la selezione ufficiale, e nessun rappresentante del Bel Paese pare sfilerà sulla Croisette quest’anno. Ad eccezione di Riccardo Scamarcio, in competizione per Un Certain Regard, con il film Pericle il Nero di Stefano Mordini, e il cortometraggio Il Silenzio di Farnoosh Samadi, Ali Asgari.

Ma l’Italia ha di che consolarsi. È davvero molto alto infatti il livello dei film in concorso quest’anno, che vedono confermati, tra gli altri, in lotta per la Palma d’Oro mostri sacri del cinema quali Pedro Almodóvar con la sua Julieta e il premio Oscar Sean Penn con The Last Face, che vede protagonista l’ex compagna Charlize Theron e ha già fatto la gioia degli amanti del gossip che già si chiedono se i due sfileranno ugualmente fianco a fianco sul tappeto rosso.

Presente anche il controverso regista di Basic Instict, Paul Verhoeven, che rappresenterà l’Olanda con il suo Elle.

Sono quattro invece i registi francesi entrati nella short-list quest’anno: Nicole Garcia con Mal de Pierres, Alain Guiraudie con Rester Vertical, Bruno Dumont con Ma Loute e Oliver Assayas con Personal Shopper si contenderanno il titolo per tenere alto il tricolore francese. Mentre se si considera il canadese Xavier Dolan con Juste la fin du monde e i belgi Dardenne con La Fille Inconnue, i film in gara in lingua francese salgono addirittura a sei.

Sarà un festival particolarmente francofono quello di quest’anno, che vede molte delle pellicole girate in lingua francese. Confermata invece l’apertura fuori concorso di Cafè Society di Woody Allen, con una delle star del momento, l’ex vampira Kirsten Stewart e Jesse Eisenberg.

CINEMA

Festival di Cannes: Kirsten Stewart e tutti gli altri protagonisti della prossima edizione

Manca ancora qualche mese alla Croisette, ma a Cannes già si parla di concorrenti, potenziali vincitori, e fuori concorso per il festival del cinema più glamour. Le riviste per gli amanti del cinema, da Variety all’Hollywood Reporter, già parlano di film, registi e attori, che sfileranno sul tappeto rosso dall’11 al prossimo 22 maggio.

Sean Penn a Steven Spielberg, Oliver Stone, Pedro Almodovar sono soltanto alcuni dei nomi che arrivano dalle prime indiscrezioni.

Se bisognerà aspettare ancora il prossimo 14 aprile per la conferenza della presentazione ufficiale del programma, tra gli italiani in concorso invece si parla di Paolo Virzì, con La Pazza Gioia, Marco Bellocchio con Fai bei sogni, dal romanzo omonimo di Massimo Gramellini, Gabriele Muccino con Summertime, ma si parla anche di Indivisibile di Eduardo De Angelis, incentrato sulla storia di due sorelle siamesi, appunto, indivisibili.

Dagli Stati Uniti arrivano, fuori concorso, Oliver Stone con Snowden (con Joseph Gordon-Levitt), Money Monster con George Clooney, Julia Roberts, Jack O’Connell e Dominic West in una storia di mala-finanza.

Esordio alla regista per l’attore, già premio Oscar, Sean Penn, che potrebbe arrivare a Cannes con The Last Face, che vede protagonista, un’altra attrice premio Oscar nonché compagna dell’attore, Charlize Theron e il premio Oscar spagnolo Javier Bardem.

Secondo alcune indiscrezione pare quasi certa la presenza di Steven Spielberg con il film Il Gigante Gentile, mentre Pedro Almodovar arriverà con l’esilarante Julieta.

Potrebbe esserci anche il cineasta Terrence Malick che, a due anni dal suo To the wonder, ritorna con un documentario intitolato Voyage of Time, mentre Martin Scorsese potrebbe arrivare con Silence (attualmente in fase di post-produzione), che narra la persecuzione subita da due preti cattolici portoghesi nel Giappone del XVII secolo.

Poche le bandiere francesi. Se lo scorso anno i nostri cugini hanno partecipato con ben quattro film, la prossima edizione vedrebbe rappresentata la Francia con Slack Bay di Bruno Dumont, pellicola che vede protagoniste, tra gli altri, Juliette Binoche e Valeria Bruni Tedeschi (sorella dell’ex Premiere Dame Carla), e Frantz di Francois Ozon.

Tra gli altri film in concorso Nocturama, meglio noto come Paris is Happening, di Bertrand Bonello, mentre gli inglesi confidano molto in Florence Foster Jenkins, film che vede la tre-volte-premio-Oscar Meryl Streep interpretare magistralmente la vera storia di una nota cantante d’opera stonata.

L’ex vampira Kirsten Stewart, sempre più votata al cinema impegnato, arriva a Cannes con ben due film: Personal Shopper di Olivier Assayas e Cafè Society, film di Woody Allen con Jesse Eisenberg che aprirà, fuori concorso, questa già attesissima 69esima edizione del Festival.

CINEMA

Disagio, abusi e piccoli guerrieri. I bambini raccontati dai film in gara a Venezia72

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600 articoli, 1000 casi di bambini vittime di abusi sessuali e psicologici, 70 i preti pedofili coinvolti. Sbarca sul Lido di Venezia Spotlight (Il Caso Spotlight) di Tom MacCarthy, con Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci, film che porterà al cinema per BIM nel 2016 l’inchiesta del Boston Globe che fece scoppiare uno scandalo globale nel 2002 sull’omertà della Chiesa americana, valendo, al pool di giornalisti che si occuparono del caso, il Premio Pulitzer. La pellicola, presentata oggi fuori concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, pare sia stata accolta con grande successo. Nel cast anche l’attrice Rachel McAdams.

Tra i film visti oggi anche la pellicola Looking for Grace, cercando Grace, della regista australiana Sue Brooks, unica donna in gara a Venezia72 insieme a Laurie Anderson. Il film parla di una ragazzina scappata di casa, e della sua anticonvenzionale famiglia di non-eroi che cerca di dare un senso alla propria vita. Protagonista della pellicola la giovane Odessa Young, attrice e modella australiana, che recita anche nel film The Daughter, pellicola che chiuderà le Giornate degli Autori.

Ed è ancora un altro ragazzino il protagonista di un’altra pellicola in concorso oggi: Beasts of No Nation narra infatti la storia di un ragazzino soldato, che si ritrova in una guerra tribale in Africa iniziata con l’uccisione di un uomo, ed immediate, in tempi di guerra come questi, sono state le analogie con l’ISIS. La pellicola è diretta da Cary Fukunaga ed è prodotta da Netflix.